Eracle e le dodici fatiche
In una casetta modesta nell’Antica Tebe, nacque Eracle, figlio della mortale Alcmena e del potente Zeus. Era un bambino bellissimo, con i riccioli d’oro e le guance paffute. Nonostante fosse per metà divino, non venne accolto sull’Olimpo e fu condannato a vivere sulla Terra.
Tra tutti gli dèi quella che più si era opposta all’ingresso di Eracle sull’Olimpo era stata Era, che non aveva mai perdonato a Zeus di averla tradita con Alcmena. Tale era la sua sete di vendetta che un giorno, a poche settimane dalla nascita di Eracle, inviò a Tebe due serpenti perché mordessero il bambino mentre dormiva. Ma quando i due rettili sibilanti si affacciarono alla culla del piccolo, Eracle li afferrò entrambi e li strinse fino a strozzarli.
Da allora Eracle poté crescere tranquillo con la madre, ignaro delle sue origini divine. Divenne un ragazzo coraggioso e straordinariamente forte, ma anche piuttosto maldestro: gli bastava un soffio per distruggere un tempio e a Tebe aveva già fatto diversi danni.
«Eracle, quante volte ti ho detto che devi muoverti con delicatezza!» gli ripeteva di continuo Alcmena. Ma poi di fronte all’espressione rammaricata del figlio si affrettava subito a consolarlo: «Hai un dono speciale e con la tua forza potrai aiutare molte persone. Prima o poi arriverà l’occasione giusta».
Non molto tempo dopo, le parole di Alcmena si rivelarono esatte. Un’armata nemica attaccò la città di Tebe. Eracle si arruolò nell’esercito e da solo riuscì a sconfiggere le truppe avversarie. Gli abitanti di Tebe, salvi grazie a quelle incredibili gesta, lo portarono in trionfo per le vie della città. «Sei il nostro eroe!» gridavano. E per ricompensarlo, il re Creonte decise di dargli in moglie la figlia Megara.
Il clamore suscitato dalle imprese di Eracle giunse fino all’Olimpo e risvegliò la collera della dea Era. «Tutti lo venerano come se fosse un dio!» blaterava da sola davanti allo specchio. «Ma non è altro che un comune mortale!» E per distruggere la sua fama, con un incantesimo piantò nella mente di Eracle i semi della pazzia.
Il giorno successivo, al suo risveglio Eracle avvertì una furia improvvisa e, accecato dal sortilegio di Era, compì una strage, uccidendo tutte le persone che incontrava sul suo cammino. Quando si riebbe, si rese conto di ciò che aveva fatto e, pieno di vergogna e rimorso, cercò rifugio tra i boschi. «Stando da solo, non potrò più fare del male a nessuno!» si ripeteva.
Ma il senso di colpa continuò a tormentarlo fino a quando Eracle decise di consultare l’Oracolo di Delfi per chiedere come poteva espiare i suoi terribili errori. La sacerdotessa Pizia allora gli svelò la verità:
«Non hai colpe del male che hai fatto.
Ecco spiegato perché eri matto:
sei figlio di Zeus, ma non lo sai,
sull’Olimpo una dea, che è gelosa assai,
folle ti ha reso per puro dispetto.
Ti vuole morto, lei ti ha maledetto.»
In un colpo solo, il giovane si liberò dal peso opprimente della colpa e comprese perché si era sempre sentito così diverso dagli altri uomini. «Cosa posso fare per essere accettato dagli dèi?» chiese allora.
La sacerdotessa Pizia gli disse di recarsi da Euristeo, re di Tirinto. Quest’ultimo gli avrebbe assegnato dodici prove terribili. Se le avesse superate tutte, Eracle avrebbe ottenuto il perdono per i delitti commessi e si sarebbe conquistato l’immortalità.
Il re Euristeo fu felice di accogliere alla sua corte quell’eroe dalla forza portentosa e gli illustrò subito quale sarebbe stata la prima prova da affrontare: «Nella città di Nemea, a nord di Argo, vive un leone invulnerabile che terrorizza uomini e bestiame. Dovrai uccidere quel mostro enorme e riportarmi come prova il suo manto dorato!»
Eracle partì subito per Nemea e, indagando presso gli abitanti delle campagne, individuò subito la grotta in cui si nascondeva il leone. Penetrò in quella caverna oscura e sorprese la belva alle spalle. Lo afferrò per il collo e lo uccise a mani nude, senza dover ricorrere a nessuna delle armi che aveva portato con sé. Quindi, tornò da Euristeo e gli offrì spavaldo la pelliccia del leone. «Non è stato poi così difficile!» commentò.
Come seconda missione, Euristeo gli chiese di uccidere l’orrida Idra, uno spaventoso mostro a nove teste, che terrorizzava la città di Lerna. Eracle le mozzò l’una dopo l’altra, ma ogni volta le teste ricrescevano. Allora, con l’aiuto del nipote Iolao, che lo aveva accompagnato nel viaggio, bruciò ogni testa dopo averla schiacciata con la sua clava e finalmente riuscì a sconfiggere il mostro. Prima di tornare a Tirinto, raccolse un po’ del sangue dell’Idra per usarlo come veleno per le sue frecce.
La terza fatica consisteva nel catturare viva la cerva di Cerinea, che aveva corna d’oro e zampe di rame e viveva nei boschi a nord-ovest del Peloponneso.
Eracle era forte, ma non molto veloce: rincorse la cerva per un anno intero senza mai riuscire ad agguantarla. Allora pensò di costruire una trappola e la sistemò vicino a un ruscello, nel posto in cui aveva avvistato la preda più spesso. In questo modo riuscì a catturare la cerva e finalmente poté tornare a Tirinto con il prezioso bottino.
«Te la cavi bene con gli animali selvaggi» gli disse Euristeo quando lo vide arrivare. «Allora non avrai problemi a catturare il feroce cinghiale che vive sul Monte Erimanto.»
Eracle partì subito per la sua quarta impresa. Quando giunse ai piedi del Monte Erimanto, si mise subito sulle tracce del cinghiale e dopo averlo avvistato, cominciò a inseguirlo, costringendolo a salire verso la cima imbiancata. La preda affondò nella neve altissima fino a rimanere bloccata; allora venne catturata dall’eroe, che la intrappolò in una rete e se la mise in spalla.
Euristeo cominciava a temere la forza impressionante di Eracle e quando lo vide arrivare nella sala del trono, con il cinghiale vivo appeso a una spalla, non lo lasciò nemmeno avvicinare e gli affidò subito la missione successiva. «Recati nell’Elide, presso la corte del re Augia» gli disse. «Dovrai ripulire in un giorno le sue immense stalle, dove per anni si è accumulato il letame di tremila buoi.»
Questa volta il re era sicuro che Eracle non ce l’avrebbe fatta, perché la sola forza non era sufficiente a compiere un’impresa simile. E lo stesso eroe, una volta giunto nell’Elide, per un attimo si fece prendere dallo sconforto: le stalle erano invase da un fetore terribile e i cumuli di sterco erano alti come montagne. Per ripulire quello scempio ci sarebbe voluto almeno un anno di lavoro. «Oppure ci vorrebbe molta acqua» pensò Eracle. Quindi, si recò presso i vicini fiumi Alfeo e Peneo e senza troppi sforzi riuscì a deviarne il corso: in pochi istanti una massa di acqua gigantesca inondò le stalle trascinando via tutto lo sterco. «E siamo a cinque!» esultò Eracle osservando quello spettacolo da lontano.
«Se vuoi essere un eroe, non puoi avere tempo per riposare!» gli disse Euristeo al suo rientro. «Nella regione dell’Arcadia, presso il lago Stinfalo, vivono spaventosi uccelli ingordi di carne umana. Corri a sterminarli.»
Dalle rive del lago Stinfalo, l’eroe avvistò uno stormo di uccelli dalle zampe lunghe e le teste piccole e aguzze. Assomigliavano a gru, ma avevano becco, artigli e piume di bronzo che utilizzavano come dardi per uccidere le prede. Eracle sapeva che gli Stinfalidi avevano orecchie molto sensibili e decise di sfruttare questa loro caratteristica per snidarli. Iniziò ad agitare delle grosse nacchere di bronzo che aveva portato con sé e subito gli uccelli, disturbati dal frastuono, si alzarono in volo. Allora l’eroe imbracciò il suo arco e li colpì a uno a uno con le frecce avvelenate dal sangue dell’Idra. I pochi esemplari che gli sfuggirono migrarono verso terre remote. L’Arcadia era libera e anche la sesta fatica era stata compiuta.
Ma per il giovane eroe tebano non c’era tregua, ed Euristeo era già pronto ad affidargli una missione ancora più temibile. «C’è un toro enorme che terrorizza i pastori di Creta, soffiando fuoco dalle sue grandi narici» disse. «Catturalo e portamelo, voglio sacrificarlo agli dèi!»
«Chiedo il permesso di catturare il grande toro che spaventa gli abitanti della tua isola» disse Eracle giunto a Creta, inchinandosi di fronte a Minosse, il re dell’isola.
«Te lo concedo» replicò il Minosse «ma sappi che è una belva feroce e imprendibile.»
Eracle non si lasciò intimidire. Scovò il toro ai piedi di una collina, lo afferrò per le corna e non lasciò la presa nemmeno quando la bestia cominciò a soffiare le sue fiamme infernali. Alla fine il toro si arrese ed Eracle poté consegnarlo a Euristeo.
Eracle aveva già superato sette prove, ma le missioni che gli restavano erano le più difficili.
Per l’ottava fatica, fu mandato a catturare le feroci giumente del tiranno Diomede che si nutrivano di carne umana e seminavano il terrore nella Tracia. L’eroe combatté contro Diomede e lo uccise; poi, con uno stratagemma, intrappolò le cavalle e diede loro in pasto il tiranno.
Subito dopo Eracle partì per il Mar Nero, dove viveva Ippolita, la regina delle Amazzoni. Ippolita possedeva un cinturone che la rendeva invincibile ed Eracle aveva ricevuto l’ordine di rubarglielo. Anche questa volta riuscì nell’impresa e a suggello del suo nono successo consegnò a Euristeo il cinturone di Ippolita.
Per la sua decima fatica, l’eroe doveva trovare Gerione: un gigante a tre teste che possedeva una mandria di buoi dal pelo rosso. Eracle attraversò l’Europa e la Libia, eresse due colonne al passaggio dello stretto tra le due terre e, dopo aver solcato il fiume Oceano a bordo della barca dorata prestatagli da Helios, giunse finalmente nell’isola di Gerione. Quindi, uccise il mostro e prese con sé i buoi.
«Devi andare nell’estremo Occidente del mondo» gli ordinò Euristeo, non appena lo vide rientrare con i buoi. «Voglio i pomi d’oro del giardino delle Esperidi!»
Le Esperidi erano figlie di Atlante, il titano condannato da Zeus a reggere la volta celeste per l’eternità. Eracle pensò di chiedere aiuto proprio a lui. «Se ti sostituisco per un po’» gli disse «potresti prendere per me i pomi dorati dal giardino delle tue figlie?»
Atlante, stanco di sostenere da solo quel peso smisurato, accettò volentieri la sua proposta. Ma dopo che ebbe rubato le mele, si rifiutò di riprendere il suo posto. «Ora che ho riavuto la libertà» disse «come credi che possa rinunciarvi?»
Eracle capì che era il momento di usare l’astuzia. «Va bene, titano, hai vinto!» esclamò. «Reggerò io il cielo per il prossimo millennio. Ma prima aiutami a sistemare meglio il carico sulle spalle…»
Atlante ingenuamente accettò: posò a terra le mele e riprese sulle sue spalle la volta celeste per consentire a Eracle di muovere le spalle. L’eroe ne approfittò subito per divincolarsi e, dopo aver infilato i pomi nella sua bisaccia, tornò da Euristeo.
«Sono pronto per la mia ultima missione» proclamò impaziente, giunto a Tirinto.
«Ti avverto» gli disse il re «questa sarà la tua più grande sfida.»
Eracle doveva scendere negli Inferi, catturare Cerbero, il cane a tre teste custode del regno dei morti, e portarlo vivo a Euristeo. Si recò quindi da Ade, il dio degli Inferi, per chiedergli il permesso di prendere il suo terribile guardiano.
«Potrai prendere Cerbero» disse Ade «ma prima dovrai batterti con lui, senza armi né altri aiuti. E se riuscirai a sconfiggerlo dovrai restituirlo agli Inferi dopo averlo mostrato a Euristeo.» Eracle accettò il patto. Dopo una dura lotta corpo a corpo che suscitò meraviglia tra le anime del regno dei morti, Eracle ebbe la meglio su Cerbero e il cane, addomesticato, dovette seguirlo nel regno dei vivi.
Con la cattura di Cerbero, Eracle portò a termine le dodici fatiche. Il servizio presso Euristeo era concluso, ma le sue avventure non finirono lì.
Altri racconti narrano gli anni successivi, il matrimonio con Deianira e la morte sul rogo del monte Eta. Solo al termine della sua vita terrena Eracle fu accolto tra gli immortali.
La sua apoteosi conclude il cammino di un eroe che attraversa forza, sofferenza, colpa e riscatto. Sull’Olimpo si riconcilia con Era e sposa Ebe.