Zeus contro i Titani
All’alba dei tempi esisteva il Caos. Nella cosmogonia greca comparve poi Gea, la Terra, che generò Urano, il Cielo. Dalla loro unione nacquero i Titani e le Titanidi, i tre Ciclopi e i tre Ecatonchiri, giganti dotati di cento braccia. La nascita del mondo non è raccontata allo stesso modo da tutti gli autori antichi: questa vicenda segue il ciclo della successione di Urano, Crono e Zeus.
«Da questo momento il destino di ogni essere dipenderà dalla mia volontà!» dichiarò Urano, imponendo il proprio dominio.
«Dovrai essere un sovrano giusto, altrimenti il mondo avrà un brutto ricordo del suo primo dio» lo ammonì la sua sposa, indispettita da tanta superbia: dopotutto, l’Universo aveva preso forma soltanto grazie all’opera di Gea.
Ma, per quanto amasse Gea e ne ammirasse l’infinita saggezza, Urano non poteva darle ascolto: aveva un animo tiranno e meschino che non riusciva a tenere a bada. Presto, temendo che potessero sottrargli il trono, cominciò a odiare i suoi stessi figli, al punto da decidere di disfarsi di loro. Fece imprigionare i Ciclopi e gli Ecatonchiri nel Tartaro, la regione più buia del mondo sotterraneo, dove le anime malvagie venivano punite severamente. Solo i Titani furono risparmiati dal suo delirio di persecuzione.
Gea, disperata per la fine sciagurata delle sue creature, meditava vendetta contro il marito. Un giorno convocò i Titani sulla cima del Monte Ida per rivolgere loro un appello accorato.
«Figli miei, vostro padre è un dio ingiusto e crudele» disse alle gigantesche creature riunite intorno a lei. «Per colpa sua, i vostri fratelli Ciclopi e gli Ecatonchiri soffrono, prigionieri nei meandri del Tartaro oscuro!»
«Sì madre, lo sappiamo» commentò Rea addolorata.
«Ma che cosa possiamo farci?» intervenne Oceano. «Nostro padre è un despota e non ascolta nessuno!»
«Voi siete grandi e forti come nessun altro nel cosmo…» suggerì la madre. «Potete imporre la vostra volontà!»
«Come dovremmo fare, madre?» chiese allora Iperione.
«Dovete eliminare vostro padre! Solo così riusciremo a vendicare i vostri fratelli e potremo finalmente dare all’universo un sovrano giusto!» rispose Gea agguerrita. «Allora, chi di voi ha l’ardire di affrontare Urano?»
Ci fu un lungo silenzio, in cui i Titani parvero soppesare la potenza di Urano. Poi, uno alla volta, arretrarono di un passo. Fu Teti a rompere il silenzio e a parlare per tutti. «Madre, noi siamo grandi e forti» disse «ma lui ha la forza del cielo, come potremmo sconfiggerlo?»
Gea scosse il capo, affranta all’idea di dover rinunciare ai suoi propositi di vendetta. Ma c’era ancora un Titano che era rimasto immobile: era Crono, il più giovane.
«Madre io non lo temo!» disse avanzando e battendosi il petto nudo e muscoloso.
«Figlio mio, sono orgogliosa di te!» gli disse Gea, accarezzandogli teneramente il volto. «Se farai come ti dico, non correrai alcun rischio.»
Madre Terra, infatti, aveva già pensato a tutto: ogni notte Urano lasciava il cielo e scendeva sulla Terra per incontrare Gea; Crono avrebbe dovuto approfittare dell’oscurità per tendergli un agguato. «Lo colpirai con questa!» disse consegnando al figlio una falce di selce che aveva costruito lei stessa. «Così riuscirai finalmente ad annientarlo!»
Il giovane titano seguì le indicazioni di Gea, e quella sera stessa rimase nascosto ad aspettare il padre dietro un grande masso. Quando lo vide arrivare, balzò fuori e lo colpì alle spalle con la falce.
Crono colpì e mutilò Urano, privandolo del potere. Il dio del Cielo non morì: fu separato dalla Terra e perse il dominio sui suoi discendenti.
Gea aveva ottenuto la liberazione dal dominio di Urano, ma la successione non avrebbe portato una pace duratura.
Crono si impadronì del potere e divenne il nuovo sovrano.
Crono prese in sposa Rea. Il timore di essere a sua volta spodestato, però, lo rese sospettoso e crudele, fino a fargli ripetere la violenza del padre contro la propria discendenza.
Una profezia gli annunciò che uno dei suoi figli lo avrebbe detronizzato. Per impedire che si avverasse, Crono decise di inghiottire ogni bambino nato da Rea.
«Rea!» tuonò il Titano quando la moglie annunciò che stava per renderlo padre «mangerò tutti i figli che partorirai!»
Rea, disperata, vide Crono inghiottire i loro primi cinque figli: Estia, Demetra, Era, Ade e Poseidone.
Quando stava per nascere il sesto figlio, Zeus, Rea escogitò un inganno: avvolse una pietra nelle fasce di un neonato e la consegnò a Crono, nascondendo il bambino a Creta.
Crono, che era tanto folle quanto sciocco, non mise in dubbio le parole di Rea e ingoiò il pesante fagotto in un sol boccone.
Zeus fu nascosto in una grotta di Creta e affidato a custodi divini. Le tradizioni ricordano le ninfe e Amaltea, spesso rappresentata come una capra che lo allatta. I Cureti battevano le armi e facevano rumore per coprire il pianto del bambino, impedendo a Crono di scoprirlo.
Il piccolo crebbe forte e dotato di poteri prodigiosi e presto cominciò a manifestare il desiderio di lasciare l’isola. «Voglio punire mio padre per ciò che ha fatto!» disse un giorno a Rea venuta in visita. «E liberare i miei poveri fratelli!» La madre tentò in ogni modo di dissuaderlo – Crono era ancora molto potente e nessuno avrebbe potuto sconfiggerlo – ma Zeus era irremovibile.
Allora, Metis, la figlia del Titano Oceano e della Titanide Teti, si offrì di aiutarlo e consegnò a Zeus una pozione magica, raccomandandogli di farla bere a Crono prima di affrontarlo. Con quella bevanda misteriosa, Zeus si presentò al cospetto del re dell’Universo. «Vengo in pace» disse, porgendogli una coppa. «Bevi questo nettare sacro.»
Crono bevve e rigettò i cinque figli che aveva inghiottito: Estia, Demetra, Era, Ade e Poseidone. Liberati, si schierarono al fianco di Zeus.
«Padre scellerato!» gridò a quel punto Zeus, forte dell’appoggio dei fratelli. «Vattene, adesso, o ti ucciderò!»
«Non finirà qui» rispose il perfido Titano, prima di voltarsi e fuggire.
Crono era stato detronizzato, e Zeus gli subentrò, dando inizio al terzo regno divino. Insieme agli altri dèi si stabilì sul Monte Olimpo, il monte più alto della Grecia. Ma non tutti accettarono il nuovo sovrano: i Titani si ribellarono e decisero di sostenere Crono, che a quel punto dichiarò guerra al figlio e agli dèi per riprendere il suo posto.
La lotta tra le due fazioni andò avanti per dieci lunghi anni. I Titani, guidati dal barbuto Atlante, distruggevano le montagne per scagliare grandi massi contro la cima dell’Olimpo. Gli dèi, d’altro canto, sfruttavano le forze della natura e rispondevano con attacchi ancora più violenti. Lo scontro tra i contendenti era spietato e l’intero creato ne stava facendo le spese, ma la fine delle ostilità sembrava molto lontana. Perciò Gea decise di intervenire, e suggerì a Zeus di liberare i Ciclopi, ancora prigionieri nel Tartaro, per potersi avvalere anche del loro aiuto.
Zeus seguì il consiglio della Madre Terra e i Ciclopi, riconoscenti, fabbricarono per lui e i suoi fratelli armi speciali. A Zeus donarono le folgori, a Poseidone il tridente e ad Ade l’elmo dell’invisibilità. Non contento, Zeus decise di liberare anche i tre Ecatonchiri che con la loro forza mostruosa e le loro cento braccia potevano lanciare una pioggia di macigni sui nemici. Grazie ai nuovi rinforzi, gli dèi costrinsero i Titani ad arroccarsi sul monte dell’Otri.
Nello scontro finale, Zeus colpì Crono con la sua folgore e una pioggia di fulmini investì i Titani, che travolti dai venti infuocati e schiacciati dai macigni scagliati dagli Ecatonchiri vennero finalmente sbaragliati.
«Avete osato ribellarvi al re degli dèi e per questo sarete puniti!» disse Zeus ai Titani sconfitti. « Atlante, tu hai guidato i traditori. Poiché hai dato prova di tanta forza, ti condanno a reggere la volta del cielo!»
Atlante s’inginocchiò disperato. «Zeus, ti chiedo di avere pietà di me» implorò. «Non merito una pena così severa.»
Ma Zeus fu irremovibile e Atlante dovette rassegnarsi a portare sulle sue spalle il peso della volta celeste per l’eternità.
Le punizioni riservate ai ribelli non erano finite: Zeus fece precipitare nel profondo Tartaro tutti gli altri Titani rivoltosi che, incatenati, vennero rinchiusi in una fortezza sotterranea. Gli Ecatonchiri, fedeli al loro liberatore, si offrirono di sorvegliare i prigionieri e da quel giorno si insediarono stabilmente nel Tartaro.
Sul destino successivo di Crono esistono racconti diversi. Alcune tradizioni lo immaginano liberato e sovrano delle Isole dei Beati, luogo di una vita felice dopo la morte: questa versione convive con quella della prigionia nel Tartaro.
Dopo la vittoria, Zeus, Poseidone e Ade si spartirono il dominio del cosmo: a Zeus toccò il cielo, a Poseidone il mare e ad Ade il mondo dei morti. La terra rimase comune. Il nuovo ordine divino ebbe il proprio centro sull’Olimpo.