53. La letteratura del Risorgimento
Quadro del capitolo. Nel Risorgimento la letteratura è spesso inseparabile dal progetto di costruzione nazionale. Scrittori e intellettuali attribuiscono alla parola una funzione educativa, civile e politica. De Sanctis, nella storiografia letteraria, trasforma questa eredità in un metodo critico capace di leggere le opere come espressione viva della storia e della coscienza.
Nuclei fondamentali:
- letteratura patriottica
- Pellico
- Gioberti
- Mazzini
- letteratura e nazione
- De Sanctis e critica storica
A parte le altezze sovrane cui pervengono Foscolo, Leopardi e Manzoni, la poesia italiana della prima metà dell’Ottocento è essenzialmente ispirata dal sentimento della patria e della libertà della nazione: sono liriche, odi e inni traboccanti di passione patriottica, appartenenti alla storia civile più che a quella letteraria. Basti ricordare l’Inno Fratelli d’Italia del genovese Goffredo Mameli. Giovanni Berchet merita un posto d’onore. Legato al gruppo del Conciliatore e alla Carboneria lombarda, dopo i moti del 1821, deve vivere in esilio per quasi trent’anni tra Inghilterra, Francia e Germania, con il cuore pieno delle sciagure della Patria lontana, dove può tornare soltanto al termine della vita, per morirvi senza il conforto di vederla libera e unita.
Studioso delle letterature straniere moderne e traduttore di Burger, Schiller, Gray, Berchet sente il bisogno di una letteratura viva e contemporanea, di una materia poetica e di un linguaggio nuovi, come si rileva dalla sua Lettera Semiseria. Se sposa la causa romantica con slancio, lo fa soltanto perché nel Romanticismo vede un nuovo modo di operare in favore dei suoi ideali civili e patriottici. Fantasie Sono l’espressione più risonante di quella che Croce ha giustamente definito “la lirica dell’esule”. Il protagonista è un esule che ricorda il passato dell’Italia più glorioso e considera il triste presente.
L’amore per la patria lontana e afflitta, la nostalgia della terra materna, la speranza nella sua risurrezione, sono sentimenti che non hanno mai abbandonato lo scrittore e nei suoi versi trovano accenti di sincera commozione, capaci, ancora oggi, di risuonare virili e immuni da retorica. L’esigenza romantica di una maggiore fedeltà al vero e al reale, nella prima metà del 1800, si risolve in una letteratura che si avvale del realismo per rendere più popolare le sue manifestazioni. Fonte di realtà e di concretezza è la storia.
Si diffondono il romanzo storico e l’autobiografismo, cioè prosa di memorie. È il problema nazionale il più profondo e impellente di quanti assillano lo spirito dei nostri scrittori: sono presi ad argomento i problemi che maggiormente possono suscitare nei contemporanei l’odio contro le dominazioni straniere e il proposito eroico di rinnovamento e di riscatto. Rievocano il Medioevo con le lotte dei Comuni contro Barbarossa; il Cinquecento con le ultime resistenze della libertà italiana al dominio degli stranieri. A parte l’insigne romanzo storico che è il capolavoro manzoniano, questo genere assai raramente raggiunge il grado dell’arte – Tommaso Grossi, Massimo d’Azeglio, Cesare Cantù, Domenico Guerrazzi.
Ippolito Nievo è il più geniale tra gli autori immuni dalla retorica e dal ciarpame medioevalistico caro ai romanzi storici della prima maniera. Generosa figura di patriota e di combattente, partecipa alla spedizione dei Mille e muore in un naufragio proprio alla vigilia dell’unità d’Italia. Le Confessioni di un Italiano È il suo capolavoro. Immagina che il protagonista analizzi i fatti della sua lunga esistenza intrecciandoli con gli eventi più memorabili della storia italiana: fine della Repubblica di Venezia, il suo crollo “senza lacrime, senza dignità, senza funerali”; invasione napoleonica; primi moti del Risorgimento; Repubblica Romana e Partenopea; sino al 1858, vigilia dell’unità nazionale.
La prima è la parte migliore del romanzo: il vecchio castello di Fratta, nel Friuli; il protagonista fanciullo e i suoi piccoli amici; il mondo sonnolento della nobiltà feudale in sfacelo sul finire del
- Il giovane Nievo – ha soltanto 21 anni quando scrive il libro – non risuscita luoghi, ambienti, persone della sua infanzia, ma richiama uomini e cose soltanto immaginate al calore degli affettuosi racconti del nonno – un patrizio veneziano che ha assistito all’ultima seduta del Maggior Consiglio della Repubblica. L’atmosfera è quindi tutta impregnata di una tenerezza e dolcezza di ricordi così sentiti da indurre l’autore a valersi di un tono caricaturale, per non lasciarsi troppo commuovere dalla malia che emana da quel paradiso perduto: le comiche figure del signor conte e del suo inseparabile cancelliere, del grasso canonico Orlando, del brutto e spavaldo capitano Sandracca. E con loro il vecchio e saggio grattaformaggio Martino, la pallida Clara romantica e soave, l’inquieta e inquietante Pisana.
Su questo mondo pigro e abitudinario, nel tramonto di una civiltà ormai stremata, si abbatte la rivoluzione, poi Napoleone: i personaggi sono dispersi, l’amore-passione di Carlo e della Pisana li vede divisi e riuniti da avvenimenti e dal temperamento capriccioso della donna; Carlo partecipa alla lotta del Risorgimento, cui segue la prigionia, poi la cecità, la condanna all’esilio, la dimora a Londra, dove la Pisana lo assiste per l’operazione che gli ridà la vista; infine la morte rasserenata della Pisana. Se la prima parte è pervasa dalla poesia dei ricordi, la seconda è percorsa da fremiti di idee e di passioni destinate a mutare l’esistenza di uomini e di nazioni: c’è un impeto di azione, una concezione eroica della vita, di vivida impronta foscoliana, in particolare dell’Ortis.
Dal punto di vista estetico il romanzo rivela una costruzione non sempre armoniosa, uno stile spesso appesantito da ornamenti ed eleganze letterarie, la giovanile tendenza all’eccessivo, l’immediato, il frettoloso. Difetti di misura e di ponderazione sono compensati, in generale, dal calore e dalla vivacità di fantasia, dalla freschezza di tono, dall’impeto del sentimento. Silvio Pellico è il maggiore e più famoso rappresentante dell’autobiografismo. Nasce a Saluzzo nel 1789. Trascorre la fanciullezza e la prima adolescenza fra Pinerolo e Torino, ove compie i primi studi. Nel 1806 lascia la casa paterna e l’atmosfera moralmente rigida e conservatrice in cui è cresciuto, per recarsi a Lione, ospite di un parente. Vi rimane quattro anni durante i quali si apre a interessi nuovi, soprattutto alle idealità romantiche, aiutato dallo studio dell’inglese, del tedesco e dalla conoscenza diretta del francese.
Nel 1810 si stabilisce a Milano, si inserisce ben presto nel mondo intellettuale e stringe amicizia in particolare con Foscolo. Ben presto acquista fama come letterato e poeta soprattutto dopo la composizione della tragedia Francesca da Rimini, rappresentata con molto consenso di lodi. È precettore presso nobili famiglie, tra cui il conte Lambertenghi, uomo colto e patriota, che accoglie letterati animati da idealità romantiche e liberali. In quell’ambiente nasce Il Conciliatore e Pellico ne diventa capo redattore. La politica austriaca, dopo soltanto un anno, sopprime il battagliero giornale, ma non può spegnere lo spirito patriottico di chi l’ha creato.
Nel 1820 Pellico aderisce alla Carboneria, insieme a Maroncelli e parecchi collaboratori del Conciliatore. Scoperti, molti sono arrestati, tra i quali Silvio Pellico. Trasferito nella prigione dei Piombi a Venezia, è condannato a morte per volontà del governo austriaco, pena commutata in quindici anni di carcere duro alla fortezza dello Spielberg, in Moravia, l’ergastolo più duro della monarchia austriaca. Dal 1822 vi rimarrà soltanto sino al 1830, quando riceve la grazia, ormai stremato dalle sofferenze morali e materiali. Torna a Torino, dove trascorre una vita ritirata nella casa della marchesa Barolo come amministratore e bibliotecario. Muore nel 1854 assistito dalla Marchesa. Una nobile statua è stata elevata nella piazza centrale a Saluzzo.
Scrive dodici tragedie, cantiche, liriche e un libretto, ammirato da Mazzini, Dei doveri dell’Uomo, chiara espressione di pedagogia politica e della sua visione moderata. Le Mie Prigioni A questo libretto aureo amato da contemporanei e posteri è giustamente affidata la fama di Pellico. È restio a darlo alle stampe: la madre persuade il figlio a considerarlo per quello che è veramente, cioè un libro di educazione religiosa, quindi utile agli altri e come tale, in coscienza, va pubblicato. È accolto da numerosissimi lettori e ammiratori: le edizioni e traduzioni si moltiplicano.
Pellico diventa un punto di riferimento: Mazzini vuole conoscerlo; Gioberti ha sincere parole di lode per quel libro che riuscirà a trasformare lo Spielberg in un luogo di pellegrinaggio. Molti l’hanno considerato una tremenda requisitoria contro gli invasori, compiacendosi di ripetere che nocque all’Austria più di una grande battaglia perduta. In realtà Pellico vuole affidare alla sua opera una lezione di forza d’animo: attraverso una serie penosa di intimi dissidi vissuti nella sofferenza dell’orribile carcere, egli conquista la forza sovrumana della fede religiosa. Il patimento fa meditare: sostituisce alle brillanti affermazioni della filosofia la chiara, semplice, profonda verità di fede in forza della quale Dio esiste, infallibile giustizia, dunque tutto ciò che avviene sulla terra, anche il dolore dell’uomo, è per un bene superiore. Ne segue l’umile accettazione del sacrificio, la compassione, anche per i nemici. Nasce un animo nuovo, ricco della pacata intima dolcezza dell’abbandono in Dio, un senso di fraternità che rende più forti e sereni. È un libro che tocca il cuore e nello stesso tempo è documento e testimonianza politica: c’è il racconto della quotidianità, nella terribile durezza di sventure atroci, di fame, malattie, iniquità presenti nelle istituzioni, nelle leggi, nei regolamenti penali, tanto più evidenti quanto più gli uomini cercano, nella loro pietà, di confortare la sventurata esistenza dei condannati. Ed ecco la galleria di incontri con personaggi emblematici: Zanze e Maddalena, creature femminili ritratte con un riserbo delicatissimo eppure con tanto affettuoso abbandono; il mutolino; Schiller, il carceriere burbero e profondamente umano, reso con tanta verità e simpatia, ricco di compassione nei confronti dei prigionieri, forte di una morte serena. Lo stesso noto episodio dell’amputazione sofferta da Maroncelli è una pagina di equilibrata verità e di limpida energia. Lo stile semplice e disadorno, il linguaggio scarno, ridotto all’essenziale, rivelano i sentimenti di Pellico, il palpito del suo cuore commosso. Vincenzo Gioberti, uomo politico e più ancora filosofo, rivela nelle sue opere anche un’intenzione letteraria. Primato Morale e Civile degli Italiani Nel tono solenne di enfatica oratoria, anacronistico nel secolo della prosa piana dei Promessi Sposi, vive un afflato religioso così forte, una passione patriottica così sincera che molte pagine sono ricche di immagini davvero efficaci.
La rievocazione delle glorie e dei lutti del popolo italiano crea quadri vigorosi delle varie epoche storiche e disegna ritratti penetranti di uomini politici, filosofi, artisti e poeti, tali da essere ancora attuali – Alfieri, Pellico. Giuseppe Mazzini è la figura che domina il Risorgimento. Considera l’arte e la letteratura come sacerdozio di educazione: è l’apostolo e l’educatore del popolo italiano, sia perché i suoi ideali cristiani e il suo esempio diventano la passione e il modello dei nostri patrioti, sia perché egli influisce profondamente sulla letteratura, nei temi e nello spirito.
Carducci, così estraneo, nella sua concretezza, allo stile di Mazzini, è ricco di motivi e atteggiamenti mazziniani, di quella calda oratoria che anima le pagine del grande apostolo genovese. La storia, nella sua visione religiosa, è intesa come un graduale avvicinarsi dell’uomo a Dio attraverso una successione di conquiste ideali e morali, di mutamenti politici e sociali, e vede nella parola degli scrittori – profeti dei nuovi tempi – il mezzo più efficace per attuare tale itinerario. Forte del significato dato all’uomo, alla sua esistenza, alla storia, Mazzini matura un’ampiezza e una profondità del Romanticismo tali da acquistare un significato europeo.
La prosa dei suoi numerosi articoli e saggi ha quasi sempre un tono biblico, come di chi porta un messaggio divino agli uomini, perciò vaga e priva di concretezza, ma suggestiva ed evocativa. È il suo Epistolario a rivelare un linguaggio più limpido e concreto, più vicino al nostro gusto: non dominata dalla missione cui si è consacrata, la sua anima si svela in pieno abbandono.