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Mitologia greca

Mitologia greca. Dèi, eroi e racconti.

Trentadue racconti e cicli da leggere, dalle origini del mondo alle avventure di Ulisse. Luoghi, genealogie, personaggi e glossario per orientarsi tra le storie.

49capitoli
32racconti e cicli
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Paride e il pomo della discordia

I mari dell’antica Grecia erano abitati da una famiglia di cinquanta ninfe chiamate Nereidi che vegliavano sui naviganti a cavallo di delfini. La più bella tra loro era Teti, sempre adornata di conchiglie e ghirlande di fiori.

A causa della sua bellezza, Teti creava grande scompiglio anche tra gli dèi dell’Olimpo. In particolare, Zeus e Poseidone litigavano di continuo per lei.

«Io sono il dio del mare» diceva il potente Poseidone «e lei è una mia creatura!»

«Ti sbagli!» ribatteva l’ancora più potente Zeus. «Io sono il re degli dèi e tutte le creature appartengono a me, inclusa Teti!»

Un giorno, Temi, la dea della giustizia, assistette a una delle loro discussioni.

«Zeus, Poseidone» intervenne «vi consiglio di non perdere tempo a corteggiare Teti, perché su di lei incombe la maledizione delle crudeli Moire.»

«Di che maledizione parli, Temi?» replicò Zeus, senza smettere di camminare avanti e indietro per la sala del trono.

«Alla nascita di Teti» esordì la dea accarezzando le pieghe della sua tunica bianca «le Moire stabilirono che il suo primo figlio sarebbe diventato molto più forte del padre.»

«Per tutti i Ciclopi!» ribatté Poseidone, preoccupato di perdere il suo potere. «Di certo non posso rischiare di avere un figlio più forte di me.»

«Nemmeno io» gli fece subito eco Zeus.

E così entrambi accettarono di farsi da parte e di dimenticare la bella ninfa. Ma Zeus non era ancora soddisfatto: doveva impedire che Teti sposasse una divinità, altrimenti il figlio nato da quel matrimonio avrebbe potuto minacciare il suo trono. Perciò prese una decisione.

«Teti andrà in sposa a Peleo» annunciò a denti stretti, perché non gli capitava spesso di dover rinunciare a qualcosa che desiderava tanto ardentemente. E per sfogare la rabbia andò a lanciare fulmini sui poveri mortali.

Peleo era un eroe di poco valore che non avrebbe mai potuto ambire a sposare una creatura meravigliosa come Teti e, infatti, si innamorò di lei a prima vista.

Teti, invece, non avrebbe mai voluto sposare un comune mortale e per lungo tempo provò a opporsi a quel matrimonio. Ma Zeus fu irremovibile e presto gli dèi organizzarono le loro nozze.

Sul monte Pelio venne allestito un banchetto nuziale ricoperto di ogni prelibatezza. La lista degli invitati era lunghissima. Naturalmente c’erano tutte le divinità maggiori: Artemide, Ares, Afrodite, Era, Efesto, Poseidone e molti altri. E poi parteciparono anche i centauri, le ninfe degli alberi e le sorelle di Teti, che danzavano e lanciavano fiori sugli ospiti. Non mancava proprio nessuno, o quasi... Gli dèi infatti non avevano invitato Eris, la dea della discordia.

Eris non era certo l’ospite ideale per un banchetto di nozze: aveva una chioma disordinata e sporca, se ne andava in giro vestita di stracci, e soprattutto amava seminare zizzania. Gli dèi temevano che con la sua lingua biforcuta potesse rovinare la festa.

Ma Eris, furente per l’esclusione, decise di partecipare comunque alle nozze. E dopo essersi sistemata una tiara a forma di pitone sulla testa si avviò sul monte Pelio, decisa a vendicarsi.

Quando giunse alla festa, il banchetto era in pieno svolgimento e gli dèi mangiavano e bevevano in un’atmosfera di grande allegria.

Senza dire niente, Eris lanciò sul lungo tavolo una mela d’oro, che rotolò fino a Zeus. Il re degli dèi la afferrò prima che cadesse a terra e lesse ad alta voce la scritta che vi era incisa: Alla più bella.

Improvvisamente il chiacchiericcio allegro degli invitati si fermò, e tutti gli sguardi si volsero verso Zeus per scoprire a chi avrebbe donato il pomo d’oro: c’erano almeno tre divinità degne di quel riconoscimento.

Eris ridacchiava divertita di fronte all’imbarazzo di Zeus. Il re degli dèi fece per consegnare la mela ad Afrodite, la dea della bellezza, ma poi si accorse delle occhiatacce di Era, sua moglie, e di Atena, dea della guerra, e tornò a fissare confuso il pomo d’oro, cercando di trovare un modo per uscire da quel tranello.

A un tratto, Poseidone, che non perdeva occasione di mettere in difficoltà il re degli dèi, si alzò in piedi e si avvicinò ad Afrodite. «Coraggio, Zeus!» disse posandole una mano sulla spalla. «Non è poi così difficile scegliere.»

«Era, Atena e Afrodite sono tutte ugualmente belle» rispose Zeus, prudente. «Non voglio fare torto a nessuna di loro.»

«Se non vuoi decidere tu» insistette Poseidone «sarà un mortale a scegliere chi tra le dee meriti la mela di Eris.»

«Ma quale uomo mortale sarebbe mai capace di scegliere tra tanta divina bellezza?» intervenne Ermes lisciandosi la barba.

«Paride» rispose Zeus. «Il più bello degli uomini, il pastore troiano del monte Ida.» E così fu stabilito che quel giorno stesso Zeus, Atena, Era e Afrodite si sarebbero recati sul monte Ida e che non se ne sarebbero andati fino a quando Paride non avesse fatto la sua scelta.

Eris lasciò le nozze soddisfatta, certa che nemmeno quell’espediente avrebbe potuto impedire un litigio furibondo tra le tre vanitosissime dee.

Quando vide giungere il corteo divino, Paride rimase interdetto. Gli ci volle un po’ per mettere a fuoco la scena che aveva di fronte.

«Cos’ha potuto fare un povero pastore come me, per meritare la visita di tali divinità?» disse infine inchinandosi.

Le tre dee gli sorrisero ammiccanti: era davvero l’uomo più bello del mondo.

«Mortale, siamo qui per affidarti un compito molto importante» disse Zeus. «Dovrai strabilire chi, tra Era, Afrodite e Atena, è la dea più bella.» E porgendo a Paride il pomo della discordia aggiunse: «Questo è il premio che dovrai consegnare alla vincitrice».

Le tre dee, impazienti di ascoltare il verdetto, facevano del loro meglio per attirare l’attenzione del giovane pastore: la prima scuoteva la lunga chioma, la seconda si sistemava le spalline della tunica, la terza sventolava l’ampio mantello.

«Divino Zeus» replicò Paride, confuso da tanta bellezza. «Non sono all’altezza di un simile compito. Sono solo un povero pastore.»

«Non importa chi sei» ribatté il re degli dèi. «Devi scegliere. è Zeus che te lo ordina!»

«Scegli me!» intervenne Era. «Ti prometto che in cambio avrai il dominio dell’intera Asia.»

«Se è per questo io posso offrirti molto di più!» proruppe Atena. «Se sceglierai me, in cambio avrai la saggezza e la gloria in battaglia e sarai il comandante dell’esercito più forte del mondo.»

Paride fissò confuso prima Era poi Atena, evidentemente tentato da entrambe le loro offerte.

«È troppo facile per me corrompere un giovane mortale» disse Afrodite con un tono di sottile malizia. «Se darai a me la mela, io ti offrirò in sposa la donna più bella del mondo. Sarai tu stesso a sceglierla.»

Paride si fece pensieroso e tacque per un tempo che sembrò infinito. Ma alla fine di una lunga ed estenuante riflessione prese una decisione. «La bellezza non manca a nessuna di voi» esordì inchinandosi davanti alle dee «ma per me è Afrodite a meritare questo premio.» E consegnò il pomo dorato di Eris proprio alla dea della bellezza, che sorrise felice per la vittoria.

«Te ne pentirai, sciocco pastore» gridò Atena. E dopo essersi avvolta nel mantello sparì.

«Hai osato offendere la moglie di Zeus, fulmini e saette ti colpiranno!» rincarò Era. E anche lei si dileguò.

Paride non sembrava molto preoccupato dalle minacce delle due dee e, anzi, nei giorni seguenti non pensò ad altro che alla promessa di Afrodite. Ma un’altra sorpresa lo attendeva. Scoprì infatti di essere il figlio scomparso del re di Troia, Priamo.

Priamo, felice di averlo ritrovato, lo accolse a palazzo con molto affetto e da subito ripose grande fiducia nelle sue qualità, tanto da affidargli una delicata missione diplomatica.

Qualche giorno dopo Paride salì a bordo di un imponente veliero e partì alla volta di Sparta, dove il re in persona, Menelao, gli diede un caloroso benvenuto e lo invitò nella sua reggia. Proprio a palazzo, Paride conobbe la donna più bella del mondo: Elena. Aveva morbidi capelli color oro intrecciati con fiori e perle e una tunica azzurra che metteva in risalto le labbra rosa.

Sfortunatamente, la fanciulla non aveva il cuore libero: era la moglie di Menelao. Ciononostante Paride se ne innamorò perdutamente sin dal primo incontro e decise di invocare Afrodite affinché tenesse fede alla sua promessa.

«Afrodite» disse Paride con gli occhi rivolti al cielo «ho scelto: è Elena la donna per me!»

«Re Menelao non ne sarà contento» lo mise in guardia Afrodite, apparsa all’istante. «Se gli porterai via la moglie, scatenerai la sua ira e quella del suo popolo.»

«Non mi importa» replicò Paride risoluto. «Combatterò per lei, se sarà necessario. Voglio Elena e tu devi aiutarmi.»

Afrodite sapeva che il capriccio di Paride per Elena avrebbe avuto conseguenze tragiche, ma non poteva negare al giovane principe ciò che gli aveva promesso.

«Dai a Elena questa pozione» disse allora porgendo a Paride una piccola ampolla. «Si innamorerà di te e sarà disposta a seguirti a Troia.» E senza aggiungere altro la dea tornò sul monte Olimpo.

Soddisfatto, Paride seguì le indicazioni di Afrodite e quel giorno stesso versò la pozione divina nel calice di Elena. La ragazza si innamorò del giovane principe all’istante e disse di non voler più vivere senza di lui.

«Elena, amore mio, ti porterò a Troia» la rassicurò Paride. «Il re Priamo, mio padre, sarà felice di accoglierti nel suo palazzo. Insieme, vivremo felici.»

Nei giorni successivi, i due amanti prepararono la loro fuga in gran segreto. E, finalmente, in una notte di primavera, lasciarono la reggia di Menelao senza essere visti. Una volta raggiunto il veliero di Paride, salparono diretti a Troia.

Al suo risveglio Menelao si accorse che Elena era sparita e, quando seppe che anche Paride non era più a palazzo, andò su tutte le furie. Le sue grida di rabbia fecero tremare le mura di Sparta.

Nel frattempo, Paride ed Elena arrivarono a Troia sani e salvi. Erano ancora più innamorati e non aspettarono molto tempo prima di celebrare le loro nozze.

I due sposi ignoravano che a Sparta Menelao tramava una terribile vendetta. Aveva fatto appello a tutti i principi dell’Egeo e con loro stava organizzando un esercito imbattibile. La loro flotta composta da mille navi era già pronta a lasciare le coste del Pelopponeso.

La guerra di Troia era ormai vicina, ed Eris, felice di aver scatenato un simile putiferio con una semplice mela d’oro, festeggiava sul Monte Olimpo.

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