3. Il volgare e la letteratura religiosa
Quadro del capitolo. La nascita della letteratura italiana è legata alla progressiva autonomia del volgare rispetto al latino. La letteratura religiosa è decisiva perché mette la parola scritta e poetica in rapporto con un pubblico più ampio. Francesco d’Assisi trasforma la lode religiosa in una forma poetica capace di dare dignità letteraria al volgare.
Nuclei fondamentali:
- prime testimonianze del volgare
- Bonvesin de la Riva e Gioacchino da Fiore
- Francesco d’Assisi
- Cantico delle creature
- religiosità e nuova comunicazione
Nel Nord Italia, l’eresia patarina è diffusa: molti sono massacrati o arsi al rogo. È proprio in questi ambienti eretici a nascere la letteratura italiana in volgare, nel 1200-1250. I mittenti sono i poveri, gli analfabeti, quindi al posto del latino si usa il volgare. Anche le prediche in piazza sono in dialetto. Sono scrittori di poesie religiose, che non ricercano il bello, i valori estetici, ma mirano ad ammaestrare il popolo. È una letteratura senza storia, rimossa e dimenticata sino al secolo scorso. Le ragioni sono ideologiche, poiché sono opere in odore di eresia, quindi contrastate dalla Chiesa, e al codice latino si sostituiscono i dialetti regionali. Denunciano però un grande dibattito culturale al Nord, costituiscono un fatto culturale.
Il maggiore rappresentante è Bonvesin de la Riva. Appartiene alla congregazione dei frati Umiliati, legati al movimento pauperistico della Pataria, che invitano all’umiltà, alla povertà. È uno dei monaci per il popolo e il suo messaggio religioso o moralistico vuole essere educativo. Comprende le esigenze di libertà di un popolo lavoratore, ignorante ma onesto, forte, e mira ad ammaestrarlo, a renderlo migliore. Bonvesin è anche espressione della disgregazione del mondo dell’Alto Medioevo: non è votato soltanto alla teologia ma anche alla propaganda borghese. Da uomo colto, scrive anche opere in latino, tra cui De Magnalibus Mediolani, un’esaltazione della sua città: questo perché vuole che sia conosciuta nel mondo.
Il De quinquaginta curialitatibus ad mensam è un esempio di cultura che si laicizza: mette in versi regole di comportamento a tavola, è un piccolo galateo, al fine di soddisfare esigenze sociali, di vita comunitaria. È il nuovo intellettuale del tardo medioevo, aperto a nuove esperienze. Muore nel 1313, quando già sono nati Dante, Petrarca, Jacopone da Todi, Marco Polo. Scrive anche il Libro delle tre scritture: scrittura negra, dove descrive le pene dell’inferno; scrittura rossa, che racconta la Passione di Cristo e il dolore della Vergine; scrittura aurea, che esalta i gaudi del Paradiso.
La rappresentazione dell’Inferno è molto concreta, rozza – diavolo con forcone e coda. Anche il Paradiso è tangibile, come può essere compreso dal popolo. Non esiste il Purgatorio e questo fa supporre che avesse dei dubbi in merito: preferisce non parlarne, forse è un po’ eretico, dal momento che gli eretici rifiutano l’esistenza del Purgatorio. L’Inferno è per l’anima in peccato mortale; il Paradiso per l’anima senza colpa. I Padri della Chiesa credono nelle realtà rivelate – Inferno e Paradiso. Si diffondono, però, delle leggende relative a monaci (San Patrizio) che testimoniano l’esistenza del Purgatorio. Il concetto può essere accettato da un punto di vista razionale. Normalmente si pecca e ci si pente: l’anima si salva, ma è ancora indegna perché ha commesso la colpa, quindi necessita del Purgatorio per purificarsi dalla disposizione psicologica al peccato. Poiché ciò che si fa sulla terra è valido in eterno, c’è continuità tra vita e morte, l’umanità è un corpo unico, allora chi è vivo intercede per chi è morto e viceversa. Quando la Chiesa offre l’indulgenza per accelerare il processo di purificazione, l’argomento diventa scottante. Gli strali, le invettive si moltiplicano da parte degli eretici. Ritengono che il Purgatorio sia un’invenzione di classe, della Chiesa per salvare i borghesi. Loro sono ricchi, quindi possono pagare, ma collegare il denaro alla salvezza spirituale è atroce, l’indulgenza è degradante.
Il fine del poeta resta didascalico, fa riferimento alla religiosità da predicatore, non da teologo: è rivolto al popolo, dà insegnamenti per salvare, è ars ancilla. Il modo, però, in cui si realizza il discorso rivela l’influenza della cultura mondana, laica. Parla infatti della Madonna – centralità della donna come mezzo per la salvezza, oltre a Dio. Al di là del dibattito ereticale, esistono eresie particolari, millenaristiche: predicano, auspicano la fine del mondo. Mentre nel Nord Italia nasce la cultura rivoluzionaria per le tensioni sociali contro la nuova società borghese, al centro si verificano rivolte contro il presente, la nuova povertà: invece di ipotizzare una nuova società, pensano alla fine del mondo, perché Dio è stanco degli uomini.
Arrivano i predicatori e decine di migliaia di persone li seguono, pronte a martoriarsi per salvarsi. È un mondo che sta finendo, sarà seguito dall’Umanesimo, dal Rinascimento, ma loro non hanno strumenti per vedere oltre. Le masse di poveri vedono nella fine del mondo la soluzione della loro vita che è diventata invivibile. Gioacchino da Fiore, asceta, monaco poi rifiutato e condannato come eretico, interpreta l’Apocalisse di San Giovanni e vede segni di fine. La parola, il sacrificio di Cristo, prova di sommo amore non sono stati capiti, la prevaricazione ha preso il sopravvento sulla bontà. I tempi, quindi, sono maturi per la fine. La profezia si estingue nel nulla. In centro Italia sorge la borghesia, si formano i comuni, si accendono i cambiamenti.