L’Orlando furioso · Ludovico Ariosto
Canto ottavo
Testo originale e parafrasi
Ogni ottava affianca il testo originale alla parafrasi in italiano contemporaneo.
| Testo originale | Parafrasi |
|---|---|
| Ottava 1 1Oh quante sono incantatrici, oh quanti incantator tra noi, che non si sanno! che con lor arti uomini e donne amanti di sé, cangiando i visi lor, fatto hanno. 5Non con spirti costretti tali incanti, né con osservazion di stelle fanno; ma con simulazion, menzogne e frodi legano i cor d’indissolubil nodi. | Nel mondo esistono molti seduttori che, senza ricorrere alla magia, conquistano altri con finzioni, menzogne e inganni. |
| Ottava 2 Chi l’annello d’Angelica, o piu tosto 10chi avesse quel de la ragion, potria veder a tutti il viso, che nascosto da finzione e d’arte non saria. Tal ci par bello e buono, che, deposto il liscio, brutto e rio forse parria. 15Fu gran ventura quella di Ruggiero, ch’ebbe l’annel che gli scoperse il vero. | Un anello capace di rivelare la verità, o semplicemente la ragione, mostrerebbe le persone come sono realmente. Ruggiero è fortunato a possedere quell'anello. |
| Ottava 3 Ruggier (come io dicea) dissimulando, su Rabican venne alla porta armato: trovò le guardie sprovedute, e quando 20giunse tra lor, non tenne il brando a lato. Chi morto e chi a mal termine lasciando, esce del ponte, e il rastrello ha spezzato: prende al bosco la via; ma poco corre, ch’ad un de’ servi de la fata occorre. | Ruggiero fugge a cavallo, abbatte le guardie e spezza gli ostacoli; entrato nel bosco, incontra un servitore di Alcina. |
| Ottava 4 25Il servo in pugno avea un augel grifagno che volar con piacer facea ogni giorno, ora a campagna, ora a un vicino stagno, dove era sempre da far preda intorno: avea da lato il can fido compagno: 30cavalcava un ronzin non troppo adorno. Ben pensò che Ruggier dovea fuggire, quando lo vide in tal fretta venire. | Il servitore pratica la caccia con un falcone, un cane e un ronzino. Vedendo Ruggiero correre, capisce che sta fuggendo. |
| Ottava 5 Se gli fe’ incontra, e con sembiante altiero gli domandò perché in tal fretta gisse. 35Risponder non gli volse il buon Ruggiero: perciò colui, più certo che fuggisse, di volerlo arrestar fece pensiero; e distendendo il braccio manco, disse: – Che dirai tu, se subito ti fermo? 40se contra questo augel non avrai schermo? – | L'uomo gli intima di fermarsi; non ottenendo risposta, decide di bloccarlo e minaccia di impiegare il proprio falcone. |
| Ottava 6 Spinge l’augello: e quel batte sì l’ale, che non l’avanza Rabican di corso. Del palafreno il cacciator giù sale, e tutto a un tempo gli ha levato il morso. 45Quel par da l’arco uno aventato strale, di calci formidabile e di morso; e ’l servo dietro sì veloce viene, che par ch’il vento, anzi che il fuoco il mene. | Il falcone parte all'inseguimento, il cavallo del cacciatore corre senza morso e l'uomo li segue con sorprendente velocità. |
| Ottava 7 Non vuol parere il can d’esser più tardo; 50ma segue Rabican con quella fretta con che le lepri suol seguire il pardo. Vergogna a Ruggier par, se non aspetta. Voltasi a quel che vien sì a piè gagliardo; né gli vede arme, fuor ch’una bacchetta, 55quella con che ubidire al cane insegna: Ruggier di trar la spada si disdegna. | Anche il cane insegue Ruggiero; il cavaliere si volta, ma, vedendo soltanto una bacchetta nelle mani del servitore, esita a usare la spada. |
| Ottava 8 Quel se gli appressa, e forte lo percuote: lo morde a un tempo il can nel piede manco. Lo sfrenato destrier la groppa scuote 60tre volte e più, né falla il destro fianco. Gira l’augello e gli fa mille ruote, e con l’ugna sovente il ferisce anco: sì il destrier collo strido impaurisce, ch’alla mano e allo spron poco ubidisce. | Il cacciatore lo colpisce, il cane lo morde e gli animali spaventano il cavallo, ostacolando ogni tentativo di fuga. |
| Ottava 9 65Ruggiero, al fin costretto, il ferro caccia: e perché tal molestia se ne vada, or gli animali, or quel villan minaccia col taglio e con la punta de la spada. Quella importuna turba più l’impaccia: 70presa ha chi qua chi là tutta la strada. Vede Ruggiero il disonore e il danno che gli avverrà, se più tardar lo fanno. | Ruggiero è costretto a sguainare la spada e a difendersi dalle aggressioni; teme che il ritardo consenta ad Alcina di raggiungerlo. |
| Ottava 10 Sa ch’ogni poco più ch’ivi rimane, Alcina avrà col populo alle spalle: 75di trombe, di tamburi e di campane già s’ode alto rumore in ogni valle. Contra un servo senza arme e contra un cane gli par ch’a usar la spada troppo falle: meglio e più breve è dunque che gli scopra 80lo scudo che d’Atlante era stato opra. | Sentendo in lontananza gli inseguitori di Alcina, Ruggiero ritiene umiliante usare la spada contro un servo disarmato e decide di scoprire lo scudo magico. |
| Ottava 11 Levò il drappo vermiglio in che coperto già molti giorni lo scudo si tenne. Fece l’effetto mille volte esperto il lume, ove a ferir negli occhi venne: 85resta dai sensi il cacciator deserto, cade il cane e il ronzin, cadon le penne, ch’in aria sostener l’augel non ponno. Lieto Ruggier li lascia in preda al sonno. | La luce dello scudo acceca e fa cadere privi di sensi l'uomo e gli animali; Ruggiero prosegue finalmente senza ostacoli. |
| Ottava 12 Alcina, ch’avea intanto avuto aviso 90di Ruggier, che sforzato avea la porta, e de la guardia buon numero ucciso, fu, vinta dal dolor, per restar morta. Squarciossi i panni e si percosse il viso, e sciocca nominossi e malaccorta; 95e fece dar all’arme immantinente, e intorno a sé raccor tutta sua gente. | Quando Alcina apprende la fuga e la morte di alcune guardie, si dispera, si strappa le vesti e ordina a tutti di armarsi. |
| Ottava 13 E poi ne fa due parti, e manda l’una per quella strada ove Ruggier camina; al porto l’altra subito raguna, 100imbarca, ed uscir fa ne la marina: sotto le vele aperte il mar s’imbruna. Con questi va la disperata Alcina, che ’l desiderio di Ruggier sì rode, che lascia sua città senza custode. | Divide le proprie truppe: una parte insegue Ruggiero per terra e l'altra salpa con lei dal porto, lasciando incustodito il palazzo. |
| Ottava 14 105Non lascia alcuno a guardia del palagio: il che a Melissa che stava alla posta per liberar di quel regno malvagio la gente ch’in miseria v’era posta, diede commodità, diede grande agio 110di gir cercando ogni cosa a sua posta, imagini abbruciar, suggelli torre, e nodi e rombi e turbini disciorre. | Melissa approfitta dell'assenza di Alcina per distruggere i simboli e gli strumenti dei suoi incantesimi. |
| Ottava 15 Indi pei campi accelerando i passi, gli antiqui amanti, ch’erano in gran torma 115conversi in fonti, in fere, in legni, in sassi, fe’ ritornar ne la lor prima forma. E quei, poi ch’allargati furo i passi, tutti del buon Ruggier seguiron l’orma: a Logistilla si salvaro; ed indi 120tornaro a Sciti, a Persi, a Greci, ad Indi. | La maga restituisce forma umana agli antichi amanti trasformati in piante, animali e pietre; i liberati si dirigono verso Logistilla. |
| Ottava 16 Li rimandò Melissa in lor paesi, con obligo di mai non esser sciolto. Fu inanzi agli altri il duca degl’Inglesi ad esser ritornato in uman volto; 125che ’l parentado in questo e li cortesi prieghi del buon Ruggier gli giovar molto: oltre i prieghi, Ruggier le diè l’annello, acciò meglio potesse aiutar quello. | Melissa aiuta soprattutto Astolfo, grazie alla parentela e alle richieste di Ruggiero, che le ha affidato l'anello. |
| Ottava 17 A’ prieghi dunque di Ruggier, rifatto 130fu ’l paladin ne la sua prima faccia. Nulla pare a Melissa d’aver fatto, quando ricovrar l’arme non gli faccia, e quella lancia d’or, ch’al primo tratto quanti ne tocca de la sella caccia: 135de l’Argalia, poi fu d’Astolfo lancia, e molto onor fe’ all’uno e a l’altro in Francia. | Astolfo torna uomo e Melissa decide di recuperargli anche le armi e la lancia d'oro, capace di disarcionare chiunque tocchi. |
| Ottava 18 Trovò Melissa questa lancia d’oro, ch’Alcina avea reposta nel palagio, e tutte l’arme che del duca foro, 140e gli fur tolte ne l’ostel malvagio. Montò il destrier del negromante moro, e fe’ montar Astolfo in groppa ad agio; e quindi a Logistilla si condusse d’un’ora prima che Ruggier vi fusse. | La maga trova la lancia e l'equipaggiamento nel palazzo, prende Astolfo con sé e raggiunge la corte di Logistilla prima di Ruggiero. |
| Ottava 19 145Tra duri sassi e folte spine gìa Ruggiero intanto invêr la fata saggia, di balzo in balzo, e d’una in altra via aspra, solinga, inospita e selvaggia; tanto ch’a gran fatica riuscia 150su la fervida nona in una spiaggia tra ’l mare e ’l monte, al mezzodì scoperta, arsiccia, nuda, sterile e deserta. | Ruggiero attraversa invece un percorso arido e difficile, finché raggiunge una spiaggia assolata fra il mare e la montagna. |
| Ottava 20 Percuote il sole ardente il vicin colle; e del calor che si riflette a dietro, 155in modo l’aria e l’arena ne bolle, che saria troppo a far liquido il vetro. Stassi cheto ogni augello all’ombra molle: sol la cicala col noioso metro fra i densi rami del fronzuto stelo 160le valli e i monti assorda, e il mare e il cielo. | Il sole arroventa pietre e sabbia; gli uccelli rimangono nascosti, mentre soltanto le cicale continuano a frinire. |
| Ottava 21 Quivi il caldo, la sete, e la fatica ch’era di gir per quella via arenosa, facean, lungo la spiaggia erma ed aprica, a Ruggier compagnia grave e noiosa. 165Ma perché non convien che sempre io dica, né ch’io vi occupi sempre in una cosa, io lascerò Ruggiero in questo caldo, e girò in Scozia a ritrovar Rinaldo. | Caldo, sete e stanchezza opprimono Ruggiero, ma il narratore interrompe la sua avventura per tornare a Rinaldo in Scozia. |
| Ottava 22 Era Rinaldo molto ben veduto 170dal re, da la figliuola e dal paese. Poi la cagion che quivi era venuto, più ad agio il paladin fece palese: ch’in nome del suo re chiedeva aiuto e dal regno di Scozia e da l’Inglese; 175ed ai preghi soggiunse anco di Carlo, giustissime cagion di dover farlo. | Rinaldo, accolto con onore dal re e dalla principessa, espone la sua missione: chiedere rinforzi per Carlo Magno contro i Saraceni. |
| Ottava 23 Dal re, senza indugiar, gli fu risposto, che di quanto sua forza s’estendea, per utile ed onor sempre disposto 180di Carlo e de l’Imperio esser volea; e che fra pochi dì gli avrebbe posto più cavallieri in punto che potea; e se non ch’esso era oggimai pur vecchio, capitano verria del suo apparecchio. | Il re promette ogni aiuto possibile e dichiara che guiderebbe personalmente le truppe se non fosse ormai anziano. |
| Ottava 24 185Né tal rispetto ancor gli parria degno di farlo rimaner, se non avesse il figlio, che di forza, e più d’ingegno, dignissimo era a chi’l governo desse, ben che non si trovasse allor nel regno; 190ma che sperava che venir dovesse mentre ch’insieme aduneria lo stuolo; e ch’adunato il troveria il figliuolo. | Racconta di avere un figlio degno di comandare per coraggio e intelligenza, che si aspetta di vedere tornare prima della partenza. |
| Ottava 25 Così mandò per tutta la sua terra suoi tesorieri a far cavalli e gente; 195navi apparecchia e munizion da guerra, vettovaglia e danar maturamente. Venne intanto Rinaldo in Inghilterra, e ’l re nel suo partir cortesemente insino a Beroicche accompagnollo; 200e visto pianger fu quando lasciollo. | Il sovrano ordina di raccogliere soldati, cavalli, navi, vettovaglie e denaro; Rinaldo prosegue verso l'Inghilterra dopo un commosso congedo. |
| Ottava 26 Spirando il vento prospero alla poppa, monta Rinaldo, ed a Dio dice a tutti: la fune indi al viaggio il nocchier sgroppa; tanto che giunge ove nei salsi flutti 205il bel Tamigi amareggiando intoppa. Col gran flusso del mar quindi condutti i naviganti per camin sicuro a vela e remi insino a Londra furo. | Con vento favorevole, la nave di Rinaldo attraversa il mare, risale il Tamigi e arriva a Londra. |
| Ottava 27 Rinaldo avea da Carlo e dal re Otone, 210che con Carlo in Parigi era assediato, al principe di Vallia commissione per contrasegni e lettere portato, che ciò che potea far la regione di fanti e di cavalli in ogni lato, 215tutto debba a Calesio traghittarlo, sì che aiutar si possa Francia e Carlo. | Rinaldo porta lettere di Carlo e del re Ottone per il principe che governa temporaneamente l'Inghilterra, chiedendo di trasferire truppe a Calais. |
| Ottava 28 Il principe ch’io dico, ch’era, in vece d’Oton, rimaso nel seggio reale, a Rinaldo d’Amon tanto onor fece, 220che non l’avrebbe al suo re fatto uguale: indi alle sue domande satisfece; perché a tutta la gente marziale e di Bretagna e de l’isole intorno di ritrovarsi al mar prefisse il giorno. | Il principe gli rende grandi onori e convoca le forze inglesi e dei territori vicini per imbarcarle nel giorno stabilito. |
| Ottava 29 225Signor, far mi convien come fa il buono sonator sopra il suo istrumento arguto, che spesso muta corda, e varia suono, ricercando ora il grave, ora l’acuto. Mentre a dir di Rinaldo attento sono, 230d’Angelica gentil m’è sovenuto, di che lasciai ch’era da lui fuggita, e ch’avea riscontrato uno eremita. | Il narratore paragona il proprio racconto alla musica, che cambia spesso tono, e decide di tornare alla sorte di Angelica, incontrata dall'eremita. |
| Ottava 30 Alquanto la sua istoria io vo’ seguire. Dissi che domandava con gran cura, 235come potesse alla marina gire; che di Rinaldo avea tanta paura, che, non passando il mar, credea morire, né in tutta Europa si tenea sicura: ma l’eremita a bada la tenea, 240perché di star con lei piacere avea. | Angelica domanda come raggiungere il mare per sfuggire a Rinaldo. L'eremita, attratto da lei, cerca invece di trattenerla il più possibile. |
| Ottava 31 Quella rara bellezza il cor gli accese, e gli scaldò le frigide medolle: ma poi che vide che poco gli attese, e ch’oltra soggiornar seco non volle, 245di cento punte l’asinello offese; né di sua tardità però lo tolle: e poco va di passo e men di trotto, né stender gli si vuol la bestia sotto. | Il vecchio tenta invano di seguire Angelica spronando il suo asino, troppo lento per raggiungerla. |
| Ottava 32 E perché molto dilungata s’era, 250e poco più, n’avria perduta l’orma, ricorse il frate alla spelonca nera, e di demoni uscir fece una torma: e ne sceglie uno di tutta la schiera, e del bisogno suo prima l’informa; 255poi lo fa entrare adosso al corridore, che via gli porta con la donna il core. | Temendo di perderla, torna alla grotta, evoca dei demoni e ne manda uno a impossessarsi del cavallo di Angelica. |
| Ottava 33 E qual sagace can, nel monte usato a volpi o lepri dar spesso la caccia, che se la fera andar vede da un lato, 260ne va da un altro, e par sprezzi la traccia; al varco poi lo sentono arrivato, che l’ha già in bocca, e l’apre il fianco e straccia: tal l’eremita per diversa strada aggiugnerà la donna ovunque vada. | Come un cacciatore esperto che precede la preda lungo un altro sentiero, il frate prepara un modo per raggiungere la giovane. |
| Ottava 34 265Che sia il disegno suo, ben io comprendo: e dirollo anco a voi, ma in altro loco. Angelica di ciò nulla temendo, cavalcava a giornate, or molto or poco. Nel cavallo il demon si gìa coprendo, 270come si cuopre alcuna volta il fuoco, che con sì grave incendio poscia avampa, che non si estingue, e a pena se ne scampa. | Angelica prosegue ignara; il demonio nascosto nel cavallo attende il momento opportuno per manifestare la propria forza. |
| Ottava 35 Poi che la donna preso ebbe il sentiero dietro il gran mar che li Guasconi lava, 275tenendo appresso all’onde il suo destriero, dove l’umor la via più ferma dava; quel le fu tratto dal demonio fiero ne l’acqua sì, che dentro vi nuotava. Non sa che far la timida donzella, 280se non tenersi ferma in su la sella. | Mentre Angelica cavalca sulla spiaggia, il demonio spinge il cavallo direttamente in mare; la ragazza può soltanto aggrapparsi alla sella. |
| Ottava 36 Per tirar briglia, non gli può dar volta: più e più sempre quel si caccia in alto. Ella tenea la vesta in su raccolta per non bagnarla, e traea i piedi in alto. 285Per le spalle la chioma iva disciolta, e l’aura le facea lascivo assalto. Stavano cheti tutti i maggior venti, forse a tanta beltà, col mare, attenti. | Non riesce a far voltare l'animale; solleva i piedi e i vestiti dall'acqua e lascia che i capelli si sciolgano al vento. |
| Ottava 37 Ella volgea i begli occhi a terra invano, 290che bagnavan di pianto il viso e ’l seno, e vedea il lito andar sempre lontano e decrescer più sempre e venir meno. Il destrier, che nuotava a destra mano, dopo un gran giro la portò al terreno 295tra scuri sassi e spaventose grotte, già cominciando ad oscurar la notte. | Il cavallo nuota sempre più lontano dalla costa e raggiunge infine un litorale desolato, tra rocce e grotte, al calare della notte. |
| Ottava 38 Quando si vide sola in quel deserto, che a riguardarlo sol, mettea paura, ne l’ora che nel mar Febo coperto 300l’aria e la terra avea lasciata oscura, fermossi in atto ch’avria fatto incerto chiunque avesse vista sua figura, s’ella era donna sensitiva e vera, o sasso colorito in tal maniera. | Angelica rimane immobile sulla riva spaventosa, come se lo stupore l'avesse trasformata in una statua. |
| Ottava 39 305Stupida e fissa ne la incerta sabbia, coi capelli disciolti e rabuffati, con le man giunte e con l’immote labbia, i languidi occhi al ciel tenea levati, come accusando il gran Motor che l’abbia 310tutti inclinati nel suo danno i fati. Immota e come attonita stè alquanto; poi sciolse al duol la lingua, e gli occhi al pianto. | Con i capelli scompigliati e gli occhi al cielo, si sente perseguitata dal destino; poi scoppia a piangere e lamentarsi. |
| Ottava 40 Dicea: – Fortuna, che più a far ti resta acciò di me ti sazi e ti disfami? 315che dar ti posso omai più, se non questa misera vita? ma tu non la brami; ch’ora a trarla del mar sei stata presta, quando potea finir suoi giorni grami: perché ti parve di voler più ancora 320vedermi tormentar prima ch’io muora. | Accusa la Fortuna di volerla torturare prima di ucciderla e si domanda perché l'abbia salvata dall'annegamento. |
| Ottava 41 Ma che mi possi nuocere non veggio, più di quel che sin qui nociuto m’hai. Per te cacciata son del real seggio, dove più ritornar non spero mai: 325ho perduto l’onor, ch’è stato peggio; che, se ben con effetto io non peccai, io do però materia ch’ognun dica, ch’essendo vagabonda, io sia impudica. | Rimprovera alla sorte di averle tolto il regno e di aver messo in pericolo persino la sua reputazione, sebbene non abbia commesso colpe. |
| Ottava 42 Ch’aver può donna al mondo più di buono, 330a cui la castità levata sia? Mi nuoce, ahimè! ch’io son giovane, e sono tenuta bella, o sia vero o bugia. Già non ringrazio il ciel di questo dono; che di qui nasce ogni ruina mia: 335morto per questo fu Argalia mio frate, che poco gli giovar l’arme incantate: | Angelica pensa che la sua bellezza e giovinezza siano state cause di sventure, compresa la morte del fratello Argalia. |
| Ottava 43 per questo il re di Tartaria Agricane disfece il genitor mio Galafrone, ch’in India, del Cataio era gran Cane; 340onde io son giunta a tal condizione, che muto albergo da sera a dimane. Se l’aver, se l’onor, se le persone m’hai tolto, e fatto il mal che far mi puoi, a che più doglia anco serbar mi vuoi? | Ricorda che, per amore di lei, Agricane combatté contro suo padre Galafrone; ora, privata di tutto, deve continuamente cercare rifugio. |
| Ottava 44 345Se l’affogarmi in mar morte non era a tuo senno crudel, pur ch’io ti sazi, non recuso che mandi alcuna fera che mi divori, e non mi tenga in strazi. D’ogni martir che sia, pur ch’io ne pera, 350esser non può ch’assai non ti ringrazi. – Così dicea la donna con gran pianto, quando le apparve l’eremita accanto. | Desidera morire piuttosto che sopportare altre sofferenze e chiede alla sorte di mandarle una bestia feroce; proprio allora appare l'eremita. |
| Ottava 45 Avea mirato da l’estrema cima d’un rilevato sasso l’eremita 355Angelica, che giunta alla parte ima è dello scoglio, afflitta e sbigottita. Era sei giorni egli venuto prima; ch’un demonio il portò per via non trita: e venne a lei fingendo divozione 360quanta avesse mai Paulo o Ilarione. | L'eremita è giunto in quel luogo sei giorni prima con l'aiuto di un demonio e si presenta fingendo una devozione esemplare. |
| Ottava 46 Come la donna il cominciò a vedere, prese, non conoscendolo, conforto; e cessò a poco a poco il suo temere, ben che ella avesse ancora il viso smorto. 365Come fu presso, disse: – Miserere, padre, di me, ch’i’ son giunta a mal porto. – E con voce interrotta dal singulto gli disse quel ch’a lui non era occulto. | Angelica prova sollievo vedendo un uomo di religione e gli racconta, tra le lacrime, la sventura che lui conosce già. |
| Ottava 47 Comincia l’eremita a confortarla 370con alquante ragion belle e divote; e pon l’audaci man, mentre che parla, or per lo seno, or per l’umide gote: poi più sicuro va per abbracciarla; ed ella sdegnosetta lo percuote 375con una man nel petto, e lo rispinge, e d’onesto rossor tutta si tinge. | Il vecchio finge di consolarla, ma comincia a toccarla in modo sempre più invadente; Angelica lo respinge indignata. |
| Ottava 48 Egli, ch’allato avea una tasca, aprilla, e trassene una ampolla di liquore; e negli occhi possenti, onde sfavilla 380la più cocente face ch’abbia Amore, spruzzò di quel leggiermente una stilla, che di farla dormire ebbe valore. Già resupina ne l’arena giace a tutte voglie del vecchio rapace. | L'eremita apre un'ampolla e le spruzza negli occhi un liquido che la addormenta immediatamente, rendendola incapace di difendersi. |
| Ottava 49 385Egli l’abbraccia ed a piacer la tocca ed ella dorme e non può fare ischermo. Or le bacia il bel petto, ora la bocca; non è chi ’l veggia in quel loco aspro ed ermo. Ma ne l’incontro il suo destrier trabocca; 390ch’al disio non risponde il corpo infermo: era mal atto, perché avea troppi anni; e potrà peggio, quanto più l’affanni. | Il vecchio approfitta della sua incoscienza per molestarla, ma l'età e l'impotenza gli impediscono di realizzare il proprio desiderio. |
| Ottava 50 Tutte le vie, tutti li modi tenta, ma quel pigro rozzon non però salta. 395Indarno il fren gli scuote, e lo tormenta; e non può far che tenga la testa alta. Al fin presso alla donna s’addormenta; e nuova altra sciagura anco l’assalta: non comincia Fortuna mai per poco, 400quando un mortal si piglia a scherno e a gioco. | Nonostante ogni tentativo, l'eremita non riesce nel suo intento e finisce per addormentarsi accanto alla ragazza; intanto si avvicina una nuova disgrazia. |
| Ottava 51 Bisogna, prima ch’io vi narri il caso, ch’un poco dal sentier dritto mi torca. Nel mar di tramontana invêr l’occaso, oltre l’Irlanda una isola si corca, 405Ebuda nominata; ove è rimaso il popul raro, poi che la brutta orca e l’altro marin gregge la distrusse, ch’in sua vendetta Proteo vi condusse. | Il narratore descrive Ebuda, un'isola oltre l'Irlanda ormai poco popolata dopo le devastazioni di mostri marini inviati da Proteo. |
| Ottava 52 Narran l’antique istorie, o vere o false, 410che tenne già quel luogo un re possente, ch’ebbe una figlia, in cui bellezza valse e grazia sì, che poté facilmente, poi che mostrossi in su l’arene salse, Proteo lasciare in mezzo l’acque ardente; 415e quello, un dì che sola ritrovolla, compresse, e di sé gravida lasciolla. | Secondo la leggenda, Proteo sedusse la bellissima figlia del re dell'isola e la rese incinta. |
| Ottava 53 La cosa fu gravissima e molesta al padre, più d’ogn’altro empio e severo: né per iscusa o per pietà, la testa 420le perdonò: sì può lo sdegno fiero. Né per vederla gravida, si resta di subito esequire il crudo impero: e ’l nipotin che non avea peccato, prima fece morir che fosse nato. | Il padre, inflessibile e crudele, la fece uccidere nonostante la gravidanza, provocando anche la morte del figlio non ancora nato. |
| Ottava 54 425Proteo marin, che pasce il fiero armento di Nettunno che l’onda tutta regge, sente de la sua donna aspro tormento, e per grand’ira, rompe ordine e legge; sì che a mandare in terra non è lento 430l’orche e le foche, e tutto il marin gregge, che distruggon non sol pecore e buoi, ma ville e borghi e li cultori suoi: | Per vendetta, Proteo mandò contro gli abitanti un esercito di foche e mostri marini che distrusse bestiame, villaggi e campagne. |
| Ottava 55 e spesso vanno alle città murate, e d’ogn’intorno lor mettono assedio. 435Notte e dì stanno le persone armate, con gran timore e dispiacevol tedio: tutte hanno le campagne abbandonate; e per trovarvi al fin qualche rimedio, andarsi a consigliar di queste cose 440all’oracol, che lor così rispose: | Le creature assediarono perfino le città; la popolazione, disperata, consultò un oracolo per conoscere un rimedio. |
| Ottava 56 che trovar bisognava una donzella che fosse all’altra di bellezza pare, ed a Proteo sdegnato offerir quella, in cambio de la morta, in lito al mare. 445S’a sua satisfazion gli parrà bella, se la terrà, né li verrà a sturbare: se per questo non sta, se gli appresenti una ed un’altra, fin che si contenti. | L'oracolo ordinò di offrire a Proteo, sulla riva del mare, una giovane tanto bella quanto la ragazza uccisa, ripetendo l'offerta finché fosse soddisfatto. |
| Ottava 57 E così cominciò la dura sorte 450tra quelle che più grate eran di faccia, ch’a Proteo ciascun giorno una si porte, fin che trovino donna che gli piaccia. La prima e tutte l’altre ebbero morte; che tutte giù pel ventre se le caccia 455un’orca, che restò presso alla foce, poi che ’l resto partì del gregge atroce. | Le fanciulle sacrificate furono tutte divorate da un'orca rimasta presso la costa, senza che l'orribile rito cessasse. |
| Ottava 58 O vera o falsa che fosse la cosa di Proteo (ch’io non so che me ne dica), servosse in quella terra, con tal chiosa, 460contra le donne un’empia lege antica: che di lor carne l’orca mostruosa che viene ogni dì al lito, si notrica. Ben ch’esser donna sia in tutte le bande danno e sciagura, quivi era pur grande. | Leggendaria o meno che fosse la storia di Proteo, gli isolani mantennero l'uso crudele di offrire ogni giorno una donna al mostro. |
| Ottava 59 465Oh misere donzelle che trasporte fortuna ingiuriosa al lito infausto! dove le genti stan sul mare accorte per far de le straniere empio olocausto; che, come più di fuor ne sono morte, 470il numer de le loro è meno esausto: ma perché il vento ognor preda non mena, ricercando ne van per ogni arena. | Quando non trovano abbastanza vittime fra le proprie donne, gli abitanti catturano ragazze straniere lungo le coste. |
| Ottava 60 Van discorrendo tutta la marina con fuste e grippi ed altri legni loro, 475e da lontana parte e da vicina portan sollevamento al lor martoro. Molte donne han per forza e per rapina, alcune per lusinghe, altre per oro; e sempre da diverse regioni 480n’hanno piene le torri e le prigioni. | Organizzano spedizioni per mare e rapiscono o comprano donne da molti paesi, riempiendo le proprie prigioni. |
| Ottava 61 Passando una lor fusta a terra a terra inanzi a quella solitaria riva dove fra sterpi in su l’erbosa terra la sfortunata Angelica dormiva, 485smontaro alquanti galeotti in terra per riportarne e legna ed acqua viva; e di quante mai fur belle e leggiadre trovaro il fiore in braccio al santo padre. | Una nave dell'isola approda proprio sulla spiaggia di Angelica per rifornirsi d'acqua e legna e trova la giovane addormentata con l'eremita. |
| Ottava 62 Oh troppo cara, oh troppo eccelsa preda 490per sì barbare genti e sì villane! Oh Fortuna crudel, chi fia ch’il creda, che tanta forza hai ne le cose umane, che per cibo d’un mostro tu conceda la gran beltà, ch’in India il re Agricane 495fece venir da le caucasee porte con mezza Scizia a guadagnar la morte? | Il narratore deplora che una donna di straordinaria bellezza sia destinata a diventare cibo di un mostro. |
| Ottava 63 La gran beltà, che fu da Sacripante posta inanzi al suo onore e al suo bel regno; la gran beltà, ch’al gran signor d’Anglante 500macchiò la chiara fama e l’alto ingegno; la gran beltà che fe’ tutto Levante sottosopra voltarsi e stare al segno, ora non ha (così è rimasa sola) chi le dia aiuto pur d’una parola. | Angelica, un tempo desiderata da re e paladini e capace di sconvolgere interi eserciti, ora è sola e priva di ogni difesa. |
| Ottava 64 505La bella donna, di gran sonno oppressa, incatenata fu prima che desta. Portaro il frate incantator con essa nel legno pien di turba afflitta e mesta. La vela, in cima all’arbore rimessa, 510rendé la nave all’isola funesta, dove chiuser la donna in rocca forte, fin a quel dì ch’a lei toccò la sorte. | I marinai la incatenano prima che si svegli, imbarcano anche l'eremita e la conducono nella fortezza di Ebuda fino al giorno del sacrificio. |
| Ottava 65 Ma poté sì, per esser tanto bella, la fiera gente muovere a pietade, 515che molti dì le differiron quella morte, e serbarla a gran necessitade; e fin ch’ebber di fuore altra donzella, perdonaro all’angelica beltade. Al mostro fu condotta finalmente, 520piangendo dietro a lei tutta la gente. | La sua bellezza muove a pietà gli isolani, che rimandano la sua morte finché hanno altre vittime; alla fine la conducono piangendo al mostro. |
| Ottava 66 Chi narrerà l’angosce, i pianti, i gridi, l’alta querela che nel ciel penetra? maraviglia ho che non s’apriro i lidi, quando fu posta in su la fredda pietra, 525dove in catena, priva di sussidi, morte aspettava abominosa e tetra. Io nol dirò; che sì il dolor mi muove, che mi sforza voltar le rime altrove, | Angelica viene legata a uno scoglio, disperata e impotente; il narratore dichiara di non poter descrivere tutto il suo dolore. |
| Ottava 67 e trovar versi non tanto lugubri, 530fin che ’l mio spirto stanco si riabbia; che non potrian li squalidi colubri, né l’orba tigre accesa in maggior rabbia, né ciò che da l’Atlante ai liti rubri venenoso erra per la calda sabbia, 535né veder né pensar senza cordoglio, Angelica legata al nudo scoglio. | Neppure gli animali più feroci potrebbero contemplare senza pietà la giovane incatenata sulla roccia nuda. |
| Ottava 68 Oh se l’avesse il suo Orlando saputo, ch’era per ritrovarla ito a Parigi; o li dui ch’ingannò quel vecchio astuto 540col messo che venìa dai luoghi stigi! fra mille morti, per donarle aiuto, cercato avrian gli angelici vestigi: ma che fariano, avendone anco spia, poi che distanti son di tanta via? | Se Orlando o gli altri suoi ammiratori conoscessero il pericolo, affronterebbero qualunque rischio per aiutarla; ma si trovano troppo lontano. |
| Ottava 69 545Parigi intanto avea l’assedio intorno dal famoso figliuol del re Troiano; e venne a tanta estremitade un giorno, che n’andò quasi al suo nimico in mano: e se non che li voti il ciel placorno, 550che dilagò di pioggia oscura il piano, cadea quel dì per l’africana lancia il santo Impero e ’l gran nome di Francia. | Nel frattempo Agramante assedia Parigi e arriva vicino alla vittoria; una pioggia provvidenziale impedisce la caduta della città. |
| Ottava 70 Il sommo Creator gli occhi rivolse al giusto lamentar del vecchio Carlo; 555e con subita pioggia il fuoco tolse: né forse uman saper potea smorzarlo. Savio chiunque a Dio sempre si volse; ch’altri non poté mai meglio aiutarlo. Ben dal devoto re fu conosciuto, 560che si salvò per lo divino aiuto. | Dio risponde alle preghiere di Carlo e spegne l'incendio che nessuna forza umana avrebbe potuto fermare: il re riconosce l'intervento divino. |
| Ottava 71 La notte Orlando alle noiose piume del veloce pensier fa parte assai. Or quinci or quindi il volta, or lo rassume tutto in un loco, e non l’afferma mai: 565qual d’acqua chiara il tremolante lume, dal sol percossa o da’ notturni rai, per gli ampli tetti va con lungo salto a destra ed a sinistra, e basso ed alto. | Di notte Orlando si gira continuamente nel letto e non riesce a calmare la mente agitata. |
| Ottava 72 La donna sua, che gli ritorna a mente, 570anzi che mai non era indi partita, gli raccende nel core e fa più ardente la fiamma che nel dì parea sopita. Costei venuta seco era in Ponente fin dal Cataio; e qui l’avea smarrita, 575né ritrovato poi vestigio d’ella che Carlo rotto fu presso a Bordella. | Il ricordo di Angelica riaccende l'amore del paladino; l'aveva accompagnata dall'Oriente, ma l'aveva perduta dopo la sconfitta di Carlo. |
| Ottava 73 Di questo Orlando avea gran doglia, e seco indarno a sua sciocchezza ripensava. – Cor mio (dicea), come vilmente teco 580mi son portato! ohimè, quanto mi grava che potendoti aver notte e dì meco, quando la tua bontà non mel negava, t’abbia lasciato in man di Namo porre, per non sapermi a tanta ingiuria opporre! | Orlando si rimprovera di aver consegnato Angelica a Namo di Baviera, benché potesse tenerla con sé e proteggerla. |
| Ottava 74 585Non aveva ragione io di scusarme? e Carlo non m’avria forse disdetto: se pur disdetto, e chi potea sforzarme? chi ti mi volea torre al mio dispetto? non poteva io venir più tosto all’arme? 590lasciar più tosto trarmi il cor del petto? Ma né Carlo né tutta la sua gente di tormiti per forza era possente. | Si domanda perché non abbia protestato contro Carlo e se davvero qualcuno avrebbe avuto la forza di strappargli Angelica. |
| Ottava 75 Almen l’avesse posta in guardia buona dentro a Parigi o in qualche rocca forte. 595Che l’abbia data a Namo mi consona, sol perché a perder l’abbia a questa sorte. Chi la dovea guardar meglio persona di me? ch’io dovea farlo fino a morte; guardarla più che ’l cor, che gli occhi miei: 600e dovea e potea farlo, e pur nol fei. | Ritiene assurdo aver affidato la donna a Namo invece di custodirla lui stesso, persino a prezzo della vita. |
| Ottava 76 Deh, dove senza me, dolce mia vita, rimasa sei sì giovane e sì bella? come, poi che la luce è dipartita, riman tra’ boschi la smarrita agnella, 605che dal pastor sperando esser udita, si va lagnando in questa parte e in quella; tanto che ’l lupo l’ode da lontano, e ’l misero pastor ne piagne invano. | Immagina Angelica sola e indifesa, simile a un'agnella smarrita che belando richiama il lupo anziché il pastore. |
| Ottava 77 Dove, speranza mia, dove ora sei? 610vai tu soletta forse ancor errando? o pur t’hanno trovata i lupi rei senza la guardia del tuo fido Orlando? e il fior ch’in ciel potea pormi fra i dei, il fior ch’intatto io mi venìa serbando 615per non turbarti, ohimè! l’animo casto, ohimè! per forza avranno colto e guasto. | Teme che nemici crudeli l'abbiano trovata e le abbiano tolto con violenza la castità che egli aveva rispettato. |
| Ottava 78 Oh infelice! oh misero! che voglio se non morir, se ’l mio bel fior colto hanno? O sommo Dio, fammi sentir cordoglio 620prima d’ogn’altro, che di questo danno. Se questo è ver, con le mie man mi toglio la vita, e l’alma disperata danno. – Così, piangendo forte e sospirando, seco dicea l’addolorato Orlando. | Si dispera all'idea e invoca Dio perché gli risparmi un dolore simile; se la paura fosse vera, vorrebbe uccidersi. |
| Ottava 79 625Già in ogni parte gli animanti lassi davan riposo ai travagliati spirti, chi su le piume, e chi sui duri sassi, e chi su l’erbe, e chi su faggi o mirti: tu le palpebre, Orlando, a pena abbassi, 630punto da’ tuoi pensieri acuti ed irti; né quel sì breve e fuggitivo sonno godere in pace anco lasciar ti ponno. | Mentre tutti dormono, Orlando rimane tormentato dai pensieri e neppure i pochi momenti di sonno gli offrono pace. |
| Ottava 80 Parea ad Orlando, s’una verde riva d’odoriferi fior tutta dipinta, 635mirare il bello avorio, e la nativa purpura ch’avea Amor di sua man tinta, e le due chiare stelle onde nutriva ne le reti d’Amor l’anima avinta: io parlo de’ begli occhi e del bel volto, 640che gli hanno il cor di mezzo il petto tolto. | In sogno gli sembra di vedere Angelica in un prato fiorito, bellissima in volto e negli occhi. |
| Ottava 81 Sentia il maggior piacer, la maggior festa che sentir possa alcun felice amante: ma ecco intanto uscire una tempesta che struggea i fior, ed abbattea le piante: 645non se ne suol veder simile a questa, quando giostra aquilone, austro e levante. Parea che per trovar qualche coperto, andasse errando invan per un deserto. | Nel momento di massima felicità si scatena una tempesta che distrugge il giardino; Orlando fugge cercando invano un riparo. |
| Ottava 82 Intanto l’infelice (e non sa come) 650perde la donna sua per l’aer fosco; onde di qua e di là del suo bel nome fa risonare ogni campagna e bosco. E mentre dice indarno: – Misero me! chi ha cangiata mia dolcezza in tosco? – 655ode la donna sua che gli domanda, piangendo, aiuto, e se gli raccomanda. | Nell'oscurità del sogno perde Angelica, la chiama disperatamente e sente la sua voce che invoca aiuto. |
| Ottava 83 Onde par ch’esca il grido, va veloce, e quinci e quindi s’affatica assai. Oh quanto è il suo dolore aspro ed atroce, 660che non può rivedere i dolci rai! Ecco ch’altronde ode da un’altra voce: – Non sperar più gioirne in terra mai. – A questo orribil grido risvegliossi, e tutto pien di lacrime trovossi. | Corre verso il richiamo, ma una voce annuncia che non potrà più rivederla; Orlando si sveglia piangendo. |
| Ottava 84 665Senza pensar che sian l’immagin false quando per tema o per disio si sogna, de la donzella per modo gli calse, che stimò giunta a danno od a vergogna, che fulminando fuor del letto salse. 670Di piastra e maglia, quanto gli bisogna, tutto guarnissi, e Brigliadoro tolse; né di scudiero alcun servigio volse. | Senza capire che il sogno nasce dalla paura, si convince che Angelica sia in pericolo, si alza e indossa l'armatura. |
| Ottava 85 E per poter entrare ogni sentiero, che la sua dignità macchia non pigli, 675non l’onorata insegna del quartiero, distinta di color bianchi e vermigli, ma portar volse un ornamento nero; e forse acciò ch’al suo dolor simigli: e quello avea già tolto a uno amostante, 680ch’uccise di sua man pochi anni inante. | Per muoversi senza farsi riconoscere rinuncia alle proprie insegne bianche e rosse e prende uno scudo nero, adatto al suo lutto interiore. |
| Ottava 86 Da mezza notte tacito si parte, e non saluta e non fa motto al zio; né al fido suo compagno Brandimarte, che tanto amar solea, pur dice a Dio. 685Ma poi che ’l Sol con l’auree chiome sparte del ricco albergo di Titone uscìo e fe’ l’ombra fugire umida e nera, s’avide il re che ’l paladin non v’era. | A mezzanotte lascia il campo senza avvertire Carlo né l'amico Brandimarte; il mattino seguente il re si accorge della sua assenza. |
| Ottava 87 Con suo gran dispiacer s’avede Carlo 690che partito la notte è ’l suo nipote, quando esser dovea seco e più aiutarlo; e ritener la colera non puote, ch’a lamentarsi d’esso, ed a gravarlo non incominci di biasmevol note: 695e minacciar, se non ritorna, e dire che lo faria di tanto error pentire. | Carlo, furioso perché Orlando ha abbandonato l'esercito nel momento del bisogno, lo rimprovera e minaccia di punirlo se non tornerà. |
| Ottava 88 Brandimarte, ch’Orlando amava a pare di sé medesmo, non fece soggiorno; o che sperasse farlo ritornare, 700o sdegno avesse udirne biasmo e scorno; e volse a pena tanto dimorare, ch’uscisse fuor ne l’oscurar del giorno. A Fiordiligi sua nulla ne disse, perché ’l disegno suo non gl’impedisse. | Brandimarte parte a sua volta alla ricerca dell'amico senza nemmeno congedarsi da Fiordiligi, per non essere trattenuto. |
| Ottava 89 705Era questa una donna che fu molto da lui diletta, e ne fu raro senza; di costumi, di grazia e di bel volto dotata e d’accortezza e di prudenza: e se licenza or non n’aveva tolto, 710fu che sperò tornarle alla presenza il dì medesmo; ma gli accadde poi, che lo tardò più dei disegni suoi. | Fiordiligi è la donna amata da Brandimarte, bella e saggia; egli spera di rivederla presto, ma il viaggio durerà molto più del previsto. |
| Ottava 90 E poi ch’ella aspettato quasi un mese indarno l’ebbe, e che tornar nol vide, 715di desiderio sì di lui s’accese, che si partì senza compagni o guide; e cercandone andò molto paese, come l’istoria al luogo suo dicide. Di questi dua non vi dico or più inante; 720che più m’importa il cavallier d’Anglante. | Dopo averlo aspettato quasi un mese, Fiordiligi parte da sola per cercarlo; il narratore rinvia la sua vicenda e torna a Orlando. |
| Ottava 91 Il qual, poi che mutato ebbe d’Almonte le gloriose insegne, andò alla porta, e disse ne l’orecchio: – Io sono il conte – a un capitan che vi facea la scorta; 725e fattosi abassar subito il ponte, per quella strada che più breve porta agl’inimici, se n’andò diritto. Quel che seguì, ne l’altro canto è scritto. | Orlando raggiunge una porta, rivela sottovoce la propria identità a un capitano e attraversa il ponte, dirigendosi verso i nemici; il seguito verrà narrato dopo. |