10. I poeti comico-realistici
Quadro del capitolo. Accanto alla lirica alta si sviluppa una linea comica e realistica che rovescia i valori cortesi e stilnovistici. Nello stesso secolo la prosa volgare conquista autonomia con cronache, racconti e testi di viaggio. Il Duecento mostra così fin dall’inizio la pluralità di registri e pubblici della letteratura italiana.
Nuclei fondamentali:
- Cecco Angiolieri
- Folgòre da San Gimignano
- realismo e parodia
- Marco Polo e Il Milione
- Il Novellino
- nascita della prosa italiana
Ogni civiltà si pone come tesi sul mondo, progetto sulla realtà, è una proposta dell’uomo alla storia. Ma ogni tesi presuppone un’antitesi. La borghesia fa propri i valori antitetici al Medioevo: possesso individuale, ascesa in base alle capacità della persona. È la civiltà dell’avere in contrapposizione alla civiltà dell’essere. Quando i valori entrano in crisi, esplode la cultura antinomica che percorre l’Alto e il Basso Medioevo. Questa cultura, però, si contrappone senza ideali alternativi, è soltanto negazione, corrosione. Rispecchia la visione laica, blasfema, anarchica della tradizione goliardica universitaria, dei canti giullareschi, del discorso di denuncia contro una realtà che è impossibile cambiare e non lascia spazio se non allo sfogo nella risata.
Contemporaneamente allo stil novo si afferma la corrente, di difficile catalogazione secondo i critici, dei poeti comico-realistici. Comico, perché questa poesia è scritta in stile comico, cioè umile, irriverente, in opposizione allo stile tragico, elevato. Realistici, perché all’idealismo cortese e stilnovistico contrappongono il realismo, la concretezza del quotidiano, di un ambiente grossolano e plebeo, senza mai trascendere la materialità. La produzione di questi autori, che non sono rozzi o incolti, è interessante sul piano storicoculturale, poiché riflette aspetti del costume e della vita comune. Si presentano come persone moralmente e socialmente disadattate: seguono le regole della tradizione goliardica e giullaresca, ma indicano un’insofferenza nei confronti delle idealità cortesi e stilnovistiche.
Emerge la crisi dei valori, nell’esigenza confusa di una cultura più vicina alla realtà. È la nuova civiltà borghese a presentarsi libera dalle gerarchie, ma inevitabilmente pone nuovi vincoli: il grande ideale, la nuova legge è il denaro. Cecco Angiolieri Tre cose solamente mi so ’n grado, le quali posso non ben men fornire: ciò è la donna, la taverna e ’l dado; queste mi fanno ’l cuor lieto sentire. Ma sì me le conven usar di rado, ché la mie borsa mi mett’al mentire; e quando mi sovvien, tutto mi sbrado, ch’i’ perdo per moneta ’l mie disire.
E dico: – Dato li sia d’una lancia! – Ciò a mi’ padre, che mi tien sì magro, che tornare’ senza logro di Francia.
Trarl’un denai’ di man serìa più agro, la man di pasqua che si dà la mancia, che far pigliar la gru ad un bozzagro. In questo sonetto il poeta afferma in modo netto quale sarebbe la sua felicità: donne, taverne, giuoco. Ma, purtroppo, sono cose che costano denaro. E il padre è così avaro che meriterebbe un buon colpo di lancia. Dal bel sogno passa così all’amara realtà e chiude con la maledizione rivolta al padre. In realtà Cecco è un ricco borghese, un ottimo letterato, che finge e fa delle sue passioni il pretesto dei suoi giuochi poetici. Si avverte l’esagerazione compiaciuta, il gusto di sbalordire un pubblico consenziente per rendere più allegra e corale la risata che l’accoglierà.
Non manca, però, la denuncia, il disagio: la civiltà borghese libera, ma schiavizza anche, perché chi non ha denaro è una nullità. Cecco usa un linguaggio ricco di modi di dire proverbiali, di cadenze popolaresche, che meglio si presta alla battuta scherzosa e alla parodia, mescolando alla costruzione letterariamente sapiente la parola dialettale incisiva e pittoresca. Non tutti i poeti comico-realistici tendono alla satira. Folgòre da San Gimignano Sempre in zona senese Folgòre = splendore – è un borghese che si diletta a scrivere: i suoi destinatari non sono colti, intellettuali come gli stilnovisti, non sono gli amici del bar come per Cecco; sono amici legati alla politica e alla vita mondana.
Scrive due raccolte di sonetti, rivolgendosi a una brigata nobile e cortese: una, detta dei mesi, in cui augura cacce, feste per ogni mese; l’altra, detta delle settimane, dove consiglia gioie, cortesie amorose. Di maggio sì vi do molti cavagli e tutti quanti siano affrenatori, portanti tutti, dritti corritori; pettorali, testere de sonagli, bandère con coverte a molti 'ntagli di zendadi e di tutti li colori; le targhe a modo degli armeggiatori; viuole, rose, fior, ch'ogn'om abbagli; e rompere e fiaccar bigordi e lance, e piover da finestre e da balconi en giù ghirlande, e 'n su melerance; e pulzellette gioveni e garzoni baciarsi ne la bocca e ne le guance: d'amor e di goder vi si ragioni.
Il poeta, come maestro di cerimonie, dona i suoi sogni di una vita bella, da vivere allegramente insieme, uomini e donne: la festa del torneo, della giostra, con l’addobbo di stendardi, la dovizia di fiori che abbaglia, il bacio sulla bocca e sulle guance, il conversare di amore e di cose gentili. Quando la luna e la stella dïana e la notte si parte e ’l giorno appare, vento leggero, per polire l’are e far la gente stare allegra e sana; il lunedí, per capo di semana, con istormenti mattinata fare, ed amorose donzelle cantare, e ’l sol ferire per la meridiana.
Lèvati sú, donzello, e non dormire, ché l’amoroso giorno ti conforta e vuol che vadi tua donna a servire. Palafreni e destrier sieno alla porta, donzelli e servitor con bel vestire: e poi far ciò ch’Amor comanda e porta. È il sonetto del lunedì. In un paesaggio mattutino, fra la luce e il sogno, si avverte un senso di vita fresca, gioiosa, che è il fascino dei migliori sonetti di Folgòre. Poi il poeta esorta il donzello a levarsi e dedicarsi al servigio d’amore, cioè a corteggiare la donna secondo il costume cortese. Il ritmo agile e svelto suscita un’immagine di giovinezza baldanzosa: è l’intuizione lirica tra il consueto accompagnamento di visioni eleganti.
La realtà rappresentata da Folgòre è ben diversa da quella di Cecco, plebea, volgare. È uno stile di vita aristocratico, dove si consigliano eleganza, dolcezza, raffinatezza, feste d’armi e d’amore, senza problemi di denaro. Mittente, referente, destinatario riguardano un mondo di alto livello. Parla di realtà ma tende a sfumarla, ad alleggerirla: per questo usa molto il verbo all’infinito, che fra tutti i modi è il meno concreto, specifico. È un clima fantastico, di sogno, quello a cui tende. L’abbondanza di sostantivi dà un senso di opulenza, ricchezza, caos felice; vuole, però, attenuarne, ingentilirne la forza realistica e ricorre all’aggettivo.
Folgòre è il poeta della vita festevole della ricca borghesia comunale, ancora pervasa di un sogno di idealità cavalleresche e cortesi. Esalta le virtù di giocondità, prodezza, liberalità, cortesia, e i modi di una vita tesa a un ideale di buon gusto, di mondana eleganza.