90. Beppe Fenoglio: Resistenza, Langhe e realismo narrativo
Di recente è stato definito “Il narratore più forte uscito dal Neorealismo” (G. Pampaloni, Novecento, Garzanti). Sia sul piano della vita pratica che su quello della tecnica narrativa, è l’esempio di una particolare fedeltà alla sua terra e alla sua gente. Ad Alba, dove nasce nel 1922, rimane tutta la vita, tranne i mesi del servizio militare: come studente prima, partigiano poi, impiegato in una ditta enologica negli ultimi anni della sua vita raccolta e schiva. I ventitré giorni della città di Alba È l’opera con cui esordisce. Come molte altre, è ispirata alla Resistenza: il dieci ottobre 1944 i partigiani liberano Alba e vi restano fino al due novembre, quando devono ritirarsi davanti al contrattacco dei fascisti.
Non sceglie né la celebrazione della Resistenza né la componente ideologica, bensì una rappresentazione vera che, senza moralismi o seriosità, dia la poliedricità di aspetti di quell’evento. Da ciò un tono, un piglio demistificatorio, un dettato scabro, inteso a porre in primo piano il ritmo dell’azione, i fatti nel loro nudo e concreto consistere. Fenoglio rivela un senso austeramente dolente del vivere, una meditazione sulla misera vita di un mondo contadino soggetto da sempre a un duro sfruttamento, e sulla violenza dei rapporti umani, che la guerra evidenzia ed esaspera.
Nei racconti ispirati alla Resistenza si avverte, più drammaticamente, il culminare di una desolazione e di una miseria atavica nella violenza come scoppio elementare di energia vitale compressa. I personaggi sono colti nell'impeto e nella dinamica dell’azione, piuttosto che nel ripiegamento interiore: la loro lotta incessante, contro fame, freddo, disagi e morte, coincide con la lotta contro il destino. Lungi da ogni intento agiografico o celebrativo, Fenoglio esprime, nei momenti più alti, un’epopea guerriera e contadina scarna ed essenziale, che riflette emblematicamente il dramma della condizione umana colto nel vivo della storia di quegli anni.
La malora È certamente l’opera più rappresentativa di Fenoglio langarolo e, come risulta evidente con il passare degli anni, una delle opere più valide del Neorealismo. Narra la vita di una famiglia di fittavoli e la violenza dei rapporti che nasce dalla miseria. Sarà però il giovane bracciante Agostino, forte e volenteroso, a trarre una lezione in positivo dalla sua vita di malora: alla fine riesce a tornare a casa, alla sua terra, che è poca, ma il lavoro non lo spaventa. Ora lui sa che dovrà faticare tanto per conservarsela e farla rendere, ma ce la farà.
Fenoglio realizza una rappresentazione di quel mondo dall’interno, vi si cala dentro senza filtrarlo attraverso suggestioni mitiche e vagheggiamenti della memoria, come accade al conterraneo Pavese, e senza cadere nella meccanica riproduzione dialettale. La sua operazione stilistica è personalissima. Con un accanito lavoro sul dato dialettale “la più facile delle mie pagine esce spensierata da una decina di penosi rifacimenti” conia un linguaggio compatto, duro, carico di tensione, che è la trascrizione sul piano artistico della violenza dei rapporti di quel mondo.
Emilio Cecchi nel 1963 scrive che La malora è destinata “a rimanere una tra le più alte e concrete espressioni non soltanto dell’arte di Fenoglio ma di tutta la nostra narrativa del Novecento”.