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Letteratura

Dalle origini al secondo dopoguerra.

91 capitoli di letteratura italiana: storia letteraria, autori, opere, poetiche, contesti e analisi dei testi. Con quadro cronologico conclusivo e fonti.

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14. Giovanni Boccaccio e il Decameron

Quadro del capitolo. Boccaccio porta al centro della letteratura la varietà concreta della vita sociale. Il Decameron osserva desideri, intelligenza, fortuna, denaro e conflitti senza ricondurli a un unico schema morale. La prosa diventa uno strumento flessibile capace di rappresentare il mondo borghese e cittadino nella sua complessità.

Nuclei fondamentali:

  • vita e ambienti culturali
  • fase cortese e mercantile
  • Decameron: cornice e struttura
  • fortuna, ingegno, amore e società
  • realismo e pluralità dei registri
  • Boccaccio umanista

Boccaccio non ha l’importanza storica di Dante e di Petrarca, ma la sua influenza è basilare tra i prosatori. Non si sa con esattezza quando e dove nasca, probabilmente nel 1313 a Cataldo, tra Empoli e Siena, a 30 chilometri da Firenze. Figlio illegittimo, certamente è vissuto in quel paese, dove è anche sepolto. Suo padre, mercante a Firenze, lo invia giovinetto a Napoli a far pratica mercantile e bancaria. La città, grande emporio economico, è governata dagli Angioini, dopo la disfatta di Manfredi nella battaglia di Benevento, nel 1266. Qui Boccaccio vive gli anni più belli della sua vita, a contatto con il mondo cortese e cavalleresco, ancora ben vivo alla fastosa corte angioina, e con il mondo variegato di popolani, mercanti e avventurieri dei più diversi paesi del Mediterraneo.

Lavora in una succursale della Banca dei Bardi e frequenta l’alta società, le allegre brigate fra feste cittadine e ozi spensierati nelle campagne vicine alla città. Non ha però la vocazione mercantile. Per volere del padre, studia diritto canonico, ma poco e male. Avidamente si getta sui libri dei poeti: è un’educazione da autodidatta, ma sorretta da un intenso entusiasmo per la poesia che lo spinge a leggere i classici latini, la letteratura medioevale italiana e francese, a scrivere alcuni poemi cavallereschi e parte delle Rime.

Intensa è la vita sentimentale: l’amore giovanile più forte lo lega a Maria dei Conti d’Aquino, sposata a un nobile della corte. La celebra in prosa e in versi, fino alla Fiammetta del Decameron. Quell’amore si conclude con l’abbandono da parte della volubile signora. Nel 1340 deve tornare a Firenze, dove il padre ha subito un crollo economico a seguito del fallimento della Banca dei Bardi. Nel 1348 assiste alla terribile peste a Firenze e, dopo la morte del padre, amministra lo scarso patrimonio. Gode però di un posto ragguardevole in città per la sua fama di ingegno e di eloquenza, che gli procura onorevoli uffici e ambascerie. Rafforza il suo impegno letterario e dà forma definitiva al Decameron, ideologicamente borghese, non più cortese.

Durante uno dei suoi viaggi in Italia incontra Petrarca. Sono molto diversi, ma sono intelligenti e c’è intesa spirituale. Boccaccio ha maturato un culto vero e proprio per la poesia e le lettere classiche, persuaso che occupino una funzione insostituibile di civiltà. Petrarca è il glorioso maestro, come umilmente e affettuosamente lo chiama: lo ha persuaso a dirigere la mente verso le cose eterne lasciando da parte il diletto di quelle temporali. Il maestro lo tratta alla pari: hanno alcuni incontri, ma soprattutto un carteggio frequente che dura sino alla morte di Petrarca.

La profonda amicizia aiuta Boccaccio a risolvere serenamente una grave crisi religiosa. Ha trascorso la giovinezza in una corte gaudente, emancipata; la maturità in un ambiente mercantile, senza pregiudizi, moderno; ha lasciato in disparte Dio. Dopo cinquanta anni, insorgono dubbi, rimorsi, pentimenti, il progetto di bruciare, disconoscere il Decameron. Petrarca, in una lettera matura, assennata, difende l’opera: lo ammonisce che la professione di fede cristiana può armonicamente comporsi con la poesia e le lettere.

Negli ultimi anni, Boccaccio abbandona gli interessi cortesi, amorosi, borghesi, laici, concreti per dedicarsi all’attività culturale umanistica. Grande estimatore di Dante, vuole diffonderne il culto e far conoscere il profondo valore della Divina Commedia, commentandola pubblicamente in chiesa. Soltanto la morte gli impone di interrompere il progetto. Boccaccio è estroverso, piace al pubblico, ha successo non tra gli intellettuali, gli ecclesiastici, ma nella classe mercantile e imprenditoriale. Il Decameron non compare nelle biblioteche dei monasteri, ma in quelle appartenenti alle grandi famiglie fiorentine.

Nel Quattrocento, giunge alla cultura ufficiale; Chaucer, a Londra, imita Boccaccio nella sua raccolta di racconti scritta nel 1397-98 – The Canterbury Tales. A differenza di Petrarca, i cui destinatari sono sempre l’élite socio-culturale europea, in Boccaccio si distinguono tre fasi cui corrispondono tre diversi destinatari: cortesi; borghesi; nuova élite borghese. È quest’ultima a rappresentare il declino, il momento conclusivo della civiltà comunale con le sue problematiche e la tensione progressista. A loro vuole dare il frutto della sua attività altamente culturale realizzata nella terza fase, convinto che la nuova cultura possa essere forza liberatrice.

Boccaccio inventa il linguaggio di prosa italiana, prosa sillogistica, né filosofica né aristocratica. Secondo Bembo, il Decameron è testo classico di prosa, ne loda lo stile ma non i contenuti – novelle volgari, licenziose, erotiche. In realtà Boccaccio guarda l’uomo, lo coglie nella realtà del suo vivere terreno, con il disfrenarsi di istinti e passioni, con la sua intelligenza e capacità di dominio su sé stesso e sulle cose, le sue debolezze e la sua virtù – fatta di consapevolezza e di energia che si esplica nel ritmo dell’azione.

A volte il tono si fa commosso, quando vagheggia un ideale di nobili valori cavallereschi, a volte ironico e maliziosamente divertito, quando osserva i vizi umani e certa bassa commedia della vita: gli amori facili, le beffe che gli intelligenti fanno ai gonzi, i religiosi che cedono a istinti non buoni o ingannano la credulità delle folle ignoranti. Nasce l’erronea immagine di un Boccaccio cinico, amorale, che si compiace di una comicità grassa e volgare. In realtà, anche nelle novelle di carattere più spiccatamente erotico egli descrive con analisi attenta, con conoscenza psicologica, i pensieri e gli affetti che danno impulso alle azioni, e, sempre, il suo interesse non va al fatto bruto ma all’uomo.

Dice bene De Sanctis “se Dante ha scritto la Divina Commedia, Boccaccio ha dato vita alla Commedia Umana”. E Auerbach “Decameron è la più grande storia di realismo nella letteratura occidentale”. Non è facile analizzare il mondo, l’uomo per tutte le stagioni: la diagnosi fatta da Boccaccio è la più ampia possibile. Filocolo Boccaccio va a lezione di greco, anche se non lo impara bene, a differenza degli intellettuali rinascimentali – Poliziano, dodicenne, sa poetare in greco; altri conoscono quattro lingue, italiano, latino, greco, francese.

Filocolo, secondo Boccaccio, è composto da due parole greche che significano fatica d’amore. In realtà è un nome inventato. È un’opera in prosa, da una leggenda medioevale, scritta nel periodo napoletano: è la storia d’amore di Florio e Biancofiore, ricca di peripezie e avventure, secondo la tradizione cortese. Ninfale Fiesolano È un poemetto scritto durante il periodo fiorentino. Non è la classica storia d’amore. La tipologia umana è varia: il pastore Africo, che arde del suo giovanile amore; Mensola, la ninfa consacrata al culto di Diana e al voto di castità, dolce e ingenua, travolta dal turbine della passione per Africo, da cui ha un figlio, e per punizione trasformata in fiume da Diana; i vecchi genitori di Africo che educano il nipotino e non lo capiscono pienamente.

Il Poeta tende ad una concezione euforica e dinamica della vita, e privilegia la gioventù, che ritrae con limpida evidenza in un quadro borghese, di quotidianità. Teseida Poemetto in ottave, probabilmente l’ultima opera del periodo napoletano. Boccaccio vuole comporre un poema epico, sul grande modello dell’Eneide. La materia epica risulta, però, arida e fredda e il centro vivo è ancora un’esperienza amorosa. Teseo, re di Atene, è in guerra contro le Amazzoni e contro Tebe. Due prigionieri tebani, intimi amici, Arcita e Palemone, s’innamorano entrambi di Emilia, cognata di Teseo.

Si affrontano in duello: vince Arcita ma, in seguito, è vittima di una mortale caduta da cavallo e affida Emilia a Palemone. Fiammetta È la migliore opera in prosa, prima del Decameron, scritta durante il periodo fiorentino. La protagonista narra il suo amore per Panfilo; la tristezza del distacco, quando il giovane è richiamato a Firenze dal padre; la desolazione della solitudine fino a un tentativo di suicidio, quando sa del tradimento di Panfilo con un’altra donna. Il romanzo è autobiografico – la vicenda d’amore tra Maria d’Aquino e Boccaccio.

Lo scrittore, però, è riuscito ad osservarla con maggiore obiettività, libero ormai dalla passionalità delle opere precedenti, capace di una fine acuta analisi psicologica, anche se ancora inceppato da propositi di eleganza. Le opere minori rivelano la graduale maturazione di Boccaccio, nella ricerca di umanità e di stile, la cui sintesi si realizza nel Decameron. Per quanto riguarda i contenuti, sono presenti i grandi temi – amore, paesaggio, intelligenza, magnanimità – ma in modo così disorganico che è difficile stabilire la sua visione della vita, quale emerge dal Decameron.

Ci sono poi i limiti formali: il linguaggio è un cocktail, un’alternanza di popolare, comicorealistico, e di ricercato aulico, selettivo. Al contrario, nel Decameron, è il fiorentino parlato da classi colte, lingua viva senza parole libresche, in un periodare ciceroniano, di classicismo stilistico. Decameron Con il suo capolavoro Boccaccio realizza la tanto ricercata sintesi di umanità e di stile e fonda la prosa italiana. Come dice Salinari, il Decameron, insieme alla Divina Commedia e al Canzoniere, raggiunge l’apice della letteratura italiana.

Sono cento novelle, alle quali diede il titolo grecizzante di Decameron (dieci giornate), inserite in una cornice, importante perché rappresenta il loro filo conduttore. Al di là del fine estetico, la cornice ha un significato ideologico: Boccaccio rende esplicito il senso della sua opera, è autocoscienza, momento programmatico. Esprime, come in un vasto arazzo, il proprio atteggiamento nei confronti dello spettacolo multiforme della vita, e quell’ideale che si rifrange nelle trame dei suoi racconti. È un ideale di vita cortese, fondato sulla dignità dello spirito e il decoro dei modi, in un sereno, elegante vivere civile, dove il vizio non è condannato, ma soltanto analizzato, e la virtù è umana saggezza, fatta di consapevolezza, coerenza ed energia con cui affrontare l’esistenza.

Inizia con la connotazione di tempo e di luogo: 1348 – Firenze. La città è desolata dalla peste, dalla morte, ma non solo. Vive una realtà di riflusso, di crisi della borghesia, di decadenza e disfacimento dei valori dell’uomo. All’astrattezza simbolica della “selva oscura” di Dante, Boccaccio contrappone la realtà storica, con data e città precise. Il mondo sociale del Decameron è quello della borghesia, ma mai mitizzata. Boccaccio è consapevole di una crisi generale di valori, sotto la spinta delle trasformazioni economiche, politiche, sociali che investono la società del suo tempo, tanto da giustificare qualsiasi iniquità pur di conservare i privilegi.

Il Decameron è trionfo di realismo di vita contrapposto all’astrattezza di una cultura che ha cercato di andare contro natura, senza la consapevolezza che ogni cultura che insegni a negare gli istinti fallisce nell’educazione alla vita. Vuole individuare le grandi virtù con cui rifondare la civiltà, passare dalla morte alla vita. È la giovinezza, ingenua e pura, che può salvare il mondo senescente. Dieci giovani si trovano a pregare per sfuggire alla peste: sette donne sagge, di sangue nobile, belle di forme, di decoro e onestà – Pampinea, Fiammetta, Filomena, Emilia, Lauretta, Neifile, Elissa – e tre uomini – Panfilo, Filostrato, Dioneo. Si ritirano in campagna, dove al paesaggio di morte della città si sostituisce quello cortese.

La donna non ha più i tratti angelici e indefiniti delle stilnoviste, né la soavità muta di Laura: è la creatura che impersona la bellezza e la grazia, vive con intensità i propri sentimenti e sa donarsi nella gioia d’amore. È primavera: uccelli che cantano; acque limpide; aure fresche. La brigata si ritrova in una deliziosa villa in collina ad organizzare e regolare la quotidiana vita comune. Per vivere quel tempo, scelgono di danzare, cantare e raccontarsi novelle – una per ciascuno ogni giorno, tranne il venerdì e la domenica, a ricordare morte e risurrezione di Gesù.

La peste è ormai un ricordo remoto. Inizia una vita idillica e serena, signorile e onesta. La natura invita alla gioia, a ritrovare la propria integra umanità nel calore cordiale di un’armonica convivenza. È questo lo sfondo ideale delle novelle: un mondo pervaso da un’ottimistica fiducia nell’uomo, da un equilibrio fra uomo e natura, fra spirito e sensi, individuo e società. Ci sono dei temi di vita fissi, ma c’è anche la libertà di raccontare novelle a piacere: all’interno della cornice ordinata, decorativa, si può inserire il disordine gotico della vita. L’ultima giornata sarà allietata dalla magnanimità di grandi feste.

Dall’Inferno della peste, della distruzione, si passa al Paradiso laico di giovinezza, amore, gioia di vivere: è un messaggio ottimistico, di speranza in anni tragici. Ser Ciappelletto La prima novella della prima giornata è introdotta da Panfilo con alcune considerazioni: le pene del vivere – la peste – richiedono il continuo aiuto di Dio, spesso invocato attraverso l’intercessione dei Santi, sulla cui autenticità non c’è, però, certezza. Può dunque accadere di credere santo uno che, invece, con ogni probabilità è dannato – Ser Ciappelletto.

Dio, comunque, guarda alla purezza di intenzioni di chi lo invoca, perciò ci si può rivolgere fiduciosamente a Lui. La morale della novella trova giustificazione nel contesto dell’opera: è un momento di liberazione da quelle concezioni che Boccaccio considera impedimenti all’osservazione realistica e comprensiva della vita e della complessa psicologia dell’uomo, suo fondamentale interesse di narratore. La morale, poi, non resta isolata. Cinque delle dieci novelle della prima giornata sono connesse con la pratica religiosa del tempo. C’è un Giudeo che, dopo aver visto, a Roma, la sfrenata corruzione del clero, si converte al Cristianesimo, convinto che deve essere altissima la santità di questa religione, se può continuare a vivere pur essendo così tradita; è ripudiata ogni forma di intolleranza religiosa in nome della purezza di cuore del credente (nov. 3 – Melchisedech e il Saladino); è satireggiato il cedere dei monaci ai peccati della carne nonostante il loro tuonare contro di essi dal pulpito; lo stesso vale per l’ipocrisia dei religiosi. L’azione di Ser Ciappelletto è emblematica di questo mondo dominato dalla legge economica, dalla sua logica fredda e spietata, dove anche la parola ha la forza dell’azione e può diventare merce di scambio. Ciappelletto, notaio abituato a fare atti notarili falsi, a suscitare ragioni di fiera discordia tra amici e parenti e a compiere omicidi su richiesta, si trova un giorno in cattive condizioni sia economiche che per quanto riguarda la sua reputazione sociale, irreparabilmente compromessa. Accetta di regolare affari sleali, ma, mentre è ospite di due fratelli usurai, si ammala gravemente. Per salvare la loro reputazione, decidono di far dare l’estrema unzione a quest’assassino che hanno in casa.

Chiamano un frate, troppo onesto e pio perché possa pensare all’abisso di cinismo e perversione di un uomo che è in punto di morte. Ciappelletto ricorre ad un linguaggio evangelico ed ecclesiastico; all’umile tono di chi si confessa pentito; alla confessione, tra le lacrime, di un vero peccato – l’aver offeso la mamma. Maestro di ipocrisia e falsità, riesce nella sua confessione sacrilega e blasfema, così da farsi ritenere santo e, dopo morto, essere considerato degno di culto religioso. Melchisedec e il Saladino Il colloquio tra il saggio ebreo e il Saladino, grande sovrano musulmano, rivela il culto di Boccaccio per l’intelligenza, la munificenza, la saggezza dell’uomo che conosce la vita e riesce a districarsi dalle sue complesse situazioni.

I due protagonisti emergono come ingegni fini e aristocratici, pieni di decoro e di affabile liberalità. Alla domanda insidiosa del Saladino – quale delle tre religioni sia quella verace, la giudaica o la saracina o la cristiana – Melchisedec dà una risposta che mette d’accordo entrambi. Le tre religioni vengono da Dio, quindi ugualmente degne di onore – onore che significa riconoscere il valore effettivo dell’uomo, delle cose belle ed eccellenti. Se l’intelligenza, il dinamismo sono valori precipui dell’uomo, c’è, però, la fortuna, il caso a fare opposizione e a determinare la lotta.

La storia, che per Dante è frutto dell’azione di Dio tramite l’uomo, per Boccaccio è il regno della fortuità, è caos, se non prevale l’intelligenza razionalizzata a trasformare il Caos in Logos. Andreuccio da Perugia Protagonista, come ha detto Croce, è il Caso, bizzarro e imprevedibile. Nell’arco di una notte durissima, Andreuccio vive un rito di iniziazione: l’adolescente ingenuo e rovinosamente disarmato di fronte alla vita passa ad un’intelligente consapevolezza che lo ridona all’azione, fino a conquistare il dominio sugli eventi, a ritrovare quell’astuzia, prontezza ed energia nell’affrontare le complesse situazioni del vivere che costituiscono virtù necessarie per Boccaccio.

Fondamentale per lo scrittore è anche l’ambientazione sociale: per questo predilige la città, in particolare Napoli e Firenze, che lui conosce bene. In questa novella la ricostruzione delle vie di Napoli fatta da Andreuccio ha una concretezza che appare fondata su precisi ricordi di Boccaccio. E la scelta di quell’ambiente pittoresco della malavita napoletana sa creare l’atmosfera di continui imprevisti e avventure voluti dal Caso. Tra i racconti d’amore tragico spicca l’amore infelice di Lisabetta, moglie di Guglielmo Rossiglione.

È una storia di ambiente feudale. Nell’ozio della vita al Castello, la donna si innamora di un compagno di caccia del marito. È un amore vero, un trasporto ricambiato. Il marito lo scopre, invita l’amico a caccia e lo uccide. Gli strappa il cuore, lo fa cucinare e lo dà a cena alla moglie che, tranquillamente inconscia, dice che è buono. A fine banchetto, quest’uomo feroce rivela la verità a Lisabetta: il suo amore non è passeggero, è un valore al di sopra della sua vita e non le resta che gettarsi dalla finestra. La diagnosi del tragico fatto è chiara: l’infamia di una società che non conosce i valori umani e, laddove sia giustificata una punizione, ricorre ad una feroce scorrettezza.

La felicità raggiunta dagli amanti dopo eventi straordinari è tema di due capolavori. Federigo degli Alberighi Boccaccio guarda con nostalgia un passato ancora dominato dal codice cortese: l’ideale di dignitosa compostezza, di signorilità, di civile decoro contrapposto alla dura realtà mercantile del presente. Federigo è l’emblema della vera cortesia, quella dell’anima. È uomo aristocratico, generoso, liberale, nutre un amore nobilissimo per Giovanna, bella e onesta, che lui cerca inutilmente di conquistare con l’eleganza e lo splendore di balli, feste, banchetti e gioia di donare.

L’abuso della liberalità e della munificenza lo porta alla povertà, per cui decide di ritirarsi nel suo podere di campagna: non può più vivere decorosamente in città e non vuole apparire spregevole agli occhi di colei che ama. Non chiede l’aiuto di nessuno e sopporta la miseria con grande dignità, vittorioso nella lotta contro la sfortuna. Gli rimane il falcone, a lui tanto caro, ultimo legame fra sé e il passato signorile: lo fa volare giornalmente, con grande diletto dell’unico figlio di Giovanna. Il giovinetto si ammala e la donna, vedova onesta nel suo signorile ritegno e madre autentica, conosce ciò che il figlio serba nel profondo del suo cuore – lui crede che guarirebbe subito se potesse avere il falcone di Federigo.

Giovanna, dopo tante esitazioni, con una compagna, fa visita a Federigo: vuole restare a desinare con lui per chiedergli in dono il falcone. Se l’amore di madre è capace di vincere la ritrosia della donna, la sincerità e la profondità dell’amore spingono l’uomo a sacrificare ciò che ha di più caro: cucina il falcone per la cena. Non è il sacrificio che avrebbe voluto Giovanna. Di qui l’estrema umiliazione di Federigo. Ma la dignità con cui sopporta il fallimento e la sua magnanimità spingono Giovanna a donargli il suo affetto: preferisce sposare un uomo povero ma veramente nobile come Federigo piuttosto che un uomo ricco come lei.

Divenuto così accorto amministratore dei beni di famiglia, Federigo termina con lei i suoi anni in letizia e ricchezza. Nastagio degli Onesti È chiaro esempio della capacità dell’uomo di dominare gli eventi. Petrarca ha un carattere contemplativo e il suo vocabolario è statico; Boccaccio rappresenta la realtà dell’uomo in azione, sempre pronto ad adattarsi, a proprio vantaggio, alle varie situazioni e, anche quando è sconfitto nel suo rapporto con il mondo, non si arrende. È l’uomo borghese che mira a trasformare il mondo credendo nel valore della sua intelligenza.

Nastagio è a Ravenna e si innamora di una giovane che disdegna il suo amore e lo fa soffrire a tal punto che pensa di suicidarsi. Consigliato dagli amici lascia Ravenna e va in pineta a meditare. Solo e pensoso, sembra un uomo petrarchesco. Ecco, all’improvviso, un tramestio e l’azione ha inizio. Assiste alla caccia infernale di un cavaliere, suicida per amore, il quale insegue la donna che fu verso di lui troppo crudele ed è condannata ad essere straziata. Nastagio è innamorato sì, ma vigile, consapevole che l’amore è sintesi di sentimento e di ragione. Lucidamente proteso alla conquista della sua donna, decide di farla assistere, insieme a tutti i parenti, all’orrendo spettacolo.

Ne consegue il matrimonio dei due e Nastagio rende maliziosamente noto che dopo quella visione le donne di Ravenna divennero più arrendevoli ai desideri dei loro amanti. Jacopo Passavanti, frate domenicano, è un bravo predicatore trecentesco, autore di un trattato dottrinale – Lo specchio di vera penitenza. Raccoglie le sue prediche, aneddoti e novelle tesi a dimostrare l’esigenza teologica della confessione e del pentimento. Durante la sua predicazione a Firenze, Boccaccio ascolta un suo celebre racconto – Il carbonaio di Niversa. È la leggenda della caccia infernale relativa agli amanti colpevoli che ritornano dopo morti sulla terra, per scontare orrendamente il peccato. La condanna è per il loro amore carnale. È scritta bene, ma rispecchia il mondo teocratico, ecclesiale del Medioevo. L’evento è rappresentato con concentrazione drammatica al fine di influenzare le coscienze: attraverso il pentimento, il tormento avrà un giorno fine, ma nulla toglie al suo orrore. Diversa è la trascrizione di Boccaccio: riconduce la vicenda alla vita quotidiana, persino mondana. Differente è l’idea della vita e dei rapporti umani: il peccato della donna è quello di non aver ceduto all’amore, è peccato la crudeltà in amore. L’intelligenza, la saggezza, il garbo, la liberalità possono innalzare ad un ideale aristocrazia dell’animo, che non è più prerogativa di pochi eletti, ma anche conquista di gente socialmente modesta. È quello che conta per Boccaccio più della nobiltà di sangue.

Cisti fornaio Bella è la ricostruzione dell’ambiente: pulito, ordinato, dominato dalla figura di Cisti, uomo che si è fatto da solo ed è ricchissimo, anche se la fortuna lo vuole in una posizione sociale modesta. A Firenze sono giunti due ambasciatori del Papa per cercare di mettere pace tra le due fazioni dei Guelfi Bianchi e Neri: sono ospiti di Messer Geri, che collabora con loro. Al mattino sono soliti passeggiare lungo l’Arno e Cisti, uomo d’azione e prontezza di spirito, si fa trovare davanti all’uscio di casa: su un tavolinetto prepara una bottiglia del suo buon vino, messo in una lucente secchia di acqua fresca; un orcetto, tipico manufatto di Bologna; bicchieri nitidi, che sembrano d’argento.

È un quadretto pieno di grazia, dove la pulizia esterna riflette l’intima lindura di Cisti, che con il farsetto e il grembiule bianchissimi suggerisce un’immagine di finezza e di eleganza adatte ai signori. Pensa che sarebbe grande cortesia invitarli a bere, ma la differenza di condizione sociale gli dà la consapevolezza che sarebbe gesto troppo familiare. Deve dunque agire in modo che siano loro ad invitarsi da soli. Si mette a centellinare saporitamente il suo vino così da destare in loro il desiderio. Riesce nel suo intento e Cisti ha la gioia di onorarli e di essere onorato quale valente uomo, come lo definisce Geri in modo affabile e cortese.

Il vino è apprezzato a tal punto che ogni mattina tornano insieme a gustarlo e, quando gli ambasciatori si apprestano a lasciare la città, Geri offre un magnifico banchetto, al quale invita i cittadini più onorevoli e tra questi Cisti: intelligente e fiero della condizione conquistata con “il proprio ingegno e industria umana”, vuole dignitosamente rimanere al suo posto. Frate Cipolla Il frate è astuto e ameno, dotato di una mirabile prontezza di spirito e di una eloquenza fatta di frasi ampollose e altisonanti, tali da suscitare stupore negli ignoranti Certaldesi. Racconta un castello di menzogne per raggiungere il suo scopo: la presentazione della reliquia, i miracolosi carboni di San Lorenzo, con cui traccia altrettanto miracolosi crocioni sul bianco abito della festa dei Certaldesi, affollatisi attorno a lui: è il simbolo della loro stoltezza.

C’è l’indubbia satira per il culto delle false reliquie diffuso nel Medioevo, per carpire la fede della gente più incolta. Boccaccio, però, pone in caricatura proprio i Certaldesi per la loro goffa credulità e si diverte di fronte all’improntitudine e alla furbizia del frate, che egli guarda con quella simpatia che prova verso le persone intelligenti, abili e piene di vitalità. Guido Cavalcanti Disegna con simpatia nostalgica la figura di Cavalcanti: appartiene ad un’età liberale e cortese che lo scrittore lamenta ora perduta, soffocata dalla cupidigia di denaro e dalla volgarità che ne consegue. Non solo la signorilità del tratto affascina Boccaccio, bensì la sua superiore cultura, la quale affina l’intelligenza e l’abilità di vanificare l’incomprensione della gente volgare con una sagace inconfutabile battuta di spirito.

Oltre al culto delle virtù cavalleresco-borghesi, lo scrittore esprime l’amore per la poesia e per la cultura come formatrici di una più elevata aristocrazia umana. Nella sua analisi della realtà, in contrasto con il cavaliere dell’ingegno e dell’industria umana, Boccaccio fa emergere la figura dello stupido che si crede intelligente ed è arrogante. Non lo giudica però, sono i fatti a dare il giudizio; lo osserva con il suo sorriso, libero da pregiudizi, capace di attenuare anche la negatività dei non-valori dell’uomo.

Calandrino e l’elitropia Figura emblematica è Calandrino, protagonista di novelle dove si parla di beffe, di burlatori e di burlati. Stolidità, piena fiducia in sé stesso, ingordigia, avarizia, cupidigia, una vaga astuzia animalesca rafforzano il suo egoistico sfrenato desiderio di ricchezza, di dominio e di potenza: sono oggetto di beffe feroci da parte di amici sornioni e burloni. Maso si tuffa in un discorso indiavolato, un’arruffata girandola di trovate per frastornare la testa di Calandrino: esiste il paese di Bengodi, dove trovare l’elitropia, pietra dalle virtù magiche, capace di rendere invisibili. Preda di un’agitazione febbrile per l’impazienza di coronare il suo sogno, svela il segreto ai due amici Bruno e Buffalmacco, che fingono la loro piena adesione. Calandrino crede di aver trovato la pietra per primo e di essere divenuto invisibile. Così ne raccoglie in quantità e, nella sua cupidigia e idiozia, non vuole svelarlo ai compari: si beffano di lui colpendolo a sassate, che sopporta soffrendo eroicamente in silenzio. Giunto finalmente a casa, la moglie lo saluta con una battuta sarcastica, chiara espressione che chi comanda non è Calandrino: la ritiene rea di aver rotto l’incantesimo della pietra, quindi merita il suo scoppio di furore e di violenza. Alla fine, è ancora lui, povero gonzo, ad essere gabbato: gli amici gli rimproverano di non aver rivelato loro il ritrovamento dell’elitropia.

Boccaccio rivela una volontà sinfonica nell’alternanza di giornate frizzanti, scoppiettanti, umoristiche e un po’ sboccate ad altre dal ritmo lento, serio, fino al grande adagio, al tempo maestoso dell’ultima giornata. Protagonista è la cortesia, come liberalità e magnanimità, dell’animo e delle azioni: il Decameron termina nel Paradiso terrestre. Griselda dà prova di magnificenza con il suo amore, che è pazienza, fedeltà, obbedienza e venerazione assolute nei confronti del marito. Ghino di Tacco e l’abate di Clignì Sono intimamente congiunti sul comune culto della signorilità, che Boccaccio crede si possa trovare in chiunque.

Ghino, gentiluomo senese, ricordato da Dante nel Purgatorio, è dipinto da Boccaccio come bandito di strada, tra Lazio e Toscana, ma celebre per la sua liberalità. L’abate di Clignì, colto e ricchissimo, con il permesso di Papa Bonifacio VIII, lascia Roma per recarsi ai bagni di Siena, a curare i suoi problemi di stomaco. Parte con grandissima pompa di bagagli, cavalli e servitù, ma Ghino li sorprende e li fa prigionieri. Sono trattati con cortesia, ma l’abate, adirato e sdegnato, ha un atteggiamento arrogante. Ghino vuole educarlo all’umiltà e guarirlo con una dieta opportuna: una tovaglia bianchissima, pane abbrustolito e vino pregiato.

Rimessosi in perfetta salute, l’abate ora vuole tornare libero: Ghino confessa che, da uomo gentile, cacciato da casa e ridotto in povertà, è diventato un brigante e nemico della corte di Roma non per malvagità, ma per poter difendere la propria condizione di nobile. Ritiene l’abate valente signore ed è pronto a lasciarlo libero, portando con sé una parte o anche tutto ciò che possiede. L’abate riconosce nel suo ospite un autentico gentiluomo e gli lascia quasi tutto il suo, dispiaciuto che il capriccio della fortuna lo costringa ad un mestiere così biasimevole.

Tornato a Roma, chiede al Papa di rendere grazia a Ghino. Bonifacio VIII lo chiama alla sua corte, in breve ne riconosce il valore e gli dona una grande prioria dell’Ordine degli Spedalieri di San Giovanni di Gerusalemme, di cui diventa Cavaliere. Lo Stile. Boccaccio è alla ricerca di una coscienza nuova che consenta di fondare una cultura nuova e nuovi rapporti nella società. Non è più orientato verso la trascendenza e i grandi problemi morali e religiosi di Dante, ma verso lo studio dell’uomo, che analizza nella gamma complessa dei suoi modi di sentire e di agire.

L’analisi dei personaggi in una concreta dimensione psicologica, storica e sociale trova la sua giusta espressione in una prosa dal ritmo lento, ampio, musicale, ipotattico, come dice De Sanctis: servendosi del classico fiorentino colto ama indugiare su particolari, situazioni secondarie, figure minori, non sfronda, e dal punto di vista sintattico predilige il periodo latineggiante. Il suo stile non è umorale, emozionale, ma riflette il distacco nell’osservare senza pregiudizi e senza dare giudizi: darà tono solenne alla prosa italiana.

Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.

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