Capitolo 6 – I mercati finanziari II: il modello IS-LM esteso
1. Introduzione
Finora abbiamo visto il modello IS-LM con un solo tasso di interesse.
In realtà questa è una semplificazione.
Occorre distinguere:
- tra tasso nominale e tasso reale,
- tra tasso fissato dalla banca centrale e tasso effettivo a cui famiglie e imprese prendono a prestito.
2. Tasso di interesse nominale e reale
Definizione
- Tasso di interesse nominale (iₜ): rendimento in termini monetari.
→ Se prendo a prestito 1 € al tempo t, restituisco (1+iₜ) € al tempo t+1. - Tasso di interesse reale (rₜ): rendimento in termini di beni.
→ Se prendo a prestito 1 bene al tempo t, restituisco (1+rₜ) beni al tempo t+1.
Esempio:
Se compro 1 kg di pane a prezzo Pₜ, chiedo un prestito di Pₜ € al tasso i. L’anno dopo il prezzo atteso sarà .
Il tasso reale si ottiene aggiustando i con l’inflazione attesa (π^e).
Relazione nominale-reale
Il contesto
La relazione
collega:
- : tasso d’interesse nominale (cioè espresso in moneta corrente);
- : tasso d’interesse reale (cioè espresso in termini di potere d’acquisto);
- : livello dei prezzi corrente;
- : livello dei prezzi atteso nel periodo successivo (“expected”);
- : tasso di inflazione atteso + 1, cioè .
Idea di fondo
Un risparmiatore oggi presta 1 € e domani riceve €.
Ma ciò che davvero gli interessa è quanto potere d’acquisto recupera, cioè quante unità di beni reali avrà in futuro rispetto a quelle di oggi.
Passaggio dalla moneta ai beni reali
Sto dividendo per il rapporto tra i prezzi futuri e quelli attuali,
che è lo stesso che moltiplicare per il rapporto tra i prezzi attuali e quelli futuri.
Il valore reale futuro (cioè espresso in beni) del suo guadagno è:
Questo rapporto rappresenta il rendimento reale atteso, cioè quanto cresce il potere d’acquisto del risparmiatore.
Il termine rappresenta quanto aumentano i prezzi (inflazione).
Dividere per questo valore significa togliere l’effetto dell’inflazione, cioè passare dai valori nominali (in euro) ai valori reali (in beni).
Per definizione, questo rendimento è proprio .
Uguaglianza di definizione
Ecco quindi la relazione di equilibrio:
Moltiplicando entrambi i lati per , ottieni:
Approssimazione di Fisher
Se i tassi sono piccoli, possiamo usare l’approssimazione lineare:
dove è l’inflazione attesa.
Quindi:
- il tasso nominale = tasso reale + inflazione attesa.
Implicazioni
- Se ( = 0) → (r = i).
- Se ( > 0) → (r < i).
- Se ( = i) → (r = 0).
- Se ( > i) → (r < 0).
Quindi se il tasso nominale è zero ma l’inflazione attesa è positiva, il tasso reale diventa negativo.
Questo legame è noto come relazione di Fisher.
Interpretazione economica
Il tasso nominale ( ) compensa il risparmiatore per due cose:
- Il rendimento reale ( ) (cioè il vero guadagno in termini di potere d’acquisto);
- La perdita di potere d’acquisto dovuta all’inflazione attesa.
Viceversa, se l’inflazione attesa aumenta, i tassi nominali devono salire per mantenere invariato il rendimento reale → è il principio di Fisher.
3. Titoli: caratteristiche
Esistono due tipi principali:
- Titoli di sconto puro → unico pagamento a scadenza (es. BOT).
- Titoli con cedole → pagamenti periodici + valore facciale a scadenza (es. obbligazioni).
Possono essere emessi da:
- Stato (titoli pubblici),
- Imprese (obbligazioni).
Caratteristiche:
- Rischio: probabilità che il debitore non ripaghi,
- Maturità: durata del titolo.
4. Il rischio di insolvenza e il premio al rischio
Gli investitori chiedono un premio al rischio (x) per acquistare titoli rischiosi.
Rating: valutazione del rischio da agenzie come Standard & Poor’s, Moody’s, Fitch.
AAA = titoli molto sicuri,
C = titoli molto rischiosi.
Il rendimento atteso del titolo rischioso è:
- = tasso di un titolo privo di rischio,
- (i+x) = tasso di un titolo rischioso,
- = probabilità di insolvenza,
Hai due possibili scenari futuri:
- con probabilità (1 - p), l’investimento va bene e ti restituisce
- con probabilità p, l’investimento va male e perdi tutto → ricevi 0
L’investitore è indifferente tra:
- mettere i suoi soldi nel titolo sicuro, oppure
- investirli nel titolo rischioso,
solo se i rendimenti attesi sono uguali.
Cioè:
Il premio al rischio è:
Determinanti del premio al rischio:
- Maggiore probabilità di default → premio più alto.
- Maggiore avversione al rischio degli investitori → premio più alto quindi non basta x.
Esempio: tasso di interesse nominale e reale
Dati (Regno Unito):
- Inflazione attesa ≈ inflazione effettiva →
Obiettivo
Vogliamo capire in quale anno conveniva di più finanziare un prestito, cioè prestare denaro, tenendo conto del potere d’acquisto reale (quanti beni si ottengono in più restituendo il prestito).
Calcolo del tasso reale
Il tasso reale approssimato si ottiene da:
Regno Unito 1980:
Regno Unito 2008:
- Nel 1980, il tasso reale era negativo (–1,7%): l’inflazione era così alta che il potere d’acquisto del denaro prestato diminuiva nel tempo.
- Nel 2008, invece, il tasso reale era positivo (+1,1%): chi prestava denaro otteneva un rendimento reale.
Finanziare un prestito era più conveniente nel 2008,
anche se il tasso nominale era molto più basso.
👉 Ciò che conta non è il tasso nominale, ma il tasso reale, cioè il rendimento in termini di beni.
5. Il ruolo degli intermediari finanziari
In un sistema economico moderno, gli agenti economici (famiglie, imprese, Stato) possono trovarsi in due situazioni opposte:
- alcuni dispongono di risorse finanziarie in eccesso (risparmiatori),
- altri necessitano di fondi per finanziare investimenti o spese (debitori).
Il collegamento tra risparmio e investimento può avvenire in due modi:
- Finanziamento diretto: il debitore si rivolge direttamente al creditore, ad esempio emettendo obbligazioni o azioni acquistate da investitori privati.
→ In questo caso, il trasferimento dei fondi non passa attraverso alcuna istituzione intermedia. - Finanziamento indiretto: avviene tramite un intermediario finanziario (come una banca, un’assicurazione, un fondo comune, una finanziaria, ecc.).
Queste istituzioni raccolgono fondi dagli investitori (sotto forma di depositi, premi assicurativi o quote di fondi) e li reimpiegano in attività produttive o finanziarie (come prestiti o investimenti in titoli).
Il vantaggio del finanziamento indiretto è che l’intermediario:
- riduce i rischi di insolvenza per i risparmiatori, grazie alla diversificazione del portafoglio;
- abbassa i costi di informazione e di transazione;
- può sviluppare prodotti finanziari personalizzati per le esigenze della clientela.
6. Struttura patrimoniale di una banca e definizioni chiave
Il bilancio di una banca è composto da:
- Attività (impieghi): ciò che la banca possiede o i crediti che vanta (prestiti concessi, riserve presso la banca centrale, titoli).
- Passività: ciò che la banca deve (depositi dei clienti, prestiti ricevuti da altre banche o istituzioni).
- Capitale (o patrimonio netto): la differenza tra attività e passività; rappresenta il fondo di garanzia contro le perdite.
Due indicatori fondamentali per valutarne la stabilità sono:
- Quota di capitale sugli impieghi (Capital Ratio):
Misura la percentuale del totale degli impieghi coperta dal capitale proprio.
- Leva finanziaria (Leverage Ratio):
Indica quante volte il capitale è “moltiplicato” dall’indebitamento.
Maggiore è la leva, più alto è il rischio e più potenziale rendimento si può ottenere.
Esempio
| Banca | Attività | Passività | Capitale | Quota capitale | Leva |
| 1 | 100 | 80 | 20 | 20% | 5 (=100/20) |
La scelta della leva finanziaria
Le banche devono scegliere quanta leva utilizzare.
Una leva elevata significa utilizzare più debito e meno capitale proprio. Questo:
- aumenta il rendimento atteso del capitale, perché i profitti si calcolano su una base più piccola;
- ma accresce il rischio di insolvenza, poiché anche piccole perdite sul valore delle attività possono azzerare il capitale.
Esempio numerico
Si ipotizzi che:
- rendimento medio delle attività = 5%;
- costo medio delle passività = 4%.
| Banca | Attività | Passività | Capitale | Profitto atteso | Rendimento su capitale | Leva |
| 1 | 100 | 80 | 20 | 1.8 (=100×0.05 – 80×0.04) | 9% (=1.8/20) | 5 (100/20) |
| 2 | 100 | 95 | 5 | 1.2 (=100×0.05 – 95×0.04) | 24% (=1.2/5) | 20 (100/5) |
→ La banca 2 guadagna molto di più, ma è anche molto più esposta:
se il valore delle attività scende a 80, il capitale di 5 non basta a coprire la perdita → banca insolvente.
Evoluzione della leva nel tempo
Supponiamo che la Banca 1, inizialmente con leva 5, subisca una perdita:
le sue attività scendono da 100 a 90 → il capitale passa da 20 a 10 → la leva aumenta a 9 (=90/10).
La banca resta solvibile, ma ora è più rischiosa: un’ulteriore perdita potrebbe portarla all’insolvenza.
Per ridurre la leva e tornare al livello iniziale (5), può:
- ridurre i prestiti concessi (cioè diminuire le attività),
- e contemporaneamente ridurre le passività (es. rimborsando depositi).
Queste operazioni, però, restringono il credito disponibile nell’economia, generando effetti negativi sulla produzione e sugli investimenti.
Leva finanziaria e liquidità
Il problema si aggrava se gli investitori iniziano a dubitare della solidità di una banca:
- Gli investitori ritirano i loro fondi (depositi o obbligazioni).
- La banca deve vendere attività per ottenere liquidità.
- Ma se tali attività sono illiquide (non facilmente vendibili), deve abbassarne il prezzo.
- Ciò riduce ulteriormente il valore dell’attivo e peggiora la situazione patrimoniale.
- Crescono i timori → altri prelievi → spirale di sfiducia.
Questo fenomeno prende il nome di corsa agli sportelli (bank run).
Più le passività sono liquide (depositi a vista) e le attività sono illiquide (prestiti a lungo termine), più il sistema bancario è vulnerabile.
7. Il modello IS-LM esteso
Il modello IS-LM classico analizza l’equilibrio tra mercato dei beni (IS) e mercato monetario (LM).
Per comprendere gli effetti delle crisi finanziarie, introduciamo due variabili aggiuntive:
- Il tasso di policy fissato dalla banca centrale (r), cioè il tasso d’interesse reale di riferimento.
- Il premio per il rischio (x), che rappresenta l’extra-rendimento richiesto dai creditori per compensare il rischio d’insolvenza dei debitori.
Il tasso effettivo applicato ai prestiti è quindi:
Più alto è x, meno convenienti diventano gli investimenti → la curva IS si sposta verso sinistra.
8. Effetto di uno shock finanziario
Uno shock finanziario si verifica quando, per ragioni di instabilità o sfiducia, aumenta il rischio percepito (x aumenta).
Le cause principali sono:
- aumento della probabilità di insolvenza dei debitori;
- maggiore avversione al rischio da parte dei creditori;
- riduzione dei prestiti concessi dagli intermediari (ad esempio, a causa di perdite o di aumento della leva bancaria).
Conseguenze:
- A parità di tasso di policy (r), il tasso effettivo sui prestiti cresce (r+x);
- gli investimenti diminuiscono (I↓);
- cala la domanda aggregata → la produzione Y si riduce.
Nel grafico IS-LM, la IS si sposta verso sinistra, portando a un equilibrio con produzione inferiore.
→ È così che un problema nel settore finanziario si trasmette all’economia reale.
Politiche di risposta allo shock finanziario
Politica fiscale
Il governo può reagire con una politica espansiva:
- aumentando la spesa pubblica (G↑);
- o riducendo le imposte (T↓).
Ciò stimola la domanda aggregata e sposta la IS verso destra.
Tuttavia, peggiora il saldo di bilancio pubblico (T–G).
Politica monetaria
La banca centrale può abbassare il tasso di policy (r↓) per compensare l’aumento di x.
In teoria, questo riduce il costo dei prestiti e riporta la produzione al livello iniziale.
In pratica, però, se il tasso nominale (i) è già vicino a 0, non può più essere ridotto.
Si entra così nella trappola della liquidità (zero lower bound): la politica monetaria perde efficacia.
Grafico: LM e IS con shock finanziario e risposta di policy
9. L’inizio della crisi del 2007-2008
La crisi nasce negli Stati Uniti nell’estate del 2007, nel mercato dei mutui subprime.
Questi mutui erano concessi a debitori con scarsa affidabilità creditizia, spesso privi di reddito o garanzie (mutui NINJA – No Income, No Job, No Assets).
Tra il 2000 e il 2007 i tassi di interesse erano bassi → i mutui convenienti alimentarono:
- un aumento della domanda di case,
- un forte incremento dei prezzi immobiliari.
Molti creditori e investitori credevano che i prezzi sarebbero continuati a salire, riducendo il rischio apparente.
Ma nel 2007 i prezzi iniziarono a crollare, innescando una catena di insolvenze.
Il crollo della bolla immobiliare
Quando il prezzo delle abitazioni scese:
- Molti proprietari si trovarono con mutui superiori al valore della casa (“negative equity”).
- Vedendo che i prezzi non risalivano, smisero di pagare le rate.
- Le banche confiscarono le abitazioni, ma non riuscirono a rivenderle al prezzo del mutuo.
Nel 2008 le perdite sui mutui subprime ammontavano a circa 300 miliardi di dollari (solo il 2% del PIL USA), ma bastarono a scatenare una crisi mondiale.
Il ruolo della leva finanziaria e dei VIS
Le banche avevano adottato leve finanziarie altissime, confidando nella stabilità dei prezzi delle case.
In più, per aggirare i requisiti patrimoniali, crearono i VIS (Veicoli di Investimento Strutturato), società parallele che:
- prendevano a prestito fondi a breve termine;
- acquistavano titoli complessi (spesso cartolarizzazioni di mutui);
- avevano pochissimo capitale proprio;
- erano garantite dalla banca madre.
Esempio: il Rhineland Funding (della banca tedesca IKB) aveva solo 500 $ di capitale ma gestiva 13 miliardi di euro di crediti cartolarizzati.
Quando i prezzi delle case crollarono, i VIS non poterono rimborsare i debiti → le perdite ricaddero sulle banche.
La cartolarizzazione e i titoli tossici
La cartolarizzazione consiste nel trasformare un insieme di prestiti o mutui in titoli finanziari negoziabili, detti MBS (Mortgage-Backed Securities).
Ogni titolo dà diritto a ricevere i pagamenti (interessi e capitale) derivanti da centinaia o migliaia di mutui.
Vantaggi teorici:
- diversificazione dei rischi,
- possibilità di vendere mutui e liberare capitale.
Problemi reali:
- le banche che vendevano i mutui non avevano più incentivo a controllare la solvibilità dei clienti;
- le agenzie di rating sopravvalutarono la sicurezza di questi titoli;
- gli investitori non riuscivano più a valutarne il rischio effettivo.
Quando il mercato perse fiducia, questi titoli divennero “titoli tossici”, invendibili, con conseguenze disastrose.
La crisi del sistema finanziario
La combinazione di elevata leva finanziaria, passività liquide e attività illiquide rese le banche estremamente vulnerabili.
Quando i prezzi delle abitazioni iniziarono a scendere e i mutui subprime divennero inesigibili, gli investitori iniziarono a diffidare della solidità delle banche e dei VIS (veicoli di investimento strutturato).
Il meccanismo della crisi
- Gli investitori ritirano i propri fondi (depositi o obbligazioni).
- Le banche e i VIS devono rimborsare questi capitali, ma non dispongono di liquidità immediata.
- Per ottenere liquidità, vendono le proprie attività finanziarie.
- Tuttavia, molte di queste attività sono illiquide o difficilmente valutabili → per venderle, devono ridurne il prezzo.
- I prezzi crollano, riducendo ulteriormente il valore del capitale bancario → gli investitori si allarmano ancora di più.
Questa spirale porta a una crisi di fiducia generalizzata: anche le banche più solide iniziano a essere percepite come rischiose.
Inoltre, la complessità dei prodotti finanziari (MBS, CDO, ABS) rendeva impossibile capire quali banche fossero effettivamente esposte ai titoli tossici.
Per precauzione, le banche smettono di prestarsi soldi a vicenda → si blocca il mercato interbancario → il sistema finanziario entra in paralisi.
La leva finanziaria e il “credit crunch”
Per comprendere come reagirono le banche, consideriamo un esempio numerico:
| Attività | Passività | Capitale | Leva | |
| Prima della crisi | 100 | 80 | 20 | 5 |
| Dopo perdite (–2) | 98 | 80 | 18 | 5,4 |
→ La leva aumenta da 5 a 5,4.
Per tornare alla leva desiderata (5), la banca ha due possibilità:
Aumentare il capitale (ad esempio emettendo nuove azioni).
→ Difficile in tempi di crisi, perché gli investitori non vogliono sottoscrivere titoli bancari rischiosi.
Ridurre le attività (cioè ridurre i prestiti o vendere titoli).
→ È la via più comune, ma provoca effetti negativi sull’economia reale.
Quando tutte le banche adottano contemporaneamente la seconda strategia, si verifica una restrizione del credito generalizzata, nota come credit crunch.
Le imprese non riescono più a ottenere prestiti per investire o finanziare il capitale circolante, e le famiglie faticano ad accedere a mutui o finanziamenti.
La conseguenza è una riduzione complessiva di consumi e investimenti, che amplifica la recessione.
10. Sintesi con il modello IS-LM
Il modello IS-LM consente di riassumere in termini macroeconomici gli effetti di una crisi finanziaria.
- Il crollo del valore delle attività bancarie e la riduzione del capitale provocano una perdita di solidità del sistema finanziario.
- Gli investitori diventano più prudenti, e lo spread sul rischio (x) aumenta.
- Dato il tasso di policy fissato dalla banca centrale (r), il tasso effettivo sui prestiti (r + x) cresce.
- Gli investimenti e la domanda aggregata si riducono.
- La produzione (Y) diminuisce, portando l’economia in recessione.
In termini grafici, la curva IS si sposta verso sinistra, mentre la LM può restare ferma o spostarsi verso destra solo in parte (in base alla politica monetaria).
→ Il risultato è un nuovo equilibrio con reddito e produzione inferiori.
11. Dalla crisi finanziaria alla crisi reale
Nel settembre 2008, la crisi raggiunse il culmine con il fallimento della Lehman Brothers, una delle più grandi banche d’investimento statunitensi.
Questo evento segnò la completa perdita di fiducia nei mercati finanziari internazionali.
Le conseguenze furono immediate:
Aumento dei tassi d’interesse sui prestiti → famiglie e imprese pagano di più per finanziarsi.
Crollo delle aspettative economiche → diminuiscono consumi e investimenti.
Riduzione del PIL reale → l’economia entra in recessione.
Aumento della disoccupazione → le imprese tagliano la produzione e licenziano.
Tra il 2008 e il 2009 gli Stati Uniti registrarono la più profonda contrazione economica dalla Grande Depressione degli anni ’30.
Grafici come quello del tasso di disoccupazione e della crescita del PIL reale mostrano chiaramente questa dinamica:
- il PIL reale non diventa negativo in valore assoluto, ma il suo tasso di crescita sì,
- la disoccupazione cresce di diversi punti percentuali in pochi mesi.
Il contagio internazionale
La crisi americana non rimase confinata ai confini nazionali.
A causa della globalizzazione finanziaria, le banche di molti paesi europei avevano acquistato titoli derivanti da mutui subprime statunitensi.
Quando questi titoli persero valore:
- molte banche europee subirono perdite pesanti;
- la sfiducia si estese a livello globale;
- il commercio internazionale si contrasse bruscamente;
- anche le imprese europee si trovarono in difficoltà per il crollo del credito e l’aumento dei tassi d’interesse.
Di conseguenza, l’Europa conobbe nel 2009 una recessione sincronizzata con quella americana:
crollo della produzione industriale, aumento della disoccupazione, riduzione del PIL in tutti i principali paesi dell’area euro.
Le risposte di politica economica negli Stati Uniti
Per fronteggiare la crisi, il governo e la Federal Reserve (FED) misero in campo una serie di interventi straordinari di natura finanziaria, monetaria e fiscale.
a) Politiche finanziarie
- Aumento della garanzia sui depositi bancari da 100.000 a 250.000 dollari, per evitare corse agli sportelli.
- Programmi di garanzia sui debiti bancari e interventi diretti per fornire liquidità alle banche, in modo da impedire vendite forzate di attività illiquide.
- Ampliamento dei collaterali accettati per i prestiti della FED (ossia le attività che una banca può dare in garanzia per ottenere credito).
- Ricapitalizzazione pubblica delle banche, attraverso l’acquisto di azioni da parte del governo → ciò aumenta la quota di capitale sugli impieghi e riduce la leva finanziaria.
L’obiettivo era ristabilire la fiducia nel sistema bancario e prevenire il collasso dell’intermediazione finanziaria.
b) Politiche monetarie
La Federal Reserve ridusse progressivamente il tasso di policy nominale fino a 0% (dicembre 2008), raggiungendo lo zero lower bound.
A quel punto non era più possibile abbassare ulteriormente i tassi nominali.
Per continuare a stimolare l’economia, la FED adottò politiche monetarie non convenzionali, dette anche Quantitative Easing (QE), che consistevano nell’acquisto diretto di titoli finanziari (anche a lungo termine) per:
- aumentare la liquidità nel sistema;
- ridurre i tassi d’interesse di mercato;
- incoraggiare banche, imprese e famiglie a prendere in prestito e investire.
c) Politiche fiscali
Parallelamente, il governo federale adottò una politica fiscale espansiva:
- ridusse le imposte, per aumentare il reddito disponibile delle famiglie;
- aumentò la spesa pubblica, specialmente in infrastrutture e sostegni all’occupazione.
Graficamente, queste misure fecero:
- limitare lo spostamento verso sinistra della curva IS (che rappresenta la domanda di beni),
- spostare la curva LM verso il basso grazie alla politica monetaria espansiva, riportando l’equilibrio a livelli di produzione più elevati.
Pur non eliminando del tutto gli effetti della crisi, tali politiche riuscirono ad evitare una depressione prolungata come quella del 1929.
12. Le risposte di politica economica in Europa
Anche i paesi europei e la Banca Centrale Europea (BCE) misero in atto misure simili, ma con differenze significative rispetto agli Stati Uniti.
- Politiche finanziarie: salvataggi bancari e garanzie pubbliche su depositi e obbligazioni.
- Politica monetaria: riduzione dei tassi di riferimento della BCE e, in seguito, programmi di acquisto di titoli simili al QE americano.
- Politiche fiscali: aumento della spesa pubblica e riduzioni fiscali, ma con forti vincoli di bilancio imposti dal Patto di Stabilità europeo.
La risposta europea fu più lenta e frammentata, anche perché:
- i paesi dell’area euro non hanno una politica fiscale comune;
- molti stati (come Italia e Grecia) avevano già un alto debito pubblico, che limitava la possibilità di aumentare la spesa.
Queste divergenze portarono, negli anni successivi, alla crisi del debito sovrano (2010-2011), in cui alcuni paesi europei (Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna, Italia) incontrarono forti difficoltà nel rifinanziarsi sui mercati.
13. Conclusione: lezioni della crisi del 2007-2008
La Grande Recessione del 2007-2008 ha dimostrato che:
- Il sistema finanziario e quello reale sono strettamente collegati.
– I problemi delle banche possono rapidamente tradursi in recessione, disoccupazione e calo del PIL. - L’eccessiva leva finanziaria amplifica i rischi: aumenta i profitti nei periodi positivi, ma moltiplica le perdite nei periodi negativi.
- La liquidità e la fiducia sono essenziali per la stabilità finanziaria: una perdita di fiducia può generare panico anche in istituzioni solide.
- La regolamentazione dei mercati finanziari è cruciale per prevenire e gestire le crisi.
- Le politiche economiche coordinate (monetarie, fiscali e finanziarie) sono necessarie per ristabilire l’equilibrio macroeconomico.
Sintesi finale
- Bisogna distinguere tra tasso nominale e tasso reale (relazione di Fisher).
- I titoli differiscono per rischio e maturità; gli investitori richiedono un premio al rischio.
- Nel modello IS-LM esteso, gli investimenti dipendono dal tasso sui prestiti = r + x.
- Uno shock finanziario (x ↑) riduce la domanda e può portare a recessione.
- Le politiche di risposta:
fiscale espansiva (ma aumenta il deficit),
- monetaria espansiva, limitata dallo zero lower bound.