Apollo e Dafne
Apollo, dio della musica e dell’arte, era il figlio di Zeus e della Titanide Leto. Aveva lineamenti sottili, occhi grandi e luminosi ed era dotato di un fascino irresistibile. Molte divinità lo corteggiavano, ma la passione più grande di Apollo era sempre stata l’arte. Il dio infatti trascorreva quasi tutto il suo tempo insieme alla nove Muse del Monte Elicona, creature immortali protettrici delle belle arti, della scienza e delle lettere. Le Muse amavano cantare, suonare e danzare e Apollo componeva per loro liriche divine.
Con il tempo, però, quella vita completamente consacrata all’arte cominciò a venirgli a noia. Il giovane dio si sentiva perennemente insoddisfatto e non riusciva più a trovare la giusta ispirazione per i suoi componimenti poetici.
Un giorno, mentre se ne stava seduto sotto un salice, cupo e pensieroso, Apollo vide avvicinarsi Calliope, la sua prediletta tra le Muse.
«Forse ti manca l’ispirazione perché non ha mai conosciuto l’amore…» suggerì timidamente la dea, che da tempo era preoccupata per i continui malumori del giovane.
«Ma come posso fare per trovarlo?» chiese il dio confuso.
«Trascorri tutto il tempo sull’Olimpo a suonare la tua cetra! Per questo non ha mai incontrato una fanciulla che ti facesse battere il cuore» spiegò Calliope.
«Dovresti esplorare il mondo, conoscere nuove creature, forse così riuscirai a innamorarti!»
Dopo aver riflettuto a lungo sulle parole di Calliope, Apollo decise di chiedere udienza a Zeus. «Padre» gli disse quando giunse al suo cospetto. «Per qualche tempo mi allontanerò dall’Olimpo. Voglio vivere tra i mortali ed esplorare il mondo. Ma ti prometto che il mio viaggio non sarà vano, fonderò un santuario dove gli uomini più devoti potranno venerare gli dèi e ricevere consigli e vaticini.»
«È un’ottima idea! Va’ pure!» esclamò Zeus con un sorriso, sempre entusiasta quando qualche altra divinità si offriva di incoraggiare gli uomini a praticare il culto religioso.
E così, il giorno stesso, Apollo mise qualche oggetto in una bisaccia e lasciò il Monte Olimpo.
Come prima tappa, si fermò nella pianura di Lelante, ma dopo qualche tempo si accorse di non sentire alcun legame speciale con quei luoghi e tra la popolazione locale non trovò l’ispirazione che cercava. Perciò ripartì presto. Attraversò molti boschi e si arrampicò sulle cime della Grecia continentale. Si mescolò con gli abitanti di quelle terre, conobbe molte incantevoli fanciulle, ma nessuna che gli facesse battere il cuore. E non vide nemmeno città o valli che gli sembrassero adatte a ospitare il nuovo tempio.
Quando cominciava a stancarsi di quel girovagare infruttuoso, giunse ai piedi del Monte Telfusio dove una fonte di acqua limpida sgorgava dalle pareti rocciose.
«Benvenuto, sono Telfusa, la ninfa dell’acqua» disse una fanciulla dai capelli corvini e vestita di fogliame, che sedeva nei pressi della fonte. «Che cosa ti porta da queste parti?»
«Sono Apollo» disse il dio. «Sono in cerca di un luogo incontaminato come questo per fondare un nuovo santuario.»
«Ma questa fonte è troppo nascosta» replicò la ninfa. «I pellegrini non troverebbero mai la strada per il tempio. Devi attraversare la pianura di Crisa fino alle pendici del Parnaso. Laggiù scoprirai una città adatta ad ospitare il tuo santuario.»
Dopo aver constatato che, nonostante il viso magnifico e gli occhi conturbanti, nemmeno Telfusa era riuscita ad accendere una scintilla nel suo cuore, Apollo decise di accettare il consiglio della ninfa e ripartì.
Dopo pochi giorni di cammino, il dio della musica raggiunse la pianura di Crisa, e proseguendo lungo un sentiero tortuoso salì fino a un’altura da cui si poteva scorgere la cima del Monte Parnaso da una parte e il mare dall’altra. Quel luogo si chiamava Delfi.
«Ecco finalmente il posto perfetto per costruire il santuario di Apollo, figlio di Zeus!» esclamò il dio estasiato da quello scenario incantevole. «I pellegrini potranno vedere il tempio dal mare e sapranno dove recarsi per chiedere l’aiuto degli dei!»
In poco tempo, fece innalzare il santuario e scelse i sacerdoti che lo avrebbero custodito e avrebbero rivelato i vaticini sacri agli uomini devoti. Il tempio prese il nome di Oracolo di Delfi.
Apollo era molto soddisfatto per aver portato a compimento la sua missione, ma un pensiero continuava tormentarlo e gli impediva di essere felice: nonostante avesse vagato in lungo e in largo per la Grecia, non aveva ancora incontrato l’amore e cominciava a temere di essere destinato a non incontrarlo mai.
Dall’Olimpo, qualcuno assisteva divertito alle sue sofferenze. Si trattava di Eros, il dio dell’amore, che era sempre stato geloso della bellezza e dei talenti infiniti di Apollo e decise di approfittare della sua debolezza per giocargli un brutto scherzo.
«Caro Apollo, visto che ci tieni tanto, ti farò scoprire che cosa significa soffrire per amore!» mormorò Eros tra sé e sé sogghignando. Quindi, imbracciò il suo arco e volò subito sulla Terra. Non appena scorse dall’alto il dio della musica, lo colpì a una spalla con uno dei suoi dardi dalla punta dorata, condannandolo a innamorarsi perdutamente della prima fanciulla che avesse incontrato.
L’ignaro Apollo vagava da ore per i boschi, senza incontrare anima viva. Quando, nei pressi di una radura, vide sfrecciare tra gli alberi una ninfa dai capelli lunghissimi e selvaggi, gli occhi verdi e splendenti e un viso dolcissimo. Sotto l’influsso magico del dardo di Eros, si innamorò all’istante di quella fanciulla magnifica e cominciò a inseguirla, impaziente di dichiararle il suo amore. Ma la ninfa correva veloce e sembrava ignorare i suoi richiami. Si chiamava Dafne ed era una Nereide delle acque dolci, figlia del fiume Peneo. Era una creatura selvaggia e solitaria che amava trascorrere le sue giornate andando a caccia nei boschi. Molti tra i mortali e le divinità avevano cercato di conquistarla, ma Dafne teneva alla propria libertà più di ogni altra cosa e aveva sempre rifiutato ogni pretendente.
Quando finalmente riuscì a raggiungerla, Apollo s’inchinò davanti a Dafne impedendole di proseguire. «Sono Apollo, figlio di Zeus, e desidero prenderti come mia sposa!» le disse afferrandole la mano e guardandola con occhi imploranti. Ma invece di gettargli le braccia al collo, come Apollo si sarebbe aspettato, la bella Nereide impallidì, si divincolò con uno strattone e fuggì un’altra volta.
Spinto da un desiderio cieco, Apollo riprese a inseguirla. La ninfa conosceva a memoria ogni sentiero di quei boschi intricati e riuscì quasi a seminarlo in più di una occasione. Apollo, però, non si perdeva d’animo, cercava le sue tracce e riprendeva a correre sicuro che prima o poi l’avrebbe raggiunta.
Alla fine Dafne, stremata, fu costretta a fermarsi a riprendere fiato sulle sponde del fiume Peneo. Sentiva i passi di Apollo sempre più vicini e realizzando di non avere più scampo, decise di invocare l’aiuto del padre.
«Padre mio, ti imploro» gridò fra le lacrime. «Lascia che io rimanga casta e libera come ho sempre desiderato. Trasformami in qualsiasi cosa, ma fai in modo che Apollo non possa avermi!»
Immediatamente, la pelle della ninfa divenne ruvida corteccia, le braccia si trasformarono in rami e i capelli in una cascata di foglie verdi. Peneo aveva accolto la sua preghiera e l’aveva tramutata in una pianta di alloro.
Quando Apollo arrivò alla riva del fiume, riuscì a scorgere il volto di Dafne un attimo prima che anche quello divenisse legno.
«Amore mio…» gridò il dio della musica inginocchiandosi davanti alla pianta. «Perché sei fuggita da me?» Poi pianse a lungo, abbracciando il tronco dell’arbusto.
Quando ebbe versato l’ultima lacrima, si alzò in piedi, passò le mani tra i rami come per accarezzarli e staccò alcune foglie. «Indosserò per sempre questo copricapo in ricordo del mio amore!» promise mentre intrecciava le foglie formando una corona. «E farò in modo che d’ora in poi l’alloro sia una pianta sempreverde e venga considerata sacra dagli uomini.»
Adesso che aveva conosciuto l’amore e che aveva scoperto quanto potesse essere doloroso, Apollo decise che era giunto il momento di lasciare la Terra. Prima, però, si recò un’ultima volta all’Oracolo di Delfi e consegnò ai sacerdoti alcune foglie di alloro per adornare il tempio.
Quando giunse sul Monte Olimpo, corse subito a cercare conforto presso le sue amate Muse. Raccontò loro del suo tragico incontro d’amore e, ispirato dal forte sentimento che ancora provava per Dafne, compose il più dolce dei suoi canti.