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Letteratura

Dalle origini al secondo dopoguerra.

91 capitoli di letteratura italiana: storia letteraria, autori, opere, poetiche, contesti e analisi dei testi. Con quadro cronologico conclusivo e fonti.

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20. Francesco Guicciardini e la crisi della razionalità rinascimentale

Quadro del capitolo. Guicciardini conserva il rigore dell’analisi razionale ma ne mette in discussione ogni pretesa universalistica. La realtà storica è troppo complessa per essere ricondotta a regole semplici e ripetibili. Il particulare e la discrezione diventano categorie per leggere una civiltà ormai attraversata dalla crisi.

Nuclei fondamentali:

  • vita politica
  • Ricordi
  • Storia d’Italia
  • particulare
  • esperienza e discrezione
  • crisi delle certezze

A livello europeo, Firenze conosce una grande stagione letteraria a partire dal dolce stil novo e si conclude con Guicciardini, l’ultimo intellettuale del Rinascimento. È battezzato nel 1483 e suo padrino è il famoso filosofo Marsilio Ficino. Appartiene a una grande famiglia, esponente del capitalismo monopolistico, grande è il suo matrimonio con Maria Salvati, di antica famiglia nobile, come pure la sua cultura – conosce italiano, latino e greco, a differenza di Machiavelli, bilingue, e appartenente alla piccola nobiltà fiorentina.

È molto ambizioso, ansioso di gloria e, dopo uno sfolgorante inizio nella carriera forense, concretizza una rapida e brillante carriera politica presso i Medici e a Roma, dove diventa consigliere del Papa. Con il Sacco di Roma (1527) si verifica il tracollo: Castiglione è messo a riposo e pure Guicciardini. Nel 1530 ritorna in auge, ma non per lungo tempo. La sua esistenza e tutto il prodigarsi per conseguire onore e utile gli appaiono nella luce amara dell’insuccesso e della vanità. Avverte l’estrema complessità del reale e l’impossibilità per l’uomo di dominarlo pienamente, di imprimervi il suggello della propria razionalità. Sgomento del frequente trionfo dell’ingiustizia nel mondo, si ritira nella sua villa ad Arcetri.

Sfuggita la gloria nell’agire, cerca nella scrittura la dignità, il decoro: se Machiavelli è padre di politica come scienza, Guicciardini è il fondatore della storiografia. La Storia d’Italia È il suo capolavoro, espresso nella prosa più nobile ed aulica. È sintesi della civiltà del Rinascimento, opera di importanza assoluta: analizza e mette in ordine quarant’anni di storia. È scrittore analitico, ampio, correggere è arte di aggiungere non di togliere, come per Machiavelli. Se il Principe è opera di fama universale, anche se per molto tempo non ha successo perché risulta scandalistico, Ariosto è apprezzato subito da tanti lettori, la Storia è per specialisti, quindi il suo successo, sia pure immediato, è ridotto, è tra gli esperti, ma non per questo meno grande.

La storiografia è sentita come prosa d’arte, maestra di vita, opus oratorium, quindi attraverso le parole fa emergere l’animo. È animato dall’ambizione, vuole lasciare la sua traccia nella storia: è elemento rinascimentale ma lui lo vive con ansia, in modo esasperato. Quando fallisce nella vita pratica, si rifugia nella cultura, nella letteratura, che è analisi del perché l’azione si è esaurita. Nasce così la tristezza, la malinconia esistenziale, lo scetticismo, che non sono elementi rinascimentali, ma segni di crisi.

Machiavelli crede che si possa uscire dalla crisi fondando uno Stato forte, fatto dal popolo, da borghesia e classi medio-basse. Guicciardini, invece, legato alla classe capitalistica, al mito dell’Italia florida e dello Stato ideale di Firenze, dominato dai Medici, si rende conto che è un regime aristocratico, frutto di una visione individualistica, particolaristica, quindi segno di una crisi che lo lascia nello scetticismo. Guicciardini è senza alcun dubbio grandissimo intellettuale, scrittore prodigioso, la cui attendibilità storica è indiscussa. La critica è invece divisa sull’ideologia.

De Sanctis, mentre esalta Machiavelli, scrive un saggio L’uomo del Guicciardini, da cui emerge la concezione di uomo come sintesi di tutti i vizi dell’individuo rinascimentale. Se Machiavelli combatte quando scrive, non è disperato, Guicciardini invece è rassegnato, scettico e i suoi Ricordi sono la corruzione italiana innalzata a regola di vita, a sistema. È corrotto perché fa del proprio particulare, del proprio interesse, il suo Dio; sacrifica tutti gli ideali, morali, religiosi, per far carriera, per il suo utile.

Questo giudizio è scorretto, è travisante: Guicciardini non è teorico dell’utile. Basti considerare i Ricordi L’inizio è emblematico: in intimità, sincero, dichiara di aver desiderato, come tutti gli uomini, gloria, onore e utile. Molte volte ha conseguito più di quanto sperato, ma non ha mai trovato ciò che pensava. È profondamente deluso, la cupidigia dei trionfi è vana, perché si vede soltanto l’apparenza esterna, la luce del successo, non i sacrifici che è costato. Resta soltanto il tormento di chi si preclude la gioia della speranza e una serena fiducia nella vita. Si rivela, quindi, lo psicologo dell’azione.

Flora smonta l’immagine immorale, corrotta, che ne fa De Sanctis. Guicciardini ha tre ideali: buon governo, Italia libera, umanità non coartata dai dogmi religiosi. Cita il pensiero no. 11, in cui Guicciardini con dispiacere si chiede come l’ambizione, la cupidigia di denaro, il desiderio sfrenato di lusso, vizi in sé odiosi, possano convivere in chi professa di aver dedicato a Dio la propria vita. Eppure, lui ha dovuto amare più pontefici per il suo particulare, che non è calcolo di gretto tornaconto, ma necessità determinata dalla situazione storica in cui si è trovato a vivere.

Emerge, quindi, un uomo condizionato: inaugura la frustrazione, la passività, l’angoscia, il dubbio, l’incertezza che domina tutto il manierismo. È l’uomo problematico, moderno, che cerca i valori e non li trova. È coscienza e rispecchiamento della sua epoca, nella sua opera mostra consapevolezza della crisi storica del Rinascimento: non ha fede nella politica come scienza, nel sereno equilibrio dell’uomo, forza di Machiavelli e di Ariosto; Guicciardini esprime il dubbio, una visione del mondo umano dominato dall’insicurezza e dal caso.

I Ricordi sono un capolavoro in questo genere di letteratura italiana. Sono scritti, non per essere pubblicati, nel periodo della carriera politica, ma poi li riscrive e corregge, li lima, come se fossero da pubblicare, dà loro una forma chiara, pulita, comunicativa: sono consigli per la famiglia, di vita politica vissuta ad alto livello, svalutandone il senso salvifico. Guicciardini è erede di Machiavelli: lo critica, lo ridimensiona, ma è intellettuale che prosegue il machiavellismo, inteso come realismo, analisi della realtà come metodo empirico.

La concezione dell’uomo, però, è diversa. Machiavelli, uomo del Rinascimento, come Ariosto, valorizza la vita di relazione, vive da uomo sociale, per lui l’azione si esplica nella virtù politica, che serve a fondare lo Stato. Crede in un domani politico, nella cultura sociale, poiché gli uomini sostanzialmente sono uguali nel corso della storia e l’esemplarità degli antichi è propedeutica al presente. Guicciardini è uomo solo, saggio individualista e non crede negli altri. Per lui l’uomo è sé stesso, irripetibile: non si può, quindi, fare scienza dell’umanità, ma scienza del particulare; mettersi in mostra ed essere come gli altri è lo stile, l’atteggiamento del parvenu, del borghese. La vita è distinzione, non discrezione, cioè esasperazione della virtù di Machiavelli, capacità di discernere le varie situazioni con adattabilità, sconfiggere anche la fortuna.

Guicciardini enfatizza il concetto di fortuna: il largo margine di imprevedibilità degli eventi e il senso della precarietà del nostro vivere lo portano alla dolente saggezza dell’uomo che non sa più illudersi, passivo, vittima degli eventi, della fortuna, per cui lo studio passato è inefficace per superare la propria fragilità. Alla tensione eroica di Machiavelli si contrappone la solitudine, l’irrequietudine, la malinconia dell’individualismo dell’uomo manierista, incapace di credere in una vita di relazione. Guicciardini sancisce la fine del Rinascimento, ma non abdica alla ragione, se ne serve per capire perché essa non sia più sufficiente per la vita manierista, che è irrazionalista.

È l’ultimo degli Umanisti e il primo dei Manieristi. Scopre che la realtà sia dell’uomo che della natura ha carattere casuale, non causale. Mentre Machiavelli ricerca le regole, le leggi, Guicciardini scopre il relativismo totale. È una rivoluzione gnoseologica di pensiero: fine dell’antropocentrismo e del geocentrismo, l’uomo non è più al centro dell’universo e vengono distrutte le basi scientifiche del Rinascimento. Il mondo è come ognuno lo vede: in luogo delle illusorie certezze statiche che legano passato e presente e anticipano il futuro, nasce un modo dinamico di intendere la realtà, dominata dall’imprevedibilità.

Machiavelli è appassionato, l’anacoluto è segno di affezione. Guicciardini è freddo intellettuale, usa l’intelligenza per analizzare il passato, ma è convinto che l’uomo non possa incidere sulla realtà. Non usa il superlativo come adesione psicologica; molto raramente si identifica con il giudizio; il suo compito di storiografo è tramandare la storia in modo distaccato. Lo stile riflette la sfiducia, lo scetticismo: tende a costruire una scrittura chiara, con frasi staccate, avulse dal pathos di Machiavelli; è una prosa classica, latineggiante, bembesca, canonica del Cinquecento; chiede perdono quando teme di non essere stato abbastanza chiaro.

Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.

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