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Letteratura

Dalle origini al secondo dopoguerra.

91 capitoli di letteratura italiana: storia letteraria, autori, opere, poetiche, contesti e analisi dei testi. Con quadro cronologico conclusivo e fonti.

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11. La prosa del Duecento: Marco Polo e il Novellino

La prosa si sviluppa più tardi della poesia. La poesia, affidata al canto e alla recitazione, entra a far parte della vita collettiva, davanti ad un pubblico non essenzialmente alfabetizzato: inni religiosi; canzoni feudali di gesta, canzoni d’amore e poemi cavallereschi recitati a corte, nelle piazze. La poesia è morfologicamente e sintatticamente più semplice, ieratica, ripetitiva. La prosa, invece, si rivolge a un pubblico di lettori che vi cercano un arricchimento della loro cultura. Quando l’italiano trova un’identità scritta, si traducono testi dal latino classico e dal latino medioevale. La lingua italiana si irrobustisce, perché il latino costringe a immettere strutture complesse, ipotattiche, con regole tecniche, retoriche, per scrivere bene.

La nascita della prosa in volgare in Italia, verso la metà del Duecento, è legata al costituirsi della nuova classe borghese del Comune. Ci sono i trattati dei maestri di retorica, da Guido Faba a Guittone d’Arezzo, a Brunetto Latini. Nascono in margine all’insegnamento giuridico – il cui centro è l’Università di Bologna – che abbraccia anche la vita pubblica e politica. Guido Faba, per esempio, insegna formule da usarsi nelle ambascerie; scrivendo a un principe; insediando un podestà. Esistono almeno due opere di prosa originali nel Duecento: il Milione di Marco Polo e il Novellino, anonimo.

Livre des merveilles du monde è il titolo originario del Milione. Il codice è il francese, ma l’italianità del Milione è totale – scrive per gli Italiani e descrive al meglio la società italiana del XIII secolo. Se la Divina Commedia è il viaggio dell’eterna trascendenza, il Milione è il viaggio dell’eterna immanenza. Testimonia la fine del Medioevo, rispecchia il trionfo della borghesia in modo dinamico, progressista. È risposta alla sete di viaggiare e di conoscere: ha, quindi, grande importanza storica, anche se non è grande opera estetica.

Marco è il primo mercante di professione, dotato di vero coraggio e spirito di avventura, ma non sa scrivere in italiano. Lascia Venezia, città europea all’avanguardia nel commercio, insieme ad alcuni frati. È sintomatica la tappa in Terra Santa, dove i compagni si fermano, perché a loro manca il coraggio di procedere là dove non c’è Cristo. Nessun mercante ha mai raggiunto la meta di Marco. È la Cina, l’impero colto e civile del Gran Khan, che lo assimila e lui stesso assimila, scoprendo cose favolose che lo stupiscono (uso della carta moneta). Poi la nostalgia lo fa tornare a Venezia.

Durante una delle tante battaglie navali tra Venezia e Genova, è fatto prigioniero. A Genova, in cella, è suo compagno Rustichello da Pisa: a lui detta, in veneto, il romanzo della sua vita, che Rustichello trascrive in forma letteraria in lingua d’oil. È un modo per dimenticare la tragedia del carcere e abbellire la vita: è già memoria, dopo venti anni, ed enfatizza le cose belle. Possono esserci delle notizie imprecise, ma non sono volute, bensì legate a vuoti di memoria, in mancanza di appunti. Ciò che vale è la sua volontà di scrivere cose vere: accanto all’orgoglio di aver compiuto un’esperienza eccezionale, c’è in lui il bisogno dell’analisi concreta, l’ardore inesausto di curiosità dell’esploratore, che scopre stupito e attento un mondo nuovo e vuole farlo conoscere.

È un libro di interesse geografico, con un fine mercantilistico: è scritto da un mercante ai mercanti europei, ai quali vuole indicare la via della Cina, come arrivarci e quali possibilità offre. A stupire e affascinare il lettore, comunque, sono le immense e misteriose terre dell’Asia: paesaggi sterminati, città grandiose, popoli e costumi diversi; l’impero e la potenza del Gran Khan; tutto un mondo allora avvolto nel mistero e nella nebbia di una lontananza invalicabile, tanto che il viaggio di Marco assume il carattere di un’impresa leggendaria.

Novellino. È il primo esempio di prosa narrativa originale in volgare. È un libro di lettura d’evasione, una raccolta di brevi racconti, aneddoti tratti da miti, storia, romanzi medioevali, elaborati in fiorentino. Non si sa nulla dell’autore, tranne che era ghibellino, anticlericale, filoimperiale. I glottologi sostengono che era di Firenze, ma non è certo. Rivela una profonda simpatia per il mondo cavalleresco, sentito soprattutto come magnanimità, saggezza, gentilezza, liberalità, signorile e composto decoro. Ci sono novelle di pieno abbandono fantastico.

Qui conta come Narcis s’innamorò dell’ombra sua La favola è tratta dalle Metamorfosi di Ovidio. L’autore crea la dolcezza di incanto e di desiderio attraverso la concentrazione del racconto con poche, scarne parole. La povertà sintattica e le ripetizioni realizzano un alto valore espressivo, poiché tolgono la vicenda dalla logica consueta e la immergono in un’atmosfera di pura favola. Il tempo di primavera fa da sfondo alla trasformazione finale di Narciso, ad opera del dio d’amore: lo tramuta in un nobilissimo mandorlo, il primo albero a fiorire e a ricordare fra gli uomini la stagione dell’amore.

Qui conta una bella novella d’amore La vicenda trascolora dalla tristezza iniziale dell’amante non corrisposto all’avventura, alla tenera gioia dell’amore fortunato. Il racconto ha carattere lirico più che narrativo: è svolto secondo lo stile del Novellino, per accenni rapidi, seguendo le fila essenziali della trama, con una linearità che qui è eccessiva.

Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.

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