22. La prosa cinquecentesca: Vasari, Cellini e Bandello
Giorgio Vasari è il classico intellettuale del Rinascimento, vive a corte e accetta le committenze dei principi. È scrittore, pittore, architetto. È capostipite di storia dell’arte, come Machiavelli lo è per la politica e Guicciardini per la storiografia. Le Vite Sono fonte imprescindibile di notizie: emergono personalità di artisti da Cimabue sino alla sua epoca, attraverso le loro opere e la loro vita arricchite da particolareggiati aneddoti. Vasari concepisce l’arte come sviluppo progressivo, dalla rinascita delle arti per opera di Cimabue e di Giotto fino a Michelangelo, figura eccelsa e conclusiva del processo. Le singole biografie sono così collegate come momenti della storia dell’arte italiana.
Giovinezza. Giotto è il primo grande pittore di arte occidentale, superiore a Cimabue, per il senso estetico e la sublime imitazione della natura. Maturità. Masaccio, Botticelli, Leonardo, Giorgione, Michelangelo. La visione organicistica evolutiva è errata: ogni opera d’arte è irripetibile e va considerata nel proprio valore autonomo. Un altro pregiudizio riguarda il valore del disegno nella pittura. Per Vasari il grande pittore deve essere grande disegnatore, ma in realtà è il colore, il cromatismo che affascina e valorizza le opere di Tiziano, Giorgione, Tintoretto, Bellini, Guardi, Tiepolo, Canaletto.
Ci sono poi errori di descrizione, ma sono comprensibili, poiché Vasari non può vedere tutto, si basa sulle descrizioni di altri. Il suo linguaggio non ha modelli, è nuovo, poiché è senza tradizione: il linguaggio tecnico applicato all’architettura si mescola a quello colto, raffinato; alla tecnica novellistica di Boccaccio quando inserisce aneddoti sulla vita degli artisti. È una prosa governata dal gusto e dall’umore; manca il senso del limite e della misura, l’equilibrio e l’armonia: c’è l’esaltazione del genio artistico, culto della personalità e individualismo sfrenato. In Vasari si avverte l’intuizione che con Michelangelo si sta concludendo un ciclo spirituale e artistico: la tendenza alla maniera.
Benvenuto Cellini. La sua è un’avventurosa e appassionata vita di artista, il cui forte senso di trasgressione è a livello caratteriale. Mentre Vasari esalta l’arte come valore oggettivo, Cellini esalta l’arte come opera propria. La Vita È la sua autobiografia e fa di sé il tema dell’opera d’arte. C’è una sfrenata autoesaltazione, il suo io non ha limiti, rischia l’irrazionalismo: è lo scrittore più interessante del Manierismo. Usa una terminologia superlativa, si mette sul palcoscenico e parla della sua vita. Se esprimesse il suo antropocentrismo in termini aulici, letterari, sarebbe stucchevole, invece è piacevole perché sembra di assistere a commedia, teatro, favola.
Cellini ha il culto di sé, ma vuole piacere, far divertire il lettore. La sua vita è ignorata fino al Settecento, quando Baretti, che dirige la rivista Frusta, fa uno scoop critico su Cellini, sulla sua vita libera e fantastica, ne loda l’opera, la Vita, anche per lo stile nuovo, il tono di parlato incisivo, in contrapposizione agli autori incipriati, salottieri della sua epoca.
Cellini è scrittore irregolare, dilettante; a 12 anni va a bottega, a 16 in riformatorio; non è bilingue, né trilingue, e la sua conoscenza del fiorentino è da autodidatta. Presto diviene orafo, cesellatore di eccezionale perizia. La sua vita si svolge a Firenze, città natale; a Roma, dove entra nelle grazie di Papa Clemente VII e partecipa alla difesa di Castel Sant’Angelo ove il Papa si rifugia, durante il Sacco di Roma, nel 1527. Dopo la morte di Clemente VII e le avventurose esperienze in carcere, si reca a Parigi, ospite per sei anni alla corte di Francesco I, re di Francia, per il quale scolpisce la famosa saliera d’oro; infine torna a Firenze.
Scolpisce il Perseo, opera a lui particolarmente cara. Cellini vuole lasciare ai posteri memoria di sé e al ragazzo che lo segue a bottega detta la sua Vita: è il libro parlato, racconto imprevedibile, non costruito né profondo, particolare come la sua vita. Matteo Bandello. È il più grande novelliere del Cinquecento, considerato dai contemporanei il Boccaccio del secolo. Nasce a Castelnuovo Scrivia, in Piemonte, e vive in seno alla Chiesa: ecclesiastico, prestigioso intellettuale, ha una vita varia e movimentata, passa di corte in corte, anche fuori Italia.
La sua cultura umanistica appare nelle traduzioni dal greco, nelle composizioni in latino e nelle Rime, scritte secondo la moda petrarcheggiante del secolo. Le Novelle Sono l’opera più originale, hanno successo internazionale, sono tradotte in francese e in inglese, offrono spunti e schemi ad autori stranieri: Shakespeare ne trae la storia di Giulietta e Romeo e ne fa un capolavoro. Le sue fonti sono svariate, antiche e moderne, Plauto, Boccaccio, ma non è mera imitazione, perché le novelle sono libere, frutto di scelta personale e originale. Non le racchiude in una cornice unitaria sul modello di Boccaccio, ma premette ad ognuna una lettera di presentazione e di dedica a un personaggio da lui conosciuto, nella quale ricorda il luogo e l’occasione in cui ha sentito raccontare la vicenda che ne costituisce l’argomento.
Le lettere sono interessanti ricostruzioni della vita sociale del Rinascimento, della vita di corte, della quale e per la quale nascono favole, ricavate dai classici come Amore e Psiche di Apuleio, oppure fatti desunti dal mondo medioevale o contemporaneo. Bandello si rivolge ad un pubblico ideale, non solo di letterati, ma anche di principi, cavalieri, dame, artisti, diplomatici: si presenta come narratore libero, osservatore delle cose, della vita nel suo complesso groviglio di passioni e peripezie. La concezione di vita è più drammatica rispetto a Boccaccio: nella ricerca psicologica dei personaggi tende a stati d’animo irrazionali; rivela il gusto per la magia, l’esoterico, l’alchimia; la ragione non domina gli eventi, c’è l’inquietudine della situazione incognita – anti-Rinascimento.
Bandello non ha l’ambizione umanistica di un alto stile prosastico, sull’esempio di Boccaccio. Nelle sue novelle cerca la novità: spirito giornalistico, intende presentarsi come cronista e memorialista, quindi anche lo stile è nuovo, semplice e conversevole. Pietro Aretino. Prosatore interessante, intelligente, colto, poligrafo, uomo per tutte le stagioni, dotato di quella duttilità, adattabilità che è virtù rinascimentale. Ma se esteriormente è cortigiano e virtuoso, in realtà strumentalizza la cultura come mezzo di ricatto. Raccoglie segreti, pettegolezzi riguardo a sovrani, principi e cardinali, minacciandone la pubblicazione. Scopre il potere della stampa come mezzo di ricatto, di terrorismo politico.
La scrittura non è soltanto evasione, passatempo, disimpegno: la usa per servire i potenti, che comprano da lui un elogio per sé e biasimi per i loro avversari. Le Lettere È lui stesso a pubblicarle. Sono lette pubblicamente e molto ammirate. Ariosto gli dà il titolo di flagello dei principi. Aretino se ne vanta e dice che bastano spesso a fare la fortuna o la disgrazia di un uomo. Balzac lo definisce delinquente di penna, il Voltaire del Cinquecento. Da Arezzo, sua città natale, passa a Roma durante il pontificato di Leone X e di Clemente VII, dove diviene celebre per le sue pasquinate – brevi componimenti satirici di contenuto politico, scritti a nome di Pasquino, un torso mutilo a cui vengono appesi, addossato a Palazzo Braschi, di fianco a Piazza Navona. Aretino scrive bene, ma la sua prosa è istintiva, estemporanea, emotiva, irrazionale.