5. Jacopone da Todi e la poesia religiosa del Duecento
Quadro del capitolo. Con Jacopone la poesia religiosa assume toni drammatici, polemici e interiormente lacerati. Parallelamente, i conflitti tra Papato, Impero e autonomie cittadine definiscono il contesto in cui nasce la nuova letteratura italiana. Religione e politica sono ancora inseparabili dalla visione complessiva della società.
Nuclei fondamentali:
- Jacopone da Todi
- la lauda
- misticismo e polemica
- Papato e Impero
- conflitti politici e trasformazioni culturali
Francesco è la personalità più grande del 1200, carismatica, forte e il suo Cantico è il massimo capolavoro poetico del secolo. Francesco fonda un ordine la cui regola è nuova: nessun possesso, nessun priore che comanda. L’uguaglianza è l’idea democratica che prende il posto della gerarchia. Ci sono perplessità, infine il Papa approva l’ordine. Quando Francesco muore, non ci sono più personalità capaci di difendere la sua eredità santa: la Chiesa cerca di impadronirsene. Si concede di possedere: non sono beni dei frati, ma del convento, quindi non si tradisce la povertà del Santo fondatore. Poi si cerca di regolarizzare l’ordine, per poterlo controllare si torna alla gerarchia.
Molti non accettano, seguono liti, persecuzioni, fino alla creazione dei partiti: i conventuali, a favore del Papa; gli spirituali, a favore dell’eguaglianza e della povertà. Dopo la morte di Francesco, Jacopone da Todi, all’età di 32 anni, entra in convento. Nasce in Umbria, da famiglia abbiente borghese, fa studi regolari e diventa notaio. Si sposa, ma nel 1268, mentre è diffusa l’inquietudine epocale per l’attesa dell’Apocalisse prevista da Gioacchino da Fiore, accade un fatto molto grave. Durante una festa da ballo, crolla il pavimento e la moglie, tanto amata, muore. È colpito profondamente e comincia a pensare.
Quando viene recuperato il cadavere, scopre che questa donna, che lui credeva semplice e lontana da idee metafisiche, si umilia con il cilicio: è qualcosa di inaudito, a lui ignoto. Resta affascinato dal mondo francescano, rifiuta la ricchezza e sceglie gli Spirituali, vivendo l’esperienza in maniera radicale. Morto il Papa, verso il 1290 si tiene un conclave dove prevalgono le tesi degli Spirituali: è una fase di rinnovamento, voluta da Papa Celestino V, eremita, avulso da interessi di potere. Ben presto, però, Celestino fa il gran rifiuto, come dice Dante. Non può accettare il mondo di corte fatto di intrighi e manipolazioni, quindi è incapace di gestire il pontificato come lui vuole.
Gli Spirituali accusano Bonifacio VIII, il nuovo Papa, di aver costretto Celestino ad abdicare con la forza, per poi ucciderlo. Quando Papa Bonifacio VIII li condanna, gli Spirituali, tra cui Jacopone, firmano un audace manifesto contro di lui, Papa simoniaco, quindi indegno di obbedienza. Jacopone è coinvolto nella lotta della potente famiglia dei Colonna contro il Papa e viene scomunicato. Nel 1298, Bonifacio espugna la rocca di Palestrina, estremo rifugio dei Colonna, e Jacopone è incarcerato. È liberato e assolto dalla scomunica cinque anni dopo da Papa Benedetto XI; tornato in convento, muore dopo circa due anni.
La sua opera poetica è rappresentata dalle Laudi, scritte in volgare. Le laudi sono componimenti in versi nate in Umbria nel 1200 all’interno di movimenti religiosi come i Flagellanti e i Millenaristici. Tutte le poesie di Jacopone sono teologiche, parla soltanto di Dio (reductio) onnipotente, non buono, il Dio dell’Alto Medioevo; c’è, però, la novità, la lotta contro l’autorità del Papa. Jacopone è poeta? La critica ha tesi contrastanti. All’inizio del Novecento, Novati sostiene che non è un poeta, ma un mistico-teorico, contrapposto a Francesco mistico-pratico. Il mistico attraverso l’estasi parla con Dio, cerca il contatto con Lui e lo teorizza in versi.
Sapegno, negli anni ’30 del 1900, ritiene che Jacopone cerchi la poesia e si arrabbi perché non la trova. È una stroncatura, tesi denigratoria. Allora mistico o poeta? Luigi Russo dà la risposta corretta: non è poeta-mistico né mistico-teorico, ma mistico-poeta. È un monaco che cerca la salvezza attraverso il misticismo, ma vuole fare poesia. Nasce il laudario, non bello, ma con parti che rivelano il poeta. Il poeta è chi cerca il linguaggio, l’infrazione, e Jacopone vuole trovare la parola capace di convertire, di tradurre il suo misticismo in volgare.
La concezione del mondo. Jacopone ha una visione fortemente pessimistica: non ha fiducia nella realtà, non ama il mondo, i suoi simili. Vive una continua tormentosa battaglia nella ricerca di una fusione mistica con Dio, che è un morire a sé stessi e al mondo. È ben lontano da Francesco, che realizza la dottrina dell’amore per il creato intero, per tutti gli esseri, nella serena capacità di accettare il dolore e la morte come componenti della vita. Francesco vive con gli altri, Jacopone si chiude nella solitudine, nell’annullamento in Dio.
Attraverso il disprezzo di sé stesso, la volontà di annichilire il suo corpo, pensa di potersi liberare della natura umana che è misera e peccaminosa, per giungere all’amore mistico. Jacopone è affetto da nevrosi, che consiste nel suo esasperato pessimismo e si scarica nella violenza contro gli altri e contro sé stesso. Prega Dio di mandargli la malattia, il male, il dolore fisico, fino a martoriarsi. Mentre Francesco pone la morte alla fine del suo Cantico, Jacopone la mette al principio: l’incubo della morte fa giudicare la vita, la deprime, la odia. Come dice Sapegno, il suo pessimismo genera la sua solitudine: si sente diverso, orgogliosamente solo, non sa amarsi, quindi non è capace di amare gli altri. Francesco loda le creature, Jacopone non ne parla, le disprezza.
Misticismo e ascetismo assoluti, cioè rifiuto del mondo, anche delle piccole buone cose della vita: questa visione del mondo tradotta in realtà estetica determina il problema stilistico. O jubelo del core. Jacopone vuole descrivere l’ebbrezza mistica, l’estasi in cui l’anima si sente compartecipe di Dio, viva nella vita eterna, posseduta per un istante e intuita. Ha avuto la visione di Dio, ma la parola non sa esprimere tale esperienza. C’è discrepanza tra l’infinito del referente – Dio – e la finitezza del codice – la parola.
Vuole esprimere la gioia psicologica interiore, ma la lingua balbetta, è poesia metalinguistica, poesia che si interroga sulla lingua: la consapevolezza della sua impossibilità di esprimere Dio lo rende poeta. Se per Francesco l’indegnità dell’uomo di nominare Dio è morale, per Jacopone è concettuale: l’uomo è indegno di nominare Dio perché non ne è capace. I mistici tendono a rendere l’interiorità con elementi concreti, reali. Jacopone parte dal reale – descrizione della cella – per ricavare le realtà metafisiche, le riflessioni mistico-ascetiche. Non sempre riesce a dominare parola o sentimenti estrinsecandoli, quindi il suo è un laudario, un diario in versi, è grido, ma resta tale.
L’unico vero capolavoro è Donna de Paradise. Jacopone riesce a proiettare i suoi sentimenti su personaggi che hanno una loro realtà, ma riflettono la sua visione del mondo. È un breve atto unico di teatro: la passione di Cristo, la Vergine ai piedi della Croce; il Popolo che, con il Nunzio, fa procedere l’azione con incalzante ferocia fino al culmine dello strazio umano di Cristo. Si tratta di teatro medioevale, inteso come luogo dove attori dilettanti recitano in piazza, sul sagrato della Chiesa. Mentre la poesia lirica della Provenza tende a ridurre la psicologia in modi convenzionali, sempre uguali, perché le donne sono amanti, qui c’è la rottura: è la madre, i sentimenti sono diversi, e il poeta cerca di darle sfumature che la rendano individuale, realizza la rappresentazione psicologica dell’umanità.
Jacopone mostra la divinità inesprimibile, che cerca di raggiungere tramite misticismo e ascetismo, allontanandosi dagli uomini malvagi. Anche l’umanità malvagia, la crudeltà dell’uomo è qui rappresentata: è il Popolo che incita alla morte del Giusto ed è pronto a salvare il ladrone – è l’espressione della sua visione pessimistica. La passione di Cristo non può essere rappresentata, ma è il Nunzio a intervenire narrandola. Il monologo finale di Maria è una pagina lirica: Maria si abbandona al suo disperato lamento: le parole girano su sé stesse; la lingua barbaglia, perché c’è l’incapacità di capire il senso delle cose, ma rende il pianto nella sua monotonia.