88. Alberto Moravia: Gli indifferenti e la crisi della borghesia
Nasce a Roma nel 1907 e nel 1929, ancora giovanissimo, consegue vasta rinomanza per il suo primo romanzo. Gli indifferenti Presenta già ben definiti, almeno nelle grandi linee, il suo mondo e il suo stile. La diffusione del libro si deve in parte allo scandalo suscitato, in un’atmosfera di conformismo morale politico, dalla sua analisi spregiudicata della corruzione di una borghesia ipocrita, che mira a presentarsi ufficialmente come classe rispettabile e moralmente sana, ed è, invece, priva di ideali, schiava del sesso e del denaro.
È un groviglio di esistenze prive di qualsiasi luce, reciprocamente irretite dalla meschinità e dalla grettezza, succubi di questa malattia morale che stronca la volontà e rende velleitari i tentativi di liberazione e di cambiamento, già in partenza svuotati di significato – la pistola che dovrebbe servire a Michele per lavare l’onta della famiglia è scarica, ha dimenticato di caricarla. Non resta che continuare ad avvoltolarsi “come porci in brago” senza nulla di autentico nel rapporto con gli altri e con le cose, in una perenne opacità della coscienza.
Indifferenza significa incapacità, di conseguenza non-volontà, di instaurare un rapporto autentico con il mondo e con gli uomini; tramonto di ogni fede, alienazione totale. Le azioni vuote e meccaniche di Michele in quella città racchiusa in un cerchio di pioggia, fango, solitudine indicano la rottura di ogni rapporto tra individuo e mondo. È una crisi non solo politica, ma di una civiltà, che sfocia nella tragica assurdità della guerra, come esito dello smarrimento della propria identità. La borghesia che Moravia mostra è giunta a forme di vita e di appagamento ormai meccaniche: avvolta nella noia dell’inautentico, si ritrova passivamente sommersa da uno spaventoso conflitto, capace di mettere in forse i fondamenti della cultura e della civiltà occidentali.
Moravia riprende la strada della narrativa ricollegandosi a Svevo: porta a definizione un tipo già noto – l’inetto, l’incapace a vivere – e fa dell’indifferenza un atteggiamento esistenziale paradigmatico che sarà spietatamente analizzata da Sartre – La nausea. C’è il sentimento dell’assurdità dell’esistenza, l’estraniamento dell’io dalle cose e dagli altri, il rinchiudersi in una sfera egoistica, quindi solitudine, accettazione passiva della realtà e fatale incomunicabilità fra gli uomini. La noia (1960) Moravia definisce la noia insufficienza e inadeguatezza a dare significato, consistenza effettiva alle proprie azioni, alla vita. Usando una metafora, continua l’autore, la noia è “l’effetto sconcertante che fa una coperta troppo corta, ad un dormiente, in una notte d’inverno: la tira sui piedi e ha freddo al petto, la tira sul petto e ha freddo ai piedi; così non riesce mai a prender sonno veramente”. È uno stato d’animo vasto e oscuro, una malattia spirituale, in fondo è il rifiuto totale della vita, quindi essenzialmente incomunicabilità. Ben diversa è la noia di Leopardi. Pur essendo sentimento drammatico e tragico, fonte di angoscia, porta però il poeta ad un’affermazione più intensa dell’io; Moravia, invece, sembra partire da una disperazione senza più impeto né riscatto, che si risolve in un’ansia sorda e scorata. I critici italiani, in generale, in accordo al giudizio di Fernandez, critico francese, riconoscono a Moravia un notevolissimo talento di scrittore e di narratore, una capacità di intelligenza acutissima e spregiudicata della psicologia, la lucida implacabile razionalità di chi considera l’arte come presa di coscienza di una realtà, registrazione della crisi del nostro tempo. Resta però la perplessità di fronte ad un’immagine dell’uomo sostanzialmente deformata: nessuno dei casi analizzati è punto di partenza di un’avventura spirituale.
Per ripassare: ricostruire il rapporto tra contesto, poetica e scelte formali; poi collegare almeno due opere o testi ai nuclei fondamentali indicati all’inizio del capitolo.