L’Orlando furioso · Ludovico Ariosto
Canto sesto
Testo originale e parafrasi
Ogni ottava affianca il testo originale alla parafrasi in italiano contemporaneo.
| Testo originale | Parafrasi |
|---|---|
| Ottava 1 1Miser chi mal oprando si confida ch’ognor star debbia il maleficio occulto; che quando ogn’altro taccia, intorno grida l’aria e la terra istessa in ch’è sepulto: 5e Dio fa spesso che ’l peccato guida il peccator, poi ch’alcun dì gli ha indulto, che sé medesmo, senza altrui richiesta, innavedutamente manifesta. | È illuso chi pensa di poter nascondere per sempre un delitto: prima o poi la verità viene a galla, anche se nessuno parla. Spesso Dio permette che sia proprio il colpevole, senza rendersene conto, a rivelare la propria colpa. |
| Ottava 2 Avea creduto il miser Polinesso 10totalmente il delitto suo coprire, Dalinda consapevole d’appresso levandosi, che sola il potea dire: e aggiungendo il secondo al primo eccesso, affrettò il mal che potea differire, 15e potea differire e schivar forse; ma se stesso spronando, a morir corse: | Polinesso sperava di cancellare ogni prova uccidendo Dalinda, l'unica testimone del suo inganno. Ma aggiungendo un secondo delitto al primo accelerò la scoperta della verità e finì per provocare la propria rovina. |
| Ottava 3 e perdé amici a un tempo e vita e stato, e onor, che fu molto più grave danno. Dissi di sopra, che fu assai pregato 20il cavallier, ch’ancor chi sia non sanno. Al fin si trasse l’elmo, e ’l viso amato scoperse, che più volte veduto hanno: e dimostrò come era Ariodante, per tutta Scozia lacrimato inante; | Il duca ha perduto vita, potere, amici e soprattutto onore. Il cavaliere sconosciuto che aveva combattuto per Ginevra viene nuovamente pregato di mostrare il volto: alla fine si toglie l'elmo e tutti riconoscono Ariodante, creduto morto. |
| Ottava 4 25Ariodante, che Ginevra pianto avea per morto, e ’l fratel pianto avea, il re, la corte, il popul tutto quanto: di tal bontà, di tal valor splendea. Adunque il peregrin mentir di quanto 30dianzi di lui narrò, quivi apparea; e fu pur ver che dal sasso marino gittarsi in mar lo vide a capo chino. | Ariodante era stato pianto da Ginevra, dal fratello Lurcanio, dal re e dall'intera Scozia. Il viandante che aveva raccontato il suo suicidio non mentiva sul salto in mare: aveva visto davvero il giovane gettarsi dalla rupe. |
| Ottava 5 Ma (come aviene a un disperato spesso, che da lontan brama e disia la morte, 35e l’odia poi che se la vede appresso, tanto gli pare il passo acerbo e forte) Ariodante, poi ch’in mar fu messo, si pentì di morire: e come forte e come destro e più d’ogn’altro ardito, 40si messe a nuoto e ritornossi al lito; | Appena si trovò nell'acqua, però, Ariodante si pentì di voler morire: come accade a chi desidera la morte da lontano ma poi ne teme la vicinanza. Essendo fortissimo e abile nel nuoto, riuscì a raggiungere la riva. |
| Ottava 6 e dispregiando e nominando folle il desir ch’ebbe di lasciar la vita, si messe a caminar bagnato e molle, e capitò all’ostel d’un eremita. 45Quivi secretamente indugiar volle tanto, che la novella avesse udita, se del caso Ginevra s’allegrasse, o pur mesta e pietosa ne restasse. | Giudicando folle il gesto appena compiuto, Ariodante camminò bagnato fino alla casa di un eremita e vi rimase nascosto, desideroso di conoscere la reazione di Ginevra alla notizia della sua presunta morte. |
| Ottava 7 Intese prima, che per gran dolore 50ella era stata a rischio di morire (la fama andò di questo in modo fuore, che ne fu in tutta l’isola che dire): contrario effetto a quel che per errore credea aver visto con suo gran martire. 55Intese poi, come Lurcanio avea fatta Ginevra appresso il padre rea. | Seppe che Ginevra era quasi morta di dolore e che il fatto era stato commentato in tutta l'isola: un sentimento incompatibile con il tradimento che credeva di aver visto. Venendo poi a sapere dell'accusa presentata da Lurcanio, comprese che la principessa era in grave pericolo. |
| Ottava 8 Contra il fratel d’ira minor non arse, che per Ginevra già d’amor ardesse; che troppo empio e crudele atto gli parse, 60ancora che per lui fatto l’avesse. Sentendo poi, che per lei non comparse cavallier che difender la volesse (che Lurcanio sì forte era e gagliardo, ch’ognun d’andargli contra avea riguardo; | Ariodante si indignò contro il fratello, il cui comportamento gli parve crudele anche se nato dal desiderio di vendicarlo. La situazione era disperata, perché nessun cavaliere voleva affrontare Lurcanio, noto per il suo straordinario valore. |
| Ottava 9 65e chi n’avea notizia, il riputava tanto discreto, e sì saggio ed accorto, che se non fosse ver quel che narrava, non si porrebbe a rischio d’esser morto; per questo la più parte dubitava 70di non pigliar questa difesa a torto); Ariodante, dopo gran discorsi, pensò all’accusa del fratello opporsi. | Molti inoltre ritenevano Lurcanio una persona saggia e onesta, incapace di inventare deliberatamente una simile accusa, e quindi esitavano a schierarsi per Ginevra. Dopo aver riflettuto, Ariodante decise di difenderla personalmente contro il proprio fratello. |
| Ottava 10 – Ah lasso! io non potrei (seco dicea) sentir per mia cagion perir costei: 75troppo mia morte fôra acerba e rea, se inanzi a me morir vedessi lei. Ella è pur la mia donna e la mia dea, questa è la luce pur degli occhi miei: convien ch’a dritto e a torto, per suo scampo 80pigli l’impresa, e resti morto in campo. | Il giovane non poteva sopportare che Ginevra morisse a causa sua. Sebbene credesse ancora di essere stato tradito, continuava ad amarla e stabilì di combattere per salvarla, anche al prezzo della propria vita. |
| Ottava 11 So ch’io m’appiglio al torto; e al torto sia: e ne morrò; né questo mi sconforta, se non ch’io so che per la morte mia sì bella donna ha da restar poi morta. 85Un sol conforto nel morir mi fia, che, se ’l suo Polinesso amor le porta, chiaramente veder avrà potuto, che non s’è mosso ancor per darle aiuto; | Ariodante pensava di sostenere una causa ingiusta, ma non lo importava: temeva soltanto che la sua sconfitta avrebbe comunque portato alla condanna di Ginevra. Si consolava pensando che, se Polinesso era davvero l'amante della principessa, lei avrebbe almeno visto chi si era presentato a salvarla. |
| Ottava 12 e me, che tanto espressamente ha offeso, 90vedrà, per lei salvare, a morir giunto. Di mio fratello insieme, il quale acceso tanto fuoco ha, vendicherommi a un punto; ch’io lo farò doler, poi che compreso il fine avrà del suo crudele assunto: 95creduto vendicar avrà il germano, e gli avrà dato morte di sua mano. – | Ginevra avrebbe scoperto che proprio l'uomo che riteneva tradito da lei era disposto a morire per difenderla, mentre il suo presunto amante non si muoveva. Ariodante pensava anche di punire il fratello con il rimorso, qualora Lurcanio lo avesse ucciso senza riconoscerlo. |
| Ottava 13 Concluso ch’ebbe questo nel pensiero, nuove arme ritrovò, nuovo cavallo; e sopraveste nere, e scudo nero 100portò, fregiato a color verdegiallo. Per aventura si trovò un scudiero ignoto in quel paese, e menato hallo; e sconosciuto (come ho già narrato) s’appresentò contra il fratello armato. | Deciso a tutto, Ariodante trovò una nuova armatura, un cavallo e insegne scure, così da non essere identificato. Prese con sé uno scudiero straniero e si presentò al duello contro Lurcanio con il volto nascosto. |
| Ottava 14 105Narrato v’ho come il fatto successe, come fu conosciuto Ariodante. Non minor gaudio n’ebbe il re, ch’avesse de la figliuola liberata inante. Seco pensò che mai non si potesse 110trovar un più fedele e vero amante; che dopo tanta ingiuria, la difesa di lei, contra il fratel proprio, avea presa. | Dopo la rivelazione della sua identità, il re gioì per il ritorno di Ariodante quanto aveva già gioito per la salvezza della figlia. Capì di non poter trovare per Ginevra un marito più fedele, poiché l'aveva difesa perfino contro suo fratello dopo averla creduta colpevole. |
| Ottava 15 E per sua inclinazion (ch’assai l’amava) e per li preghi di tutta la corte, 115e di Rinaldo, che più d’altri instava, de la bella figliuola il fa consorte. La duchea d’Albania ch’al re tornava dopo che Polinesso ebbe la morte, in miglior tempo discader non puote, 120poi che la dona alla sua figlia in dote. | Per il proprio affetto verso il cavaliere e per le richieste di Rinaldo e della corte, il re gli concesse la mano di Ginevra. Il ducato d'Albania, rimasto senza signore dopo la morte di Polinesso, fu assegnato alla principessa come dote. |
| Ottava 16 Rinaldo per Dalinda impetrò grazia, che se n’andò di tanto errore esente; la qual per voto, e perché molto sazia era del mondo, a Dio volse la mente: 125monaca s’andò a render fin in Dazia, e si levò di Scozia immantinente. Ma tempo è ormai di ritrovar Ruggiero, che scorre il ciel su l’animal leggiero. | Rinaldo ottenne il perdono per Dalinda, che non era stata consapevole della frode e aveva sofferto molto. La ragazza, stanca del mondo, decise di consacrarsi a Dio e si ritirò in un monastero in Dacia. Il narratore torna poi a Ruggiero e al suo viaggio sull'ippogrifo. |
| Ottava 17 Ben che Ruggier sia d’animo costante, 130né cangiato abbia il solito colore, io non gli voglio creder che tremante non abbia dentro più che foglia il core. Lasciato avea di gran spazio distante tutta l’Europa, ed era uscito fuore 135per molto spazio il segno che prescritto avea già a’ naviganti Ercole invitto. | Ruggiero dimostra all'esterno il suo consueto coraggio, ma il narratore dubita che non provi paura mentre l'ippogrifo lo porta lontanissimo dall'Europa, oltre le colonne d'Ercole che indicavano i confini tradizionali della navigazione. |
| Ottava 18 Quello ippogrifo, grande e strano augello, lo porta via con tal prestezza d’ale, che lasceria di lungo tratto quello 140celer ministro del fulmineo strale. Non va per l’aria altro animal sì snello, che di velocità gli fosse uguale: credo ch’a pena il tuono e la saetta venga in terra dal ciel con maggior fretta. | L'ippogrifo vola a una velocità incredibile, superiore a quella delle creature alate più rapide e paragonabile alla fulminea caduta del lampo dal cielo. Nessun altro animale potrebbe raggiungerlo. |
| Ottava 19 145Poi che l’augel trascorso ebbe gran spazio per linea dritta e senza mai piegarsi, con larghe ruote, omai de l’aria sazio, cominciò sopra una isola a calarsi; pari a quella ove, dopo lungo strazio 150far del suo amante e lungo a lui celarsi, la vergine Aretusa passò invano di sotto il mar per camin cieco e strano. | Dopo un lunghissimo volo in linea retta, l'animale comincia a scendere compiendo ampi cerchi sopra un'isola. Il narratore richiama il mito di Aretusa, trasformata e costretta a fuggire attraverso le acque per sottrarsi al suo inseguitore. |
| Ottava 20 Non vide né ’l più bel né ’l più giocondo da tutta l’aria ove le penne stese; 155né se tutto cercato avesse il mondo, vedria di questo il più gentil paese, ove, dopo un girarsi di gran tondo, con Ruggier seco il grande augel discese: culte pianure e delicati colli, 160chiare acque, ombrose ripe e prati molli. | L'isola che Ruggiero scopre è bellissima, forse più di qualsiasi altro luogo del mondo. L'ippogrifo atterra fra pianure coltivate, dolci colline, ruscelli limpidi, rive ombrose e prati verdi. |
| Ottava 21 Vaghi boschetti di soavi allori, di palme e d’amenissime mortelle, cedri ed aranci ch’avean frutti e fiori contesti in varie forme e tutte belle, 165facean riparo ai fervidi calori de’ giorni estivi con lor spesse ombrelle; e tra quei rami con sicuri voli cantanto se ne gìano i rosignuoli. | Il paesaggio è ricco di boschetti di allori, palme, mirti, cedri e aranci carichi insieme di fiori e frutti. Le chiome degli alberi offrono riparo dal caldo estivo, mentre gli usignoli cantano fra i rami. |
| Ottava 22 Tra le purpuree rose e i bianchi gigli, 170che tiepida aura freschi ognora serba, sicuri si vedean lepri e conigli, e cervi con la fronte alta e superba, senza temer ch’alcun gli uccida o pigli, pascano o stiansi rominando l’erba; 175saltano i daini e i capri isnelli e destri, che sono in copia in quei luoghi campestri. | Fra rose rosse e gigli bianchi vivono tranquille lepri, conigli, cervi, daini e caprioli. Gli animali pascolano senza temere i cacciatori, rendendo l'isola un luogo apparentemente perfetto e pacifico. |
| Ottava 23 Come sì presso è l’ippogrifo a terra, ch’esser ne può men periglioso il salto, Ruggier con fretta de l’arcion si sferra, 180e si ritruova in su l’erboso smalto; tuttavia in man le redine si serra, che non vuol che ’l destrier più vada in alto: poi lo lega nel margine marino a un verde mirto in mezzo un lauro e un pino. | Quando l'ippogrifo si avvicina abbastanza al terreno, Ruggiero salta dalla sella ma non lascia le redini, per impedirgli di volare di nuovo. Lo lega a un mirto verde vicino al mare, tra un alloro e un pino. |
| Ottava 24 185E quivi appresso, ove surgea una fonte cinta di cedri e di feconde palme, pose lo scudo, e l’elmo da la fronte si trasse, e disarmossi ambe le palme; ed ora alla marina ed ora al monte 190volgea la faccia all’aure fresche ed alme, che l’alte cime con mormorii lieti fan tremolar dei faggi e degli abeti. | Ruggiero posa lo scudo presso una fonte circondata da alberi, si toglie l'elmo e i guanti e si gode l'aria fresca. Osserva il mare e i monti e ascolta il vento che muove le fronde dei faggi e degli abeti. |
| Ottava 25 Bagna talor ne la chiara onda e fresca l’asciutte labra, e con le man diguazza, 195acciò che de le vene il calor esca che gli ha acceso il portar de la corazza. Né maraviglia è già ch’ella gl’incresca; che non è stato un far vedersi in piazza: ma senza mai posar, d’arme guernito, 200tremila miglia ognor correndo era ito. | Per rinfrescarsi beve alla sorgente e si bagna le mani e il viso. È accaldato e sfinito dall'armatura, che ha dovuto portare per un viaggio di migliaia di miglia senza riposo. |
| Ottava 26 Quivi stando, il destrier ch’avea lasciato tra le più dense frasche alla fresca ombra, per fuggir si rivolta, spaventato di non so che, che dentro al bosco adombra: 205e fa crollar sì il mirto ove è legato, che de le frondi intorno il piè gli ingombra: crollar fa il mirto, e fa cader la foglia; né succede però che se ne scioglia. | All'improvviso l'ippogrifo si spaventa per qualcosa nel bosco e cerca di fuggire. Strattona violentemente il mirto al quale è legato, facendone tremare i rami e cadere le foglie, ma non riesce a liberarsi. |
| Ottava 27 Come ceppo talor, che le medolle 210rare e vote abbia, e posto al fuoco sia, poi che per gran calor quell’aria molle resta consunta ch’in mezzo l’empìa, dentro risuona e con strepito bolle tanto che quel furor truovi la via; 215così murmura e stride e si corruccia quel mirto offeso, e al fine apre la buccia. | Il mirto comincia a emettere rumori e lamenti, proprio come un tronco cavo che crepita quando viene gettato nel fuoco. Alla fine la corteccia sembra aprirsi per lasciare uscire una voce. |
| Ottava 28 Onde con mesta e flebil voce uscìo espedita e chiarissima favella, e disse: – Se tu sei cortese e pio, 220come dimostri alla presenza bella, lieva questo animal da l’arbor mio: basti che ’l mio mal proprio mi flagella, senza altra pena, senza altro dolore ch’a tormentarmi ancor venga di fuore. – | Dall'albero si sente un lamento umano: una voce triste chiede a Ruggiero, se è davvero cortese, di allontanare l'ippogrifo e di non aggiungere quel dolore alle sofferenze che già deve sopportare. |
| Ottava 29 225Al primo suon di quella voce torse Ruggiero il viso, e subito levosse; e poi ch’uscir da l’arbore s’accorse, stupefatto restò più che mai fosse. A levarne il destrier subito corse; 230e con le guance di vergogna rosse: – Qual che tu sii, perdonami (dicea), o spirto umano, o boschereccia dea. | Ruggiero si gira stupefatto, capisce che la voce proviene dal mirto e libera subito l'animale. Vergognandosi, chiede perdono a qualunque essere si nasconda nella pianta, sia esso uno spirito umano oppure una divinità dei boschi. |
| Ottava 30 Il non aver saputo che s’asconda sotto ruvida scorza umano spirto, 235m’ha lasciato turbar la bella fronda e far ingiuria al tuo vivace mirto: ma non restar però, che non risponda chi tu ti sia, ch’in corpo orrido ed irto, con voce e razionale anima vivi; 240se da grandine il ciel sempre ti schivi. | Il cavaliere spiega che non avrebbe mai ferito l'albero se avesse saputo che custodiva un'anima razionale. Lo prega di rivelare chi sia e perché viva imprigionato in un corpo vegetale. |
| Ottava 31 E s’ora o mai potrò questo dispetto con alcun beneficio compensarte, per quella bella donna ti prometto, quella che di me tien la miglior parte, 245ch’io farò con parole e con effetto, ch’avrai giusta cagion di me lodarte. – Come Ruggiero al suo parlar fin diede, tremò quel mirto da la cima al piede. | Ruggiero promette, in nome della donna amata, di riparare il danno nei limiti delle proprie possibilità. L'albero trema dalla cima alle radici quando finisce di parlare, come se rispondesse al suo gesto di cortesia. |
| Ottava 32 Poi si vide sudar su per la scorza, 250come legno dal bosco allora tratto, che del fuoco venir sente la forza, poscia ch’invano ogni ripar gli ha fatto; e cominciò: – Tua cortesia mi sforza a discoprirti in un medesmo tratto 255ch’io fossi prima, e chi converso m’aggia in questo mirto in su l’amena spiaggia. | La corteccia comincia a sudare come legno fresco accostato al fuoco. Poi la voce dice che, per riconoscenza, racconterà a Ruggiero quale persona fosse un tempo e chi lo abbia trasformato in un mirto. |
| Ottava 33 Il nome mio fu Astolfo; e paladino era di Francia, assai temuto in guerra: d’Orlando e di Rinaldo era cugino, 260la cui fama alcun termine non serra; e si spettava a me tutto il domìno, dopo il mio padre Oton, de l’Inghilterra. Leggiadro e bel fui sì, che di me accesi più d’una donna: e al fin me solo offesi. | L'albero rivela di essere Astolfo, paladino di Francia, cugino di Orlando e Rinaldo e figlio di Ottone, erede al trono d'Inghilterra. Un tempo era un cavaliere bello e ammirato dalle donne, ma la sua vanità finì per rovinarlo. |
| Ottava 34 265Ritornando io da quelle isole estreme che da Levante il mar Indico lava, dopo Rinaldo ed alcun’altri insieme meco fur chiusi in parte oscura e cava, ed onde liberati le supreme 270forze n’avean del cavallier di Brava; vêr ponente io venìa lungo la sabbia che del settentrion sente la rabbia. | Astolfo racconta che, dopo una precedente avventura nelle regioni orientali e una liberazione compiuta con l'aiuto di Orlando, viaggiava verso occidente insieme a Rinaldo e ad altri compagni lungo una costa battuta dai venti del nord. |
| Ottava 35 E come la via nostra e il duro e fello destin ci trasse, uscimmo una matina 275sopra la bella spiaggia, ove un castello siede sul mar, de la possente Alcina. Trovammo lei ch’uscita era di quello, e stava sola in ripa alla marina; e senza rete e senza amo traea 280tutti li pesci al lito, che volea. | Un mattino arrivarono presso una bellissima spiaggia dominata dal castello della maga Alcina. La videro sola vicino al mare, mentre faceva avvicinare a sé i pesci senza usare reti o ami. |
| Ottava 36 Veloci vi correvano i delfini, vi venìa a bocca aperta il grosso tonno; i capidogli coi vecchi marini vengon turbati dal loro pigro sonno; 285muli, salpe, salmoni e coracini nuotano a schiere in più fretta che ponno; pistrici, fisiteri, orche e balene escon del mar con mostruose schiene. | Obbedendo agli incantesimi di Alcina, si radunarono delfini, tonni, foche, salmoni, pesci enormi e perfino gigantesche creature marine, che risalivano dal profondo o uscivano dall'acqua. |
| Ottava 37 Veggiamo una balena, la maggiore 290che mai per tutto il mar veduta fosse: undeci passi e più dimostra fuore de l’onde salse le spallacce grosse. Caschiamo tutti insieme in uno errore, perch’era ferma e che mai non si scosse: 295ch’ella sia una isoletta ci credemo, così distante a l’un da l’altro estremo. | Fra questi animali c'era una balena gigantesca, con una parte del dorso che emergeva dal mare per molti metri. Poiché restava immobile, i cavalieri la scambiarono per una piccola isola. |
| Ottava 38 Alcina i pesci uscir facea de l’ acque con semplici parole e puri incanti. Con la fata Morgana Alcina nacque, 300io non so dir s’a un parto o dopo o inanti. Guardommi Alcina; e subito le piacque l’aspetto mio, come mostrò ai sembianti: e pensò con astuzia e con ingegno tormi ai compagni; e riuscì il disegno. | Alcina attirava i pesci con parole magiche ed era parente della fata Morgana. Vide Astolfo, rimase colpita dalla sua bellezza e escogitò subito un piano per separarlo dagli amici. |
| Ottava 39 305Ci venne incontra con allegra faccia con modi graziosi e riverenti, e disse: – Cavallier, quando vi piaccia far oggi meco i vostri alloggiamenti, io vi farò veder, ne la mia caccia, 310di tutti i pesci sorti differenti: chi scaglioso, chi molle e chi col pelo; e saran più che non ha stelle il cielo. | La maga si avvicinò sorridendo e invitò i cavalieri a trascorrere la giornata con lei. Promise di mostrare una straordinaria varietà di creature del mare, più numerose delle stelle. |
| Ottava 40 E volendo vedere una sirena che col suo dolce canto acheta il mare, 315passian di qui fin su quell’altra arena, dove a quest’ora suol sempre tornare. – E ci mostrò quella maggior balena, che, come io dissi, una isoletta pare. Io, che sempre fui troppo (e me n’incresce) 320volonteroso, andai sopra quel pesce. | Alcina propose anche di andare a vedere una sirena dal canto capace di calmare le onde e indicò la grande balena, fatta passare per un'isola. Astolfo, troppo curioso e impetuoso, salì sul suo dorso. |
| Ottava 41 Rinaldo m’accennava, e similmente Dudon, ch’io non v’andassi: e poco valse. La fata Alcina con faccia ridente, lasciando gli altri dua, dietro mi salse. 325La balena, all’ufficio diligente, nuotando se n’andò per l’onde salse. Di mia sciocchezza tosto fui pentito; ma troppo mi trovai lungi dal lito. | Rinaldo e Dudone cercarono inutilmente di fermarlo. Alcina salì a sua volta sull'animale, che cominciò a nuotare allontanandosi dalla riva. Astolfo si pentì immediatamente, ma era troppo tardi. |
| Ottava 42 Rinaldo si cacciò ne l’acqua a nuoto 330per aiutarmi, e quasi si sommerse, perché levossi un furioso Noto che d’ombra il cielo e ’l pelago coperse. Quel che di lui seguì poi, non m’è noto. Alcina a confortarmi si converse; 335e quel dì tutto e la notte che venne, sopra quel mostro in mezzo il mar mi tenne. | Rinaldo tentò perfino di raggiungerlo a nuoto, rischiando di annegare quando si alzò una tempesta improvvisa. Astolfo non seppe più nulla di lui; Alcina intanto lo consolava mentre la balena li portava attraverso il mare per tutto il giorno e la notte. |
| Ottava 43 Fin che venimmo a questa isola bella, di cui gran parte Alcina ne possiede, e l’ha usurpata ad una sua sorella 340che ’l padre già lasciò del tutto erede, perché sola legitima avea quella; e (come alcun notizia me ne diede, che pienamente istrutto era di questo) sono quest’altre due nate d’incesto. | Giunsero infine sull'isola bellissima dove ora si trova Ruggiero. Astolfo scoprì che Alcina aveva usurpato gran parte del territorio a sua sorella Logistilla, unica erede legittima del padre; Alcina e Morgana erano invece considerate figlie di una relazione incestuosa. |
| Ottava 44 345E come sono inique e scelerate e piene d’ogni vizio infame e brutto così quella, vivendo in castitate, posto ha ne le virtuti il suo cor tutto. Contra lei queste due son congiurate; 350e già più d’uno esercito hanno istrutto per cacciarla de l’isola, e in più volte più di cento castella l’hanno tolte: | A differenza delle due sorelle, malvagie e dedite ai vizi, Logistilla vive nella castità e pratica ogni virtù. Alcina e Morgana le hanno mosso guerra con molti eserciti e le hanno sottratto più di cento castelli. |
| Ottava 45 né ci terrebbe ormai spanna di terra colei, che Logistilla è nominata, 355se non che quinci un golfo il passo serra, e quindi una montagna inabitata, sì come tien la Scozia e l’Inghilterra il monte e la riviera separata; né però Alcina né Morgana resta 360che non le voglia tor ciò che le resta. | Logistilla avrebbe perso tutti i suoi territori se non fosse protetta da un golfo e da montagne inaccessibili. Le sorelle non rinunciano comunque al desiderio di conquistarne anche gli ultimi possedimenti. |
| Ottava 46 Perché di vizi è questa coppia rea, odia colei, perché è pudica e santa. Ma, per tornare a quel ch’io ti dicea, e seguir poi com’io divenni pianta, 365Alcina in gran delizie mi tenea, e del mio amore ardeva tutta quanta; né minor fiamma nel mio core accese il veder lei sì bella e sì cortese. | Le due fate viziose odiano Logistilla proprio perché è onesta e virtuosa. Astolfo riprende il suo racconto: Alcina gli mostrò grandissimo affetto e lo colmò di piaceri, mentre lui si innamorò della sua bellezza e della sua apparente gentilezza. |
| Ottava 47 Io mi godea le delicate membra; 370pareami aver qui tutto il ben raccolto che fra i mortali in più parti si smembra, a chi più ed a chi meno e a nessun molto; né di Francia né d’altro mi rimembra: stavami sempre a contemplar quel volto: 375ogni pensiero, ogni mio bel disegno in lei finia, né passava oltre il segno. | Astolfo credeva di aver trovato nell'amore di Alcina tutti i beni desiderabili e dimenticò la Francia, gli amici e ogni altro progetto. Non faceva che contemplarla e pensare a lei in ogni momento. |
| Ottava 48 Io da lei altretanto era o più amato: Alcina più non si curava d’altri; ella ogn’altro suo amante avea lasciato, 380ch’inanzi a me ben ce ne fur degli altri. Me consiglier, me avea dì e notte a lato, e me fe’ quel che commandava agli altri: a me credeva, a me si riportava; né notte o dì con altri mai parlava. | Anche Alcina sembrava completamente innamorata di lui: aveva abbandonato gli amanti precedenti, lo teneva sempre accanto, gli confidava ogni decisione e gli lasciava una grande autorità nel suo regno. |
| Ottava 49 385Deh! perché vo le mie piaghe toccando, senza speranza poi di medicina? perché l’avuto ben vo rimembrando, quando io patisco estrema disciplina? Quando credea d’esser felice, e quando 390credea ch’amar più mi dovesse Alcina, il cor che m’avea dato si ritolse, e ad altro nuovo amor tutta si volse. | Ricordando quella felicità perduta, Astolfo si interrompe con dolore. Proprio quando credeva di essere amato per sempre, Alcina gli tolse improvvisamente il suo affetto e rivolse l'attenzione a un nuovo amante. |
| Ottava 50 Conobbi tardi il suo mobil ingegno, usato amare e disamare a un punto. 395Non era stato oltre a duo mesi in regno, ch’un novo amante al loco mio fu assunto. Da sé cacciommi la fata con sdegno, e da la grazia sua m’ebbe disgiunto: e seppi poi, che tratti a simil porto 400avea mill’altri amanti, e tutti a torto. | Astolfo scoprì troppo tardi quanto fosse incostante Alcina: in meno di due mesi era già stato sostituito. La maga lo scacciò e il cavaliere seppe che molti altri uomini avevano subito la stessa sorte. |
| Ottava 51 E perché essi non vadano pel mondo di lei narrando la vita lasciva, chi qua chi là, per lo terren fecondo li muta, altri in abete, altri in oliva, 405altri in palma, altri in cedro, altri secondo che vedi me su questa verde riva; altri in liquido fonte, alcuni in fiera, come più agrada a quella fata altiera. | Per impedire ai vecchi amanti di raccontare la sua condotta, Alcina li trasformava con la magia in alberi di diverse specie, fonti d'acqua o animali, secondo il proprio capriccio. Astolfo era diventato il mirto a cui Ruggiero aveva legato l'ippogrifo. |
| Ottava 52 Or tu che sei per non usata via, 410signor, venuto all’isola fatale, acciò ch’alcuno amante per te sia converso in pietra o in onda, o fatto tale; avrai d’Alcina scettro e signoria, e sarai lieto sopra ogni mortale: 415ma certo sii di giunger tosto al passo d’entrar o in fiera o in fonte o in legno o in sasso. | Astolfo avverte Ruggiero che Alcina probabilmente lo accoglierà con grandi onori, gli darà l'illusione di una felicità eccezionale e poi, quando sarà stanca di lui, lo muterà in pianta, roccia, acqua o animale. |
| Ottava 53 Io te n’ho dato volentieri aviso; non ch’io mi creda che debbia giovarte: pur meglio fia che non vadi improviso, 420e de’ costumi suoi tu sappia parte; che forse, come è differente il viso, è differente ancor l’ingegno e l’arte. Tu saprai forse riparare al danno, quel che saputo mill’altri non hanno. – | Il paladino dice di non sapere se il suo avvertimento basterà, ma spera che Ruggiero, conoscendo in anticipo gli inganni della maga, riesca a evitarli meglio degli innumerevoli uomini che lo hanno preceduto. |
| Ottava 54 425Ruggier, che conosciuto avea per fama ch’Astolfo alla sua donna cugin era, si dolse assai che in steril pianta e grama mutato avesse la sembianza vera; e per amor di quella che tanto ama 430(pur che saputo avesse in che maniera) gli avria fatto servizio: ma aiutarlo in altro non potea, ch’in confortarlo. | Ruggiero riconosce il nome di Astolfo, cugino della sua amata Bradamante, e prova pietà per la sua sorte. Vorrebbe aiutarlo per amore di lei, ma non conosce un modo per sciogliere l'incantesimo e può solo consolarlo. |
| Ottava 55 Lo fe’ al meglio che seppe; e domandolli poi se via c’era, ch’al regno guidassi 435di Logistilla, o per piano o per colli, sì che per quel d’Alcina non andassi. Che ben ve n’era un’altra, ritornolli l’arbore a dir, ma piena d’aspri sassi, s’andando un poco inanzi alla man destra 440salisse il poggio invêr la cima alpestra. | Ruggiero chiede se esiste una strada per raggiungere Logistilla senza passare per i domini di Alcina. Astolfo risponde che c'è un percorso sulle colline a destra, molto accidentato ma almeno lontano dalla strada principale della maga. |
| Ottava 56 Ma che non pensi già che seguir possa il suo camin per quella strada troppo: incontro avrà di gente ardita, grossa e fiera compagnia, con duro intoppo. 445Alcina ve li tien per muro e fossa a chi volesse uscir fuor del suo groppo. Ruggier quel mirto ringraziò del tutto, poi da lui si partì dotto ed istrutto. | Il mirto avverte tuttavia che quella via è difesa da una schiera di esseri violenti al servizio di Alcina, incaricati di impedire la fuga dei viaggiatori. Ruggiero ringrazia Astolfo e si mette in cammino. |
| Ottava 57 Venne al cavallo, e lo disciolse e prese 450per le redine, e dietro se lo trasse; né, come fece prima, più l’ascese, perché mal grado suo non lo portasse. Seco pensava come nel paese di Logistilla a salvamento andasse. 455Era disposto e fermo usar ogni opra, che non gli avesse imperio Alcina sopra. | Scioglie l'ippogrifo, ma decide di condurlo per le redini, invece di montarlo, temendo che l'animale possa trascinarlo in volo senza obbedire. Intende raggiungere Logistilla ed evitare a ogni costo il potere di Alcina. |
| Ottava 58 Pensò di rimontar sul suo cavallo, e per l’aria spronarlo a nuovo corso: ma dubitò di far poi maggior fallo; 460che troppo mal quel gli ubidiva al morso. – Io passerò per forza, s’io non fallo, – dicea tra sé, ma vano era il discorso. Non fu duo miglia lungi alla marina, che la bella città vide d’Alcina. | Ruggiero pensa di volare nuovamente via, ma ricorda quanto l'ippogrifo sia difficile da dirigere. Decide allora di affrontare gli ostacoli a piedi. Dopo poco vede la splendida città di Alcina non lontana dal mare. |
| Ottava 59 465Lontan si vide una muraglia lunga che gira intorno, e gran paese serra; e par che la sua altezza al ciel s’aggiunga, e d’oro sia da l’alta cima a terra. Alcun dal mio parer qui si dilunga, 470e dice ch’ell’è alchimia: e forse ch’erra; ed anco forse meglio di me intende: a me par oro, poi che sì risplende. | Una lunghissima muraglia circonda la città e risplende come se fosse completamente d'oro. Il narratore osserva ironicamente che alcuni sostengono si tratti di un artificio alchemico e non di oro autentico, ma ai suoi occhi sembra davvero preziosissimo. |
| Ottava 60 Come fu presso alle sì ricche mura, che ’l mondo altre non ha de la lor sorte, 475lasciò la strada che per la pianura ampla e diritta andava alle gran porte; ed a man destra, a quella più sicura, ch’al monte già, piegossi il guerrier forte: ma tosto ritrovò l’iniqua frotta, 480dal cui furor gli fu turbata e rotta. | Ruggiero evita la strada larga e comoda che porta direttamente alle porte dorate e imbocca il sentiero più sicuro sulla destra, verso le montagne. Incontra però proprio la schiera di mostri che Astolfo gli aveva descritto. |
| Ottava 61 Non fu veduta mai più strana torma, più monstruosi volti e peggio fatti: alcun’ dal collo in giù d’uomini han forma, col viso altri di simie, altri di gatti; 485stampano alcun con piè caprigni l’orma; alcuni son centauri agili ed atti; son gioveni impudenti e vecchi stolti, chi nudi e chi di strane pelli involti. | I guardiani hanno aspetti mostruosi: alcuni sono umani solo in parte, altri hanno teste di scimmia o di gatto, zampe caprine o corpi da centauro. Fra loro ci sono giovani sfrontati, vecchi ridicoli e creature vestite di pelli o quasi nude. |
| Ottava 62 Chi senza freno in s’un destrier galoppa, 490chi lento va con l’asino o col bue, altri salisce ad un centauro in groppa, struzzoli molti han sotto, aquile e grue; ponsi altri a bocca il corno, altri la coppa; chi femina è, chi maschio, e chi amendue; 495chi porta uncino e chi scala di corda, chi pal di ferro e chi una lima sorda. | La strana folla procede su cavalli, asini, buoi, centauri, struzzi e grandi uccelli. Alcuni portano corni o coppe, altri uncini, scale o attrezzi; i loro sessi e le loro forme sono confusi e grotteschi. |
| Ottava 63 Di questi il capitano si vedea aver gonfiato il ventre, e ’l viso grasso; il qual su una testuggine sedea, 500che con gran tardità mutava il passo. Avea di qua e di là chi lo reggea, perché egli era ebro, e tenea il ciglio basso: altri la fronte gli asciugava e il mento, altri i panni scuotea per fargli vento. | Il capo della banda è un uomo dal ventre enorme e dal volto gonfio, seduto su una tartaruga lentissima. È così ubriaco da dover essere sorretto dai servitori, che gli asciugano il sudore e lo rinfrescano. |
| Ottava 64 505Un ch’avea umana forma i piedi e ’l ventre, e collo avea di cane, orecchie e testa, contra Ruggiero abaia, acciò ch’egli entre ne la bella città ch’a dietro resta. Rispose il cavallier: – Nol farò, mentre 510avrà forza la man di regger questa! – e gli mostra la spada, di cui volta avea l’aguzza punta alla sua volta. | Una creatura con corpo umano e testa di cane abbaia contro Ruggiero, intimandogli di entrare nella città della maga. Il cavaliere risponde che non lo farà finché avrà la forza di reggere la spada e minaccia il mostro con la punta dell'arma. |
| Ottava 65 Quel mostro lui ferir vuol d’una lancia, ma Ruggier presto se gli aventa addosso: 515una stoccata gli trasse alla pancia, e la fe’ un palmo riuscir pel dosso. Lo scudo imbraccia, e qua e là si lancia, ma l’inimico stuolo è troppo grosso: l’un quinci il punge, e l’altro quindi afferra: 520egli s’arrosta, e fa lor aspra guerra. | Il mostro cerca di ferirlo con la lancia, ma Ruggiero gli si avventa addosso e lo trafigge da parte a parte. Subito altri esseri lo circondano, attaccandolo da ogni lato; il cavaliere si difende con grande energia. |
| Ottava 66 L’un sin a’ denti, e l’altro sin al petto partendo va di quella iniqua razza; ch’alla sua spada non s’oppone elmetto, né scudo, né panziera, né corazza: 525ma da tutte le parti è così astretto, che bisogno saria, per trovar piazza e tener da sé largo il popul reo, d’aver più braccia e man che Briareo. | Ruggiero uccide e ferisce molti assalitori: le loro armature non resistono alla sua spada. Il numero dei nemici è però così elevato che, per tenerli lontani, gli servirebbero le cento braccia del gigante Briareo. |
| Ottava 67 Se di scoprire avesse avuto aviso 530lo scudo che già fu del negromante (io dico quel ch’abbarbagliava il viso, quel ch’all’arcione avea lasciato Atlante), subito avria quel brutto stuol conquiso e fattosel cader cieco davante; 535e forse ben, che disprezzò quel modo, perché virtude usar volse, e non frodo. | Avrebbe potuto scoprire lo scudo luminoso sottratto ad Atlante per accecare e atterrare tutti i mostri in un istante. Forse non ci pensa, oppure lo disprezza perché preferisce vincere con il proprio coraggio anziché con uno stratagemma magico. |
| Ottava 68 Sia quel che può, più tosto vuol morire, che rendersi prigione a sì vil gente. Eccoti intanto da la porta uscire 540del muro, ch’io dicea d’oro lucente, due giovani ch’ai gesti ed al vestire non eran da stimar nate umilmente, né da pastor nutrite con disagi, ma fra delizie di real palagi. | Ruggiero decide che è meglio morire che arrendersi a una banda tanto vile. Proprio allora dalle porte dorate escono due ragazze eleganti e nobili, chiaramente abituate a vivere tra le ricchezze di una corte. |
| Ottava 69 545L’una e l’altra sedea s’un liocorno, candido più che candido armelino; l’una e l’altra era bella, e di sì adorno abito, e modo tanto pellegrino, che a l’uom, guardando e contemplando intorno, 550bisognerebbe aver occhio divino per far di lor giudizio: e tal saria Beltà, s’avesse corpo, e Leggiadria. | Entrambe cavalcano unicorni bianchissimi e hanno una bellezza e una grazia straordinarie, come se Bellezza e Leggiadria fossero diventate persone in carne e ossa. |
| Ottava 70 L’una e l’altra n’andò dove nel prato Ruggiero è oppresso da lo stuol villano. 555Tutta la turba si levò da lato; e quelle al cavallier porser la mano, che tinto in viso di color rosato, le donne ringraziò de l’atto umano: e fu contento, compiacendo loro, 560di ritornarsi a quella porta d’oro. | Le ragazze si avvicinano al luogo dello scontro: i mostri si allontanano immediatamente. Le due offrono aiuto a Ruggiero, che le ringrazia e accetta di tornare con loro verso la porta dorata della città. |
| Ottava 71 L’adornamento che s’aggira sopra la bella porta e sporge un poco avante, parte non ha che tutta non si cuopra de le più rare gemme di Levante. 565Da quattro parti si riposa sopra grosse colonne d’integro diamante. O ver o falso ch’all’occhio risponda, non è cosa più bella o più gioconda. | La porta è ornata da gemme preziose ed è sostenuta da colonne di diamante. Tutto brilla al punto da sembrare la costruzione più bella del mondo, anche se il narratore lascia intendere che l'apparenza possa ingannare. |
| Ottava 72 Su per la soglia e fuor per le colonne 570corron scherzando lascive donzelle, che, se i rispetti debiti alle donne servasser più, sarian forse più belle. Tutte vestite eran di verdi gonne, e coronate di frondi novelle. 575Queste, con molte offerte e con buon viso, Ruggier fecero entrar nel paradiso: | Presso l'ingresso giocano ragazze giovani e provocanti, vestite di verde e coronate di foglie. Con modi cordiali e promesse invitano Ruggiero a entrare nel giardino, che per la sua bellezza sembra un paradiso. |
| Ottava 73 che si può ben così nomar quel loco, ove mi credo che nascesse Amore. Non vi si sta se non in danza e in giuoco, 580e tutte in festa vi si spendon l’ore: pensier canuto né molto né poco si può quivi albergare in alcun core: non entra quivi disagio né inopia, ma vi sta ognor col corno pien la Copia. | Nel luogo regnano danza, musica, giochi e feste continue. Nessuno sembra conoscere vecchiaia, pensieri dolorosi, povertà o privazioni: ogni desiderio viene apparentemente soddisfatto. |
| Ottava 74 585Qui, dove con serena e lieta fronte par ch’ognor rida il grazioso aprile, gioveni e donne son: qual presso a fonte canta con dolce e dilettoso stile; qual d’un arbore all’ombra e qual d’un monte 590o giuoca o danza o fa cosa non vile; e qual, lungi dagli altri, a un suo fedele discuopre l’amorose sue querele. | È come se lì la primavera durasse per sempre. Giovani uomini e donne cantano presso le fonti, si divertono sotto gli alberi, ballano oppure, appartati, confidano le proprie pene d'amore. |
| Ottava 75 Per le cime dei pini e degli allori, degli alti faggi e degl’irsuti abeti, 595volan scherzando i pargoletti Amori: di lor vittorie altri godendo lieti, altri pigliando a saettare i cori, la mira quindi, altri tendendo reti; chi tempra dardi ad un ruscel più basso, 600e chi gli aguzza ad un volubil sasso. | Piccoli Amorini volano fra pini, allori e abeti: alcuni festeggiano le proprie conquiste, altri preparano frecce e reti per colpire nuovi cuori. Ogni particolare richiama il potere seducente dell'amore. |
| Ottava 76 Quivi a Ruggier un gran corsier fu dato, forte, gagliardo, e tutto di pel sauro, ch’avea il bel guernimento ricamato di preziose gemme e di fin auro; 605e fu lasciato in guardia quello alato, quel che solea ubidire al vecchio Mauro, a un giovene che dietro lo menassi al buon Ruggier, con men frettosi passi. | A Ruggiero viene dato un forte cavallo dal mantello sauro, con finimenti riccamente decorati d'oro e pietre. L'ippogrifo è affidato a un giovane servitore, incaricato di condurlo lentamente al seguito del cavaliere. |
| Ottava 77 Quelle due belle giovani amorose 610ch’avean Ruggier da l’empio stuol difeso, da l’empio stuol che dianzi se gli oppose su quel camin ch’avea a man destra preso, gli dissero: – Signor, le virtuose opere vostre che già abbiamo inteso, 615ne fan sì ardite, che l’aiuto vostro vi chiederemo a beneficio nostro. | Le due fanciulle che lo hanno salvato dalla folla lo lodano per le sue imprese e gli chiedono di offrire il proprio aiuto anche a loro, confidando nella sua generosità e nel suo valore. |
| Ottava 78 Noi troverem tra via tosto una lama, che fa due parti di questa pianura. Una crudel, che Erifilla si chiama, 620difende il ponte, e sforza e inganna e fura chiunque andar ne l’altra ripa brama; ed ella è gigantessa di statura, li denti ha lunghi e velenoso il morso, acute l’ugne, e graffia come un orso. | Gli spiegano che lungo il cammino incontreranno un ponte su uno stagno, difeso da Erifilla, gigantessa feroce dai denti velenosi e dagli artigli taglienti. La donna aggredisce, inganna e deruba chiunque tenti di attraversarlo. |
| Ottava 79 625Oltre che sempre ci turbi il camino, che libero saria se non fosse ella, spesso, correndo per tutto il giardino, va disturbando or questa cosa or quella. Sappiate che del populo assassino 630che vi assalì fuor de la porta bella, molti suoi figli son, tutti seguaci, empi, come ella, inospiti e rapaci. – | Erifilla non si limita a impedire il passaggio: invade spesso il giardino e lo sconvolge. Molti dei mostri che hanno assalito Ruggiero sono figli suoi e condividono la stessa crudeltà e avidità. |
| Ottava 80 Ruggier rispose: – Non ch’una battaglia, ma per voi sarò pronto a farne cento: 635di mia persona, in tutto quel che vaglia, fatene voi secondo il vostro intento; che la cagion ch’io vesto piastra e maglia, non è per guadagnar terre né argento, ma sol per farne beneficio altrui, 640tanto più a belle donne come vui. – | Ruggiero promette di combattere per loro anche cento volte, se necessario. Spiega di portare le armi non per conquistare terre o ricchezze, ma per aiutare gli altri, specialmente donne che si mostrino degne della sua cortesia. |
| Ottava 81 Le donne molte grazie riferiro degne d’un cavallier, come quell’era: e così ragionando ne veniro dove videro il ponte e la riviera; 645e di smeraldo ornata e di zaffiro su l’arme d’or, vider la donna altiera. Ma dir ne l’altro canto differisco, come Ruggier con lei si pose a risco. | Le due fanciulle lo ringraziano e proseguono insieme a lui fino a vedere il ponte e la sua difensora, che indossa un'armatura decorata con smeraldi e zaffiri. Il narratore interrompe qui il racconto e rimanda al canto successivo lo scontro con Erifilla. |