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Letteratura

Dalle origini al secondo dopoguerra.

91 capitoli di letteratura italiana: storia letteraria, autori, opere, poetiche, contesti e analisi dei testi. Con quadro cronologico conclusivo e fonti.

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52. Giacomo Leopardi: pensiero, poetica e Canti

Quadro del capitolo. Leopardi costruisce una delle più radicali riflessioni moderne sulla condizione umana. Dalla critica della civiltà contemporanea giunge a una concezione universale del dolore, ma senza rinunciare alla dignità della ragione e della solidarietà. La sua poesia nasce dal rapporto tra memoria, desiderio infinito, immaginazione e limite.

Nuclei fondamentali:

  • vita e formazione
  • pessimismo storico e cosmico
  • teoria del piacere
  • poetica del vago e indefinito
  • Canti
  • Operette morali
  • ultimo Leopardi

Leopardi è un caso a sé, eccezionale, nel romanticismo italiano. Il suo isolamento è una condizione per lui fondante: nasce in un contesto che lo estrania dalla cultura italiana. È giudicato strano, capriccioso, poeta eccentrico. È incompreso, a cominciare dai genitori. Nasce a Recanati nel 1798 da famiglia nobile. Il padre, conte Monaldo, è uomo erudito, ma di scarso talento, bigotto e ferocemente reazionario; la madre, marchesa Adelaide Antici, è dispotica e incapace di affettuosità: le zelanti pratiche religiose, il rigido governo della famiglia e del dissestato patrimonio formano i chiusi orizzonti della sua esistenza.

Leopardi fanciullo vive sereno la prima infanzia, perché dotato di un’innata tendenza all’immaginazione, che lo porta a creare giochi e racconti con cui divertire i coetanei e i fratelli minori. Presto la sua incontenibile sete di conoscenza lo isola nella ricca biblioteca paterna, dove matura, in modo autonomo, quell’autodidatta impareggiabile che De Sanctis ammira tanto. Leopardi apprende perfettamente il latino e il greco, studia l’ebraico e le lingue moderne; traduce, commenta, rivede i testi antichi. Diventa in tenera età un filologo provetto. Giordani, suo caro amico e ammiratore, scriverà “Egli è d’una grandezza smisurata, spaventevole. Immaginatevi che Monti e Mai uniti insieme siano il dito di un piede di quel colosso”.

Storia dell’Astronomia Vuole maturare anche la propria cultura scientifica. Scritta 1813, mostra l’interesse appassionato dell’adolescente per quei fenomeni naturali che tanto profondamente commuoveranno il poeta futuro. Saggio su gli errori popolari degli antichi (1815) Con il pretesto tutto illuministico di liberare la mente umana dall’errore, si compiace di rievocare gli antichi miti cari ai poeti, specialmente quelli relativi agli astri, alla terra, ai grandi movimenti meteorologici, rivelando anche qui, in certi attimi di sbigottimento davanti all’infinità della natura, la vocazione poetica che lo condurrà ai Canti. È ancora legato alle idee reazionarie e retrive del padre e del bigotto ambiente nobiliare, come emerge nella sua Orazione agli Italiani: esalta l’assolutismo illuminato e attende dal trono ciò che ormai i patrioti aspettano dal popolo.

Sono anni di studio straordinariamente intensi e in una lettera a Giordani confessa “Mi sono rovinato con sette anni di studio matto e disperatissimo, infelicemente e senza rimedio per tutta la vita”: spina dorsale deviata, occhi deboli e malati, tutto l’organismo infiacchito. Il frutto che ne ricava, comunque, è prezioso: matura stile, gusto, modo di sentire l’importanza e l’efficacia della parola, scopre la sua voce più intima. Tra il 1815 e il 1816 si compie quella che lui chiama la conversione letteraria: dall’erudizione passa al bello poetico. Le bellezze dei numerosi poeti greci destano un tumulto creativo nella sua mente, l’arricchiscono e lo fanno sentire in pace. Nasce il poeta.

L’acuta sensibilità, la spiritualità romantica lo orientano a nuove letture: la Vita di Alfieri, l’Ortis, il Werther, Madame de Stael, Berchet. Dalle idee reazionarie passa agli entusiasmi per la libertà della patria; il sogno di un’esistenza magnanima già assorbito dai classici si anima di un’ansia violenta di agire e di vivere, di ribellione contro il destino e la mediocrità degli uomini, un impeto eroico, una nostalgia di impossibile che richiamano Alfieri e i campioni del romanticismo. Comincia a vivere la sua infelicità in un modo assai più tenebroso, a sentire l’infelicità certa del mondo, a riflettere profondamente sulle cose, a diventar filosofo, o meglio spirito capace di contemplare i suoi sentimenti ed esprimerli in poesia. In lui urge la brama di gloria, che urta contro la barriera dell’ambiente gretto e insensibile in cui è costretto a vivere; sente il peso dei doveri filiali nei confronti di un padre retrivo, timoroso di ogni idea moderna, e di una madre arcigna, che sa ubbidire alla ragione, non al cuore; soffre l’incomprensione di chi vive nel natio borgo selvaggio; il divario tra il mondo che sogna e la realtà grigia del vivere quotidiano. Giordani comprende la sofferenza, l’infelicità dell’amico: lo incoraggia a non perdere la speranza e gli fa immaginare l’esistenza di un mondo migliore, di uomini dotti e spiriti nobili, dove può trovare la tranquillità dell’animo e la gloria cui tanto anela.

Il poeta vuole uscire dalla casa paterna, da Recanati, che sente come una prigione: è l’ansia romantica di una realtà diversa, di un mondo liberato dai limiti in cui è cresciuto, chiuso dal raziocinio degli illuministi. Nel 1819 si prepara a fuggire, ma il suo proposito è sventato dal padre. Cade l’illusione che, fuori dal suo carcere, gli sia consentita una vita spiritualmente libera, un’esistenza eroica, degna di essere vissuta. Seguono anni di desolata rassegnazione – “ora sono inaridito come una canna secca”

  • ma il dolore si trasfigura in alte pagine di poesia – L’Infinito, La sera del dì di festa, Alla luna,

La vita solitaria, Ultimo canto di Saffo. Nel 1822 il padre gli consente di soggiornare a Roma, ospite degli Antici. Nuova delusione, la vita è dovunque infelice e meschina. Inerzia, immoralità, presunzione, miseria spirituale: è ciò che offre la società romana, in particolare i dotti e gli ecclesiastici. Soltanto una visita alla tomba di Tasso lo turba sino alle lacrime, poiché vede in lui un uomo che ha sofferto e patito oltremodo. Torna a Recanati nel 1823, con una visione del mondo più amara e sconsolata, che inaridisce la sua fantasia. Si dedica completamente alla prosa, alla composizione delle Operette morali, in cui la lucida logica di un mondo governato da leggi meccaniche invincibili svuota del loro fascino i valori ideali da cui il poeta è profondamente sedotto: dimostra l’illusorietà di bellezza, gloria, patria, libertà, amore, beni irraggiungibili, se il sentimento non sa trasfigurarli in poesia.

Passano due anni e Leopardi lascia di nuovo Recanati, chiamato a Milano dall’editore Stella, a dirigere un’edizione di classici latini e italiani. Il clima, però, non giova alla sua salute ed è costretto a vivere tra Bologna, Firenze e Pisa, mantenendosi con le lezioni private e con l’assegno mensile fissatogli dall’editore Stella per alcune traduzioni e un commento al Petrarca. Trova conforto nella stima e nell’amicizia di letterati a Firenze, tuttavia non sente più il suo cuore, un tempo, sensibilissimo. A Pisa il clima dolcissimo sembra risollevare la sua salute e ridestarlo alla vita e alla speranza.

Soltanto allora torna alla poesia e compone Il Risorgimento e A Silvia, canto immortale in cui lo stesso poeta avverte il suo “cuore di una volta” come scrive alla sorella Paolina (1828). È una breve parentesi di gioia: le sue condizioni di salute si aggravano ed è incapace di sostenere le fatiche del suo impegno editoriale. Non vuole chiedere sussidi ai famigliari e torna a Recanati, dove si sente come soffocato in una prigione senza luce, in una disperata solitudine. Dal suo cuore sgorgano alcune delle liriche più luminose: Il passero solitario; Le ricordanze; La quiete dopo la tempesta; Il sabato del villaggio; il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, l’espressione più alta del mistero e del dolore universale.

Nell’aprile del 1831, pur di allontanarsi per sempre da Recanati, torna a Firenze accettando l’aiuto degli amici toscani. Cura l’edizione fiorentina dei Canti, con i cui proventi è risoluto a ripagare i suoi ospiti. A loro dedica una famosa pagina: lui vive ormai senza più speranza, ma in quel soffrire è una coraggiosa energia, una ferma volontà di lasciare agli uomini un messaggio che rappresenti l’esempio di un’intrepida costanza nel suo rifiuto di ogni rassegnazione. A Firenze prova anche un’ultima febbre d’amore, quell’amore che sempre ha sognato senza mai diventare realtà, se non nella poesia, forse l’unica illusione che avrebbe potuto vincere l’amara logica del suo disperato pessimismo.

Unico reale conforto in questi anni è l’affettuosa amicizia con il giovane napoletano Antonio Ranieri e la sorella di lui Paolina. Va a vivere a Napoli, in una villetta sulle pendici del Vesuvio; di lì, scrive il poeta, può godere la migliore aria di Napoli, in vista di tutto il golfo di Portici e del Vesuvio, del quale contempla ogni giorno il fumo e ogni notte la lava ardente. Continua a lavorare e scrive gli ultimi due grandi canti – La Ginestra e Il Tramonto della Luna – pubblicati postumi da Ranieri. Il 14 giugno 1837, a soli 39 anni, si spegne uno dei nostri più grandi e suggestivi poeti. Assistito dagli amici Ranieri, viene sepolto nella piccola chiesa di San Vitale, a Fuorigrotta.

IL PENSIERO

Leopardi analizza i più svariati problemi con una logica fredda e implacabile, ma le sue meditazioni non trovano un’organica sistemazione dottrinale. Non sale mai a quell’atteggiamento di pura speculazione a cui si elevano i filosofi, e che rasserena, in una disinteressata ricerca di verità assolute, le sorgenti pur sempre passionali della loro prima ansia di intendere la realtà. Dietro ogni pensiero si affaccia il suo volto doloroso, la sua espressione di uomo. Le argomentazioni sono sparse in osservazioni distaccate, nate sotto lo stimolo dei casi della vita e dei vari moti dell’animo, come avviene nello Zibaldone e nei Pensieri: segno indubbio che i sentimenti sono all’origine delle sue costruzioni, ed essi ne fanno una guida ad intendere la vita intima e il mondo della fantasia. Leopardi, dunque, è poeta troppo grande per poter essere filosofo.

Nella trama di sentimenti e pensieri che si alternano e si susseguono, distinguiamo quattro momenti. Angoscia soggettiva. Elabora sentimenti di delusione, noia, dolore: li lega alla sua specifica condizione di figlio che non ha l’amore dei genitori, ha perso la fede che gli è stata inculcata, non ha rapporti con gli altri. È il sigillo in cui il suo io si differenzia: può ricordare il concetto di malattia in Svevo, il dolore che lo rende più sensibile e acuto degli altri, lo esalta e lo deprime. Si evidenzia un titanismo che è privilegio, ribellione, ricorrente in Leopardi, come dice Bosco.

Pessimismo storico. È il momento delle canzoni civili, filosofiche e dei Piccoli Idilli. Scopre Rousseau, Alfieri: lo affascina il rapporto tra natura e cultura, il mito della natura felice, dell’uomo reso infelice dalla storia. Elabora il concetto di natura benevola, che crea l’uomo ingenuo, circondato da un mondo fiabesco, ricco di illusioni che l’uomo crede vere. Ma interviene la ragione, la civiltà, il progresso a distruggere i miti, le illusioni e a rivelare la sostanza delle cose. Per ciascuno di noi esiste l’infanzia gioiosa, in cui siamo come l’umanità dei tempi antichi. Poi interviene l’età in cui la ragione si desta a parlare, a distruggere i sogni, a mostrare l’arido vero.

Nasce il concetto di uomo antico sereno e di uomo moderno nevrotico. È un momento titanico: se l’infelicità è nella storia, basta riportare l’uomo alla natura e protrarre la sua fase infantile. Pessimismo cosmico. Il mondo è dominato da leggi meccaniche inesorabili, che creano e distruggono in un’incessante trasformazione: i fini di questo perenne mutamento sono incomprensibili, il dolore è una realtà assoluta, perenne. L’uomo è come una foglia in balia del vento “non sa nulla, non è nulla, non può sperare nulla” e soltanto per uno sciocco orgoglio crede che il mondo sia fatto per lui.

La vita, dunque, è un cammino faticoso che si conclude nel nulla eterno e il genere umano fu e sarà sempre necessariamente infelice. Non il genere umano soltanto, però di tutti gli esseri il più sventurato è proprio l’uomo, perché, dotato di ragione, ha coscienza della propria infelicità, sa che non gli è dato uscire dai suoi limiti, dalla sua miseria. Pessimismo agonistico o eroico, secondo la critica di Walter Binni. Contro la logica deserta visione si leva un sentimento di ribellione: l’impeto individualistico romantico del sentimento, che l’implacabile forza della ragione non riesce a distruggere. Se nelle ore più dolorose le illusioni sono svuotate dalla lucida logica, esse restano vive e operanti nel sentimento e nella fantasia per essere trasfigurate nella poesia: il desiderio di uscire da Recanati, la speranza di gloria, un improvviso sogno d’amore, l’ammirazione della bellezza della natura riscaldano il cuore e danno vita al bello poetico. Vi è l’insurrezione di una individualità che non si lascia sommergere dal dolore, ma si leva alta sulle amare conclusioni. Le stesse amare parole con cui esprime la sua infelicità riaffermano un vigoroso sentimento dell’invitta energia titanica che è nell’uomo. Gli elementi essenziali del pessimismo di Leopardi sono espressi nella sua prosa: lo Zibaldone, i Pensieri, e le Operette morali. Zibaldone È una vasta raccolta di appunti annotati dal 1817 al 1832. Rappresenta un diario, in cui si riflettono i suoi studi e l’intima vita della mente e del cuore. Deve servire a lui solo, perciò viene pubblicato dopo la sua morte.

Pensieri Ribadiscono le desolate conclusioni del pessimismo leopardiano, senza aggiungere molto alla fisionomia spirituale dell’autore. Operette Morali Sono molto più importanti, per il valore letterario e i momenti poetici di cui si arricchiscono. Leopardi, dopo aver cercato di inserire il suo dolore in una concezione universale dell’infelicità, tende a trasferire le conclusioni da un piano filosofico ad un piano poetico. Restano, però, ancora oscillanti tra pensiero e arte. Parecchie operette si presentano come prosa continuata, ma in generale prevale il dialogo.

All’inizio vi è una fantastica Storia del genere umano, in cui si delinea il passaggio degli uomini da un’epoca mitica di gioia inconsapevole a quella tristissima iniziata con l’apparizione nel mondo della sapienza e della verità. Dialogo di Timandro e di Eleandro. Leopardi sembra difendere il suo atteggiamento di fronte alla vita: Eleandro esce in due frasi significative “ridendo dei nostri mali, trovo qualche conforto” e, più avanti, “dicono i poeti che la disperazione ha sempre nella bocca un sorriso”. Questo sorriso, frequente nelle Operette, è un modo in cui le tetre concezioni si pongono di fronte al poeta come oggetto di contemplazione. Oscilla tra l’irrisione alle illusioni e la pietà per il vano sperare e desiderare. Non è mai riso acre: nasce da una disperazione che vuole vincere sé stessa.

Spesso il poeta chiude il suo pensiero tra miti e favole, che vivono di una loro vita rasserenata, come quella Natura che appare all’Islandese come una sfinge, non finta ma viva, più bella che terribile, lontana dalla deprecata natura maligna. Dialogo di Colombo e Gutierrez. Insiste sulla vanità e il tedio della vita, ma l’attenzione è attratta da altri elementi. La maestosa vastità dell’oceano; i naviganti, desiderosi di “un cantuccio di terra”, sempre tesi a scoprire la cima di un monte o di una foresta; il ramoscello di albero con coccole rosse e fresche; gli stormi di uccelli ora tanto numerosi: sono immagini di bellezza, di sentimento vagheggiate dal poeta.

Le pagine migliori delle Operette rivelano un grande prosatore: è una prosa limpida, la cui vita nasce non già da una pura abilità di letterato e di stilista, bensì dal confluirvi, in una personale armonia, di tutte le esperienze della mente e del cuore di Leopardi. La Critica. Nel vasto panorama della critica leopardiana è interessante il pensiero di Gentile, quale emerge da due saggi pubblicati nel 1916 e nel 1919, Operette morali e Prosa e poesia di Leopardi. Gentile ridimensiona il pessimismo di Leopardi, attribuendolo storicamente e concettualmente all’influenza della filosofia materialista, direttamente ereditata dai Lumi. Si tratta quindi di un pessimismo della ragione, che Gentile giudica tutto sommato poco originale, al quale oppone un ottimismo del cuore, profondamente radicato nell’animo del poeta. Così scrive Gentile “Leopardi, pessimista di filosofia, e quasi alla superficie, fu invece ottimista di cuore e nel profondo dell’animo: tanto più acutamente pessimista col progresso della riflessione, e tanto più altamente e umanamente ottimista”. Luporini, filosofo e critico, dichiara che Leopardi è sempre stato il suo poeta prediletto e con costanza ha continuato a leggerlo e a rileggerlo, scrivendo saggi sul suo pensiero e sulla sua poesia. In uno dei suoi studi del 1938 Luporini presenta un Leopardi esistenzialista. Sostiene che nel dato storico, nell’epoca romantica va inquadrata quella coscienza infelice. Pur parlando del suo io, esprime il disagio di tutta la cultura europea, un disagio di cui noi siamo figli – nell’anima moderna c’è una nota leopardiana. Ha ragione Sapegno a dire che nella vita di tutti noi c’è un momento leopardiano.

Luporini, esistenzialista, interpreta il pessimismo leopardiano alla luce del pensiero di Hegel: esistono uomini che si sentono incongruenti con la realtà storica ed elaborano una visione del mondo soltanto a livello concettuale, non conoscono la vita. Nessun uomo che viva siffatta esperienza può essere contento: non può vivere solo, ma sente di essere solo. Prima o poi percepisce il disagio di tale strozzatura, vuole vivere e deve confrontare la propria visione con il reale, con il mondo. Inevitabilmente accade quando è tardi: ormai la sua visione è più forte della realtà e questa si presenta come negatività insuperabile. Si è fatto ormai una visione così nobile della vita che non può più adattarsi, ridimensionare le proprie illusioni.

E la negatività non consiste soltanto nelle misere vicende personali, ma nelle misere vicende storiche. Nel mondo reale il poeta scorge il Risorgimento, ma lo deve rifiutare, perché la sua visione attinge a una volontà di giustizia e democraticità tale che la situazione presente lo delude. Leopardi, però, lascia un messaggio attualissimo: in un’epoca tanto confusa si può, anzi si deve essere disillusi, ma non per questo inerti e rassegnati. Essere nichilisti e insieme attivi. I Canti L’attività poetica di Leopardi inizia veramente quando, ormai malato ed infelice, abbandona le “sudate carte” e i suoi “studi matti e disperatissimi” per raccogliersi in un doloroso colloquio con sé stesso. Inizia dunque come elegia della propria sventura e rimpianto della giovinezza, perduta prima ancora di raggiungerla; nasce dal dolore ed esprime il desiderio di trovar pace nella morte.

C’è un abbandono sentimentale che svela quanta passionalità romantica si agiti sotto la vasta erudizione del giovanissimo filologo. L’apprezzamento della morte è una cantica in cui il poeta, ancora legato alla fede cristiana, mescola l’elegia sulla propria fine imminente con elementi tradizionali del cristianesimo. Primo amore conferma l’innamoramento per una cugina ospite in casa Leopardi. È un amore vagheggiato nel silenzio e nella solitudine del proprio animo, ignorato da chi lo ispira. L’effusa passionalità di queste prime liriche è ancora lontana dalla rasserenata trasfigurazione che è propria dell’arte.

Il primo superamento di questo sentimentalismo e autobiografismo è presente nei Canti civili. La Canzone all’Italia è una pagina oratoria più che di poesia, che evoca il mondo antico e svela una compostezza, una proprietà, un decoro tradizionalmente classici. Ma con l’oratoria e la cura formale Leopardi si allontana dalla spontaneità del sentimentalismo e nell’evocazione dell’antichità supera l’autobiografismo. Non solo: il rimpianto con cui il poeta esalta il mondo antico e la condanna del proprio tempo, ormai privo di ogni luce, esprimono la sua nostalgia per un’esistenza diversa e per una terra migliore.

Ad Angelo Mai. Nella canzone dedicata al grande filologo Leopardi rievoca una lunga schiera di grandi. L’anima di quelle figure e la luce che le avvolge sono una proiezione di sentimenti leopardiani: Dante si illumina di magnanimità e di sventura; Petrarca di inappagato desiderio di amore; Cristoforo Colombo di ansia di vasti orizzonti e dell’amara coscienza che la verità è inferiore al sogno; Ariosto ricanta gli ameni inganni e gli incanti dell’adolescenza; Tasso si satura dell’infelicità e del pianto del giovane Leopardi; Alfieri esprime l’impeto agonistico che lo rese intrepido dinnanzi alla nuda verità e al pensiero della morte, forte della sua magnanima ansia di un’umanità migliore.

Il componimento è posteriore soltanto di qualche mese al tentativo di fuga del poeta dalla casa paterna, quindi l’amarezza e lo scontento del presente sono qui trasposti nel clima di una sofferenza più umana e personale, sono le note dolenti di un’anima che piange il morire delle illusioni, del caro immaginare dell’infanzia. Il vagheggiamento dei motivi eroici del mondo antico cede lentamente al pessimismo, alla coscienza di un dolore irrimediabile. A un vincitore nel gioco del pallone. Il poeta contempla la futura rovina della patria e il deserto che occuperà i sette colli di Roma: è la visione di una storia umana che si dissolve nel nulla, come la vita di ogni uomo. Conclude con un’affermazione polemica e schiettamente romantica: la vita è degna di essere vissuta soltanto se resa più preziosa e faticosa dal pericolo, dall’incombere minaccioso della morte.

È questo il tono del Bruto Minore (1821) e dell’Ultimo Canto di Saffo (1822). L’eroe della libertà repubblicana, dopo la sconfitta a Filippi, sente ormai fatale la rovina di Roma e gli appare vana ogni virtù. Un destino di dolore e di morte grava sugli uomini: i numi, se esistono, sono insensibili agli umani affanni; la natura assiste immota alle sciagure umane. Soltanto le fiere e gli uccelli non conoscono la sventura, poiché non ne hanno la coscienza: più tragico è il destino dei figli di Prometeo, che illuminati dal pensiero conoscono l’infelicità del mondo. L’eroe tronca la sua vita, come per un’alfieriana protesta contro l’ingiustizia del fato.

Se con il suo gesto di sfida titanica, Bruto distrugge l’illusione, che si era creato negli anni giovanili, della virtù e della patria, Saffo distrugge quella dell’amore. Secondo un’antica leggenda, l’anima altissima della poetessa greca viene posta in un corpo brutto e sgradevole: disperata per un amore infelice, si uccide. Più rigida, alfieriana, razionale è la figura di Bruto; più umana quella di Saffo – perché autobiografica. Autobiografismo e sentenziosità si purificano nella fantasia: certi accenni al paesaggio notturno, certe voci di piante, alcuni richiami all’impassibile bellezza della natura appartengono già alla grande poesia del Leopardi.

Inno ai Patriarchi (1822). Nasce dalla consapevolezza che anche l’età fantastica del mondo classico è ormai fuori dalla storia umana, collocata in un secolo remoto come una cara illusione, simbolo trasfigurato di quegli anni di sognante e fiduciosa adolescenza con cui si apre la vita di ogni essere. Così la fantasia si rifugia in un mondo ancora più remoto, il mondo biblico di Adamo e dei primi padri, fuori da ogni determinazione storica, con la coscienza che è soltanto la patria ideale di una vana fantasia. Tutti i tempi si sono svelati uguali alla contemplazione ansiosa di Leopardi e gli uomini di ogni secolo si sono livellati in una uguale fraternità di dolore e di disinganno.

Il poeta non tornerà più a peregrinare verso Roma, verso la Grecia, né si rifugerà in altri secoli più lontani: tornerà a sé stesso, perché nel suo destino si rinnova quello che da millenni è il destino dell’uomo. Allo stesso modo non cercherà più il linguaggio eletto della tradizione classica: il suo linguaggio quotidiano equivale ad ogni altro nel dire la tristezza immutata e immutabile dell’umanità.

LA POETICA

Nasce il grande poeta. Non si rifugia più nei vagheggiati secoli e luoghi remoti. Il poeta torna a sé stesso, alla propria vita individuale, ma è consapevole che il suo è il destino di tutti, quindi la sua vita si è ormai dilatata fino ad accogliere in sé il perenne dolore dell’umanità. Il linguaggio poetico, quindi, deve essere nuovo ed estroso, impreciso e vibrante di grande forza evocativa. È il linguaggio quotidiano, di una compostezza e un’armonia di tradizione classica ma rinnovate a tal punto da risuonare di una purezza primordiale. Ha perso ogni concretezza, aderenza con ciò che è grammatica, sintassi, raziocinio, per diventare fantasia, sentimento, cuore.

La lingua non potrà essere ragionevole come è l’idioma francese; dovrà essere poetica come è la lingua italiana, proprio perché conserva la varietà, l’efficacia e la vivacità delle lingue antiche. Il linguaggio quotidiano in Leopardi acquista una densità, un’intimità e una risonanza tali che sembra venire da una profondità smisurata di tempi e di spazi. La poesia moderna deve dunque distinguersi da quella antica. Se per gli antichi la poesia era fatta di miti, per i moderni è costituita soltanto di affetti e di idee. I romantici hanno ragione ad affermare che la poesia moderna deve essere sentimento, ma hanno torto quando, nella loro sete di libertà, nel loro slancio di adesione spregiudicata alla realtà, non tengono conto che la poesia, per sua essenza, mal tollera l’intrusione di elementi prosastici, legati al mondo della ragione e della scienza.

La poesia moderna deve essere lirica, spontanea effusione del cuore, liberazione di uno stato d’animo di intenso travaglio, quindi conforto e rasserenamento dello spirito. Vera poesia può nascere soltanto dalle rimembranze e dall’infinito, cioè da una lontananza temporale e spaziale che valga a togliere ai fatti, alle cose, alle persone descritte il senso rigido della loro realtà. È poesia quella che rinnova in ciascuno di noi un’epoca dell’umanità anteriore al dominio della ragione: il tempo della fanciullezza e della prima giovinezza, ricco di errori, immaginazioni infinite, accese speranze, al quale il nostro spirito guarda con accorata nostalgia e con la tristezza di un bene irrimediabilmente perduto. È una poesia quindi che non narra e non imita, ma canta; non rappresenta ma esprime; è risolta e sublimata in musica, in una forma di espressione che solo può rendere la delicatezza del sentimento nella sua genuina purezza, non appannata da alcun elemento realistico. Piccoli Idilli Sono brevi canti che ritraggono, in piccole immagini – dal greco  affetti, esperienze dell’anima del poeta, spesso disegnate su uno sfondo paesaggistico, di racconto e intimo ambiente paesano, “in solitaria parte”, o resa solitaria e lontana dall’assorta contemplazione con cui il poeta la guarda. È proprio questo senso di solitudine, in cui si leva e si distende un dolore calmo e raccolto, a legare in unitaria intonazione L’Infinito (1819). La sera del dì di festa (1820), Alla luna (1820).

Ad ispirare non è il contingente, bensì un moto dell’animo, una sensazione, l’evocazione di un sogno fanciullesco o di un ricordo. È l’oblio della realtà, una musicale brama di evasione, un fantasticare che il dolore non turba, il silenzio e la quiete dove l’umano del mondo e dell’individuo naufraga nell’immensità di spazio e di tempo. L’Infinito È tra le liriche più grandi che la poesia di ogni tempo abbia mai espresso. Leopardi trova finalmente sé stesso: liberatosi da ogni peso di cultura o proposito oratorio, può esprimersi in assoluta libertà lirica ed esaudire la sua unica autentica vocazione.

Da un piccolo punto della terra – l’ermo colle, la siepe – si allarga l’universo, oltre ogni orizzonte, in un ampliarsi vertiginoso del sentimento dello spazio: uno spazio infinito, sul quale si stende un assoluto silenzio, una quiete senza limiti di tempo. Poi il vento passa tra le foglie degli alberi e le fa stormire: breve e labile voce che è un nulla in confronto al sovrumano silenzio. Quel sussurro del vento di fronte al silenzio assoluto è come la storia degli uomini sullo sfondo del tempo infinito: le età ormai scomparse sono state un momentaneo bisbigliare di foglie mosse dal vento, di cui non è rimasta traccia. Così avverrà dell’epoca presente, viva oggi per un attimo, prima di scomparire nell’infinità del tempo. Vi è un intenso stupore davanti all’infinità del tutto: ne nasce un abbandono senza resistenza “e il naufragar m’è dolce in questo mare”.

Il travaglio interiore che domina il Leopardi dà vita alle Operette morali nel 1824: quei dialoghi dal tono scherzoso fra l’indifferente e il trasognato rappresentano il modo per dominare l’incombente tristezza. Ora lo spirito leopardiano riesce a contemplare il dolore dall’alto, con l’occhio fermo, distaccato di chi non si fa più illusioni e può liberare il suo canto spiegato. A Silvia, Le Ricordanze, La Quiete dopo la tempesta, Il Sabato del villaggio, Il Passero Solitario, Canto solitario di un pastore errante dell’Asia: sono il vertice sommo della sua arte.

Grandi Idilli (1828-1830) Leopardi ha definitivamente trovato sé stesso e a questa scoperta l’hanno guidato le Operette morali. Non è mutata la sua amara e sconsolata visione della vita e degli uomini: quella disperazione, però, che mitizzava il suicidio di Bruto e di Saffo, si è ora composta in uno stoico dominio del dolore, in uno sguardo chiaro e senza lacrime. La sua è una pace disperata, che il cuore, però, può riscaldare volgendosi al passato, ai dolci fantasmi dell’età giovanile. Pur nella stoica rinunzia ad ogni speranza, ad ogni illusione, ad ogni fede, egli serba ancora per sé qualcosa di ineffabilmente caro: la tenerezza delle rimembranze. È l’unica autentica fonte di commozione per il suo cuore che non si rassegna a tacere.

A Silvia. Lieve è la trama: Silvia è la giovinetta che la morte ha rapito sul limitare della gioventù e per l’adolescente poeta questo ha segnato l’inizio della triste realtà, della morte di ogni entusiasmo. Tanta è la tenerezza di immagini e il respiro musicale che costituiscono l’essenza del canto, tali da distruggere la materialità di concetti e di parole. Le Ricordanze. Sono un’eco del canto A Silvia. Rendono un’armoniosa armonia di ricordi infantili, dove non è soltanto il ricordo dei giorni lieti, ma anche di quelli tristi, non solo delle gioie godute ma pure di quelle immaginate vagamente. Una trama di affetti delicatissima, affidata a suoni e parole di estrema immaterialità, nella lirica sublimazione di ogni cosa che sia reale.

La Quiete dopo la tempesta. Più che mai risplende una delle virtù più alte e più singolari del grande poeta: il suo verismo, che consiste in una limpida chiarezza realistica accompagnata da una risonanza sentimentale fatta di echi profondi e struggenti. La vita del paese risorge dopo la tempesta, l’artigiano si fa sull’uscio a guardare il cielo; l’erbivendolo “rinnova di sentiero in sentiero il grido giornaliero”; la gallina torna sulla via. Tutto è vero e pronunciato con esemplare tranquillità e precisione di accenti eppure tutto è delicatamente sfumato, come visto nella lontananza di un sogno, o meglio, filtrato attraverso la memoria che rievoca commossa non un paesaggio ma lo stato d’animo che quel paesaggio suscitò in anni remoti e nostalgicamente cari.

Il Sabato del villaggio. È il mondo agreste del borgo alla vigila della festa: la vecchierella fila e racconta del suo tempo antico; le vicine sono intente ad ascoltarla; lo zappatore ritorna al povero desco; i fanciulli garruli sulla piazzuola “fanno un lieto rumore”. I particolari descrittivi sono limpidi per precisione di disegno e semplicità di linguaggio: una luce dolce, serena e raccolta è diffusa su tutte le cose ed esprime la dolcezza e la pacatezza con cui il poeta le contempla. Il Passero solitario. Descrive la stagione più dolce, la primavera: una luminosità e una festosità diffuse, un brillare dell’aria e un fremere gioioso della terra fanno intenerire il cuore. C’è la letizia degli altri uccelli, ma “tu pensoso in disparte il tutto miri, non ti cal d’allegria”: nel passero solitario il poeta proietta sé stesso ne fa una voce della sua spiritualità, del rimpianto di una festa immensa della natura, di un tempo beato cui non seppe partecipare. Come dice Binni, “la coerenza linguistica leopardiana è anzitutto coerenza musicale”: il linguaggio limpido e familiare si fonde con certi arcaismi – famiglia per compagni, german per fratello – senza creare dissonanze. Canto notturno di un pastore errante dell’Asia. La prima ispirazione venne a Leopardi dalla relazione di un viaggiatore, che narrava di popolazioni nomadi dell’Asia, e come molti di questi uomini erranti trascorressero la notte seduti su un masso a contemplare la luna, improvvisando parole e arie assai tristi.

Qui la commozione del poeta è suggerita non dalla poesia delle reminiscenze o da quella dei paesaggi famigliari, ma dalla sterminata solitudine di un panorama favolosamente lontano e selvaggio, ove la luna ascolta impassibile il soliloquio del pastore. È l’ansiosa ricerca di una ragione da dare all’esistenza dell’universo: il cielo e la terra – la luna e le greggia – sono distanti ma avvicinati da una sorte comune di mistero e vanità. Silenziosamente, in eterno scorre il tempo. La luna compie il suo cammino in un tacito fluire instancabile e l’uomo, nella vacuità delle sue opere, passa come sussurro del vento, insensibile stormire di fronde dinnanzi all’immensità temporale.

Gli anni che seguono la creazione dei Grandi Idilli rivelano in Leopardi l’uomo oppositore e ribelle, simbolo di un ideale di vita eroica, che strenuamente si aderge contro i mali del mondo e la fatale infelicità umana. L’artista, però, cade spesso nell’oratoria e nel didascalismo e dà vita a componimenti di perfezione formale, intellettiva, ma scarsi di impeto lirico. Questo non perché i temi non tocchino il poeta, ma perché non toccano il suo cuore, quindi non giungono a sciogliere la loro durezza intellettuale. Nel risorgere di elementi razionali, quasi a continuare la Batracomiomachia, l’antico poemetto greco a suo tempo tradotto, compone i Paralipomeni alla Batracomiomachia, poemetto che schernisce le opere e le concezioni che si sono manifestate soprattutto nei moti e nelle reazioni del 1820-21, sotto l’ironica favola di una guerra fra topi, granchi e rane, rispettivamente i liberali, gli Austriaci, e i pontifici. L’opera si svolge tra freddi ragionamenti e sarcasmi, a parte qualche brano di letteraria finezza. Da quest’anima esausta esce ancora un canto altissimo La Ginestra È composta nella primavera del 1836, un anno prima della morte. Muove da un umile particolare, dall’odorata ginestra che sorge solitaria sull’arida schiena del minaccioso Vesuvio. Il paesaggio è scabro: non molli pendici ma scheletrica aridità, immagini di solitudine e di deserto. Non più abbandoni e rimpianti, ma un volto e uno sguardo fermi dinnanzi alla natura implacabile e sterminatrice: fa pensare alle eruzioni della lava, alle città distrutte, alla fragilità della vita e delle opere umane, alla terra come a un granello di sabbia nell’infinità dello spazio e all’uomo come un punto di questo granello, nell’incessante fluire del tempo. È la parte meditativa e dolente a soverchiare quella rappresentativa, a danno della purezza del canto.

Ci sono momenti di lirismo, tratti di indimenticabile dolcezza “o fior gentile, e quasi i danni altrui commiserando, al cielo di dolcissimo odor mandi un profumo, che il deserto consola”. Tanta è la gentilezza, la dolcezza in quel fiore solitario che cerca con il suo profumo il cielo: è lo stesso profumo che dalla poesia di Leopardi si leva in alto. Di ispirazione titanica è il nobile messaggio di solidarietà con cui conclude questo canto: di fronte ai mali dell’universo ammonisce a non abbassarsi, vilmente supplichevoli; né, nella coscienza della fragilità e miseria, ad ergere superbi il proprio capo; piuttosto a tollerare la fatica di vivere mediante un fraterno abbraccio di tutti i viventi.

Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.

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