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Letteratura

Dalle origini al secondo dopoguerra.

91 capitoli di letteratura italiana: storia letteraria, autori, opere, poetiche, contesti e analisi dei testi. Con quadro cronologico conclusivo e fonti.

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87. Cesare Pavese: mito, solitudine e La luna e i falò

La vicenda umana e letteraria di Pavese appare un’espressione tragicamente sofferta del dramma della cultura e della coscienza europea sullo sfondo della seconda guerra mondiale. Oscilla continuamente tra la seduzione del nulla e la ricerca ansiosa di un nuovo umanesimo, fondato sull’esigenza di una comunicazione costruttiva con gli uomini, allo scopo di approfondire l’angoscia e la solitudine dell’io e impegnarsi nella creazione di una società nuova e di una più autentica civiltà. Come Vittorini, accoglie la lezione del realismo americano e si ispira alla realtà, ma tende sempre a ridurre fatti e vicende ad alcune immagini esemplari – i miti. Scavare i miti significa sondare la propria interiorità, allo scopo di conoscersi, di ritrovare la ragione delle cose e del proprio vivere.

Il mito, per Pavese, è l’elemento primordiale della coscienza, la rivelazione della realtà insondabile che ci giunge nel tempo dell’infanzia e dell’adolescenza, quando l’io era fuso in una comunione inconsapevole e totale con la vitalità dell’universo. Esistere nel tempo, nella storia, invece, significa dolore, solitudine, incomunicabilità con gli altri – il vero problema della vita. D’altra parte anche ritrovare la propria purezza originaria, la propria solitudine è un morire, perché dietro i miti-rivelazione dell’infanzia c’è qualcosa d’incomprensibile, il nulla.

La luna e i falò È il suo capolavoro. Anguilla, il protagonista, è un trovatello cresciuto sulle colline delle Langhe, nel mondo contadino. Aspira a far fortuna e la trova in America. La nostalgia del paese, però, è troppo intensa: come altri personaggi di Pavese è uno che ritorna. Ma il pellegrinaggio ai mitici luoghi dell’infanzia si risolve nella constatazione di ciò che è ormai perduto per sempre. Anguilla nella sua solitudine americana si è portato nell’anima il ricordo dei falò rituali, a cui i contadini nelle Langhe ricorrono per “svegliare la terra”. Ora a quei falò se ne sovrappongono altri: quello con cui i partigiani hanno bruciato una delle figlie del sor Matteo. Nemmeno i miti dell’infanzia possono più offrire l’ancora di salvezza.

Anguilla-Pavese, fatalmente frustrato dalla realtà, giunge alla lucida e dolorosa constatazione che il vivere è angoscia, solitudine, e il nulla sta dietro ogni irrazionalismo. Pavese lascia, comunque, una grande lezione. Vive nella continua ricerca di assoluto e di colloquio con gli altri e indica che l’unico valore della vita è la poesia, intesa come consapevolezza profonda dell’essere: non all’artista ma a tutti gli uomini spetta il compito di creare nuovi e più autentici rapporti umani e sociali e di stabilire un dialogo fraterno, al di là del selvaggio orrore dell’odio e della guerra.

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