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Letteratura

Dalle origini al secondo dopoguerra.

91 capitoli di letteratura italiana: storia letteraria, autori, opere, poetiche, contesti e analisi dei testi. Con quadro cronologico conclusivo e fonti.

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41. Vittorio Alfieri: libertà, titanismo e tragedia

Quadro del capitolo. Alfieri porta nel tardo Settecento una tensione individualistica e antitirannica che prepara la sensibilità romantica. I suoi eroi sono figure assolute, incapaci di mediazione, poste di fronte al conflitto tra libertà e potere. La tragedia diventa il luogo di un’energia morale esasperata.

Nuclei fondamentali:

  • vita e autobiografia
  • ideale di libertà
  • tragedie
  • tirannide e titanismo
  • stile tragico

Inaugura il Romanticismo. Appartiene all’ultima generazione del Settecento, da Metastasio a Goldoni, a Parini, ma accomuna la letteratura e il razionalismo illuministico con il classicismo in cui trova la manifestazione della nobiltà del sentire unita ad uno stile eletto. All’Illuminismo è legata la sua decisa impostazione laica del pensiero; l’odio per la tirannide, la libertà da ogni soggezione ad alcun sovrano, tali da generare un’ansia di affermazione totale dell’io. Se Metastasio realizza la riforma del melodramma, Goldoni quella della commedia, Parini è impegnato nella riforma sociale, Alfieri è rivoluzionario. È uomo non giustificato dai tempi, è eccezionalità, profetizza il Romanticismo.

Nasce ad Asti da nobile ricca famiglia; mandato a completare gli studi all’Accademia di Torino, il collegio dei nobili piemontesi, è inorridito dal loro sistema pedagogico antiquato. Si dedica a girovagare per tutta l’Europa, dalla Spagna a Parigi, alla Prussia, ma il suo animo è irrequieto, scontento di sé e sempre deluso da ciò che trova. Soltanto tra le solitudini deserte delle selve scandinave e dell’Aragona si sente a proprio agio, perché quei paesaggi sono in armonia con le sue idee fantastiche e grandiose. Frattanto consolida la cultura classica e la conoscenza di Machiavelli, Cervantes, Shakespeare, gli Enciclopedisti francesi – Voltaire. Montesquieu, Rousseau.

Spirito appassionato, s’innamora di una marchesa, ma sente il bisogno di avere uno scopo più alto nella vita. Ed è proprio durante la degenza della sua donna ammalata che scrive, per caso, il testamento dell’assistenza ospedaliera: la tragedia Antonio e Cleopatra. Rappresentata con successo a Torino, è autobiografica, perché nell’eroe che è avvilito da una passione indegna e aspira ad un ideale di grandezza, Alfieri raffigura sé stesso. Scopre così lo scopo della vita, capace di andare oltre la sua inquietudine: la poesia, filtro alla passione, sfogo del ridondante cuore.

Se la ragione appartiene a tutti, ma la poesia è sentimento, espresso in un linguaggio, non basta trasmettere a tutti il nostro sentire con la parola, se non ha la nobiltà e il rigore classicistici. Così vuole “inabissarsi” nello studio metodico dei classici, da Plutarco a Dante, Petrarca, Ariosto, Machiavelli. Alla filosofia e alla scienza, che sono razionali, contrappone la poesia concepita come educatrice del “forte sentire” negli individui e nei popoli, quindi fonte di un completo rinnovamento dell’uomo. È convinto che il poeta sia maestro di libertà e la vita sia eroica lotta per essere libero: il concetto di libertà assoluta non è però realizzabile in politica, se non nella rivoluzione o nell’anarchia. Così, quando scoppia la Rivoluzione Francese, è subito favorevole. Ma, quando si rende conto che sono in lotta per fame, non per amore di libertà, sente la frustrazione.

Misogallo È un violento libello contro la Francia rivoluzionaria, animato però dalla speranza di una futura Italia libera e indipendente. Per questo gli uomini del Risorgimento lo sentiranno come un precursore. La sua idea di libertà supera ogni formulazione politica concreta e diventa ansia romantica di affermazione totale dell’io, di esaltazione dell’irrazionalità della psiche, in contrapposizione all’ideale cosmopolitico vagheggiato dagli Illuministi. Dall’alto della sua solitudine, conferma che soltanto la poesia può suscitare nei popoli l’entusiasmo e la forte volontà di essere liberi dal principio del male, la tirannide. Le moltitudini, però, non lo capiscono, perché non hanno ancora l’idea di nazione e di civiltà moderna.

Il poeta sente il limite imposto all’uomo dalla realtà della vita, simboleggiata dal tiranno nel suo costante opporsi alla libertà assoluta dello spirito, e comprende che la sua delusione, il suo sdegno, nascono dall’impotenza: non gli resta che far appello all’interiorità e tramutare l’ideale di libertà in mito poetico, legato all’individuo, indipendente dalla valenza sociale, destinato a costituire il modello di azioni nobili e generose. Nasce il confronto drammatico dell’uomo con i propri limiti: il destino e la morte; l’incapacità di mantenere acceso l’entusiasmo per un’esistenza eroica, totale, in cui la poesia sia espressione di sublime sentire e messaggio di libertà assoluta agli uomini; il sentimento sofferto della vanificazione nella lotta con i compromessi del quotidiano.

È ateo, eppure avverte, con amarezza e avvilimento, che nascita e morte sono inesplicabili, la vita è un mistero, i cui interrogativi sulla sua essenza e finalità non trovano risposta nelle concezioni razionalistiche e scientifiche dell’epoca. È la poesia a rivelare all’uomo la propria essenza: è una risposta all’angoscia esistenziale, una lotta per affermare la propria dignità e nobiltà. Della Tirannide Il trattato è pervaso di pessimismo. La tirannide è qualcosa che risorge sempre, una passione profondamente radicata nell’animo umano che spinge ad un’affermazione totale di sé, ad una sete insaziabile di dominio, alimentata dalla paura proprio perché fonte di odio collettivo. E passione smisurata è anche la libertà. È un impulso assoluto ad evadere da ogni limite, quindi il modo in cui l’uomo libero può vivere nella tirannide è di ritirarsi in una solitudine incontaminata rifiutando ogni collaborazione al governo, mentre il rimedio ad essa è il suicidio o il tirannicidio. Tragedie Alfieri è portato alla tragedia sia dalla sua sensibilità e concezione eroico-pessimistica dell’esistenza sia perché all’epoca la tragedia è considerata la forma più alta di poesia. Segue le unità aristoteliche di tempo, luogo e azione, per dare vita ad un’opera in cui lo scoppio di sentimenti appassionati sia calato in forma classica, di statuaria dignità. Vuole una tragedia lineare – di un solo filo ordita – povera d’azione, dialogizzata da un numero ridotto di attori. Mentre esalta l’eroe, lo pone in guerra mortale contro ogni legge di dominio – la tirannide, la passione; è una ribellione alla limitatezza del vivere, e l’insopprimibile anelito ad una vita più vera trova la soluzione tragica nel suicidio, scelto senza viltà, come protesta magnanima. Saul e Mirra Sono i capolavori di Alfieri. Le figure del tiranno e dell’eroe, qui, sono assorbite nella stessa persona. Il racconto biblico narra di Saul tormentato da uno spirito maligno: è un dramma religioso, che Alfieri tramuta in dramma psicologico. È in Saul, il tiranno, “l’anelito a quella libertà assoluta che è potenza assoluta, la quale non tollera uguali e non può realizzarsi se non in una solitudine disumana” (Sapegno). Saul è preso da una torbida invidia, diventata poi odio feroce, nei confronti di David, che sarà il futuro re. Passioni angosciose, la tirannica brama di dominio sembrano opporsi come catene che non riesce ad infrangere: l’anima di Saul oscilla in una lunga vicenda di miserie e di abiezione, da cui si riscatta rinunciando con coraggio alla vita stessa.

Mirra è dominata da una forza invincibile, un amore incestuoso nei confronti del padre. È promessa a Pereo, re dell’Epiro, ma lui, vedendola indecisa e infelice, è pronto a rinunciare a lei. Nasce il conflitto interiore: Mirra non può confessare la causa del suo tormento e si arrovella in uno struggente senso di colpa. L’insana passione la rende tiranna e vittima nello stesso tempo. Vorrebbe spezzare le catene che impediscono a lei di essere sé stessa e a Pereo di realizzare il suo sogno: dichiara di essere pronta alle nozze, certa che sarà lui a liberarla dalle sue sofferenze.

Durante la cerimonia, però, Mirra è preda di una crisi incontenibile e inestricabile, Pereo fugge disperato e si uccide. La giovane è costretta a confessare il suo terribile segreto al padre, che resta inorridito. Consapevole delle proprie colpe, Mirra cerca il riscatto nel suicidio.

Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.

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