Deucalione e Pirra
In Tessaglia viveva Deucalione, figlio di Prometeo, noto per la sua giustizia e la devozione agli dèi. Aveva sposato Pirra, figlia di Epimeteo e Pandora. La loro vicenda racconta la distruzione di un’umanità violenta e la possibilità di un nuovo inizio.
Deucalione, principe di Ftia, rappresentava l’espressione migliore di quella civiltà che suo padre aveva contribuito a creare. Aveva sposato Pirra, una donna altrettanto saggia, assennata e religiosa. I due sovrani rifuggivano ogni lusso, veneravano gli dèi e s’impegnavano ogni giorno per mantenere la pace nel loro regno.
Deucalione e Pirra si distinguevano per il rispetto degli dèi e l’ospitalità. Per questo, nel racconto del diluvio, furono risparmiati dalla distruzione.
Ma mentre Deucalione e Pirra governavano il loro regno con saggezza e onestà, nel resto del mondo gli uomini cominciarono ad allontanarsi dal bene, trascurarono gli obblighi religiosi, divennero superbi e cattivi e si convinsero di essere invincibili come gli dèi. La sete di potere e di ricchezza che incendiava i loro animi li spinse ad armarsi gli uni contro gli altri e in breve scoppiarono violenti conflitti ovunque. I popoli erano così impegnati nella guerra che non si prendevano più cura della terra che avevano ricevuto in dono dagli dèi, e distruggevano ogni cosa. Intere città furono devastate, nemmeno i templi sacri furono risparmiati dalla furia cieca degli uomini.
Zeus, dall’ alto dell’Olimpo, assisteva a questo scempio sempre più contrariato. «Che cosa ti preoccupa?» gli chiese un giorno la dea Era ignara di tutto.
«Gli uomini hanno perso la ragione!» rispose il re degli dèi sbuffando «Avevano tutto il necessario per vivere in pace e felici, ma hanno preferito farsi guidare dall’odio e dalla sete di ricchezza!»
«Io non ho alcuna responsabilità» intervenne stizzita Atena, la Dea della guerra, entrando nella sala del trono. «Come sapete sostengo solo i conflitti dettati da cause nobili e giuste!».
«È un’epoca buia!» commentò Helios, il sole, passando di lì con il suo carro alato.
«Purtroppo nel cuore degli uomini alberga la cattiveria!» disse amareggiata Estia, la dea del focolare. «Non sono in pace neanche nel tepore delle proprie case!»
«Dobbiamo dare una punizione esemplare al genere umano!» concluse Era, avvicinandosi a Zeus e guardandolo dritto negli occhi. «Che cosa intendi fare a riguardo?».
Zeus rimase in silenzio, lisciandosi la barba bianca. Poi, dopo una lunga riflessione sentenziò: «Prima che gli uomini distruggano il mondo, saremo noi a cancellare la loro stirpe!».
«Ben detto!» esclamò Prometeo, facendo capolino dietro una colonna di marmo. «Ma non dimenticare che hai promesso di proteggere per sempre mio figlio Deucalione e la sua cara moglie!»
Zeus lo rassicurò: la sua punizione avrebbe colpito tutti gli uomini fatta eccezione per i due virtuosi sovrani di Ftia. Quindi congedò Prometeo e gli altri dèi dell’Olimpo e rimase da solo a riflettere. Voleva escogitare un modo rapido e infallibile per sterminare il genere umano.
Inizialmente, pensò di scatenare una tempesta di fulmini portentosa, ma poi ebbe paura che gli incendi che ne sarebbero seguiti avrebbero bruciato anche la terra. Allora concluse che la soluzione ideale sarebbe stata un diluvio di proporzioni universali che ricoprisse d’acqua tutte le terre emerse, lasciando gli uomini senza scampo.
Tutti tranne Deucalione e Pirra.
«Principe Deucalione, è Zeus che mi manda» disse un giorno Ermes, il messaggero degli dèi, presentandosi improvvisamente alle porte della reggia dei sovrani di Ftia.
Deucalione e Pirra lo accolsero con un profondo inchino. Non si sarebbero mai aspettati che una divinità potesse far loro visita in quella modesta dimora. Dopo gli opportuni convenevoli, Ermes prese infine la parola.
«Un terribile diluvio colpirà la Terra!» annunciò con tono grave e solenne. «Le acque sommergeranno le città e i villaggi. Nessuna abitazione sarà risparmiata!».
Deucalione e Pirra si guardarono terrorizzati, ma prima che potessero giungere a conclusioni affrettate, Ermes proseguì. «Tutti gli uomini moriranno, ma voi due sarete graziati. Vi basterà seguire le mie indicazioni e riuscirete a sopravvivere alla catastrofe.»
E così, nei giorni successivi, con il cuore colmo d’angoscia per via del terribile destino toccato in sorte all’umanità, Deucalione fece tutto quello che gli aveva ordinato il messaggero degli dèi: si mise al lavoro, e, con la sola forza delle sue braccia, costruì una grande arca di legno che potesse navigare sulle acque in tempesta. E quando l’imbarcazione fu pronta la riempì di vivande, abiti, coperte e tutto il necessario per sopravvivere.
Nel frattempo sull’Olimpo Zeus ultimava i preparativi per l’imminente diluvio: imprigionò i venti scacciatori di nubi e convocò Noto, il terribile vento del sud portatore di piogge. Quest’ultimo rispose subito al suo appello e giunse sull’Olimpo con la fronte avvolta nelle nubi, le ali sgocciolanti, e la lunga barba grondante di pioggia.
«Figlio di Eos!» lo apostrofò Zeus «È giunto il momento di mettere fine all’esistenza della stirpe umana. A te affido il compito di scatenare gli elementi e di far scorrere la pioggia fino a quando la Terra non sarà del tutto sommersa!»
«Sarà un piacere per me!» disse Noto e immediatamente partì per compiere la sua missione.
Il cielo si oscurò, e ovunque scoppiarono violenti uragani. Noto, estasiato dalla furia degli elementi, stringeva le nuvole tra le mani possenti generando tuoni spaventosi.
La terra era avvolta nelle tenebre e l’acqua scendeva dal cielo senza tregua. A poco a poco iniziarono a scomparire le valli, le terre coltivate e i grandi pascoli. Ma tutto ciò non fu sufficiente a placare la rabbia di Zeus, che chiese aiuto anche al fratello Poseidone. Quest’ultimo chiamò a raccolta i fiumi e i mari. «Rompete le dighe, lasciate gli argini, coprite con le vostre acque ogni cosa!» ordinò loro.
Tutti i corsi d’acqua strariparono all’istante e trascinarono via case, templi, alberi e persone. I mari iniziarono a gonfiarsi fino a ricoprire le cime delle montagne.
Dopo nove giorni di pioggia e tempeste, non c’era più confine tra terra e mare: il mondo era un unico grande oceano. Gli unici esseri umani sopravvissuti erano Deucalione e Pirra, che a bordo della loro arca giunsero sulla cima del Parnaso, la sola vetta che per volere di Zeus non era stata raggiunta dalle acque.
Il decimo giorno smise di piovere, i mari arretrarono e i fiumi rientrarono nei loro letti. Le terre riemerse erano uno spettacolo di rovine e desolazione, di fronte al quale la dolce Pirra scoppiò in lacrime.
«Non piangere, Pirra» le disse il marito stringendola tra le braccia «presto tutto tornerà come prima. Costruiremo nuove case, innalzeremo nuovi templi per gli dèi e coltiveremo la terra fino a che non produrrà di nuovo i suoi frutti!»
«Ma a cosa servirà ricostruire le case se non ci saranno altri esseri umani ad abitarle?» chiese Pirra tra un singhiozzo e l’altro.
A quella domanda Deucalione non seppe rispondere: ormai non avevano più l’età per generare dei figli ed erano troppo umili per aspirare alla compagnia degli dèi.
Un giorno, passeggiando per la valle alle pendici del Parnaso, videro i resti del tempio di Temi, dea della giustizia e prima moglie di Zeus.
«Perché non chiediamo a Temi di aiutarci?» propose Pirra con gli occhi pieni di speranza. Deucalione, contagiato dall’entusiasmo della moglie, acconsentì e si inginocchiò vicino ai resti dell’altare per invocare l’oracolo.
«Dea Temi, io e Pirra ci sentiamo soli in questo mondo deserto» disse in tono sommesso «se gli dèi acconsentono, potresti indicarci una via per ripopolare la Terra?»
Temi, commossa dalla loro disperazione, concesse alla coppia un responso: «Uscite dal tempio sacro, velatevi il capo e gettate alle vostre spalle le ossa della Grande Madre!».
Seppur grati alla dea per averli ascoltati, Deucalione e Pirra si guardarono perplessi. «Mi dispiace» commentò la donna a capo chino «ma proprio non riesco a comprendere il significato di queste parole.»
Nemmeno Deucalione era capace di interpretare quel responso così oscuro, ma non si lasciò abbattere. Nei giorni successivi continuò a pensarci e a ripensarci, finché finalmente ne venne a capo. «La Grande Madre è la terra e le sue ossa sono i sassi che la compongono!» annunciò entusiasta.
E così, dopo aver recuperato qualche manciata di sassi nella fanghiglia che ancora ricopriva il terreno, Deucalione e Pirra si misero in marcia l’uno accanto all’altra, con il capo coperto da un velo bianco, lanciandosi dietro a ogni passo le ossa della Grande Madre. Non appena le pietre toccavano il suolo, perdevano la loro consistenza dura e diventavano malleabili; poi si allungavano e si gonfiavano fino ad assumere una forma umana, dapprima vaga e poi sempre più definita. I sassi gettati da Deucalione si trasformavano in uomini, quelli lanciati da Pirra in donne.
Felici del risultato ottenuto, Deucalione e Pirra promisero agli dèi che avrebbero insegnato ai nuovi uomini a vivere nell’onestà. E fu così che per la stirpe umana cominciò una nuova era.