47. Il Purismo e la questione della lingua
Nello stesso periodo si manifesta un ampio movimento in difesa della nostra lingua. Si vuole porre un rimedio all’anarchia instaurata dai novatori ad oltranza, i quali, preoccupati di divulgare rapidamente e specialmente tra i ceti popolari le teorie illuministiche, si servono di un linguaggio irto di neologismi e di barbarismi, lontanissimi da ogni tradizione letteraria e da ogni decoro. Padre Antonio Cesari (1760-1828) dà origine alla scuola dei “puristi”, con il proposito di combattere il francesismo e il generale inquinamento subito dall’idioma letterario italiano.
Con le sue edizioni di testi ascetici del Trecento e la riedizione del Dizionario della Crusca, sostiene la necessità di ritornare allo studio dei trecentisti e della loro lingua. Oggi l’arbitrarietà di tale tesi è evidente: si rifiutavano quattro secoli di letteratura italiana, nonché l’esperienza di scrittori quali Ariosto, Machiavelli, Guicciardini, Tasso, Galilei. All’epoca, però, le idee di Cesari non suonano troppo bizzarre se alla scuola dei puristi aderiscono anche letterati di un certo valore. Basti citare Basilio Puoti, professore di De Sanctis, il quale scrive della scuola purista per evidenziarne gli effetti sull’educazione nazionale del primo Ottocento. È naturale che ci siano degli oppositori. Il maggiore tra questi è Vincenzo Monti, che prepara un’elaborata relazione – Proposta di alcune aggiunte e correzioni al Vocabolario della Crusca.
Insieme al genero Giulio Perticari e altri eruditi, critica la pretesa della Crusca di imporre agli Italiani l’uso esclusivo dell’idioma toscano e, pur condannando l’imbarbarimento del linguaggio, si accosta alla tesi sostenuta qualche decennio prima da Cesarotti, professore di retorica e belle lettere, nonché traduttore dei Poemetti di Ossian e autore di un “Saggio sulla filosofia della lingua”. Secondo Cesarotti la lingua è un organismo vivo, un patrimonio in continuo svolgimento e arricchimento. Non può quindi essere mortificata con l’innaturale inserzione di elementi arcaici e fuori dall’uso comune. La lingua che egli caldeggia non è quella toscana, bensì quella italiana, frutto di tutti i secoli della nostra letteratura, ricca di elementi tratti dalle opere letterarie, filosofiche e scientifiche, avvalendosi delle conquiste operate dal pensiero umano.
Se Monti e i suoi si mostrano consapevoli delle esigenze di una letteratura nutrita di pensiero e di esperienza moderne, d’altra parte Cesari, forse inconsapevolmente, attinge il concetto preromantico dell’eccellenza della poesia primitiva, schietta, popolare. Entrambi i contendenti, comunque, mostrano la chiara opposizione ad una supina accettazione di forme e modi della lingua francese, in difesa di uno stile decoroso e corretto, limpida aspirazione a un idioma nazionale e unitario. I romantici, in particolare Manzoni torneranno su questi problemi con altro animo e altra mente.