68. Gabriele D’Annunzio: estetismo, superuomo e panismo
Quadro del capitolo. D’Annunzio costruisce insieme un’opera letteraria e un personaggio pubblico. Dall’esteta passa al mito del superuomo, adattando Nietzsche a un progetto aristocratico e politico. Nella poesia di Alcyone, però, la tensione ideologica lascia spazio alla fusione panica con la natura e a una ricerca musicale della parola.
Nuclei fondamentali:
- vita inimitabile
- esteta e superuomo
- Nietzsche
- Il piacere
- Le vergini delle rocce
- Laudi e Alcyone
- La sera fiesolana
- La pioggia nel pineto
- politica, guerra e Fiume
Mario Luzi, grande poeta del Novecento, trova ingiusto che D’Annunzio sia rimasto dimenticato, trascurato o addirittura liquidato frettolosamente da certa critica per i suoi eccessi vitali, la vita mondana ed estetizzante, alla ricerca esasperata di sensazioni, tra amori e avventure. Oggi è assodato che D’Annunzio è un grande poeta, da Joyce ritenuto “meraviglioso”, autore di una produzione vasta di versi, articoli, romanzi da rivalutare per la sua importanza nell’ambito della letteratura del Novecento. Al di là delle pagine di cattivo gusto, scritte con incuria, crea una poesia moderna: prende atto della crisi legata alla frattura tra parola e oggetto, tra linguaggio e realtà, tra poesia e il mondo, e finisce per far prevalere il significante sul significato.
Oppone al disordine l’arte come musica, la poesia liberata dalla soggezione alla cosa e viva dell’innovazione, fare della vita un’opera d’arte esteticamente perfetta. Si rivela un intelligente imprenditore di sé stesso, attento osservatore del fenomeno della lettura in Italia. I libri sono l’oggetto e il fine del suo accanito lavoro. Ha la passione per la lettura e considera i libri, compresi i dizionari, strumenti di studio indispensabili alla sua officina di esteta, che mira a raggiungere la perfezione. Lettore onnivoro, geniale assimilatore, per lui i libri sono mezzi per alimentare la polla inesauribile del suo linguaggio.
Saccheggia classici, Tolstoj, Dostoevskij, non esita a spingersi nelle biblioteche pubbliche, dove attraverso fidi collaboratori preleva volumi che annota sui margini con appunti di lavoro, incurante della proprietà pubblica al punto da non restituirli e conservarli per arricchire la sua personale raccolta. È alla ricerca del successo, conosce l’importanza del ruolo pubblico e si rivolge sempre ad editori di spicco, che vuole e sa guidare da vicino, al fine di ottenere impaginati ariosi e rispondenti alle esigenze del suo estetismo, della ricerca e culto del bello.
Tra gli editori di notevole rilevanza, si rivolge a Treves: pubblica Il Piacere, che contiene passi assai scabrosi, ma D’Annunzio, forte della conoscenza della narrativa d’oltralpe, sa che va incontro ai nuovi orientamenti del gusto e desterà l’interesse del pubblico. Creare la sua importantissima biblioteca richiede cifre molto consistenti e il successo è fondamentale. Quando si trasferisce nei dintorni di Firenze, alla Capponcina, villa che fu dei Capponi a Settignano, può coniugare una vita di lusso sontuoso, fra quindici domestici, dieci cavalli, quaranta levrieri, duecento piccioni, con l’amore viscerale per i suoi libri, cui si dedica completamente.
Con zelo ricerca sempre nuovi volumi, anche sul mercato dell’antiquariato, e li affida ai migliori legatori, spinto dalla grandissima passione per le legature. Lo sfarzo termina con il sequestro della villa, a causa dei molti debiti. In “volontario esilio” dimora in Francia dal 1910 al 1915, a stretto contatto con i maggiori rappresentanti della cultura e della vita mondana di Parigi, e non rinuncia al suo edonismo dissipatore. Torna in Italia: scoppiata la Prima Guerra Mondiale, è tra i più accesi interventisti, valoroso combattente – la Beffa di Buccari, il Volo su Vienna.
Finita la guerra occupa la città di Fiume per congiungerla all’Italia e ne tiene la reggenza fino al 1921, quando è costretto dal governo italiano a rinunciare alla difesa dell’italianità di Fiume e della Dalmazia. All’appoggio del fascismo segue un progressivo distacco. All’apice del successo e della fama anche per la sua vita inimitabile, affitta, poi acquista, una villa che sarebbe diventata in seguito il Vittoriale degli Italiani, dove muore nel 1938. La villa sul Garda, appartenuta al critico d’arte tedesco Henry Thode, è piena di bei libri e finalmente può organizzare il suo ingente patrimonio librario secondo le proprie esigenze di studio e quelle estetiche riguardo all’arredo delle stanze. In particolare, il suo studio, che vuole chiamare Officina, costringe chi entra ad inchinarsi, in segno di omaggio all’arte.
Negli ultimi anni diventa ancor più smodato nel cercare di trarre profitto dai propri lavori editoriali: vuole la pubblicazione unitaria di tutte le sue opere in edizione integrale, sperando di ricavarne lauto guadagno, cosa che di fatto avviene. È un progetto grandioso, che coinvolge il Re, Mussolini e il ministro dell’Educazione Nazionale. Si rivolge al nuovo astro nascente dell’editoria, Arnoldo Mondadori: l’opera completa appare dopo dieci anni, cui D’Annunzio vuole aggiungere un opuscolo per segnalare ai lettori gli imperdonabili refusi.
Vuole divenire lui stesso editore, soprattutto per ricavare ulteriori benefici economici, ma la morte gli impedisce di realizzare la vagheggiata impresa tipografico-editoriale. Giovanissimo stampa a spese del padre la prima edizione della raccolta di poesie – Primo Vere. Sempre a spese del padre ne pubblica la seconda edizione, facendola precedere dalla falsa notizia della sua morte, per favorire meglio la diffusione dell’opera. Ottiene ciò che vuole: il successo. Risente chiaramente di Carducci, da cui ricava però un’eloquenza piuttosto retorica. Allo stesso modo, la sua prima raccolta di novelle – Terra Vergine, 1882 - nasce dalla suggestione dei narratori del realismo, Verga, Flaubert, Maupassant, ma rivela una fredda narrazione oggettiva, l’involucro, senza alcuna traccia della dominata e profonda pietà di Verga.
Segue il periodo romano (1881-1891), di fondamentale importanza, “il più propizio per offrire un’atmosfera decadente al poeta che doveva diventare il principe del Decadentismo italiano”, secondo Binni. Nel panorama italiano si affaccia il romanzo di Huysmans, precursore dell’estetismo europeo: fa la sua prima comparsa il personaggio dell’esteta seducente e amorale. D’Annunzio, ventiseienne, è spinto ad accogliere le voci delle esperienze artistiche straniere, Verlaine, Wilde, Dostoevskij, Tolstoj. Il Piacere Il romanzo ritrae un mondo di ricercate eleganze, di raffinate sensazioni, su una gracile trama di passioni amorose, dove Andrea Sperelli è l’artista, poeta, incisore che mira a fare della propria vita un’opera d’arte. Manca però la ricerca di nuove e più profonde esperienze, emerge l’incapacità di scavare negli abissi dell’anima, sull’esempio di Dostoevskij, che pure è tra le sue amate letture, e il risultato è il frutto della sua prodigiosa facoltà di assimilazione. D’Annunzio diventa collaboratore assiduo del periodico La Cronaca Bizantina: è centro di un movimento artistico-letterario, seguace delle poetiche del Decadentismo, che interpreta la tendenza a estetizzare ogni moto dell’anima, le ambizioni mondane di una società salottiera, sofisticata e lussuriosa. Il poeta ne è il cronista idoleggiato e conteso: inizia la sua vita estetizzante, in una ricerca esasperata della fama, del plauso di folla, di sensazioni tra amori e avventure.
Contro una realtà che per lui è nulla lotterà contrapponendo l’erotismo, una vita come continua autoesaltazione, parola autosufficiente per il poeta: ne sentirà la sensualità, la valenza fonica, la musica, al di là di qualsiasi pensiero. Cessata La Cronaca Bizantina, nasce Il Convito, rivista diretta dal poeta Adolfo De Bosis: D’Annunzio, già astro letterario, vuole imprimere al periodico anche un gusto decorativo del gesto eroico e dell’azione umana, celebrati in una sorta di esaltazione del superuomo di derivazione nietzschiana.
Le Vergini delle Rocce Il romanzo è pubblicato a puntate sulle colonne del Convito. Il protagonista, Claudio Cantelmo, aristocratico, imperialista, sogna di potenziare “le ricchezze della stirpe in un figliuolo che possa essere il superuomo dominatore dell’Italia”. Dalla suggestione di Wagner e Nietzsche ricava la dottrina del superuomo: di fronte al nulla, l’io è l’unica realtà cui tutto è lecito. Esalta i pochi capaci “di volontà di potenza” e il loro diritto a dominare su tutti, asservendoli alla propria eccezionale grandezza, al di sopra di ogni legge e limite morale. E poiché intende fare della sua vita inimitabile un’opera d’arte, modella su questo ideale anche la sua esistenza. Nel Fuoco, sviluppo estremo della poetica del Decadentismo, Stelio Effrena trae dall’amore della Fornarina – l’attrice Eleonora Duse – l’ispirazione che dovrà condurlo a consacrare la sua esistenza all’ebbrezza dell’arte e al sogno titanico del capolavoro. Nel corso della sua produzione letteraria il poeta acquista una perizia e un virtuosismo davvero singolari, che gli consentono un linguaggio straordinariamente ricco, frutto di una cura sensuale della parola e dell’espressione musicale. La vera poesia, però, è quella in cui dimentica sé stesso, l’applauso delle folle. La Figlia di Jorio È un dramma in versi, ispirato dal natio Abruzzo, dove D’Annunzio è nato a Pescara nel 1863. Narra la storia di Mila, la donna perduta che Aligi salva dalla furia dei mietitori, poi la ama puramente, fino ad insorgere in sua difesa di fronte al proprio padre, Lazzaro, e ucciderlo.
Il parricida è condannato a morte dall’antica legge del popolo, ma Mila lo salva, accusando sé stessa di averlo smemorato con le proprie arti di fattucchiera, e si avvia al rogo maledetta, ma purificata dal suo sacrificio. L’atmosfera non è dramma, ma rievocazione musicale di una lontana vita millenaria della stirpe, come se nei gesti, nelle superstizioni, negli usi risuonasse la voce e l’animo, fatti misteriosamente presenti, di tutta una gente scomparsa. Vi è un senso di stupore dinnanzi alla vita più vasta che riaffiora dai remoti millenni, come una forza che li trascende. “È un canto scaturito da una sorgiva più profonda della mia anima stessa, sgorgato dalle vene perenni di tutta la mia gente”, dice D’Annunzio.
Coglie un tema del Decadentismo: l’ansiosa esplorazione di un mondo invisibile che è presente in ogni uomo e misteriosamente si ricongiunge alla vita universale. Alcyone Spesso sente dentro di sé la stessa vita della natura: il cielo, la terra, gli alberi, i fiumi acquistano le vibrazioni dei suoi sensi, si animano con lui in una comunione panica che lo scioglie in una vita arborea e fluviale, misteriosa e suggestiva. Il suo panismo, sentirsi foglia, ramo, fiume, virgulto è l’espressione dell’ansia dei Decadenti di ricongiungersi ad una più vasta e unitaria realtà universale. La natura sale verso la vita sensitiva dell’uomo e l’uomo scende verso la vita vegetale della natura, creando una regione favolosa, dove il poeta si libera della sua esasperata individualità e la natura si redime dalla sua materiale e sorda immobilità.
“E la mia forza supina si stampa sulla rena, diffondesi nel mare … e il fiume è la mia vena, il monte è la mia fronte … la nube il mio sudore” (Meriggio). Questo è il fascino della Sera fiesolana, in cui le parole hanno il fruscio delle foglie, la Sera ha un viso di perla e grandi umidi occhi, i pini dai novelli rosei diti giocano con l’aura che si perde, il fieno si trascolora e le colline s’incurvano sull’orizzonte, come labbra che un divieto chiuda, mentre “la volontà di dire” le fa “belle oltre ogni uman desire”.
Lo stesso fascino torna nella Pioggia nel pineto a realizzare i canoni del Decadentismo: mancanza assoluta di contenuto, atmosfera musicale, tessuto di sensazioni che si fanno musica. Le parole hanno un minimo di significato verbale e un massimo di vibrazione fonica, linguaggio nuovo di una natura animata, e il ritmo si scioglie nella melodia varia della pioggia: Ermione è la creatura favolosa di questo mondo intermedio tra uomo e natura, e ha chiome che sono ginestre, ciglia che appaiono foglie, mentre le ginestre si trascolorano in chiome e le foglie si rinnovellano in palpebre.
Il poeta, grazie a una poesia che è musica, raggiunge la serenità, il valore “assoluto e perfetto” che aveva inutilmente cercato nella sua “vita inimitabile”.
Gabriele D’Annunzio: vita, estetismo e costruzione del personaggio pubblico
Gabriele d'Annunzio, seguace dei principi dell'estetismo che promuovevano la trasformazione della vita in un'opera d'arte, ha vissuto un'esistenza straordinaria e affascinante. Nato nel 1863 a Pescara da una famiglia borghese, ha studiato presso il prestigioso collegio Cicognini di Prato. Debuttò come poeta a soli sedici anni con il libretto di versi "Primo vere" nel 1879, ottenendo successo tra i letterati. Nel 1881, dopo aver conseguito il diploma, si trasferì a Roma per frequentare l'università, ma abbandonò gli studi per immergersi nei divertimenti e nella vivace cultura della capitale. Dopo alcuni anni come giornalista, nei primi anni Novanta si trasferì a Napoli per sfuggire ai creditori, scrivendo per il "Mattino", un importante quotidiano nazionale. La sua vita, contraddistinta da una produzione letteraria abbondante e provocatoria, spesso scandalosa per i contenuti erotici, era altrettanto controversa con avventure galanti, lusso e duelli. La sua esuberanza artistica si riflette sia nella sua produzione letteraria che nella vita stessa, incarnando il principio estetico di trasformare ogni aspetto della vita in un'opera d’arte. All'inizio degli anni Novanta dell’800, Gabriele d'Annunzio abbandonò la fase estetizzante della sua vita, influenzato dalle teorie del filosofo tedesco Nietzsche. In cerca di nuova ispirazione, sviluppò il concetto del superuomo, un'entità caratterizzata non solo dalla ricerca della bellezza, ma anche da un'eccezionale energia eroica e attivistica.
Mentre continuava a plasmare l'immagine di una vita eccezionale, contraddistinta dal "vivere inimitabile" al di fuori delle norme comuni, nel 1895 intraprese una intensa relazione amorosa con l'attrice Eleonora Duse, che durò circa dieci anni. Si trasferì poi presso la villa della Capponcina a Settignano, in provincia di Firenze, vivendo come un principe rinascimentale tra oggetti d'arte, stoffe pregiate, cavalli e levrieri di razza. Questa continua esposizione di lussi e stravaganze era strettamente legata alle esigenze del sistema economico dell'epoca: d'Annunzio cercava di attirare l'attenzione pubblica per valorizzare la sua immagine e vendere i suoi prodotti letterari. Pur ricevendo somme considerevoli dagli editori, il flusso di denaro non era mai sufficiente, spingendolo a mantenere uno stile di vita costoso per sostenere la sua immagine di scrittore di spicco.
In conformità con la sua nuova immagine superomistica, Gabriele d'Annunzio, alcuni anni dopo, si lanciò in progetti di attivismo politico, desiderando incarnare il ruolo di un uomo attivo e superiore. Verso la fine dell’800, manifestò l'ambizione di entrare in politica per realizzare la figura del superuomo. Contemporaneamente, d'Annunzio intensificò la sua produzione di opere teatrali con l'obiettivo di accrescere la sua fama. Il suo impatto si fece profondamente sentire nel tessuto sociale dell'Italia borghese. Tuttavia, nel 1910, d'Annunzio fu costretto a fuggire dall'Italia a causa dell'ira dei creditori.
Durante la Prima guerra mondiale, Gabriele d'Annunzio ebbe l'opportunità di realizzare le sue aspirazioni eroiche. Tornato in Italia allo scoppio del conflitto, condusse una fervente campagna interventista, diventando un volontario nonostante i suoi cinquantadue anni. La sua intraprendenza e imprese audaci, come la "beffa di Buccari" e il volo su Vienna, catturarono l'attenzione del pubblico. La guerra per d'Annunzio fu un'esperienza straordinaria, combattuta nei cieli con l'aeroplano anziché nelle trincee fangose. Nel dopoguerra, deluso per la mancata annessione di territori promessi, divenne portavoce dei sentimenti di "vittoria mutilata" tra i reduci. Nel 1919 guidò una marcia su Fiume, dove instaurò un dominio personale sfidando lo Stato italiano. Cacciato nel 1920, tentò di emergere come leader di una reazione contro il caos sociale del dopoguerra ma fu superato da Benito Mussolini. Sebbene il fascismo lo esaltasse come padre della patria, d'Annunzio fu confinato dal regime in una villa a Gardone Riviera (sul Garda), chiamata il "Vittoriale degli Italiani". Qui trascorse gli ultimi anni della sua vita, ossessionato dalla decadenza fisica. Nel 1938, pubblicò opere memorialistiche e morì nella sua villa.
Un Ritratto Allo Specchio: Andrea Sperelli Ed Elena Muti
L'amata donna di Andrea interrompe bruscamente la loro relazione e scompare. Quando ritorna, Andrea apprende che, per evitare il disastro economico, ha sposato Lord Heathfield, un ricco inglese vizioso e ripugnante. La scoperta che una passione altissima e inestinguibile è stata interrotta da considerazioni economiche disgusta Andrea. L'orrore lo assale al pensiero che Elena è ora legata a un marito dalle mani immonde, improntate di vizio. Per comprendere il comportamento di Elena, Andrea mette in campo tutte le sue acutissime facoltà analitiche. Nel tracciare un ritratto crudele di Elena, ne costruisce uno altrettanto impietoso di se stesso.
D’ANNUNZIO E NIETZSCHE
D'Annunzio, influenzato dalla lettura di Nietzsche, trova una via alternativa alla crisi dell'estetismo adottando alcune idee filosofiche del pensatore tedesco. Tra i concetti chiave che lo colpiscono vi è il rifiuto del conformismo borghese, l'esaltazione dello spirito dionisiaco (Diòniso era il dio greco dell’ebbrezza) libero da limiti morali comuni, e l'affermazione della "volontà di potenza" e del superuomo come una nuova forma di umanità. D'Annunzio modifica e adatta queste idee al suo sistema ideologico, accentuando il carattere antiborghese, aristocratico, reazionario e imperialistico. Egli critica aspramente lo Stato unitario borghese, ritenendo che i principi democratici e l'eguaglianza abbiano contaminato il senso della bellezza, l'energia violenta e il gusto per l'azione eroica delle classi dominanti del passato. Spera, quindi, nell'affermazione di una nuova aristocrazia che, attraverso il culto del bello e la vita attiva ed eroica, governi la moltitudine degli esseri comuni e si evolva in una forma di vita superiore. Il concetto del superuomo, creato da D'Annunzio, incorpora l'immagine precedente dell'esteta, ma gli conferisce una nuova funzione. Gli eroi dei suoi romanzi non si ritirano più dalla vita sociale per contemplare la bellezza in solitudine; al contrario, attraverso la loro attività artistica e intellettuale, cercano di aprire la strada al dominio di una nuova élite raffinata e violenta. L'artistasuperuomo assume il ruolo di "vate", profeta di un nuovo ordine sociale, con una missione politica di porre fine al caos del liberalismo borghese, della democrazia e dell’egualitarismo.
LE VERGINI DELLE ROCCIE
Nel 1895, Gabriele d'Annunzio pubblica il romanzo "Le vergini delle rocce", segnando una radicale svolta ideologica. Il protagonista, Claudio Cantelmo, differisce dai personaggi precedenti, poiché è un eroe forte e sicuro, determinato a raggiungere la sua meta senza esitazioni. Il romanzo esprime le più recenti teorie aristocratiche, reazionarie e imperialistiche di d'Annunzio. Claudio, disgustato dalla realtà borghese, dal liberalismo politico e dall'affarismo dell'Italia postunitaria, aspira a una forma di vita superiore e al futuro "re di Roma", destinato a guidare l'Italia a destini imperiali. La sua ricerca della donna con cui generare il superuomo lo conduce a una famiglia nobile in una villa isolata, ossessionata dal culto del passato, ma afflitta da malattia e follia. Nonostante la maestà di Anatolia, la prima scelta di Claudio, la quale non può accettare la sua proposta di matrimonio perché sente il dovere di restare ad accudire la madre demente, i fratelli deboli e malati e il vecchio padre. In seguito Claudio subisce il fascino di Violante, inconfondibile incarnazione della cupa donna fatale, dell'Eros perverso. Il romanzo termina con il protagonista non riesce a realizzare i suoi progetti. Sebbene originariamente previsto come il primo romanzo di un ciclo chiamato "del Giglio", il fatto che i due romanzi successivi non siano mai stati scritti è significativo. In "Le vergini delle rocce", gli ambiziosi protagonisti dannunziani, nonostante le loro aspirazioni attivistiche ed eroiche, rimangono deboli e sconfitti, incapaci di concretizzare i loro obiettivi.
IL PROGRAMMA POLITICO DEL SUPERUOMO
Nelle "Vergini delle rocce," il protagonista Claudio Cantelmo narra la storia attraverso un linguaggio aulico e prezioso, ricco di riferimenti eruditi, metafore, paragoni e figure retoriche come il sarcasmo, interrogazioni retoriche, esclamazioni e (apostrofi). Questa narrazione rappresenta un programma politico per il nuovo intellettuale-superuomo, che, pur mantenendo l'estetismo, vuole unire l'arte all'azione. Prima di esporre il programma politico, Cantelmo lancia una parte polemica, usando toni sarcastici per descrivere la realtà borghese contemporanea. Critica lo spirito affaristico, l'ossessione per il denaro che profana Roma (un tempo capitale che dominava il mondo) e attacca la democrazia e l'egualitarismo. Propone invece una società gerarchica e autoritaria che reprima con violenza l'arroganza delle plebi, sostenendo il ritorno dell'aristocrazia e il suo dominio di classe.
Gli intellettuali, secondo Cantelmo, devono svolgere un ruolo cruciale in questo nuovo quadro politico. Invita i poeti a non limitarsi al rimpianto sterile del passato, ma a utilizzare la parola poetica come un'arma per distruggere la società borghese e creare un mondo in cui la bellezza possa rinascere. Cantelmo riconosce che la realizzazione di questo ambizioso progetto richiederà tempo. Per prepararsi all'azione futura, si propone tre obiettivi: perfezionare i caratteri della stirpe latina in sé stesso, trasmettere la sua visione del mondo attraverso un'opera d'arte perfetta e generare un figlio che possa ereditare le sue qualità, diventando così il futuro "Re di Roma" e guidando l'Italia ai destini imperiali.
LE LAUDI
Nel campo della lirica vuole affidare la sua visione della vita e dell’arte ai sette libri delle Laudi. Ma anche questo progetto rimane incompiuto (ne ha scritti 5) Il terzo libro delle "Laudi," intitolato "Alcyone," costituisce una raccolta di 88 liriche composte tra il 1899 e il 1903, delineando un affascinante viaggio che si snoda dai colli fiesolani alle coste tirreniche, narrando l'esperienza del poeta in compagnia della sua amata. In questo ciclo poetico, l'estate emerge come elemento cruciale, considerata la stagione che più di ogni altra permette di raggiungere la pienezza vitale. L'io poetico si fonde con il fluire della vita universale, identificandosi con le molteplici presenze naturali, sia animali, vegetali, che minerali. Questa fusione trasforma e amplifica l'io del poeta all'infinito, avvicinandosi quasi a una dimensione divina.
Questa opera si distingue nettamente dalla produzione poetica precedente di Gabriele D'Annunzio. Invece dei temi politici, celebrativi, polemici o profetici, il poeta abbraccia il tema lirico della fusione panica con la natura. Il nuovo tema comprende la fusione tra l’uomo e la natura e quindi con il divino. (PAN è il dio del tutto quindi tutta la natura).
LA SERA FIESOLANA
La prima strofa della Sera Fiesolana, analizza il tema dell'apparizione della luna. Ogni strofa è considerata come una lirica autonoma, e la prima, intitolata "La natività della luna," ruota attorno al sorgere della luna, interpretato come una teofania o apparizione divina. D'Annunzio rievoca antiche figurazioni mitiche della luna nelle religioni antiche. Il poeta è presentato come l'unico capace di percepire il mistero dietro i fenomeni naturali, e le sue parole sono descritte come una formula magica che induce l'apparizione della divinità. La descrizione non si focalizza sul sorgere effettivo della luna ma sull'attimo inafferrabile che lo precede, creando un'atmosfera di sospensione magica e indefinita, caratteristica delle opere di D'Annunzio.
Il testo evidenzia l'uso di segrete analogie basate sulla sinestesia, creando una rete di immagini che allude all'azione miracolosa della luna-divinità. Il collegamento tra il "gelo" diffuso dalla luna e la "freschezza" delle parole del poeta suggerisce che anche la parola poetica ha il potere di donare refrigerio e vita. Il passaggio successivo, le "riprese" tra le strofe, introduce la personificazione della sera, figura mitica femminile affine alla luna. La relazione tra queste riprese e le strofe principali è evidenziata attraverso legami tematici e simboli condivisi, come il "viso di perla" della sera richiamante l'immagine lunare.
Nella seconda strofa, intitolata "La pioggia di giugno," si evidenziano gli effetti musicali e il linguaggio analogico. La pioggia di giugno simboleggia la transizione dalla primavera all'estate. Vengono utilizzati procedimenti apparentemente semplici ma elaborati per creare effetti musicali attraverso la modulazione di accenti e rime. Gli olivi, definiti "fratelli," stabiliscono un collegamento con la trama mitico-religiosa del poema, richiamando elementi francescani e simboli di santità. Questi procedimenti analogici, tipici di D'Annunzio, saranno poi ripresi nella poesia del Novecento.
LA PIOGGIA NEL PINETO
La poesia è descritta come una sinfonia, con quattro strofe organizzate come movimenti musicali. La pioggia è la protagonista della sinfonia, e il poeta distingue i suoni diversi delle gocce che cadono sulle foglie, il canto delle cicale e delle rane, trattandoli come strumenti solisti alternati al pieno dell'orchestra. D'Annunzio mira a trasformare la parola in musica, seguendo i principi della poetica decadente. La partitura musicale della poesia cerca di riprodurre la musica della pioggia, che a sua volta è interpretata come un linguaggio arcano. C'è una profonda corrispondenza, secondo la visione decadente, tra la parola poetica e l'essenza misteriosa delle cose.
Il tema centrale è l'identificazione panica del soggetto umano con la vita vegetale, sviluppato attraverso variazioni. La donna e il poeta sono descritti come viventi di "arborea vita," con il volto della donna morbido come una foglia e i capelli che profumano come ginestre. L'identificazione culmina nell'ultima strofa, in cui cuore, occhi e denti delle due creature umane sono paragonati a elementi vegetali. La struttura metrica della poesia è estremamente libera, con versi di varie lunghezze. Le rime sono utilizzate liberamente senza uno schema fisso, e la modulazione fonica contribuisce alla qualità musicale. D'Annunzio utilizza numerosi procedimenti retorici come la lanafora, l'epifora, allitterazioni e paronomasie.
L'ideologia emerge nella volontà del poeta di cogliere nella pioggia un linguaggio di vita oltreumana, nella convinzione che la sua poesia sia l'unico strumento per interpretare questo linguaggio arcano e nell'invito alla trasfigurazione attraverso la fusione con la natura vegetale. Pur essendo presente in modo più leggero rispetto ad altre opere, l'elemento ideologico sottolinea la profondità del messaggio della poesia. Freud e la nascita della psicoanalisi La psicoanalisi, introdotta da Sigmund Freud all'inizio del Novecento, ha rappresentato una svolta significativa nella comprensione della psiche umana. Al centro di questa teoria sta la nozione fondamentale dell'inconscio, un livello profondo della mente in cui vengono relegati contenuti psichici considerati spiacevoli o moralmente inaccettabili. Questa scoperta ha portato a una ridefinizione dell'uomo e della società, con un impatto rivoluzionario non solo nel campo della psicologia, ma anche nell'ambito artistico e letterario. La divisione della psiche in Es, Io e Super-io riflette la complessità delle forze che agiscono nella mente umana. L'Es rappresenta la componente primitiva e irrazionale, l'Io funge da mediatore razionale, mentre il Super-io incarna la moralità sociale acquisita durante l'infanzia. Il concetto di rimozione, attraverso il quale i contenuti indesiderati vengono allontanati dalla coscienza, è un pilastro della teoria freudiana. Freud ha sviluppato metodi per accedere all'inconscio, abbandonando l'ipnosi in favore del metodo delle libere associazioni. In questo processo, il paziente è incoraggiato a esprimere liberamente i propri pensieri senza censure, fornendo al terapeuta materiale per comprendere i processi psichici inconsci. Altri canali per esplorare l'inconscio includono l'analisi dei sogni e degli atti mancati, come errori apparentemente insignificanti che possono rivelare le tensioni nascoste nella mente. La psicoanalisi freudiana ha suscitato controversie riguardo alla sua scientificità, ma ha indubbiamente evidenziato il ruolo cruciale delle motivazioni inconsce, della sessualità e delle esperienze infantili nella formazione della personalità. Nonostante le critiche, la teoria di Freud ha contribuito in modo significativo all'approfondimento della comprensione della psiche umana, influenzando diverse discipline e aprendo nuovi orizzonti nella ricerca psicologica.
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.