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Letteratura

Dalle origini al secondo dopoguerra.

91 capitoli di letteratura italiana: storia letteraria, autori, opere, poetiche, contesti e analisi dei testi. Con quadro cronologico conclusivo e fonti.

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PARTE II — TRECENTO, UMANESIMO E RINASCIMENTO

13. Francesco Petrarca e la nascita dell’io moderno

Quadro del capitolo. Petrarca segna una frattura decisiva rispetto alla compattezza del mondo dantesco. La ricerca si sposta dall’ordine universale all’interiorità individuale, vissuta come dissidio tra aspirazione religiosa, desiderio terreno e bisogno di gloria. Il Canzoniere costruisce un modello lirico destinato a esercitare un’influenza secolare.

Nuclei fondamentali:

  • vita e figura dell’intellettuale
  • classicismo e filologia
  • dissidio interiore
  • Canzoniere
  • Laura, memoria e tempo
  • Secretum e opere latine

È il primo vero classico della letteratura italiana, appassionato cultore degli antichi scrittori latini: Virgilio, Cicerone, Seneca, Livio. Per molti autori Petrarca è esempio stilistico, concettuale e formale, dà vita ad una scuola di gusto per ispirazione e per versificazione. Insegna a fare una letteratura decorosissima. Il suo atteggiamento è colto e classicistico e il linguaggio è elitario: sceglie la parola secondo il suo gusto musicale e latineggiante – brando, speme, aura. Nutre un vero culto per le lettere, che sente come scopo fondamentale della vita: per lui il poeta è un mito e la sua attività è la più elevata. Ritiratosi nel suo ultimo rifugio, la casa di Arquà, morirà serenamente leggendo Cicerone: il suo è un passaggio dal sapere alla morte.

Nasce ad Arezzo nel 1304 da famiglia fiorentina esiliata da Firenze perché il padre, notaio, è guelfo di parte bianca (come Dante). Si spostano poi ad Avignone, dove il padre trova occupazione presso la corte pontificia, che da Roma si è trasferita là in ossequio al re di Francia. Per volontà paterna, studia legge, la facoltà colta per eccellenza e va a Bologna: non è la sua passione, sarà uno dei tanti avvocati falliti della letteratura italiana. Comunque, si arricchisce di una cultura sterminata, non enciclopedica però, perché la sua tendenza è selettiva: non ama la Scolastica, non ama San Tommaso, il pensiero scientifico, a differenza di Dante.

Dante vive la realtà politica di Firenze mentre Petrarca nasce in esilio e non può sentirsi legato alla piccola patria fiorentina. Petrarca sogna una nazione italiana autonoma, non più parte dell’Impero universale di Dante, ma nobile continuatrice della Roma repubblicana. Dante ha un vigore interiore che non è di Petrarca, insicuro e ambizioso; Dante esprime la sintesi della cultura e della mentalità medioevale, mentre Petrarca anticipa la concezione umanistica della vita che si affermerà nel secolo seguente e preannuncia il dramma dell’uomo moderno, fra lo smarrimento della certezza religiosa e la ricerca della piena giustificazione della propria vicenda terrena.

Petrarca è alla ricerca di un equilibrio spirituale sempre sfuggente: Valchiusa, in Provenza, poi Selvapiana e Arquà in Italia sono le tappe del suo ideale pellegrinaggio. Vive in un dissidio che non riesce a comporre stabilmente: fra gli ideali della vita cristiana e quelli dell’amore sensuale tormentoso e impossibile per Laura, già sposata; il desiderio di onori; la brama di gloria, realizzata dalla corona poetica di alloro di cui è insignito sul Campidoglio a Roma, città da lui preferita a Parigi per ragioni culturali; l’ardore della passione di cui sono frutto anche due figli illegittimi.

Il bisogno di conoscere cose nuove, l’amore vitale per la cultura lo porta a viaggiare in Francia, nelle Fiandre, in Germania, alla scoperta di codici antichi; alla familiarità con potenti prelati, intellettuali, signori, la cui protezione gli garantisce rendite, onori, incarichi di rappresentanza nelle ambascerie. Secondo Hauser, Petrarca gode di altissimo prestigio sociale come intellettuale di fama europea. Non conosce l’esilio e la povertà di Dante. Passa da una corte all’altra riverito e onorato, senza obblighi gravosi, mantenendo una propria indipendenza e una dimora privata dove può studiare e scrivere, e conferendo lustro ai principi per la sua saggezza di uomo di grande cultura.

È ben lontano dall’immagine dello scrittore dell’età comunale, implicato nella vita politica cittadina e portato a rifletterla nella sua opera. Anticipa la figura del letterato dell’età umanisticorinascimentale, considerato come testimone e coscienza dei valori umani più alti senza una reale partecipazione alla vita politica.

La sua fama ha inizio nei circoli umanistici, dove matura l’intenzione di approfondire sistematicamente lo studio degli antichi, che gli appaiono maestri di vita e di stile, da emulare nella loro stessa lingua perfetta, il latino, sia in prosa che in poesia. A parte il Canzoniere e i Trionfi, scritti in volgare, sceglie per la sua produzione il latino dei classici, non quello medioevale della Scolastica e di Dante: Africa, poema epico dedicato alla glorificazione di Scipione l’Africano; De viris illustribus, biografia dei grandi; Epistulae; Secretum; De vita solitaria.

È uno scrittore bilingue e chi vuole vedere nel suo latino una lingua morta, Carlo Calcaterra spiega che è viva perché pensa in latino, è la lingua della sua interiorità, non del vocabolario. Quando sui codici appunta piccole cose a margine, lo fa in latino. Petrarchismo è l’influenza di Petrarca nella letteratura successiva. Petrarca è un intellettuale di fama europea, di grande prestigio. Muore avendo suscitato intertestualità, imitazione, come colui che ha semplificato e organizzato la tradizione poetica in un modello esemplare, imitabile.

Mentre la Divina Commedia è politematica e polistilistica, frutto non di semplificazione ma di assemblaggio della cultura precedente, l’opera di Petrarca è qualcosa di specialistico. Il tema è l’amore; il genere poetico è lirico, espresso nell’eleganza del sonetto; il linguaggio è proprio di un’arte aulica, dove la vita è tradotta in suono. È cultura per nobili, sono pochi a saper capire il sentimento che si fa musica. Petrarca è in linea con la storia: ora si passa dal comune alla signoria, forma neo-feudale; la borghesia diventa sempre più chiusa, aristocratica sino a pretendere, tramite il denaro, il titolo nobiliare. Società e cultura appartengono a pochi.

La Divina Commedia nasce e si giustifica nell’attesa di un rinnovamento con conseguente salvezza per tutti. Ora il Papato è ad Avignone; i comuni si stanno corrodendo in lotte intestine, con il passaggio alle Signorie, corpi individuali; crisi economiche e irrimediabile processo verso l’individualismo. A Petrarca, quindi, ciò che interessa è l’uomo con la sua interiorità. Lirismo, cultura dell’ego: in lui si sintetizza la crisi, la decadenza della civiltà medioevale. Con l’Umanesimo e il Rinascimento, l’imitazione di Petrarca è scontata. Bembo loda la sua “volgar lingua”: elegante, ricca di indicazioni grammaticali e sintattiche, tra cui l’uso del congiuntivo, quindi imitabile.

Nel Cinquecento i Petrarchisti sono ottimi imitatori. Molte donne possono poetare, tra cui Vittoria Colonna, Gaspara Stampa: basta saper assimilare i canzonieri petrarcheschi più belli. Si concepisce poesia come imitazione di modelli. Quando, nel Seicento, l’arte è originalità, anche Petrarca, come modello, entra in crisi. Non si mette in discussione la grandezza dell’artista, bensì l’opportunità di imitarlo. È Torquato Tasso il poeta congeniale al Seicento ed è lui a rinnovare Petrarca, ampliando il linguaggio con nuove parole ed espressioni.

Quando entra in crisi il barocco, con il suo caos e la sua creatività, si ritorna all’ordine, all’armonia, all’equilibrio, ad un razionalismo illuministico, a Petrarca. Il Romanticismo lo rivaluta, non come modello tecnico, ma come spirito di poesia. La poesia non è intesa come sfogo di sentimento – sarebbe diario, non comunicazione: perché la nostra vita diventi universale non deve cantare la passione, ma la memoria della passione. Poesia è il canto che serve a disacerbare il dolore, è passione redenta dalla memoria: questo è l’eterno messaggio, che Foscolo dice essere lasciato da Petrarca – non come modello, dunque, ma come attitudine psicologica.

Con la critica scientifica, metodologica, De Sanctis ridimensiona Petrarca: grandissimo artista tecnico, ma non poeta. Senza dubbio, lui sostiene, è superato da Dante, giacché la poesia è tanto più grande quanto più è impegnata e complessa psicologicamente. Petrarca, però, mantiene un dominio incontrastato anche attraverso le revisioni realizzate da Tasso, Leopardi, Carducci, Ungaretti. Mentre Dante nella Divina Commedia rispecchia i valori del Medioevo, nel Canzoniere, come in nessun’altra opera europea, c’è la risposta epocale alla crisi del Medioevo, con la nascita dell’Umanesimo.

Si sta sostituendo Dio con l’uomo, dalla verticalità si passa all’orizzontalità: l’io diventa metafora di crisi epocale. Se il poeta, come sostiene Lucas, è colui che legge l’oggi in prospettiva del domani, in Petrarca è presente la crisi spirituale che precorre l’Umanesimo. Petrarca e i suoi tempi. Socialmente il Trecento è il trionfo della società borghese, dell’etica borghese, di Marco Polo. L’Italia è la più evoluta e ricca d’Europa: in realtà ci sono i segnali di una lenta recessione. Molte banche falliscono, tra cui quella dei Bardi, ricca famiglia fiorentina. Mentre il Duecento è contrassegnato dal coraggio, nel Trecento si diffonde la paura, il denaro è in pericolo. Nel Quattrocento il borghese non investe più in nuovi traffici, ma in beni immobili: la terra è più sicura.

Umanesimo. È una rivoluzione della società, dove si dà dignità sociale alla professione dell’intellettuale, che riscopre il valore dei poeti antichi. È ancora una tendenza, ma l’antropocentrismo sta per sostituirsi al teocentrismo: c’è ancora il senso religioso, ma Dio non giustifica tutto. Petrarca scrive numerosissime lettere: non sono uno sfogo, un momento di abbandono; il controllo stilistico è basilare per nobilitare culturalmente la vicenda, per valorizzare la propria individualità, la sua grande cultura. Ne è chiara esemplificazione l’Ascensione al Monte Ventoso, presso Valchiusa, in Provenza: cita monti mitici della regione greca; Livio, che racconta come Annibale passò le Alpi con il suo esercito; costante l’amore del poeta per la patria bella e ricca di memorie di un passato glorioso. Non è romanticismo, ma memoria di passione filtrata dalla cultura, anche se talvolta appesantisce. L’interesse precipuo dell’Umanesimo è lo studio dell’uomo, in viaggio. Dante, nel suo pellegrinaggio è alla ricerca di Dio; Petrarca va per conoscere sé stesso. Se San Tommaso, ai vertici della Scolastica, la filosofia medioevale, vuole risolvere tutti i problemi, Sant’Agostino sostiene che non c’è scienza se non è scienza dell’uomo: si deve indagare sull’animo dell’uomo non centro dell’universo ma centro di cultura e storia. Ed è proprio Sant’Agostino ad illuminare Petrarca, per superare le barriere della sua ammirazione esclusiva per l’antichità e realizzare il desiderio di conciliare la cultura classica con la cristiana.

Mentre Dante ha una visione unitaria di salvezza ecclesiale, Petrarca nel De vita solitaria giunge ad una religiosità nuova, più moderna, che coltiva lo spirito ed educa alla formazione dell’io. Nella solitudine, concepita come un aristocratico appartarsi dal mondo per meditare e studiare, trova un punto di incontro tra la saggezza pagana e la spiritualità cristiana. Italia mia, benché il parlar sia indarno. La canzone rivela il suo impegno di intellettuale in politica. Per Dante il mito politico è l’impero, per Petrarca è la pace, perché soltanto in essa l’uomo può coltivare sé stesso. La pace, quindi, è il valore politico, ma umano, individuale. Ha una visione moderna, acuta: non si rivolge né al Papa, né all’imperatore, ma ai Signori d’Italia.

È un messaggio conativo, riscaldato da un affetto sincero. Li esorta a cessare le lotte fratricide che straziano la patria, per condurre le quali assoldano barbare milizie bavaresi che, oltre ad essere infide, devastano irreparabilmente l’Italia. Invoca la nobile stirpe latina a non farsi idolo di una vuota fama cui non corrisponde sostanza alcuna, a non credere al valore di questi barbari, che non ne hanno affatto. I principi sentano forte il dovere di difendere i loro popoli, che otterranno una rapida e certa vittoria, se stimolati a mettere in atto quell’antico valore latino che vive nei loro cuori.

L’Italia è, per Petrarca, la nazione regina, proprio perché figlia ed erede di Roma, continuatrice della sua civiltà. Petrarca parla di sé stesso, è l’unico protagonista della sua poesia, gli altri sono sue proiezioni. Lirismo, espressione del proprio sentimento, che, però, assurge a livello metafisico, a voce dell’umanità tramite la cultura, perché canta lo spirito e in quanto tale è di tutti. Petrarca, dunque, canta l’io, ma generalmente riesce a superarlo e canta la tragedia epocale. Dà inizio al lirismo moderno e scopre l’io dissociato. Il suo è un individualismo fiero: senso di autonomia a livello politico; senso di libertà, da godere in solitudine; sfrenato amore per la gloria, per il successo; a contrapporsi, la percezione che tutto è effimero, inutile, la vita mondana è caducità, illusione.

Dall’autoanalisi del dissidio emerge la poesia del dubbio che cerca di chiarificare, anche senza giungere alla Verità. Nel Secretum, Petrarca immagina di avere tre giornate di colloquio con Sant’Agostino, alla presenza di una fulgida figura di donna, la Verità. Emerge l’incapacità del poeta a rassegnarsi a sentire caduchi e inconsistenti l’amore, la bellezza, la gloria, la poesia proprio perché esprimono la nostra umanità più generosa. Li sente, sì, insidiati dal tempo e dalla morte, ma li ama come espressione di vita eletta. Sente nel suo cuore qualcosa di inappagato e soffre di un grande morbo spirituale – l’accidia. È noia, mancanza di volontà, di forza per perseguire gli ideali – veggio il bene e al peggior m’appiglio. Nasce dal sentimento della precarietà di tutti i valori umani, eppure ha in sé una sorta di amara dolcezza, che rende incapaci ad elevarsi ad una decisa scelta del bene. Il travagliato dibattito spirituale non si conclude per Petrarca con una chiara conciliazione tra umano e divino, bensì con l’accertamento della complessità dell’animo umano e della sua problematicità. Sant’Agostino gli ha insegnato che la verità è nell’intimo della coscienza e Petrarca ricerca, attraverso un continuo e difficile dialogo con sé stesso, la luce che sappia illuminare la sua vita, nella creazione, spesso ardua, sempre incompiuta, di valori più alti. Petrarca è, dunque, il fondatore della poesia moderna, capace, come estetica e poetica, di giungere al Novecento, ad Ungaretti.

Laura e Dio. Gli stilnovisti tendono a risolvere il dissidio tra amore terreno e amore divino riconducendo la donna a Dio, a livello ottativo come per Cavalcanti oppure ontologico come per Dante. Per Petrarca questo non è possibile: la caducità è la categoria della storia, dell’esistere, dove tutto è effimero, nell’ineluttabile cammino verso la morte. Laura vive nel tempo e, quando Laura muore, anche il mito dell’amore muore, ulteriore insegnamento che tutto è caduco. Resta, però, l’amore per la vita, l’istinto alla stabilità, a cercare qualcosa che blocchi il tempo, a trovare l’eterno nel tempo, l’infinito nel finito. L’amore per Laura è simbolo di transeunte, ma per raggiungere Dio bisogna trascendere il terreno: Petrarca non sa più farlo, quindi è impossibile la sintesi Laura-Dio. Trova però una soluzione al dissidio.

Se il Medioevo da terra si eleva al cielo, l’Umanesimo fa scendere Dio dal cielo sulla terra. Dio è la contraddizione della caducità e a Lui si deve l’intelligenza dell’uomo. La poesia, frutto di questo dono divino, non nega il caduco ma vi appone il sigillo dell’eterno. L’arte è dunque l’unico strumento a disposizione dell’uomo per dare stabilità alla caducità. Il dolore fa parte della vita, ed esiste per essere redento dall’arte. Se l’amore di Laura non può ascendere a Dio, nella misura in cui diventa poesia assolutizza Dio con una giustificazione che non è più etica, teologica, ma estetica. L’arte è l’unica attività umana che sacralizza la vita, può divinizzare l’umano: supremo modo per essere uomini è fare arte, inseguire la bellezza, che è virtù.

Vasari racconta che Tiziano sta dipingendo Carlo V, sul cui impero non tramonta mai il sole. Gli cade il pennello e l’imperatore lo raccoglie – gesto significativo. I Trionfi È l’unica opera in volgare, oltre al Canzoniere. È una visione simbolica del Poeta, scritta in terzine. Accanto all’influsso dantesco e di altri poemi allegorico-didascalici del Medioevo è evidente quello degli scrittori latini antichi, nelle cui opere Petrarca ritrova una saggezza esemplare, unita a un’arte eletta, superiore, a suo avviso, al volgare troppo comune e popolaresco che lui sente come difetto nella Divina Commedia.

È suddivisa in sei parti concatenate, tra cui significativo, in particolare, è il Trionfo della Morte. Laura riposa sul suo letto di morte, fra una schiera di donne gentili, che la piangono, poi ne esaltano la santa dipartita. Il demonio non osa tentarla e lei si spegne serenamente, senza strazio, simile a un lume cui manca alimento e si smorza lentamente, senza scosse. La nuova ed eterea bellezza di Laura fa apparire la sua morte come una trasfigurazione, uno schiudersi ad un mondo di luce, di purezza e di pace. La morte, manifestazione dolorosa della caducità, perde concretezza e diviene sublime nel canto del poeta. È la sublimazione della sua passione: come dice Foscolo, per Petrarca l’arte è calore di fiamma lontana.

Canzoniere Rerum vulgarium fragmenta: così Petrarca intitola la raccolta delle sue rime in volgare, ma anche Rime sparse o Canzoniere. Rivela la volontà del poeta di dare una traccia forte del proprio amore per Laura, in vita e in morte. Scritte in vari tempi, ad un certo momento vuole comporle in un complesso organico, ma in realtà non è importante: comunque siano messe hanno senso. L’unità profonda dell’opera è nel continuo fluttuare dell’anima del Poeta tra illusione e delusione, sogno e consapevolezza, nell’ansiosa ricerca della luce che giustifichi la vita: è espressione di uno spirito complesso, moderno.

Il Canzoniere è un’opera aperta, ove ogni sonetto è realizzazione assoluta, senza legami con il precedente o il seguente. Dal punto di vista stilistico, Petrarca dà i canoni tecnici del sonetto, con nuovo sistema di rime e pause: lo rende classico e sarà modello nei secoli a venire. Come alto ingegnere della parola, Petrarca vuole le rime congruenti, che non siano unite soltanto dal suono (significante) ma anche a livello concettuale (significato): il poeta è creatore di fantasia, che deve essere controllata dalla ragione.

Ama la musica classica, con regole precise, non il jazz: ama le costruzioni ciceroniane; abbina la dolcezza dei suoni alla complessità sintattica, parole dolci in una controllatissima struttura classica. Sonetto I - Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono Il rapporto io-voi denota il suo distacco dalla massa: è l’intellettuale che si rivolge a chi può capirlo, perciò rende nitida e lucida la sua confessione interiore. Petrarca preannuncia la propria vicenda umana rappresentata nel Canzoniere: un alterno fluttuare di speranza e disinganno, un perdersi dell’anima dietro le false seduzioni del mondo, un errare che produce vergogna. È l’uomo senza reductio, più libero ma più inquieto, perché ha perso il senso di Dio-Verità assoluta e il Dio interiore si traduce in coscienza, rimorso, dissidio.

Sonetto XXXV – Solo e pensoso i più deserti campi Il poeta cerca la solitudine: è l’intellettuale incompreso dalla gente, perché è l’uomo-umanista in un mondo antico, che sta finendo. Evita il contatto con gli altri e cerca il dialogo con la natura, cui confida i suoi sentimenti, vagando fra i luoghi più deserti – riflesso dell’intima desolazione. Immerso in una meditazione che lo assorbe totalmente, cerca soltanto in sé stesso la consolazione delle proprie pene. Fugge ogni vestigio umano, perché non vuole che la gente si accorga della sua sofferenza d’amore.

Amore, però, vaga sempre con il Poeta, ragiona con lui “.,et io col lui”. La virgola in quella posizione assurda ha un significato importante: indica una pausa, un silenzio, a significare la consapevolezza che il suo tormento non ha fine, ma è capace di distruggere la solitudine, di riempire la vita. Sonetto LVII – Padre del ciel, dopo i perduti giorni È la preghiera che il Poeta rivolge a Dio affinché lo liberi dalla fiera passione con il lume della Sua grazia. Denuncia la sua accidia, l’incapacità di superare il sentimento, e lo fa in termini chiari, senza sbavature. È la nuova religiosità: Dio non è più universalistico, è ridimensionato a livello psicologico, è dentro il poeta e Lo prega, nello smarrimento per le proprie colpe La chiarezza d’introspezione, caratteristica della lirica petrarchesca, diventa confessione sincera del proprio peccato.

Petrarca indica la data in cui ha avuto inizio la sua vicenda: è un alibi, per dare l’impressione di realtà, ma non ha importanza. Ciò che il Poeta vuole è trattare la sua storia come mito, fuori dallo spazio e dal tempo: allora è poesia. Sonetto XC – Erano i capei d’oro a l’aura sparsi È il sonetto dell’innamoramento, momento cardine nella vita di Petrarca. Bello è l’inizio erano: dà il tono alla composizione. Tutto è proiettato al passato, c’è la rappresentazione della passione come memoria, la poetica contemplazione di Laura, la cui fisicità di bellezza trascolora nell’incanto della natura.

Fa emergere il dolore, l’amore come tormento: la ferita inferta dalla freccia scoccata dall’arco non può risanarsi, anche se la corda si è allentata. La piaga, però, cessa di esistere quando diventa immagine poetica: l’amore è giustificato non perché porta a Dio – donna angelicata – ma perché si redime nell’arte. Sonetto CXXVI – Chiare, fresche, e dolci acque Rievoca il luogo, in Provenza, dove Laura gli apparve coperta da una cascata di fiori: immagine magica, trasfigurata in emblema della bellezza del mondo, di una vita gioiosa e totale che non conosce tramonto.

Laura ora non c’è; il Poeta vede la tomba, si commuove, piange e chiede a Dio grazia: almeno il proprio corpo possa essere sepolto in quel luogo tanto caro. Concettualmente Petrarca è semplice, è monocorde, il messaggio non è ricco, ma la capacità di analisi crea una poesia di memoria, moderna. Non si tratta di memoria volontaria, frutto di coscienza: è inconscia e, come tale, aperta a stacchi imprevisti, passaggi improvvisi dal presente, al passato, al futuro. Come nei sogni, la descrizione è senza una logica consequenzialità.

Sonetto CLIX – In qual parte del ciel, in quale idea È un sonetto in lode di Madonna Laura: richiama la tradizione del dolce stil novo, ma in realtà è elegante espressione del classicismo di Petrarca, frutto dell’Umanesimo, il cui interesse precipuo è lo studio dell’uomo. Il Poeta si chiede da quale divina idea la natura abbia tratto il modello del viso mirabile di Laura, nel quale essa ha inteso mostrare la sua perfezione: chiaro è il riferimento alla filosofia di Platone, secondo cui le cose terrene sono copie delle idee, le realtà assolute che sono nell’Iperuranio. Laura non è angelo, ma ninfa delle fonti, dea delle selve – divinità mitologiche.

L’ultima immagine di Laura è imitazione di Orazio. Petrarca ricerca, studia i classici per sé stessi, ma poi si rende conto che non sono attuali, esaustivi per spiegare completamente l’uomo moderno. Nasce il dissidio: allora li storicizza per trovare la sintesi tra cultura classica e cultura cristiana, fra l’uomo classico e Dio. Orazio non è cristiano, è realistico: rappresenta la donna nella sua fisicità, dulce loquentem dulce ridentem, è l’amore di un giorno. Petrarca, grande poeta intertestuale, apporta una variazione minima ma fondamentale: Laura non solo dolce parla e dolce ride, dolce ella sospira. Il verbo sospirare non esiste in Orazio. Petrarca lo usa per definire l’atteggiamento psicologico, interiore, l’anima, lo spirito di Laura, e l’amore per lei è per sempre.

Sonetto CCLXXIX – Se lamentar augelli, o verdi fronde Il sonetto è concepito nella solitudine di Valchiusa, piena di dolci ricordi: Laura è morta, ma è viva e presente nel ricordo, nella sua interiorità. Come per incanto è evocata dal paesaggio dove la vide e la sognò: le fronde verdi, le onde scintillanti, la riva fiorita e fresca. Laura ora gli parla di vita: quando era viva, per il Poeta era oggetto di tentazione, di passione tormentosa; ora non più, il dissidio è superato. Non c’è la trascendenza in Dio, ma c’è l’immanenza, la redenzione nella poesia: Laura è possesso del Poeta.

Sonetto CCCX – Zefiro torna, e ‘l bel tempo rimena Petrarca non mette in relazione l’io, il suo stato d’animo e il paesaggio. È un paesaggio di campagna, poetico, stilizzato. Ritorna Zefiro, il vento che, con la primavera, riconduce il bel tempo, il canto della rondine – la mitologica Progne – e quello dell’usignolo – la Filomena del mito classico – fiori candidi e vermigli, erbe rinnovate. Nel suo famoso canto Il sabato del villaggio, Leopardi coglie fiori dai giardini di Petrarca.

Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.

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