L’ENEIDE
DUE MODI DI RACCONTARE IL POTERE
Il potere come dovere
In Virgilio il potere di Enea è soprattutto dovere. Egli deve portare il popolo nel Lazio, accettare sacrifici e subordinare se stesso alla missione.
Oliva conserva questa dimensione ma la trasferisce a Didone. Dopo la morte di Enea, la regina potrebbe tentare di salvarsi tornando alla propria vita; sceglie invece di assumersi anche il destino dei Troiani.
La sua libertà viene quindi rimandata. Prima deve ancora vivere per altri.
Questo elemento avvicina sorprendentemente la Didone moderna all’Enea virgiliano: entrambi diventano grandi proprio perché sopportano un ruolo che non coincide con il desiderio immediato.
Il potere come maschera
Il travestimento rende però esplicito qualcosa che Virgilio non tematizza nello stesso modo: il potere è anche rappresentazione.
Didone possiede competenze da sovrana, ma per guidare i Troiani deve sembrare Enea. L’elmo diventa quasi un simbolo dell’autorità socialmente riconosciuta.
Quando si scopre, deve inventare una spiegazione soprannaturale perché la verità — una donna che prende il posto del capo — sarebbe più difficile da accettare del prodigio.
La scena contiene una critica ironica: in un mondo disposto a credere alle metamorfosi divine, l’idea di una donna capace di guidare può risultare più incredibile.