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Economia e Gestione delle Imprese

Capire l’impresa. Guidarne le scelte.

Dall’ambiente competitivo alla strategia, dall’organizzazione al business model e al marketing: il manuale completo, con esempi, immagini e tabelle.

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Capitolo 1 – Il sistema impresa e l’ambiente competitivo

1. L’impresa come sistema

L’impresa può essere considerata un sistema, ossia un insieme di risorse e attori legati tra loro da relazioni che hanno lo scopo di realizzare determinate attività.

Caratteristiche principali:

Sistema cognitivo: l’impresa, nello svolgimento delle proprie attività, apprende e matura progressivamente, accumulando conoscenza ed esperienza.

Sistema complesso e gerarchico: è formata da sottosistemi (produzione, marketing, finanza, risorse umane, ecc.) che interagiscono tra loro in modo coordinato.

Un modello sintetico vede l’impresa come composta da:

Patrimonio genetico (chi siamo): è l’insieme degli elementi di fondo che definiscono l’identità dell’impresa.

  • Valori → i principi guida che orientano le decisioni (es. qualità, innovazione, sostenibilità, attenzione al cliente).
  • Identità → ciò che rende l’impresa unica, il suo modo di proporsi sul mercato (es. “Apple” = innovazione e design; “IKEA” = convenienza e stile).
  • Cultura organizzativa → l’insieme di norme, regole non scritte, stili di leadership e abitudini condivise all’interno dell’azienda. Influenza il comportamento dei dipendenti e il modo di lavorare.

In sintesi: il patrimonio genetico è ciò che dà continuità e coerenza all’impresa nel tempo, un po’ come il DNA per un organismo vivente.

Progetto strategico (dove vogliamo andare e come): rappresenta il piano complessivo che orienta l’impresa verso i suoi obiettivi di lungo periodo. È composto da più elementi:

  • Spinta imprenditoriale → la motivazione di base che porta alla nascita dell’impresa e ne guida la crescita (es. cogliere un’opportunità, creare innovazione, soddisfare un bisogno del mercato).
  • Risorse disponibili → ciò di cui l’impresa dispone per competere: capitale finanziario, risorse umane, know-how, tecnologia, reputazione.
  • Relazioni → i legami con fornitori, clienti, istituzioni, partner: oggi fondamentali per costruire valore.
  • Visione → l’idea a lungo termine su “dove si vuole andare”, un orizzonte futuro ambizioso.
  • Missione → la “ragion d’essere” dell’impresa, cioè cosa fa e per chi lo fa, in termini concreti.
  • Strategia competitiva → le scelte fondamentali su come competere: differenziazione, leadership di costo, focalizzazione, ecc.

Il progetto strategico serve a trasformare il patrimonio genetico in azione concreta, stabilendo obiettivi, priorità e percorsi di sviluppo.

Modello di sviluppo e di utilizzo delle risorse (come usiamo ciò che abbiamo per generare valore): è il modo in cui l’impresa gestisce e combina le proprie risorse per creare valore.

  • Non conta solo avere risorse, ma saperle organizzare in modo efficiente e innovativo.
  • Comprende le scelte di sviluppo (es. investire in ricerca e innovazione, espansione internazionale, diversificazione di prodotti).
  • Include le modalità di utilizzo: come vengono impiegate le risorse disponibili per generare vantaggi competitivi (es. Amazon che sfrutta la logistica e i dati dei clienti per offrire un servizio superiore).

Questo modello è ciò che traduce la strategia in operatività quotidiana e determina il successo o l’insuccesso dell’impresa.

Caratteristiche fondamentali del sistema impresa

Autopoieticità: l’impresa evolve a partire da sé stessa, senza separazione netta tra produttore e prodotto.

Aperta e chiusa allo stesso tempo:

  • Aperta, perché scambia continuamente risorse con l’ambiente esterno (materie prime, conoscenza, capitale).
  • Chiusa, perché mantiene relativamente stabile la propria organizzazione interna e i propri confini, così da garantire continuità.

    Obiettivi propri vs obiettivi degli stakeholder:

  • L’impresa mira all’incremento del patrimonio di risorse, all’equilibrio economico e alla migliore utilizzazione delle risorse.
  • Deve però anche rispondere agli interessi dei diversi stakeholder (lavoratori, clienti, fornitori, azionisti, comunità locali), definendo criteri di composizione tra obiettivi spesso differenti.

    Evoluzione: l’impresa cambia nel tempo, adattandosi alle condizioni esterne e interne.

2. L’impresa sostenibile

Negli ultimi decenni, la sostenibilità è diventata una delle parole chiave del mondo economico.
Non riguarda più soltanto l’ambiente, ma anche il modo in cui un’impresa cresce, si comporta e genera valore nel tempo.

Il concetto nasce dalla definizione data nel 1987 dalla World Commission on Environment and Development, secondo cui:

“Sviluppo sostenibile significa soddisfare i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri.”

Applicando questa visione all’impresa, possiamo dire che un’azienda sostenibile è quella che riesce a creare valore oggi senza danneggiare il domani, mantenendo equilibrio tra tre dimensioni fondamentali:

Sostenibilità economica: capacità di mantenere nel tempo un equilibrio finanziario e una crescita costante. Un’impresa economicamente sostenibile non punta solo al profitto immediato, ma cerca stabilità nel lungo periodo.

Sostenibilità ambientale: impegno nel ridurre l’impatto ecologico, gestire le risorse naturali in modo responsabile e limitare inquinamento e sprechi.

Sostenibilità sociale: attenzione al benessere dei lavoratori, alla sicurezza nei luoghi di lavoro, al rispetto dei diritti umani e al contributo verso le comunità locali.

I campi di applicazione della sostenibilità

Essere sostenibili significa agire concretamente in molte aree dell’attività aziendale, per esempio:

  • migliorare la qualità dell’ambiente di lavoro, creando spazi sicuri, inclusivi e stimolanti;
  • promuovere la crescita professionale e la soddisfazione dei dipendenti;
  • adottare una corporate governance trasparente, che renda chiari ruoli e responsabilità;
  • ridurre i consumi energetici e gestire in modo efficiente i rifiuti e le emissioni;
  • costruire relazioni etiche con le comunità locali, i consumatori e i fornitori;
  • garantire la qualità dei prodotti e dei processi lungo tutta la filiera;
  • sostenere lo sviluppo delle economie locali attraverso collaborazioni e iniziative sociali.

Gli effetti economici della sostenibilità

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, investire nella sostenibilità non è un costo, ma un fattore di competitività.
Le imprese che adottano politiche sostenibili spesso ottengono vantaggi economici su più fronti:

Gestione del rischio (risk management) → riducono i rischi legali, ambientali e reputazionali.

Costo del capitale → attirano più facilmente investitori attenti ai criteri ESG (Environmental, Social, Governance).

Costi di gestione → migliorano l’efficienza, riducono sprechi e consumi energetici.

Produttività → i dipendenti lavorano meglio e con maggiore motivazione in un ambiente sano e valoriale.

Valore del marchio → la reputazione cresce, così come la fiducia dei clienti e dei partner.

Fatturato → i consumatori, sempre più sensibili ai temi etici e ambientali, premiano le aziende responsabili.

Tipologie di attività sostenibili

Le imprese possono adottare due approcci diversi alla sostenibilità:

Attività difensive: sono reazioni a pressioni esterne, come nuove normative o campagne pubbliche. L’obiettivo principale è conformarsi alle regole, riducendo i rischi o i danni d’immagine.

Esempio: un’azienda che riduce le emissioni solo per rispettare limiti imposti dalla legge.

Attività assertive: rappresentano un approccio proattivo. L’impresa interpreta la sostenibilità come un’opportunità di crescita e innovazione, diventando spesso un “first mover”, cioè la prima a lanciare soluzioni ecologiche o socialmente responsabili sul mercato.

Esempio: un brand che sviluppa un nuovo prodotto 100% riciclabile e costruisce attorno a esso un’immagine etica e moderna.

Il cliente sostenibile e il “paradosso individual-collective”

Un interrogativo interessante è: esiste davvero il consumatore sostenibile?

Studi della Harvard Business Review (2019) mostrano un divario tra ciò che le persone dichiarano e ciò che fanno:

  • il 65% afferma di voler acquistare da brand sostenibili,
  • ma solo il 26% lo fa realmente.

Tuttavia, se i consumatori vengono informati che “la maggior parte delle persone acquista prodotti eco-friendly”, la probabilità che anche loro lo facciano aumenta del 65%.

→ Questo fenomeno è noto come paradosso individual-collective: singolarmente i consumatori sono incoerenti, ma si lasciano influenzare dal comportamento del gruppo.
Per le imprese, questo significa che la comunicazione è cruciale: promuovere la sostenibilità come una “norma sociale” può cambiare concretamente i comportamenti di acquisto.

Esempi concreti di imprese sostenibili

Starbucks ha integrato la sostenibilità nella propria identità, adottando pratiche ecologiche e programmi sociali in tutto il mondo.

Barilla promuove il messaggio “Buono per te, Buono per il pianeta”, riducendo emissioni di CO₂ e consumo d’acqua nei propri stabilimenti.

Dove è nota per le campagne dedicate all’immagine positiva del corpo (“body positivity”), perfettamente coerenti con i suoi prodotti per la cura personale.

Vodafone ha lanciato il progetto “Together We Can”, che unisce tecnologia, inclusione e tutela ambientale.

Burger King ha utilizzato la comunicazione per sensibilizzare sul bullismo, legando la marca a valori sociali.

Brita ha educato i consumatori all’uso di soluzioni più ecologiche rispetto alle bottiglie di plastica.

The Body Shop, pioniera dei marchi “green”, è stata acquisita da L’Oréal e poi da Natura, a conferma del valore economico del business etico.

Ben & Jerry’s (oggi di Unilever) e Tom’s of Maine (Colgate-Palmolive) sono altri esempi di acquisizioni mirate a rafforzare l’immagine sostenibile dei grandi gruppi.

Toyota Prius è l’esempio perfetto di innovazione sostenibile: prima automobile ibrida di successo, ha dimostrato che un prodotto ecologico può anche essere profittevole.

3. L’impresa familiare

L’impresa familiare è una delle forme più diffuse nel tessuto economico mondiale, soprattutto in Italia.
Si definisce tale quando una famiglia esercita un’influenza significativa sulla direzione strategica dell’azienda o quando più membri della stessa famiglia ricoprono ruoli chiave nella gestione.

A livello internazionale, il family business è visto come un’organizzazione che nasce e si sviluppa per costruire una visione condivisa, mantenendo il controllo all’interno di un nucleo familiare o di poche famiglie collegate.

Le caratteristiche tipiche dell’impresa famigliare sono:

  • La famiglia controlla e influenza le scelte principali dell’impresa.
  • C’è una forte identificazione tra famiglia e azienda: spesso il cognome coincide col marchio (Ferrero, Benetton, Barilla).
  • Le relazioni con gli stakeholder (dipendenti, clienti, fornitori) sono spesso più personali e basate sulla fiducia.
  • L’attaccamento emotivo può essere una forza (stabilità, valori) ma anche un limite (resistenza al cambiamento).
  • Le decisioni di successione sono cruciali e delicate, perché coinvolgono la continuità della leadership e della cultura familiare.

La teoria del Socioemotional Wealth (SEW)

Questa teoria aiuta a capire la logica gestionale delle imprese familiari:
non tutte le decisioni sono prese per massimizzare il profitto.
Spesso, le scelte sono guidate dal desiderio di:

preservare il legame affettivo e identitario della famiglia con l’impresa,

mantenere il controllo e l’influenza sul business,

garantire la continuità tra generazioni, tramandando valori e cultura aziendale.

→ In pratica, l’impresa familiare tende a “ragionare col cuore”, cercando un equilibrio tra emotività e razionalità economica.

Il ruolo dei manager esterni

Negli ultimi anni, molte imprese familiari hanno aperto la gestione a manager esterni per affrontare meglio le sfide del mercato globale.
L’ingresso di professionisti non appartenenti alla famiglia può portare:

innovazione, grazie a nuove competenze e visioni;

maggiore efficienza gestionale;

migliori performance complessive.

Tuttavia, questo cambiamento richiede una trasformazione culturale profonda: la famiglia deve imparare a condividere il potere decisionale, a fidarsi dei manager e ad accettare che le competenze professionali possano integrare, e non sostituire, i valori familiari.

4. L’impresa e l’ambiente in cui è collocata

Un’impresa non può esistere in isolamento: opera sempre all’interno di un ambiente complesso, costituito da istituzioni, persone, tecnologie, norme e tendenze che ne influenzano l’attività quotidiana.

In generale, l’ambiente può essere definito come l’insieme di attori e condizioni (economiche, politiche, tecnologiche e culturali) che possono rappresentare opportunità o minacce per l’impresa.

I tre livelli di analisi dell’ambiente

Ambiente esteso
Comprende tutti i fattori generali che incidono su un intero sistema economico o su un settore.
Sono elementi che l’impresa non può controllare, ma a cui deve adattarsi.
Esempi: crisi economiche, innovazioni tecnologiche, politiche fiscali, cambiamenti nei valori sociali.

Ambiente competitivo
Riguarda i soggetti con cui l’impresa entra in contatto diretto: clienti, fornitori, concorrenti, distributori.
Le relazioni possono essere stabili o occasionali, cooperative o competitive.
In alcuni casi, le imprese possono persino collaborare con i propri concorrenti (fenomeno di coopetition), come accade in molte partnership tecnologiche.

Ambiente competitivo specifico del business
È l’ambiente relativo a un singolo settore o area di attività.
È particolarmente importante per le imprese diversificate, che operano in più business contemporaneamente.
Ogni settore ha infatti le proprie regole, i propri attori e le proprie forze.
Se l’impresa opera in un solo settore, questo livello coincide con l’ambiente competitivo generale.

1) L’ambiente esteso: attori e condizioni

Attori principali che influenzano l’impresa:

Istituzioni politiche → governi, enti locali, regolatori.

Istituzioni sociali → scuole, università, associazioni, sindacati.

Contesto internazionale → globalizzazione, commercio mondiale, relazioni tra Stati.

Sistema economico e tecnologico → livello di sviluppo, infrastrutture, grado di innovazione.

Condizioni fondamentali da monitorare:

Economiche: crescita del PIL, inflazione, tassi di interesse, occupazione/disoccupazione.

Tecnologiche: innovazioni digitali, automazione, intelligenza artificiale, nuove tecnologie di produzione.

Politico-istituzionali: stabilità dei governi, qualità delle normative, regolamentazioni nei vari settori.

Socio-culturali: valori e abitudini della società, mode, tendenze di consumo, sensibilità verso temi come la sostenibilità.

Esempio: un’impresa di moda italiana non può ignorare l’andamento dell’economia globale (ambiente economico), l’importanza crescente dell’e-commerce (ambiente tecnologico), le politiche doganali dell’UE (ambiente politico) e i cambiamenti di gusto dei consumatori (ambiente socio-culturale).

2) L’ambiente competitivo

L’ambiente competitivo rappresenta il cuore delle relazioni dirette che un’impresa intrattiene con gli altri attori del mercato.
A differenza dell’ambiente “esteso”, che include fattori generali (economici, politici, sociali), qui parliamo di soggetti con cui l’azienda interagisce quotidianamente e che influenzano in modo immediato la sua capacità di operare e generare profitto.

Gli attori principali dell’ambiente competitivo

Clienti
Sono l’elemento più cruciale, perché da loro dipendono i ricavi dell’impresa.
Capire i bisogni, le preferenze e i comportamenti dei clienti è fondamentale per orientare l’offerta, impostare la comunicazione e costruire la fedeltà al marchio.

Esempio: un’azienda come Amazon basa il suo vantaggio competitivo sulla conoscenza dettagliata dei clienti, ottenuta attraverso i dati e la personalizzazione dell’esperienza d’acquisto.

Fornitori
Da loro dipende la qualità, la disponibilità e il costo delle risorse necessarie alla produzione.
I rapporti con i fornitori devono essere gestiti con equilibrio: se sono troppo potenti, possono imporre condizioni sfavorevoli (prezzi elevati o tempi di consegna lunghi).

Esempio: nel settore automobilistico, le grandi case (come Toyota o Volkswagen) instaurano rapporti di lungo periodo con i fornitori principali per garantire continuità e innovazione nelle componenti.

Concorrenti
Sono le altre imprese che offrono prodotti o servizi simili e che si rivolgono allo stesso mercato.
La concorrenza è il motore dell’economia, ma obbliga le imprese a differenziarsi, innovare e migliorare continuamente per non perdere clienti.

Esempio: Coca-Cola e Pepsi competono da decenni non solo sul prezzo, ma anche sul marketing, sull’immagine del brand e sulla capacità di costruire relazioni emotive con i consumatori.

Distributori e altri attori della filiera
Comprendono grossisti, rivenditori, agenti commerciali, piattaforme online e tutti i soggetti che consentono al prodotto di arrivare al consumatore finale.
In molti settori, la distribuzione rappresenta un fattore critico di successo, perché determina la visibilità e l’accessibilità del prodotto.

Esempio: un marchio di moda come Zara ha costruito la propria forza su una filiera efficiente e un controllo diretto dei punti vendita, riuscendo a ridurre al minimo i tempi tra produzione e vendita.

Tipologie di interazioni

Le relazioni con questi attori non sono tutte uguali, ma possono assumere forme diverse:

Ripetitive: sono rapporti continuativi nel tempo, basati su fiducia e stabilità.
Esempio: un fornitore che fornisce materie prime ogni mese o un cliente che compra regolarmente lo stesso prodotto.

Occasionali: sono relazioni episodiche, legate a un singolo acquisto o a una collaborazione temporanea.
Esempio: un cliente che acquista un prodotto una sola volta o un fornitore scelto per una commessa straordinaria.

Competitive: si verificano quando le imprese si contendono le stesse risorse o gli stessi clienti. In questo caso, ognuna cerca di rafforzare la propria posizione e indebolire quella degli altri.
Esempio: due compagnie telefoniche che si sfidano offrendo tariffe sempre più convenienti.

Cooperative: si hanno quando le imprese decidono di collaborare per un obiettivo comune, pur restando indipendenti. Questo può avvenire tramite alleanze strategiche, accordi di co-marketing, joint venture o condivisione di risorse.
Esempio: due aziende che producono componenti diverse per lo stesso progetto tecnologico, oppure brand che collaborano per una campagna pubblicitaria condivisa.

Il fenomeno della “coopetition”

Negli ultimi anni, i confini tra concorrenza e cooperazione si sono fatti più sfumati.
Sempre più spesso le imprese si trovano in situazioni “coopetitive”, in cui competono in alcuni ambiti ma collaborano in altri.

  • Esempio emblematico: Apple e Samsung.
    Le due aziende sono concorrenti dirette nel mercato degli smartphone, ma collaborano in altri ambiti: Samsung fornisce ad Apple componenti tecnologici fondamentali come display e chip.
    Questa cooperazione consente ad entrambe di ridurre i costi e migliorare la qualità dei prodotti, pur continuando a sfidarsi per la leadership di mercato.

Un altro esempio di coopetition è nel settore automobilistico:

  • case concorrenti come Toyota e BMW hanno sviluppato insieme motori ibridi e tecnologie per ridurre i costi di ricerca e sviluppo;
  • oppure le collaborazioni tra aziende concorrenti per creare infrastrutture di ricarica per auto elettriche.

→La coopetition mostra che nel mercato moderno la competizione non esclude la collaborazione. Le imprese intelligenti sanno quando conviene sfidare un rivale e quando invece è più utile allearsi con lui per affrontare sfide comuni (come la sostenibilità o l’innovazione tecnologica).

Il modello delle 5 forze di Porter

Il modello delle cinque forze è uno strumento ideato da Michael Porter per analizzare la competitività di un settore e la redditività potenziale delle imprese che vi operano.
Secondo Porter, la concorrenza non si limita solo alla rivalità tra imprese già presenti sul mercato, ma è influenzata anche da altri quattro fattori esterni che possono ridurre o aumentare i profitti.

1. Intensità della concorrenza esistente

Questa forza misura quanto è forte la competizione tra le imprese che operano nello stesso settore.
Più la concorrenza è elevata, più è difficile per le aziende mantenere margini di profitto alti.

I principali fattori che determinano l’intensità competitiva sono:

Grado di concentrazione del settore
Se nel settore ci sono poche imprese di grandi dimensioni (mercato concentrato), la concorrenza tende a essere più controllata.
Se invece ci sono molte imprese piccole e frammentate, la competizione aumenta.
Esempio: il settore aereo è concentrato (pochi grandi operatori), mentre quello della ristorazione è frammentato (migliaia di concorrenti).

Diversità dei concorrenti
Se le imprese hanno strategie e obiettivi simili, la concorrenza è più diretta.
Se invece sono molto diverse (per dimensione, qualità, prezzo, posizionamento), la competizione si distribuisce su più piani.

Grado di differenziazione dei prodotti
Quando i prodotti sono simili e poco differenziati, i clienti possono facilmente cambiare fornitore e le imprese si fanno concorrenza soprattutto sul prezzo.
Se invece i prodotti sono molto distintivi, la concorrenza è più basata sul valore e sulla marca.

Livello della domanda
Se la domanda di mercato cresce, le imprese possono espandersi senza sottrarsi clienti a vicenda.
Se invece la domanda è stagnante o in calo, la concorrenza si fa più dura perché le aziende si contendono la stessa clientela.

Barriere all’uscita
Se per un’impresa è difficile o costoso uscire dal mercato (ad esempio per impianti costosi o contratti a lungo termine), tenderà a restare attiva e a competere anche in condizioni di scarsa redditività, aumentando la pressione competitiva complessiva.

2. Minaccia di nuovi entranti

Ogni settore è esposto alla possibilità che nuove imprese entrino sul mercato.
L’ingresso di nuovi operatori può ridurre la quota di mercato delle imprese già esistenti e spingere i prezzi verso il basso.

La facilità o difficoltà di entrare in un settore dipende dalle barriere all’entrata, cioè dagli ostacoli che un’impresa deve superare per iniziare a competere.

Le barriere principali sono:

Istituzionali: derivano da leggi, licenze o regolamenti che limitano l’ingresso di nuovi soggetti.
Esempio: nel settore farmaceutico servono autorizzazioni e brevetti, quindi le barriere sono molto alte.

Strutturali: sono legate alle caratteristiche economiche del settore.
Comprendono le economie di scala (cioè i vantaggi di costo di chi produce su larga scala), la disponibilità di risorse finanziarie, e i vantaggi di costo assoluti delle imprese già presenti (es. tecnologie, marchio, know-how). (comprendono anche economie di esperienza ed estensione)
Esempio: per aprire una nuova compagnia aerea servono investimenti enormi in aerei, personale e infrastrutture: una barriera molto alta.

Strategiche: dipendono dalle azioni delle imprese già presenti, che possono cercare di dissuadere nuovi entranti.
Possono farlo tramite politiche aggressive di prezzo, saturazione dei canali distributivi o accordi di esclusiva con i fornitori.
Esempio: grandi catene come McDonald’s o Amazon reagiscono rapidamente a nuovi competitor con campagne promozionali e offerte difficilmente eguagliabili.

3. Minaccia di prodotti sostitutivi

Un prodotto sostitutivo è un bene o servizio che può soddisfare lo stesso bisogno del prodotto principale, anche se in modo diverso.
La minaccia cresce quando i sostituti offrono un rapporto qualità/prezzo migliore o quando cambiano le preferenze dei consumatori.

Per misurare questo rischio si utilizza il concetto di elasticità incrociata della domanda: se l’aumento del prezzo di un prodotto fa crescere la domanda di un altro, i due beni sono sostituti.

Esempio: la musica in streaming ha sostituito i CD; le biciclette elettriche o i monopattini sono parziali sostituti dell’auto per gli spostamenti urbani.

Le imprese possono difendersi da questa minaccia adottando diverse strategie:

migliorare il rapporto valore/prezzo, aumentando la qualità o riducendo i costi;

riposizionare o differenziare il prodotto, per renderlo unico e meno confrontabile;

rafforzare la comunicazione, evidenziando i benefici specifici del prodotto;

avvicinarsi al consumatore finale, migliorando la distribuzione o la relazione diretta con il cliente.

4. Potere contrattuale dei fornitori

Il potere dei fornitori misura quanto essi riescono a influenzare i prezzi e le condizioni di fornitura.
Se i fornitori sono pochi, potenti o offrono risorse rare, possono imporre condizioni sfavorevoli alle imprese acquirenti.

Questo potere dipende da:

Concentrazione dei fornitori: se pochi soggetti controllano la maggior parte dell’offerta, il loro potere è elevato.

Importanza delle risorse offerte: se l’impresa non può facilmente sostituirle (es. materie prime uniche o brevetti), il fornitore ha un grande vantaggio.

Costi di switching: indicano la difficoltà o il costo che un’azienda dovrebbe sostenere per cambiare fornitore. Più sono alti, maggiore è il potere del fornitore.

Possibilità di integrazione verticale: se il fornitore può decidere di vendere direttamente al consumatore finale, la sua posizione contrattuale diventa ancora più forte.

Esempio: Intel o TSMC, che producono microchip, hanno un enorme potere nei confronti dei produttori di computer e smartphone, perché i loro componenti sono fondamentali e difficili da sostituire.

5. Potere contrattuale dei clienti

Questa forza misura quanto i clienti possono influenzare le condizioni di vendita, in particolare i prezzi.
Quando i clienti sono molto potenti, riescono a ottenere sconti, servizi aggiuntivi o standard qualitativi più alti.

Il potere dei clienti aumenta quando:

  • sono pochi ma grandi (es. catene di supermercati che acquistano grandi volumi dai fornitori);
  • sono molto sensibili al prezzo, quindi disposti a cambiare marca per risparmiare;
  • possono passare facilmente ai concorrenti (bassi costi di switching);
  • il mercato è trasparente, cioè i clienti conoscono bene le alternative disponibili e i relativi prezzi.

Esempio: la grande distribuzione organizzata (come Coop o Carrefour) ha un forte potere contrattuale nei confronti dei produttori alimentari, poiché concentra gran parte della domanda e può imporre condizioni economiche vantaggiose per sé.

Le cinque forze competitive di Porter
Le cinque forze competitive di Porter

Esempio – Caso One-O-One

Nel 1986 San Pellegrino sfidò Coca-Cola lanciando la prima cola italiana.

  • La pubblicità creò grande notorietà, ma il prodotto era difficile da trovare nei negozi.
  • Coca-Cola aveva infatti risposto con una massiccia campagna di trade marketing: sconti e promozioni ai dettaglianti per occupare gli spazi sugli scaffali.
  • Risultato: One-O-One si ritirò, dimostrando la forza del potere contrattuale e delle strategie difensive dei grandi incumbent.

Forze aggiuntive oltre Porter

Stakeholders esterni: autorità politiche, autorità di regolamentazione, associazioni sindacali e industriali, associazioni civiche.

Imprese complementari: alleanze con altre imprese che offrono beni/servizi collegati (es. nel turismo: hotel, trasporti, ristorazione).

Applicazioni dell’analisi settoriale

  • Stima della redditività potenziale.
  • Individuazione dei concorrenti e delle loro strategie.
  • Comprensione delle dinamiche intersettoriali.
  • Identificazione dei fattori critici di successo.

È il punto di partenza per formulare la strategia aziendale.

Il raggruppamento strategico

Il raggruppamento strategico è il vero ambiente competitivo di riferimento:

  • È formato da imprese dello stesso settore che adottano strategie simili e hanno un patrimonio di risorse comparabile.
  • All’interno dello stesso gruppo le imprese tendono a essere simili per dimensione, organizzazione, assetto societario.

Strumenti di mappatura

Il modello di Ansoff (1965)

Igor Ansoff è uno dei primi studiosi ad aver elaborato un modello per analizzare e pianificare la strategia di crescita di un’impresa.
Il suo contributo è noto soprattutto per la “Matrice di Ansoff”, ma nel contesto del raggruppamento strategico, il suo modello aiuta a definire il campo d’azione dell’impresa sulla base di due variabili principali:

  1. Prodotto venduto
  2. Mercato servito

In pratica, Ansoff suggerisce di osservare in che modo un’impresa si posiziona rispetto agli altri attori in funzione dei prodotti che offre e dei mercati in cui opera.
Questa combinazione prodotto/mercato consente di capire se un’impresa:

  • si rivolge a un mercato nuovo o consolidato,
  • propone un prodotto nuovo o già conosciuto,
  • e quindi se la sua strategia è di penetrazione, sviluppo del mercato, sviluppo del prodotto o diversificazione.

→ Il modello di Ansoff è quindi utile per capire in che direzione si muove l’impresa e quali sono le imprese “vicine” per tipologia di strategia.

Matrice di Ansoff: prodotti e mercati
Matrice di Ansoff: prodotti e mercati

Il modello di Abell

Il modello di Derek Abell rappresenta un’evoluzione del pensiero di Ansoff, offrendo un’analisi più completa del campo strategico d’azione di un’impresa.
Abell introduce il concetto di Area Strategica di Affari (ASA), cioè l’insieme coerente di attività che caratterizzano un determinato business dell’impresa.

Ogni ASA è definita attraverso tre dimensioni fondamentali, che formano un “parallelepipedo concettuale” (una rappresentazione tridimensionale del campo d’azione aziendale):

Bisogni o funzioni da soddisfare

L’impresa deve partire dal capire quali bisogni vuole risolvere per i propri clienti.

Non basta concentrarsi sul prodotto: ciò che conta è la funzione che il prodotto svolge (ad esempio, “trasporto”, “intrattenimento”, “nutrizione”, “benessere”).

Esempio: un’azienda automobilistica non vende solo auto, ma soddisfa il bisogno di mobilità.

Gruppi di clienti target

Sono i segmenti di consumatori o di imprese a cui l’azienda si rivolge.

Ogni gruppo può avere bisogni, abitudini e capacità di spesa diverse.

Esempio: nel settore della mobilità, i clienti possono essere privati, aziende, servizi pubblici o car sharing.

Tecnologie utilizzate

Si riferisce ai mezzi attraverso cui l’impresa soddisfa i bisogni individuati.

Comprende le tecnologie di produzione, distribuzione o comunicazione.

Esempio: il bisogno di mobilità può essere soddisfatto con tecnologie tradizionali (auto a benzina), elettriche (Tesla), o alternative (monopattini, biciclette, treni ad alta velocità).

Cosa consente di fare il modello di Abell

Questo approccio è molto utile perché amplia la prospettiva competitiva:
non si limita a guardare chi offre prodotti simili, ma considera tutti i soggetti che possono soddisfare lo stesso bisogno, anche in modo diverso.

  • Permette di individuare non solo i concorrenti diretti, ma anche i concorrenti potenziali (nuove imprese o prodotti sostitutivi).
  • Aiuta a comprendere come può evolvere un settore: quando cambiano le tecnologie o i bisogni dei clienti, cambiano anche i confini del mercato.

→ Il modello di Abell è quindi fondamentale per ridefinire i confini del mercato e prevedere nuove minacce o opportunità.

Il modello di Abell: bisogni, clienti e tecnologie
Il modello di Abell: bisogni, clienti e tecnologie

Le variabili nella mappatura dei raggruppamenti strategici

Quando si analizza un settore, non tutte le imprese competono allo stesso modo.
Anche all’interno dello stesso mercato, alcune aziende possono scegliere strategie diverse, rivolgersi a clienti differenti o adottare tecnologie specifiche.
Per questo motivo si parla di raggruppamenti strategici, ossia insiemi di imprese che, pur appartenendo allo stesso settore, adottano strategie simili e si confrontano tra loro più direttamente.

Per costruire una mappa dei raggruppamenti strategici, gli studiosi e i manager utilizzano una serie di variabili chiave che aiutano a individuare somiglianze e differenze tra le imprese.

Ecco le principali:

Ampiezza della gamma di prodotti

  • Riguarda il numero e la varietà dei prodotti offerti.
  • Alcune imprese propongono una gamma molto ampia (ad esempio Unilever o Nestlé, con decine di brand e linee di prodotto), mentre altre si specializzano in una sola categoria (come Red Bull, focalizzata sulle bevande energetiche).

    Specializzazione sui segmenti di clienti

  • Indica se l’impresa si rivolge a un pubblico molto ampio o a una nicchia specifica.
  • Un’azienda come Zara punta su un target di massa, mentre un marchio come Prada si concentra su una clientela di lusso.

    Tipologia dei clienti

  • Alcune imprese vendono a consumatori finali (B2C), altre a imprese o enti pubblici (B2B).
  • Ad esempio, Intel vende chip ad altre aziende (B2B), mentre Samsung vende anche prodotti direttamente al pubblico (B2C).

    Grado di sviluppo della marca

  • Si riferisce alla forza e alla notorietà del marchio.
  • Le imprese con brand molto conosciuti (come Apple o Nike) hanno un vantaggio competitivo importante rispetto a chi opera con marchi meno noti.

    Posizionamento di prezzo

  • Indica il livello di prezzo scelto rispetto ai concorrenti.
  • Alcune imprese puntano su prezzi bassi e grandi volumi (Lidl, Ryanair), altre su prezzi elevati e alta qualità percepita (Rolex, BMW).

    Livello di innovazione

  • Riguarda quanto l’impresa investe in ricerca e sviluppo e quanto è capace di introdurre novità nei prodotti, nei processi o nei modelli di business.
  • Tesla, per esempio, si distingue per un altissimo livello di innovazione tecnologica rispetto ai produttori tradizionali di automobili.

    Estensione geografica dell’offerta

  • Misura la presenza territoriale dell’impresa: locale, nazionale, internazionale o globale.
  • Un marchio come Lavazza è nato in Italia ma oggi opera in tutto il mondo, mentre altre aziende restano concentrate su mercati regionali o nazionali.

    Grado di integrazione verticale

  • Indica fino a che punto un’impresa controlla le fasi della propria filiera produttiva o distributiva.
  • Ad esempio, Zara progetta, produce e distribuisce internamente gran parte dei suoi capi (integrazione verticale alta), mentre altre aziende si affidano a fornitori esterni o distributori indipendenti.

→ Questa mappatura è fondamentale per capire chi sono i veri rivali di un’azienda e quali opportunità di differenziazione esistono all’interno del settore.

3) L’ambiente competitivo specifico del business

Ogni impresa può operare in uno o più settori di attività.
Quando è presente in più business (si parla di impresa diversificata), è importante ricordare che ogni settore ha un proprio ambiente competitivo, con attori, regole e dinamiche diverse.

Per questo, un’impresa diversificata deve “spacchettare l’analisi”, valutando separatamente le caratteristiche competitive di ciascun settore in cui è presente.
Non avrebbe senso, ad esempio, analizzare nello stesso modo il mercato dell’e-commerce e quello dei servizi cloud, perché funzionano secondo logiche differenti.

La percezione soggettiva dell’ambiente

Un aspetto interessante è che l’ambiente competitivo non è percepito da tutte le imprese allo stesso modo.
Due aziende che operano nello stesso settore possono avere visioni e interpretazioni diverse:

  • una può vedere un mercato saturo e maturo,
  • l’altra può individuarvi ancora margini di crescita o nicchie non sfruttate.

Queste differenze di percezione derivano da vari fattori:

  • la cultura aziendale,
  • le risorse e competenze interne,
  • la strategia competitiva adottata,
  • e la posizione di partenza nel mercato.

Esempio: il caso di Amazon

Amazon è un chiaro esempio di impresa diversificata.
Opera infatti in più settori con caratteristiche molto diverse tra loro:

E-commerce → qui compete con giganti come Alibaba, eBay e Walmart. Il vantaggio competitivo deriva dall’efficienza logistica, dall’ampiezza dell’offerta e dal servizio clienti.

Cloud computing (Amazon Web Services – AWS) → in questo mercato i concorrenti sono Microsoft (Azure), Google (Google Cloud) e Oracle. Il vantaggio competitivo deriva dall’affidabilità della tecnologia, dalla capacità di gestione dei dati e dalle economie di scala.

I due business richiedono strategie completamente diverse, sia in termini di risorse che di competenze.
Tuttavia, entrambi contribuiscono al successo complessivo dell’impresa, che deve mantenere un equilibrio tra le varie aree per massimizzare la redditività e limitare i rischi.

In sintesi

Un’impresa è sempre immersa in tre livelli di ambiente:

Ambiente esteso → comprende i macro-fattori economici, politici, sociali e tecnologici che influenzano tutte le imprese.

Ambiente competitivo → è formato dagli attori con cui l’impresa interagisce direttamente (clienti, fornitori, concorrenti, distributori).

Ambiente competitivo specifico del business → riguarda ciascun settore in cui l’impresa opera, ognuno con le proprie regole, opportunità e minacce.

Capire questi tre livelli è essenziale per costruire una strategia efficace, adattare le decisioni aziendali a ogni contesto e gestire in modo equilibrato l’intero portafoglio di business.

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