L’ENEIDE
GIUNONE E VENERE: LE DEE CAMBIANO POSIZIONE
Giunone come protettrice di Didone
Oliva modifica intenzionalmente il sistema delle alleanze divine. Nelle note finali spiega di aver invertito, almeno in parte, gli odi delle dee.
Giunone resta legata a Cartagine e a Didone, ma nel romanzo la relazione con la regina acquista una dimensione più esplicitamente solidale. La dea considera Didone una propria protetta e desidera impedirle di diventare un semplice sacrificio nella storia di Enea.
La Giunone moderna non è priva di rabbia o di vendetta. Anzi, il romanzo la caratterizza proprio a partire dall’ira. Ma la sua ostilità al progetto troiano viene reinterpretata anche come volontà di proteggere una donna minacciata da un destino costruito intorno a un uomo.
Questa scelta produce una lettura contemporanea della solidarietà femminile, che diventerà esplicita nel finale.
Venere come madre possessiva
Venere viene invece osservata soprattutto come madre di Enea. La sua priorità è il figlio e la linea genealogica che da lui deve continuare.
Nel poema virgiliano questo tratto è già evidente: Venere usa Cupido perché teme per Enea. Il romanzo accentua il lato possessivo e competitivo della dea.
Quando Didone uccide accidentalmente Enea, Venere reagisce come madre privata del figlio e chiede una punizione. La morte del protagonista rende improvvisamente visibile quanto la dea abbia identificato il Fato con il destino personale di Enea.
Giove, invece, nel romanzo separa le due cose: la profezia riguarda la discendenza e il futuro, non necessariamente la sopravvivenza fisica dell’eroe fino al Lazio.
È una delle maggiori invenzioni narrative di Oliva e il punto che rende possibile tutta la seconda metà del romanzo.