Bellerofonte e il cavallo alato
Bellerofonte, il giovane principe di Corinto, era sempre stato un sognatore e sin da bambino aveva avuto l’ambizione di domare l’inavvicinabile Pegaso, un maestoso cavallo alato che viveva libero tra l’Olimpo e la Terra. Un giorno l’indovino Polido gli suggerì di recarsi presso il tempio di Atena per chiedere aiuto alla dea della saggezza. Il giovane seguì il suo consiglio, e dopo aver pregato a lungo, si sdraiò vicino all’altare e sprofondò nel sonno. Trascorse tutta la notte nel tempio e mentre ancora dormiva comparve Atena.
«Eccoti l’aiuto che cerchi, Bellerofonte!» sussurrò la dea lasciando cadere a terra una briglia d’oro. «Se riuscirai a fargliela indossare, Pegaso sarà tuo.» Quando il principe si svegliò, vide la briglia d’oro accanto a sé e capì che l’apparizione di Atena non era stato solo un sogno.
Qualche giorno dopo, durante una passeggiata, avvistò Pegaso che si abbeverava alla fonte Pirene. Bellerofonte gli si avvicinò a piccoli passi per non intimorirlo e quando l’ebbe raggiunto, con un gesto rapidissimo, riuscì ad imbrigliarlo. Il suo sogno si era finalmente realizzato. Da quel momento, proprio come aveva promesso Atena, Pegaso si dimostrò un cavallo fedele.
Trascorse un lungo periodo di pace e tranquillità, fino a quando Bellerofonte uccise un uomo per errore, durante una battuta di caccia. A causa di quell’incidente fu costretto a lasciare Corinto e insieme a Pegaso si recò nella città di Tirinto, alla corte di re Preto.
«Potrai restare qui per tutto il tempo che vorrai» gli assicurò il re, venuto ad accoglierlo all’ingresso della sua reggia insieme alla moglie Stenebea.
«Grazie» rispose Bellerofonte chinando il capo.
Ma nemmeno questa volta il fato si dimostrò magnanimo con il giovane principe di Corinto. La moglie di Preto, infatti, s’innamorò di Bellerofonte e approfittò della prima occasione in cui si trovò sola con lui per dichiarargli il proprio amore. Il principe di Corinto, però, non ricambiava i suoi sentimenti e respinse in malo modo la regina. Terribilmente, offesa, Stenebea escogitò un piano per vendicarsi di lui.
«Caro marito, devo dirti una cosa che non ti piacerà» disse un giorno in cui erano tutti riuniti nella sala del trono. «Bellerofonte di Corinto, l’ospite che riempi di tanti onori, è innamorato di tua moglie e prova in tutti i modi a conquistarla!»
«Bellerofonte!» gridò il re, inarcando le sopracciglia folte. «è vero ciò che dice?» Il giovane principe, indignato da quella menzogna, era pronto a raccontare a Preto la sua versione dei fatti, ma Stenebea non gli permise di aprir bocca.
«Vuoi forse mettere in dubbio le parole di tua moglie?» lo incalzò. «Costui è un traditore e come tale deve essere condannato!»
«Non ho motivo di dubitare di ciò che dici…» disse Preto. «Ma Bellerofonte è mio ospite e non posso fargli nulla di male, altrimenti rischierei di incorrere nell’ira degli dèi!»
«Ti ringrazio, Preto!» esclamò il principe di Corinto, tirando un sospiro di sollievo. Ma il re non aveva ancora finito il suo discorso.
«D’altra parte» riprese il sovrano «non posso più permetterti di restare qui, dopo ciò che è accaduto. Domai stesso te ne andrai. Partirai di buon’ora per la Licia, dove potrà ospitarti mio suocero, il re Lobate.»
Bellerofonte non poté fare altro che sottomettersi alla volontà del suo ospite e come stabilito il giorno seguente si mise in viaggio. Portava con sé una lettera sigillata che Preto gli aveva affidato al momento della partenza. Una volta giunto nella Licia, consegnò subito la missive al re, che lo accolse con lo stesso calore con cui Preto lo aveva accolto tempo prima.
Quando lesse la lettera del genero, Lobate sussultò: Preto gli chiedeva di uccidere Bellorefonte per vendicare la grave offesa che Stenebea diceva di aver subito. Il re della Licia avrebbe desiderato vendicare la figlia seduta stante ma, come Preto, non voleva venire meno ai suoi doveri di ospite per non suscitare l’ira degli dèi. Ebbe quindi l’idea di affidare a Bellorofonte una missione pericolosissima, che nessun altro mortale, fino a quel momento, aveva avuto il coraggio di intraprendere.
«Bellerofonte» gli disse un giorno «un mostro orrendo semina il terrore nella mia terra. è la Chimera, un gigantesco leone con la testa di capra e la coda di serpente, che sputa fiamme devastanti dalle sue fauci orrende. Nessuno ha mai avuto il coraggio di affrontatlo finora ma tu sei forte e valoroso e puoi fare affidamento sul tuo magnifico cavallo alato.»
Bellerofonte accettò l’incarico e balzò subito in groppa a Pegaso, che dispiegò le sue splendide ali bianche. Sorvolarono tutta la regione della Licia, fino a quando non intravidero dall’alto la sagoma di Chimera. A quel punto scesero in picchiata verso la bestia, schivando le spaventose fiammate che fuoriuscivano dalle sue fauci. Quando le fu abbastanza vicino, Bellerofonte prese bene la mira e con una lunga lancia dalla punta di piombo infilzò la Chimera tra le mascelle. Il mostro cadde riverso al suolo, privo di vita.
Quando vide tornare Bellerofonte vittorioso, Re Lobate strabuzzò gli occhi incredulo. «Non può essere vero!» esclamò ammirato. «Sei riuscito a uccidere il mostro!» Tuttavia la sua sete di vendetta non si era sopita e perciò decise di sottoporre il principe a una nuova prova. «Sei così valoroso!» gli disse qualche tempo dopo. «Sono certo che riusciresti a sconfiggere anche la terribile tribù guerriera dei Solimi!» Bellorofonte non si tirò indietro nemmeno questa volta e partì subito insieme a Pegaso.
L’impresa si rivelò ancora più semplice della precedente. Bellerofonte sconfisse i Solimi lanciando massi pesanti sulle loro teste e di nuovo tornò da Re Lobate trionfante.
«Il tuo valore è straordinario» gli disse il re, cercando di nascondere la delusione. «A questo punto credo che non sarà difficile per te avere la meglio anche sulle Amazzoni. Il mio popolo te ne sarebbe grato.» Era certo che, contro le spietate donne guerriere, Bellerofonte avrebbe infine trovato la morte.
Ma anche questa volta il principe di Corinto, in sella al suo cavallo Pegaso, sconfisse il nemico, e nemmeno l’imboscata dei più forti soldati lici sulla via del ritorno riuscì a fermarlo.
Dopo quest’ennesima dimostrazione di coraggio e lealtà, sovrano Lobate cominciò a dubitare delle parole del genero e decise di parlare a Bellerofonte a cuore aperto.
«Preto voleva che ti punissi per la grave offesa inflitta a Stenebea» esordì. «Per questo ti ho affidato missioni che nessun altro uomo avrebbe osato affrontare. Ma tu hai sempre accettato senza batter ciglio e ogni volta sei tornato sano e salvo. Il tuo valore non ha eguali ed è evidente che gli dèi ti proteggono! Dunque, principe di Corinto, non mi resta che premiarti dandoti in sposa mia figlia Filinoe e offrendoti il mio regno!»
«Lobate» rispose Bellerofonte in tono solenne «prometto che farò del mio meglio per rendere felice Filinoe e dimostrarmi degno del tuo popolo.»
Dopo tante disavventure, finalmente il principe di Corinto sembrava aver trovato la pace e la serenità, eppure ancora non riusciva a perdonare Stenebea, che con le sue menzogne l’aveva quasi fatto uccidere. Così, un giorno, tornò a Tirinto e, in groppa a Pegaso, avvicinò Stenebea mentre passeggiava da sola.
«Anche io sono innamorato di te!» le disse. «Vieni, fuggiamo insieme!»
Accecata dall’amore che ancora provava per lui, la Regina Stenebea non dubitò nemmeno per un attimo che il principe potesse mentirle e senza esitare montò in sella a Pegaso, che subito spiccò il volo. Quando superarono le nuvole, con una spinta Bellerofonte fece precipitare Stenebea nel vuoto. La sua vendetta si era compiuta.
Trascorsero molti anni, Bellerofonte vinse innumerevoli battaglie e sconfisse altri nemici che sembravano invincibili. Il suo orgoglio e la sua ambizione crebbero di pari passo, tanto che ormai il principe di Corinto non si sentiva inferiore nemmeno agli dèi e in segreto coltivava il desiderio di salire in cima all’Olimpo.
Un giorno montò in groppa a Pegaso e gli sussurrò all’orecchio: «Va’, tu che conosci gli dèi, portami da loro».
Dalla cima dell’Olimpo, Zeus scorse Bellerofonte che si avvicinava in sella a Pegaso e andò su tutte le furie. «Come osa venire qui!» esclamò lanciando fulmini e saette tra le colonne di marmo della sua reggia. «Il merito dei suoi successi è solo nostro, lo abbiamo sempre sostenuto! Crede forse di aver fatto tutto da solo? Che razza di presuntuoso ingrato!»
«Calmati, padre!» gli disse Atena, sopraggiunta in quel momento.
«Sta’ zitta !» sbottò il re degli dèi. «è solo colpa tua! Se non lo avessi aiutato a domare Pegaso, ora quel mortale non si crederebbe invincibile!»
«Hai ragione » ammise Atena. «Forse siamo stati troppo generosi con lui, ma adesso che cosa vuoi fare? Continuare a lanciare fulmini sulle dimore dell’Olimpo non lo fermerà di certo!»
«Non preoccuparti, ho in serbo per lui una punizione esemplare!» replicò il re degli dèi. «Per colpa della sua smodata ambizione, farà la stessa fine di Stenebea!»
Quando ormai Bellerofonte e Pegaso erano a un soffio dall cima dell’Olimpo, un grosso tafano, mandato da Zeus, punse il cavallo sotto la coda. Pegaso si imbizzarrì e disarcionò Bellerofonte che precipitò nel vuoto e cadde sopra un roveto spinoso. «Giustizia è fatta!» esultò Zeus che aveva assistito alla scena.
Bellerofonte divenne zoppo e cieco, e vagò solo per il resto della sua vita, evitando gli uomini. Per lui non ci furono più gloria né onori, ma solo sentieri polverosi e miseria. Anche Pegaso ricevette una punizione: Zeus ne fece la sua bestia da soma e lo costrinse a trasportare le sue folgori su e giù dall’Olimpo per l’eternità.