57. Il Realismo
Quadro del capitolo. La seconda metà dell’Ottocento è segnata dal bisogno di confrontarsi con il reale in forme nuove. Carducci mantiene un forte classicismo ma lo utilizza per leggere la storia nazionale, la politica e la modernità. La sua poesia si colloca tra tradizione formale, polemica civile e sperimentazione metrica.
Nuclei fondamentali:
- età del Realismo
- nuovo rapporto con storia e società
- Carducci
- classicismo e impegno civile
- Odi barbare
Dopo il fallimento della guerra del 1848-49, nella vita politica italiana si fa strada uno spirito nuovo. Nel primo periodo del Risorgimento è prevalso un entusiasmo eroico, una fiducia assoluta nelle forze ideali per far risorgere la Patria e restituirle l’indipendenza. È stata l’età degli apostoli dell’idea. Mazzini ha sperato che gli Italiani si levassero in armi dalle Alpi alla Sicilia; Garibaldi ha difeso Roma e Venezia con un pugno di uomini armati della loro tensione ideale più che di mezzi di guerra; Gioberti ha sognato una concordia fraterna tra papato, principi italiani e popolo.
Simbolo di questo periodo di sogni nobilissimi è Goffredo Mameli, il giovanissimo eroe della difesa della Repubblica Romana, caduto fra un inno e una battaglia, più poeta che soldato. Dopo il 1848, la direzione del Risorgimento passa dall’apostolato di Mazzini alle solide mani di Cavour, dai sognatori ai politici, ai piani diplomatici e militari, agli eserciti e ai loro cannoni. Prevale il senso della realtà e l’attenta valutazione dei fatti, nel progressivo imporsi di una più concreta concezione della vita. Dopo il 1870, la politica interna sembra unicamente rivolta a risolvere assillanti problemi economici e sociali: tracciare strade, creare ferrovie, diffondere l’istruzione, potenziare l’agricoltura, l’industria, i commerci. Intanto, si agitano le prime correnti del socialismo, a chiedere che i valori ideali di patria, giustizia, libertà si traducano in provvedimenti concreti per le classi più umili. Tale itinerario spirituale si verifica in tutta l’Europa e non interessa soltanto la politica, ma tutti gli aspetti della realtà. La filosofia idealistica, il frutto migliore del romanticismo, è sostituita dal positivismo: Comte, in Francia; Ardigò, in Italia. Si dà il bando alla metafisica e ci si rivolge ai fatti, a ciò che appare certo e tangibile. La scienza prende il posto della filosofia nello studio dell’uomo e del suo spirito. Il nuovo orientamento europeo si presenta come una reazione a ciò che di eccessivo e di esasperato è stato nel romanticismo. Non si tratta di un nuovo pensiero filosofico, bensì di un invito a trasferire i sentimenti nella sfera positiva dell’agire concreto, a provare la validità delle passioni e degli entusiasmi nel contatto con la prosa della vita. La letteratura della seconda metà dell’Ottocento ha un orientamento parallelo: si allontana sempre più decisamente dalle effusioni sentimentali, dalle forme vaghe, dall’oratoria e mira a una rappresentazione oggettiva, a un’espressione più concreta. Sorge la letteratura del realismo.
Si distinguono due correnti: naturalismo e verismo, distinte dal diverso grado di adesione alle nuove idee. Il naturalismo ha il suo centro in Francia e i maggiori esponenti sono Zola e Goncourt. Sostengono che l’artista debba raccogliere dei documenti umani, studiarli e descriverli con l’impersonale freddezza di fisiologi e patologi dinnanzi alla malattia. A dominare è una visione meccanica della vita: gli uomini sono schiavi di forze puramente istintive, della loro animalità. L’interesse maggiore è rivolto ai bassifondi, agli esseri più vicini alle forme primitive di vita, che giovano a ritrarre la vera natura umana. Chi narra vuole essere un fotografo che raccoglie un documentario, uno scienziato che prepara una relazione.
Il verismo è la forma meno esasperata. Giovanni Verga è il maggior rappresentante del nostro verismo in Italia. Sostiene che lo scrittore studi e riproduca dal vero i moti dell’animo, dai più alti ai più segreti, dai più nobili ai più perversi, nonché l’ambiente sociale entro cui si determinano le vicende narrate. L’opera sembri “sorta spontanea come un fatto naturale” e la mano dell’artista rimanga invisibile. I nostri veristi, a differenza dei naturalisti francesi, non sono freddi fotografi, autori di un’impersonale documentazione, anzi rivivono le memorie della loro adolescenza paesana, trasfigurate dalla lontananza.
La Sicilia di Verga e di Capuana, la Sardegna di Deledda, la Napoli di Serao, la Roma di Pascarella, la Toscana di Fucini: ecco gli ambienti dei nostri veristi, che Russo chiama giustamente i provinciali. In contrasto con il romanticismo, che ha esaltato il sentimento come la vera e sola sorgente dell’arte, il realismo e, ancor più, il verismo sottolineano l’esigenza che il sentimento si sciolga e si incorpori nelle immagini. Elemento dominante è il dialogo, espresso in un linguaggio liberato da ogni residuo accademico, così da rendere non già il discorso dello scrittore, ma quello dei personaggi che l’autore introduce e muove.