L’ENEIDE
Didone prima dell’amore: regina, profuga e fondatrice
Prima di leggere il libro IV bisogna fissare un punto: Didone entra nell’Eneide come figura politica già compiuta. Venere racconta a Enea che era moglie di Sicheo, ricchissimo Fenicio, ucciso dal fratello Pigmalione per avidità. Il fantasma del marito le rivela il delitto e le indica tesori nascosti, permettendole di organizzare la fuga.
Didone sceglie compagni fidati, prende il comando delle navi e raggiunge l’Africa. Qui fonda Cartagine. Nel racconto virgiliano è quindi una donna che ha già trasformato una catastrofe privata in un progetto collettivo. È vedova, esule e fondatrice, proprio come Enea è vedovo, esule e destinato alla fondazione.
Quando Enea entra a Cartagine vede una città in piena costruzione: mura, case, porto, teatro, istituzioni e senato. Didone siede in giudizio e assegna i lavori. Il parallelismo con Enea è fortissimo: lui cerca una città futura; lei la sta già costruendo.
Solo dopo questa presentazione interviene Venere e usa Cupido per accendere l’amore della regina. Il testo insiste sul fatto che Didone viene spinta verso una passione che si innesta su un’identità precedente, non la sostituisce fin dall’inizio. Capire questo passaggio sarà essenziale per non ridurre il personaggio alla sola tragedia amorosa.
La rilettura di Marilù Oliva sarà particolarmente interessante proprio perché può espandere lo spazio che Virgilio dedica alla soggettività della fondatrice. Ma il punto di partenza dovrà restare corretto: la Didone politica non viene inventata dalla modernità; è già presente nel poema latino.
| Punto fondamentale Didone ed Enea sono inizialmente due profughi-fondatori. Il loro incontro mette davanti due possibili futuri, non soltanto due individui innamorati. |
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