37. Pietro Metastasio e il melodramma settecentesco
È l’ultimo rappresentante della cultura cortigiana dell’Arcadia, intesa come celebrazione di corte. Ancora fanciullo, improvvisa versi con rara vivacità d’ingegno e Gravina, fondatore dell’Accademia, lo adotta, cambiandone il cognome originario, Trapassi, in quello grecizzante di Metastasio (dal greco metàstasis, cambiamento, rinnovamento). Sogna di farne un grande tragediografo, secondo il suo severo ideale classicistico, ma non è la vocazione di Metastasio. Gli ispira, comunque, quella capacità di ordine e di chiarezza espressiva che è propria del futuro poeta.
Quando, a Napoli, incontra la sua grande ispiratrice, la cantante Marianna Bulgarelli – la Romanina – Metastasio scopre la propria indole di scrittore di melodrammi. Consapevole che nel melodramma del Seicento ha perso gradualmente valore l’elemento poetico a tutto vantaggio della musica, riaffermerà l’importanza letteraria, ricostruendo razionalmente l’equilibrio tra musica e versi. Elabora la rivalutazione del melodramma secondo il principio del recitar cantando. Scrive testi adattabili a musica, in cui lo svolgimento della vicenda ha sviluppo recitativo con accompagnamento in sottofondo di clavicembalo; quando l’azione si interrompe e si conclude il dialogo, a scatenare l’entusiasmo del pubblico interviene lo sfogo del cantante nelle melodiose ariette, espressioni liriche di sentimento e di sogno.
Secondo l’ideale dell’Arcadia, Metastasio vive la poesia come un sogno fatto in presenza della ragione: ed è quello che si realizza nell’arietta, dove i rovelli del sentimento si semplificano, si chiariscono, tutto si dissolve in musica. Inizia la sua fortunata carriera teatrale, che lo porterà ad essere acclamato in Europa come il poeta più grande dell’epoca, capace di fondere armonicamente ragione e sentimento, grazia. È chiamato alla corte di Vienna, in qualità di poeta cesarèo, cioè poeta ufficiale presso la corte imperiale degli Asburgo d’Austria. Alfieri si scandalizza di fronte alla vecchia cultura cortese, all’intellettuale che si inchina al potere: per lui è cultura servile. In realtà, ora la corte non ha più pregiudizi nei confronti di un ragazzo di umili origini, se è intelligente, rivela ingegno, impegno e passione per lo studio. È cultura di forza tra intellettuali e potenti.
La corte gli conferisce dignità, prestigio, e lui nelle sue creazioni sa esprimere quell’ideale di gusto, di decorosa dignità e civiltà, proprio della società elegante cui si rivolge: il rapporto è interclassista. Ha carattere alieno da asprezze, urti, tempeste: la sua vera esistenza si svolge in un mondo di sogno o di dolce favola, fatto di sentimenti semplici, quotidiani, in equilibrio con la ragione. È la realtà fantastica in cui si muovono gli eroi dell’età classica, da Alessandro ad Attilio Regolo, ad Enea e Didone.
Gli eroi e le eroine hanno il cuore dei cavalieri galanti e delle damine del Settecento e passano nel mondo sereno di Metastasio con il lieve ritmo del minuetto. Didone abbandonata È Il primo vero trionfo, che lo rende celebre in tutta Italia. Il racconto di Virgilio si assottiglia in un idillio: il contrasto tra amore e dovere, elemento fondamentale nella struttura dei suoi melodrammi, non si esprime in un dramma eroico e appassionato, ma nella quotidiana commedia dell’amore, fatta di tenerezze, bizze, battibecchi, gelosie. Enea analizza il suo animo con una chiarezza che distrugge il dramma e lo rasserena. Didone conosce i languori, le gelosie, i sospiri, gli sdegni, i lamenti di una damina innamorata, non la passione dolorosa, turbinosa.
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.