Ulisse e Polifemo
Ulisse, il re di Itaca, era un uomo valoroso, famoso per la furbizia e l’intelligenza. Fu grazie a lui, e al suo geniale stratagemma del cavallo di legno, se l’esercito dei principi greci riuscì a espugnare la città di Troia, mettendo fine a una guerra estenuante durata dieci anni.
Dopo tante battaglie, Ulisse non vedeva l’ora di tornare a Itaca dalla moglie, la regina Penelope, e dal figlio Telemaco, che erano ansiosi di riabbracciarlo. Perciò, non appena i festeggiamenti per la vittoria si conclusero, prese il largo, con le sue dodici navi e i suoi cinquecento uomini, diretto alla volta di Itaca. Il povero eroe sognava un viaggio tranquillo e veloce, ma le prime difficoltà non tardarono ad arrivare.
Dopo una breve sosta nel regno dei Ciconi, una tempesta costrinse la flotta di Ulisse ad approdare sull’isola dei Lotofagi, i cui abitanti avevano l’abitudine di mangiare il loto, un frutto che faceva perdere la memoria. Alcuni soldati di Ulisse vollero assaggiarlo e presto dimenticarono Itaca e il motivo del loro viaggio. Ulisse dovette farli salire sulle navi con la forza e ripartire in tutta fretta, prima che anche gli altri uomini perdessero la ragione.
Il vento fece appena in tempo a gonfiare le vele delle barche che un’altra sosta si rese necessaria: le scorte di cibo si stavano esaurendo. Ulisse e i suoi compagni approdarono su un’isola dalla vegetazione lussureggiante.
«Soldati, questa terra sembra rigogliosa e ricca di ogni bene» disse Ulisse alle truppe affamate schierate sulla spiaggia. «Stasera faremo un grande banchetto!»
Nonostante l’apparenza paradisiaca, però, quell’isola nascondeva grandi insidie: era infatti la terra dei Ciclopi, giganti mostruosi con un occhio solo al centro della fronte. Un tempo i Ciclopi erano stati i fabbri degli dèi, poi, nei secoli, avevano perso la loro abilità di forgiare il ferro ed erano diventati rozzi pastori. Curavano le loro greggi di capre e di montoni, senza sapere fare altro. Erano solitari e ignoranti. Vivevano allo stato selvaggio, in caverne buie, nascoste tra le montagne. Non esistevano case sull’isola, né tantomeno villaggi. Per questo chiunque vi approdasse pensava che gli unici abitanti fossero le caprette che brucavano l’erba dei prati!
Ulisse formò una squadra di dodici uomini e decise di andare a esplorare il territorio in cerca di cibo. «Ci rivediamo qui alla spiaggia, dopo il tramonto!»disse agli altri. E, radunato il suo equipaggio, si mise subito in cammino.
Cominciarono a salire le pendici di un vulcano noto con il nome di Etna. A un certo punto del sentiero, passarono davanti all’ingresso di una grotta buia, nascosta nel fianco della montagna. Ulisse si fermò, incuriosito. «è probabile che ci viva qualcuno» disse ai suoi uomini. «Se ci sono tante capre in giro per l’isola, dovrà esserci anche un pastore.» E con un cenno del capo ordinò ai suoi uomini di seguirlo all’interno della grotta.
Un bel fuoco crepitava al centro della caverna. Lungo le pareti erano disposti piccoli recinti per le capre e le pecore e vasi traboccanti di latte appena munto. In fondo, c’era anche un giaciglio enorme, che di certo avrebbe insospettito i soldati greci, se non fossero stati così distratti dal profumo di cibo. Avevano trovato delle forme di formaggio messe a stagionare in una nicchia tra le pareti di roccia. «Coraggio, assaggiamolo!» disse uno dei soldati.
Ne mangiarono in grande quantità, ma il formaggio non li saziò, e perciò decisero di arrostire delle caprette.
«Chi può vivere in un posto così cupo che cela tante prelibatezze?» domandò uno degli uomini di Ulisse, addentando un pezzo di carne succulenta.
«Io!» tuonò una voce proveniente dall’esterno della grotta. In quel momento un gregge composto da pecore e montoni invase la caverna zampettando e subito dopo si udì il rumore di un grande masso che rotolava all’ingresso. Solo allora Ulisse e i suoi uomini riuscirono a distinguere nell’oscurità la figura gigantesca e orribile di un Ciclope.
«Sono Polifemo, figlio del dio Poseidone» proseguì la creatura mostruosa «e questa caverna è la mia casa. Chi vi ha dato il permesso di entrare?» Senza aspettare una risposta, gettò a terra i fasci di legna che portava sulle spalle provocando un frastuono spaventoso e si avvicinò minaccioso a Ulisse e i suoi compagni.
«Siamo soldati greci, di ritorno dalla guerra contro Troia» rispose Ulisse. «Possiamo offrirti il nostro vino in cambio della tua ospitalità?» Prese un otre colmo di nettare degli dèi e lo porse al gigante.
«Non conosco questa bevanda che chiami vino» replicò il gigante corrugando la fronte. «Ma vi punirò per aver osato entrare nella mia grotta senza permesso. Da questo momento siete miei prigionieri e, poiché avete mangiato il mio cibo, sarete anche il mio pasto!»
Polifemo non tardò a dare seguito a quella terribile minaccia: dopo aver agguantato due soldati, li trascinò con sé fuori dalla grotta, senza dimenticare di bloccarne l’ingresso con il masso gigantesco.
Ulisse, seduto in un angolo buio, si prese la testa tra le mani, tentando invano di trovare un modo per uscire vivo da quella caverna insieme ai suoi compagni. Sapeva che non sarebbero mai riusciti a spostare da soli quella pietra pesantissima, nemmeno se avessero avuto a disposizione trenta cavalli. Solo Polifemo aveva la forza necessaria.
Il gigante rientrò a sera inoltrata, sazio ed esausto e, dopo essere crollato sul suo giaciglio, si addormentò all’istante.
Uno dei soldati gli si avvicinò cauto. Teneva in mano un pugnale, pronto a colpirlo.
«Fermo, fermo!» sussurrò Ulisse. «Con quello gli farai solo un graffio. Si sveglierà imbestialito e si vendicherà. Dobbiamo agire con astuzia.»
Proprio in quel momento Ulisse ebbe un’idea. Vide a terra il tronco di un albero e, senza dare spiegazioni ai compagni, lo nascose sotto un cumulo di sterco di capra.
L’indomani, Polifemo uscì presto al mattino per portare fuori il gregge e prese con sé altri due soldati. Ulisse vide il terrore sul volto dei compagni rimasti. «Vi giuro che questa sera fuggiremo da qui e che Polifemo non farà più male a nessuno» disse in tono solenne. «Abbiate fiducia in me e promettete di fare quello che vi dico.» Subito dopo andò a recuperare il tronco e servendosi degli attrezzi che trovò nella grotta cominciò ad appuntirne un’estremità.
Polifemo ritornò di nuovo a tarda sera e anche questa volta andò subito a sdraiarsi sul suo giaciglio. Prima che si addormentasse, Ulisse gli andò vicino, portando un otre colmo di vino. «Sei figlio di un dio, eppure non hai mai assaggiato la bevanda dell’Olimpo» esordì cauto. «Forse gli dèi ti lasciano bere solo il latte di capra?» E per tentarlo gli fece oscillare il recipiente sotto il naso.
«Io posso bere quello che voglio» rispose Polifemo cadendo nel tranello di Ulisse. «Dammi qua!»
E svuotò il contenitore tutto d’un sorso. «Dammene ancora!» aggiunse subito dopo con espressione ingorda.
«Tieni!» gli disse Ulisse, felice di accontentarlo. E gli porse un altro otre colmo fino all’orlo.
«Qual è il tuo nome, uomo?» chiese tra un sorso e l’altro Polifemo, cominciando a sbadigliare.
«Mi chiamo Nessuno» rispose Ulisse.
«Allora, Nessuno, ti mangerò per ultimo!» ridacchiò il gigante continuando a tracannare vino.
Come previsto, Polifemo si addormentò profondamente. Fu allora che Ulisse, con l’aiuto dei suoi compagni, prese il tronco appuntito, lo avvicinò al fuoco per arroventarlo e infine lo affondò nell’unico occhio del gigante. Il Ciclope si svegliò gridando per il dolore. Senza riuscire a vedere nulla, cominciò ad aggirarsi per la caverna, tentando di acciuffare Ulisse e i suoi uomini. «Aiuto, aiuto! Mi hanno accecato!» Strillava così forte che in breve altri Ciclopi accorsero all’ingresso della grotta.
«Perché urli, fratello?» chiese uno di loro. «Chi ti ha accecato?»
«Nessuno mi ha accecato» rispose ingenuamente Polifemo. «Nessuno vuole uccidermi.»
«Se nessuno vuole ucciderti allora smettila di urlare!» replicò un altro ciclope suscitando le risate dei compagni. E credendo che Polifemo fosse impazzito, il gruppo si allontanò senza dargli retta.
Il mattino seguente Polifemo doveva far uscire il gregge a pascolare. «Uomini» disse avanzando a tentoni verso l’ingresso della caverna «non illudetevi di poter scappare. Farò uscire solo le mie pecore. Voi marcirete qui in eterno!» E mentre diceva queste parole, spinse via il masso e un grande fascio di luce illuminò la caverna.
Polifemo si mise di guardia all’ingresso, accarezzando il dorso di ogni pecora e di ogni montone che gli sfilava accanto per assicurarsi che non portasse uomini sulla groppa.
Ma in realtà i prigionieri se la stavano svignando uno alla volta proprio sotto il suo naso. Ulisse, infatti, si era aggrappato alla pancia di un grosso montone, dove le mani del gigante non potevano arrivare, e gli altri uomini avevano seguito il suo esempio.
Una volta fuori dalla caverna, i soldati lasciarono il gregge e corsero verso la spiaggia per riprendere la via del mare il più in fretta possibile.
Scoperto l’inganno, Polifemo impazzì di rabbia, uscì dalla caverna e, brancolando, raggiunse il promontorio, da dove iniziò a lanciare massi verso il mare con la forza esplosiva di un vulcano.
«Nessuno, io mi vendicherò!» urlava disperato.
«Il nome di colui che ti ha ingannato non è Nessuno!» gli gridò di rimando Ulisse dal mare. «Sono Ulisse di Itaca, non dimenticarlo mai!»
Era così orgoglioso di aver messo in scacco quel gigante crudele, che non aveva saputo resistere alla tentazione di rivelargli la propria identità.
Ma Ulisse pagò cara quella futile vanità. Polifemo, al culmine della rabbia, invocò Poseidone.
«Padre, Ulisse di Itaca si è preso gioco di tuo figlio. Ha invaso la mia casa, mi ha accecato ed è fuggito.»
Il dio del mare emerse dalle acque e si avvicinò al figlio. «Perché non hai chiesto aiuto ai tuoi fratelli giganti?» disse.
«Ulisse mi aveva detto di chiamarsi Nessuno» spiegò Polifemo. «Quando ho detto loro che Nessuno mi aveva accecato mi hanno preso per pazzo e se ne sono andati. Padre, voglio che Ulisse non faccia più ritorno a Itaca, deve pagare per quello che mi ha fatto!»
Poseidone decise di accogliere le suppliche del figlio e da quel momento divenne nemico giurato di Ulisse. Scatenò subito i venti e una tempesta violentissima travolse le navi dei fuggitivi.
Il viaggio di Ulisse era iniziato nel peggiore dei modi, ma altre insidie e nemici ancora più pericolosi attendevano i marinai greci sulla loro rotta. E tanti anni ancora sarebbero trascorsi prima che lo sfortunato eroe di Itaca potesse finalmente riabbracciare i suoi cari.
Il percorso prosegue nel capitolo Circe, Sirene, Calipso e Penelope.