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Letteratura

Dalle origini al secondo dopoguerra.

91 capitoli di letteratura italiana: storia letteraria, autori, opere, poetiche, contesti e analisi dei testi. Con quadro cronologico conclusivo e fonti.

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40. Carlo Goldoni e la riforma della commedia

Quadro del capitolo. Goldoni riforma il teatro comico sostituendo progressivamente l’improvvisazione e la maschera fissa con testi compiuti e personaggi individuali. La scena diventa osservatorio della società veneziana, dei rapporti tra classi e dei nuovi valori borghesi. Il realismo nasce dall’attenzione ai comportamenti e alla lingua viva.

Nuclei fondamentali:

  • commedia dell’arte e riforma
  • dal canovaccio al testo
  • dalla maschera al carattere
  • società veneziana
  • lingua e realismo teatrale

Nasce a Venezia, a Rimini intraprende lo studio della filosofia, ma ben presto ne diventa insofferente perché lo sente limitato ad una pura logica formale, e fugge con una compagnia di comici a Chioggia, a riabbracciare la madre. Poi si iscrive alla facoltà di giurisprudenza a Pavia, ma è costretto a fuggire dalla città a causa di una sua ardita satira contro le donne pavesi. In seguito si trasferisce a Padova, dove finalmente si laurea. La sua vocazione, però, non è l’attività forense, bensì il teatro, già manifestata fin dall’adolescenza e maturata via via non sui libri, ma dietro le quinte. Venezia è una città dorata, meta preferita in Europa, da Goethe a Stravinsky. È culla di vari teatri e di una briosa vita mondana.

Il gusto per il mondo pittoresco delle compagnie teatrali porta Goldoni a passare nelle varie regioni italiane, ottenendo clamorosi successi con la sua fertilissima produzione, volta soprattutto alla commedia, il genere a cui è effettivamente chiamato il suo genio. La maggior parte delle commedie è in prosa e spesso le più felici sono scritte in dialetto veneziano; anche quelle scritte in italiano, comunque, hanno sapore dialettale e danno l’impressione di un’immediatezza priva di ogni controllo. Da Gozzi e Baretti gli provengono accuse accanite contro la sua prosa slegata e trasandata, senza rispetto per la tradizione.

Disgustato, lascia Venezia e accetta di recarsi a Parigi, a dirigere gli spettacoli della Comédie Italienne. Qui scrive i Mémoires, le sue memorie in un francese agile, cartesiano: la parte migliore è una rievocazione di episodi della propria vita, contemplati con il suo personale sorriso affettuoso e leggermente ironico. La mentalità innovatrice di Goldoni realizza la riforma della commedia italiana. Ha costantemente presenti due lezioni: la tradizione teatrale e la vita. Sente che la commedia dell’arte è un genere ormai esausto, i cui attori, per strappare l’applauso del pubblico, ricorrono spesso a comicità sboccata e ad artifici. Rigetta tali elementi, ma conserva le qualità fantastiche e il movimento dell’azione che, però, sostanzia con l’adesione alla concretezza della realtà.

Alle maschere, cristallizzate in tipi fissi, sostituisce, colte dalla vita, le figure della medio-piccola borghesia, soprattutto quella mercantile, e del popolo minuto, più raramente i nobili, dissipati e superbi, quasi sempre avvolti in una sottile ironia. In luogo della commedia a soggetto, legata all’improvvisazione, vuole la commedia scritta, che abbia la dignità di chi la crea consapevolmente. Rifiuta il sorprendente e il meraviglioso della commedia a soggetto a favore del semplice e del naturale, ispirati alla Ragione e alla Natura.

La riforma di Goldoni non è quella di un letterato chiuso nella solitudine del proprio studio, bensì di un autore che fonda il teatro regolare, i cui punti di forza sono il regista e gli attori: con questi e con il pubblico ha un dialogo continuo, attraverso il quale si tiene in contatto con la vita effettiva. Il suo illuminismo moderato crea figure che ricevono maggior concretezza dall’essere collocate in un ambiente quotidiano, mentre parlano il loro dialetto veneziano, che Goldoni trasforma in una vera lingua d’arte, o l’italiano vivo, parlato, antiletterario, una lingua comunicativa. Sono personaggi che riconducono a quell’atmosfera di toni medi, senza punte e problemi complessi, propria della sua fantasia: mercanti operosi, studenti, piccoli artigiani, gondolieri, pescatori, servette, comari pettegole, in un vertiginoso intrecciarsi di azioni, di baruffe e paci improvvise, di schermaglie agili e pungenti, di bizze-gelosie-moti d’affetto propri della commedia dell’amore. La Locandiera È rappresentata a Venezia al teatro Sant’Angelo dalla compagnia di Medebac, il capocomico che ha assunto Goldoni come poeta stipendiato. La figura centrale è Mirandolina, nei confronti della quale mostra disprezzo il Cavaliere di Ripafratta, burbero odiatore delle donne e delle loro frivolezze. È una giovane donna, onesta e positiva, che deve far prosperare la sua locanda, lavorare, non perdersi ad inseguire seducenti fantasmi. Il padre, morendo, l’ha destinata in sposa ad un suo cameriere, Fabrizio, che la ama ed è a sua volta riamato.

Mirandolina, punta sul vivo dall’atteggiamento disdicevole dell’aristocratico, decide di farlo innamorare e vi riesce con intelligenza ed astuzia finissime. Alla fine della vorticosa vicenda di galanterie, la scelta va al suo Fabrizio, con cui dividerà amorosamente la quotidiana vita borghese, savia locandiera attenta e precisa nell’esercizio del proprio mestiere. È chiara l’intenzione di Goldoni di abbattere l’aristocratico, nemico ideologico, abituato ai privilegi e a vivere senza lavorare. È valorizzata l’etica del lavoro, che porta all’alleanza tra borghesia e lavoratori, non più tra aristocrazia e borghesia.

Il teatro è esaltazione della borghesia, della società meritocratica, dove l’individuo concretizza ciò che si conquista. C’è, però, anche il rischio dello sperpero, che porta a lasciarsi soggiogare dal modo di vivere tanto disprezzato nell’aristocratico. Un secondo rischio è rappresentato dall’avarizia: già considerata vizio da Dante, si rivela vizio storico della borghesia, in particolare dei vecchi, cui si contrappone la liberalità dei giovani. La trilogia della villeggiatura – i Rusteghi, la Casa Nova, Sior Todero Brontolon Analizza proprio il contrasto tra le vecchie generazioni e i giovani. Da un lato i Rusteghi, semplici, forti della loro onestà e buon senso, ma resi un po’ gretti dall’avarizia; dall’altro i giovani con il loro desiderio di una vita più gaia e spensierata.

Sarà la donna, la madre a rendere “domestici” i “rustici”: sotto la loro austerità e la ribellione delle donne si sente un fondo comune di bontà, di sanità morale, un’umanità pronta a disperdere le nubi al primo soffio di vento. Lo sguardo di Goldoni è sereno e ottimistico, ad esprimere la sua simpatia nei confronti dei giovani, portatori di nuovi valori ideologici. Resta la classe aristocratica ad essere portatrice di vero disordine d’animo e d’azione, di confusione e sperpero. Goldoni realizza ciò che si prefigge: dar vita ad un teatro divulgativo e utile, che sia copia realistica del mondo vario, multiforme e per questo sempre nuovo e bello. Lo osserva con amorosa simpatia, lui che ha un’ottimistica istintiva fiducia nella vita, di cui esalta le virtù e, da padre brontolone, colpisce i vizi.

È insuperabile nella commedia d’ambiente, atmosfera di locanda, dove le persone si conoscono e dialogano vivacemente nel campiello, nei caffè, senza grandi problemi: è come se della realtà scorgesse soltanto la superficie e non gli fosse possibile scendere nel fondo delle anime, intenderne le passioni e i contrasti più gravi.

Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.

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