89. Il Neorealismo
Quadro del capitolo. Il secondo dopoguerra impone alla letteratura il confronto con guerra, fascismo, Resistenza e Shoah. Il Neorealismo cerca un rapporto diretto con la storia recente e con nuove esperienze collettive. Fenoglio trasforma la Resistenza in materia narrativa complessa; Primo Levi fa della testimonianza un esercizio di precisione morale e di memoria.
Nuclei fondamentali:
- Seconda guerra mondiale e Resistenza
- Neorealismo
- Fenoglio
- partigiani e lingua
- Primo Levi
- Se questo è un uomo
- testimonianza e memoria del Lager
La corrente narrativa dell’immediato dopoguerra sembra nascere dalla volontà di racconto che consegue alle esperienze tragiche, ma originali, complesse e a volte esaltanti, vissute da gran parte degli Italiani. Si può considerare conclusa nei primi anni sessanta e prende il nome di Neorealismo, precedentemente attribuito al film Ossessione (1942) di Luchino Visconti e quindi alla nuova cinematografia da Ladri di biciclette di De Sica a Paisà di Rossellini. Alla luce delle esperienze recenti – la guerra, la partecipazione popolare alla resistenza, le difficoltà di vita, la miseria – la produzione precedente, quella degli anni trenta appare esangue, priva di contatto con la vita reale, una letteratura che ha subito passivamente il fascismo e non ha avuto il coraggio di opporsi, non ha assolto il dovere di testimoniare la verità e la libertà conculcate. La polemica si sviluppa sulle riviste e sulle pubblicazioni che sorgono numerose in seguito alla riconquistata libertà: sono appassionate requisitorie e il giudizio diffuso è di condanna, l’esigenza più sentita è di dar vita ad una cultura nuova. Si sviluppa rigogliosa l’attività editoriale volta ad un’opera di aggiornamento e di recupero di testi stranieri nel circuito culturale italiano – fondamentale è la casa Einaudi. La testimonianza più significativa di questa esigenza è la rivista Politecnico, diretta da Vittorini e pubblicata a Milano tra il 1945 e il 1947.
Si distingue per l’ampiezza dei suoi interessi, letterari e politici, finalizzati alla lotta per una nuova cultura. Da subito, Vittorini dichiara che la cultura tradizionale non si è fatta società, non ha avuto forze, strumenti capaci di proteggere l’uomo dalla sofferenza. La cultura, ora, deve essere operativa, incidere direttamente sui meccanismi della società, al fine di eliminare lo sfruttamento e vincere il bisogno. L’impegno dell’intellettuale parte da un piano culturale per concretizzarsi come forza operante nella società.
Sorge il problema dei rapporti con le forze della sinistra e soprattutto con il PCI, il più attento e organizzato nel perseguire una linea di politica culturale. Lo scontro è inevitabile: da un lato c’è l’autonomia dell’artista, dall’altro la necessità per un partito rivoluzionario di perseguire, in un dato momento storico, un preciso programma di politica culturale. Vittorini, pur accettando alcuni rilievi, con la sua Lettera a Togliatti non può che ribadire le proprie posizioni di fondo: se l’uomo di cultura si allinea meccanicamente con le direttive del partito rivoluzionario non fa altro che suonare il piffero della rivoluzione e ugualmente pastorello è chi lo suona per una politica reazionaria o conservatrice. Lo scrittore non può essere privato della libertà di porre sollecitazioni e istanze che differiscano da quelle poste dal politico.
Il Neorealismo non può essere definito un movimento con una vera e propria codificazione. Si deve parlare piuttosto di uno stato d’animo collettivo, di un’esigenza di impegno, di una disposizione pratica, etico-politica più che estetica. Si sente la necessità di quella realtà che urge ed è sotto gli occhi di tutti: la guerra, la resistenza, la lotta giornaliera per sbarcare il lunario, le città devastate e la prostituzione, le grandi masse che, diventate protagoniste di storia, impegnano le loro lotte. La cronaca diventa il modulo di rappresentazione più diffuso. Ne consegue il rifiuto del bello scrivere, l’esigenza di un linguaggio anti-letterario, immediato, il riecheggiamento inerte della lingua parlata, preferibilmente quella dialettale, gergale.