L’Orlando furioso · Ludovico Ariosto
Canto quinto
Testo originale e parafrasi
Ogni ottava affianca il testo originale alla parafrasi in italiano contemporaneo.
| Testo originale | Parafrasi |
|---|---|
| Ottava 1 1Tutti gli altri animai che sono in terra, o che vivon quieti e stanno in pace, o se vengono a rissa e si fan guerra, alla femina il maschio non la face: 5l’orsa con l’orso al bosco sicura erra, la leonessa appresso il leon giace; col lupo vive la lupa sicura, né la iuvenca ha del torel paura. | Il narratore osserva che, anche fra gli animali più feroci, i maschi generalmente non combattono contro le femmine della loro specie. Orsi, leoni, lupi e bovini convivono senza che le femmine debbano temere di essere aggredite dai propri compagni. |
| Ottava 2 Ch’abominevol peste, che Megera 10è venuta a turbar gli umani petti? che si sente il marito e la mogliera sempre garrir d’ingiuriosi detti, stracciar la faccia e far livida e nera, bagnar di pianto i geniali letti; 15e non di pianto sol, ma alcuna volta di sangue gli ha bagnati l’ira stolta. | Si domanda quale terribile follia abbia invece sconvolto gli uomini: tra marito e moglie non mancano insulti, percosse, pianti e talvolta persino omicidi. L'ira può trasformare il luogo dell'amore coniugale in uno scenario di violenza. |
| Ottava 3 Parmi non sol gran mal, ma che l’uom faccia contra natura e sia di Dio ribello, che s’induce a percuotere la faccia 20di bella donna, o romperle un capello: ma chi le dà veneno, o chi le caccia l’alma del corpo con laccio o coltello, ch’uomo sia quel non crederò in eterno, ma in vista umana uno spirto de l’inferno. | Ariosto considera contrario alla natura e alla volontà divina anche soltanto colpire una donna; chi arriva ad avvelenarla o ad assassinarla non merita neppure il nome di essere umano, perché si comporta come una creatura infernale. |
| Ottava 4 25Cotali esser doveano i duo ladroni che Rinaldo cacciò da la donzella, da lor condotta in quei scuri valloni perché non se n’udisse più novella. Io lasciai ch’ella render le cagioni 30s’apparechiava di sua sorte fella al paladin, che le fu buono amico: or, seguendo l’istoria, così dico. | Assomigliano a questi assassini i due delinquenti che volevano uccidere la ragazza salvata da Rinaldo nel canto precedente. Il narratore riprende il racconto dal momento in cui la giovane sta per spiegare al paladino le cause della propria sventura. |
| Ottava 5 La donna incominciò: – Tu intenderai la maggior crudeltade e la più espressa, 35ch’in Tebe e in Argo o ch’in Micene mai, o in loco più crudel fosse commessa. E se rotando il sole i chiari rai, qui men ch’all’altre region s’appressa, credo ch’a noi malvolentieri arrivi, 40perché veder sì crudel gente schivi. | La ragazza annuncia che Rinaldo ascolterà una vicenda di crudeltà superiore a quelle ricordate nelle tragedie antiche. Aggiunge che forse il sole illumina malvolentieri quella regione, per non essere costretto a vedere uomini tanto malvagi. |
| Ottava 6 Ch’agli nemici gli uomini sien crudi, in ogni età se n’è veduto esempio; ma dar la morte a chi procuri e studi il tuo ben sempre, è troppo ingiusto ed empio. 45E acciò che meglio il vero io ti denudi, perché costor volessero far scempio degli anni verdi miei contra ragione, ti dirò da principio ogni cagione. | È purtroppo normale, dice, che gli uomini siano crudeli con i nemici; è molto peggio uccidere chi ha sempre cercato di fare il proprio bene. Per spiegare perché due uomini volessero ammazzarla, decide di raccontare tutto fin dall'inizio. |
| Ottava 7 Voglio che sappi, signor mio, ch’essendo 50tenera ancora, alli servigi venni de la figlia del re, con cui crescendo, buon luogo in corte ed onorato tenni. Crudele Amore, al mio stato invidendo, fe’ che seguace, ahi lassa! gli divenni: 55fe’ d’ogni cavallier, d’ogni donzello parermi il duca d’Albania più bello. | La giovane si chiama Dalinda. Entrò ancora bambina al servizio di Ginevra, figlia del re di Scozia, e crebbe nella corte occupando una posizione rispettata. Poi si innamorò perdutamente di Polinesso, duca d'Albania, che ai suoi occhi sembrava più bello di qualunque altro cavaliere. |
| Ottava 8 Perché egli mostrò amarmi più che molto, io ad amar lui con tutto il cor mi mossi. Ben s’ode il ragionar, si vede il volto, 60ma dentro il petto mal giudicar possi. Credendo, amando, non cessai che tolto l’ebbi nel letto, e non guardai ch’io fossi di tutte le real camere in quella che più secreta avea Ginevra bella; | Polinesso le fece credere di ricambiare il suo amore e Dalinda gli affidò completamente il cuore. Incapace di conoscere le sue vere intenzioni, accettò di incontrarlo di nascosto nella camera più riservata della principessa Ginevra. |
| Ottava 9 65dove tenea le sue cose più care, e dove le più volte ella dormia. Si può di quella in s’un verrone entrare, che fuor del muro al discoperto uscìa. Io facea il mio amator quivi montare; 70e la scala di corde onde salia io stessa dal verron giù gli mandai qual volta meco aver lo desiai: | La stanza di Ginevra comunicava con un balcone esterno. Quando desiderava vedere Polinesso, Dalinda calava da quel balcone una scala di corda, permettendogli di salire senza passare per le porte del palazzo. |
| Ottava 10 che tante volte ve lo fei venire, quante Ginevra me ne diede l’agio, 75che solea mutar letto, or per fuggire il tempo ardente, or il brumal malvagio. Non fu veduto d’alcun mai salire; però che quella parte del palagio risponde verso alcune case rotte, 80dove nessun mai passa o giorno o notte. | Dalinda poteva organizzare quegli incontri quando Ginevra dormiva altrove per il caldo o per il freddo. La zona del palazzo affacciava su edifici abbandonati, dove nessuno passava, così nessuno vedeva entrare il duca. |
| Ottava 11 Continuò per molti giorni e mesi tra noi secreto l’amoroso gioco: sempre crebbe l’amore; e sì m’accesi, che tutta dentro io mi sentia di foco: 85e cieca ne fui sì, ch’io non compresi ch’egli fingeva molto, e amava poco; ancor che li suo’ inganni discoperti esser doveanmi a mille segni certi. | Per mesi la relazione rimase segreta e Dalinda si innamorò sempre più intensamente. La passione la rese però incapace di accorgersi che Polinesso ricambiava solo in apparenza: c'erano molti indizi dei suoi inganni, ma lei li ignorò. |
| Ottava 12 Dopo alcun dì si mostrò nuovo amante 90de la bella Ginevra. Io non so appunto s’allora cominciasse, o pur inante de l’amor mio, n’avesse il cor già punto. Vedi s’in me venuto era arrogante, s’imperio nel mio cor s’aveva assunto; 95che mi scoperse, e non ebbe rossore chiedermi aiuto in questo nuovo amore. | Un giorno il duca dichiarò di desiderare Ginevra. Dalinda non sa se si fosse innamorato allora o già prima, ma ricorda l'arroganza con cui lui le chiese addirittura di aiutarlo a conquistare un'altra donna. |
| Ottava 13 Ben mi dicea ch’uguale al mio non era, né vero amor quel ch’egli avea a costei; ma simulando esserne acceso, spera 100celebrarne i legitimi imenei. Dal re ottenerla fia cosa leggiera, qualor vi sia la volontà di lei; che di sangue e di stato in tutto il regno non era, dopo il re, di lu’ il più degno. | Polinesso sosteneva di non amare davvero Ginevra come amava Dalinda: avrebbe simulato la passione solo per sposare la principessa. Era uno dei nobili più importanti dopo il re e riteneva di poter ottenere facilmente il matrimonio se Ginevra avesse acconsentito. |
| Ottava 14 105Mi persuade, se per opra mia potesse al suo signor genero farsi (che veder posso che se n’alzeria a quanto presso al re possa uomo alzarsi), che me n’avria buon merto, e non saria 110mai tanto beneficio per scordarsi; e ch’alla moglie e ch’ad ogni altro inante mi porrebbe egli in sempre essermi amante. | Il duca prometteva a Dalinda che, se fosse diventato genero del sovrano grazie al suo aiuto, l'avrebbe ricompensata e avrebbe continuato ad amarla anche dopo le nozze. Lei, dominata dalla passione, gli credette. |
| Ottava 15 Io, ch’era tutta a satisfargli intenta, né seppi o volsi contradirgli mai, 115e sol quei giorni io mi vidi contenta, ch’averlo compiaciuto mi trovai; piglio l’occasion che s’appresenta di parlar d’esso e di lodarlo assai; ed ogni industria adopro, ogni fatica, 120per far del mio amator Ginevra amica. | Desiderosa soltanto di compiacere Polinesso, Dalinda colse ogni occasione per lodarlo davanti alla principessa e cercò in tutti i modi di farlo apparire degno di amore e di matrimonio. |
| Ottava 16 Feci col core e con l’effetto tutto quel che far si poteva, e sallo Idio; né con Ginevra mai potei far frutto, ch’io le ponessi in grazia il duca mio: 125e questo, che ad amar ella avea indutto tutto il pensiero e tutto il suo disio un gentil cavallier, bello e cortese, venuto in Scozia di lontan paese; | Tutti gli sforzi furono inutili: Ginevra non provava alcun interesse per Polinesso, perché il suo cuore era già impegnato con un altro cavaliere valoroso e gentile, giunto in Scozia da un Paese lontano. |
| Ottava 17 che con un suo fratel ben giovinetto 130venne d’Italia a stare in questa corte; si fe’ ne l’arme poi tanto perfetto, che la Bretagna non avea il più forte. Il re l’amava, e ne mostrò l’effetto; che gli donò di non picciola sorte 135castella e ville e iurisdizioni, e lo fe’ grande al par dei gran baroni. | Il cavaliere era Ariodante, un giovane italiano arrivato alla corte scozzese insieme al fratello Lurcanio. La sua abilità militare lo aveva reso famosissimo; il re, che lo apprezzava, gli aveva concesso castelli, terre e privilegi. |
| Ottava 18 Grato era al re, più grato era alla figlia quel cavallier chiamato Ariodante, per esser valoroso a maraviglia; 140ma più, ch’ella sapea che l’era amante. Né Vesuvio, né il monte di Siciglia, né Troia avampò mai di fiamme tante, quanto ella conoscea che per suo amore Ariodante ardea per tutto il core. | Ariodante era gradito al re e ancora di più a Ginevra. La principessa conosceva il suo amore appassionato per lei, tanto intenso che Dalinda lo paragona a un fuoco superiore a quello dei grandi vulcani e della città di Troia in fiamme. |
| Ottava 19 145L’amar che dunque ella facea colui con cor sincero e con perfetta fede, fe’ che pel duca male udita fui; né mai risposta da sperar mi diede: anzi quanto io pregava più per lui 150e gli studiava d’impetrar mercede, ella, biasmandol sempre e dispregiando, se gli venìa più sempre inimicando. | Poiché Ginevra amava Ariodante sinceramente, respingeva ogni tentativo di Dalinda di raccomandarle il duca. Più Dalinda insisteva, più la principessa prendeva in antipatia Polinesso. |
| Ottava 20 Io confortai l’amator mio sovente, che volesse lasciar la vana impresa; 155né si sperasse mai volger la mente di costei, troppo ad altro amore intesa: e gli feci conoscer chiaramente, come era sì d’Ariodante accesa, che quanta acqua è nel mar, piccola dramma 160non spegneria de la sua immensa fiamma. | Dalinda riferì più volte al suo amante che Ginevra non avrebbe mai cambiato idea: l'amore per Ariodante era tanto forte da non poter essere spento neppure da tutta l'acqua del mare. |
| Ottava 21 Questo da me più volte Polinesso (che così nome ha il duca) avendo udito, e ben compreso e visto per se stesso che molto male era il suo amor gradito; 165non pur di tanto amor si fu rimesso, ma di vedersi un altro preferito, come superbo, così mal sofferse, che tutto in ira e in odio si converse. | Polinesso capì di essere stato rifiutato. Più che soffrire per amore, però, il suo orgoglio non sopportava che Ginevra gli preferisse Ariodante; così trasformò la propria ambizione in odio e desiderio di vendetta. |
| Ottava 22 E tra Ginevra e l’amator suo pensa 170tanta discordia e tanta lite porre, e farvi inimicizia così intensa, che mai più non si possino comporre; e por Ginevra in ignominia immensa, donde non s’abbia o viva o morta a torre: 175né de l’iniquo suo disegno meco volse o con altri ragionar, che seco. | Decise di separare per sempre Ginevra e Ariodante, facendo nascere fra loro un'inimicizia irreparabile, e di gettare sulla principessa un disonore che l'avrebbe perseguitata anche dopo la morte. Tennero il progetto nascosto tutti, compresa Dalinda. |
| Ottava 23 Fatto il pensier: – Dalinda mia, – mi dice (che così son nomata) – saper dèi, che come suol tornar da la radice 180arbor che tronchi e quattro volte e sei; così la pertinacia mia infelice, ben che sia tronca dai successi rei, di germogliar non resta; che venire pur vorria a fin di questo suo desire. | Polinesso si rivolse nuovamente a Dalinda e le spiegò che il suo desiderio di possedere Ginevra continuava a rinascere come i rami di un albero tagliato, nonostante i ripetuti insuccessi. |
| Ottava 24 185E non lo bramo tanto per diletto, quanto perché vorrei vincer la pruova; e non possendo farlo con effetto, s’io lo fo imaginando, anco mi giuova. Voglio, qual volta tu mi dài ricetto, 190quando allora Ginevra si ritruova nuda nel letto, che pigli ogni vesta ch’ella posta abbia, e tutta te ne vesta. | Le confessò di voler almeno illudersi di avere conquistato la principessa. Le chiese perciò di indossare gli abiti che Ginevra aveva appena tolto prima di dormire, quando la stanza fosse libera. |
| Ottava 25 Come ella s’orna e come il crin dispone studia imitarla, e cerca il più che sai 195di parer dessa, e poi sopra il verrone a mandar giù la scala ne verrai. Io verrò a te con imaginazione che quella sii, di cui tu i panni avrai: e così spero, me stesso ingannando, 200venir in breve il mio desir sciemando. – | Dalinda avrebbe dovuto sistemare i capelli come Ginevra, imitarne l'aspetto e affacciarsi al balcone per calare la scala. Polinesso avrebbe finto di abbracciare la principessa, sperando che quell'illusione attenuasse il proprio desiderio. |
| Ottava 26 Così disse egli. Io che divisa e sevra e lungi era da me, non posi mente che questo in che pregando egli persevra, era una fraude pur troppo evidente; 205e dal verron, coi panni di Ginevra, mandai la scala onde salì sovente; e non m’accorsi prima de l’inganno, che n’era già tutto accaduto il danno. | Accecata dall'amore, Dalinda non comprese che la proposta era parte di una trappola. Più volte accolse il duca indossando le vesti di Ginevra e non si accorse dell'inganno finché il danno non era ormai irreparabile. |
| Ottava 27 Fatto in quel tempo con Ariodante 210il duca avea queste parole o tali (che grandi amici erano stati inante che per Ginevra si fesson rivali): – Mi maraviglio (incominciò il mio amante) ch’avendoti io fra tutti li mie’ uguali 215sempre avuto in rispetto e sempre amato, ch’io sia da te sì mal rimunerato. | Polinesso, un tempo amico di Ariodante, andò a parlargli. Fingendosi offeso, dichiarò di averlo sempre rispettato e gli chiese perché volesse ostacolare il suo amore per Ginevra. |
| Ottava 28 Io son ben certo che comprendi e sai di Ginevra e di me l’antiquo amore; e per sposa legittima oggimai 220per impetrarla son dal mio signore. Perché mi turbi tu? perché pur vai senza frutto in costei ponendo il core? Io ben a te rispetto avrei, per Dio, s’io nel tuo grado fossi, e tu nel mio. – | Il duca affermò che lui e Ginevra si conoscevano e si amavano da tempo e che presto avrebbe chiesto al re la sua mano. Pretese quindi che Ariodante si ritirasse, sostenendo che al suo posto avrebbe rispettato l'amore di un amico. |
| Ottava 29 225– Ed io (rispose Ariodante a lui) di te mi maraviglio maggiormente; che di lei prima inamorato fui, che tu l’avessi vista solamente: e so che sai quanto è l’amor tra nui, 230ch’esser non può di quel che sia, più ardente; e sol d’essermi moglie intende e brama: e so che certo sai ch’ella non t’ama. | Ariodante ribatté che amava Ginevra già prima che Polinesso la conoscesse e che il loro sentimento era reciproco. La principessa desiderava sposare soltanto lui, perciò il duca non aveva alcun diritto di pretendere la sua rinuncia. |
| Ottava 30 Perché non hai tu dunque a me il rispetto per l’amicizia nostra, che domande 235ch’a te aver debba, e ch’io t’avre’ in effetto, se tu fossi con lei di me più grande? Né men di te per moglie averla aspetto, se ben tu sei più ricco in queste bande: io non son meno al re, che tu sia, grato, 240ma più di te da la sua figlia amato. – | Ariodante ricordò di essere stimato dal re quanto il duca e di essere assai più amato dalla principessa. Secondo lui, era Polinesso a violare la loro amicizia inseguendo una donna che non lo ricambiava. |
| Ottava 31 – Oh (disse il duca a lui), grande è cotesto errore a che t’ha il folle amor condutto! Tu credi esser più amato; io credo questo medesmo: ma si può veder al frutto. 245Tu fammi ciò ch’hai seco, manifesto, ed io il secreto mio t’aprirò tutto; e quel di noi che manco aver si veggia, ceda a chi vince, e d’altro si provveggia. | Il duca accusò Ariodante di illudersi e propose di confrontare le prove del favore ricevuto da Ginevra: ciascuno avrebbe svelato il proprio segreto e chi risultasse meno amato avrebbe ceduto il passo all'altro. |
| Ottava 32 E sarò pronto, se tu vuoi ch’io giuri 250di non dir cosa mai che mi riveli: così voglio ch’ancor tu m’assicuri che quel ch’io ti dirò, sempre mi celi. – Venner dunque d’accordo alli scongiuri, e poser le man sugli Evangeli: 255e poi che di tacer fede si diero, Ariodante incominciò primiero. | Per garantire la riservatezza, si accordarono di giurare sul Vangelo di non rivelare nulla. Ariodante accettò e cominciò a raccontare per primo ciò che sapeva del sentimento di Ginevra. |
| Ottava 33 E disse per lo giusto e per lo dritto come tra sé e Ginevra era la cosa; ch’ella gli avea giurato e a bocca e in scritto, 260che mai non saria ad altri, ch’a lui, sposa; e se dal re le venìa contraditto, gli promettea di sempre esser ritrosa da tutti gli altri maritaggi poi, e viver sola in tutti i giorni suoi: | Ariodante disse che Ginevra gli aveva promesso, a voce e per iscritto, di sposare soltanto lui; se il padre avesse impedito le nozze, avrebbe rifiutato ogni altro matrimonio e sarebbe rimasta sola per tutta la vita. |
| Ottava 34 265e ch’esso era in speranza pel valore ch’avea mostrato in arme a più d’un segno, ed era per mostrare a laude, a onore, a beneficio del re e del suo regno, di crescer tanto in grazia al suo signore, 270che sarebbe da lui stimato degno che la figliuola sua per moglie avesse, poi che piacer a lei così intendesse. | Il giovane sperava che, continuando a distinguersi in guerra e a rendere grandi servizi alla corona, avrebbe ottenuto una reputazione tale da convincere il re a concedergli la figlia in moglie. |
| Ottava 35 Poi disse: – A questo termine son io, né credo già ch’alcun mi venga appresso: 275né cerco più di questo, né desio de l’amor d’essa aver segno più espresso; né più vorrei, se non quanto da Dio per connubio legitimo è concesso: e saria invano il domandar più inanzi; 280che di bontà so come ogn’altra avanzi. – | Ariodante si dichiarò pienamente soddisfatto di quelle promesse: non desiderava prove d'amore più intime prima del matrimonio e sapeva che la virtù di Ginevra le avrebbe impedito di concedergli qualcosa di contrario alla sua educazione. |
| Ottava 36 Poi ch’ebbe il vero Ariodante esposto de la mercé ch’aspetta a sua fatica, Polinesso, che già s’avea proposto di far Ginevra al suo amator nemica, 285cominciò: – Sei da me molto discosto, e vo’ che di tua bocca anco tu ’l dica; e del mio ben veduta la radice, che confessi me solo esser felice. | Dopo aver ascoltato Ariodante, Polinesso avviò la menzogna che aveva preparato. Sostenne che le speranze del rivale valevano ben poco e annunciò che avrebbe dimostrato di essere lui l'uomo davvero favorito da Ginevra. |
| Ottava 37 Finge ella teco, né t’ama né prezza; 290che ti pasce di speme e di parole: oltra questo, il tuo amor sempre a sciochezza, quando meco ragiona, imputar suole. Io ben d’esserle caro altra certezza veduta n’ho, che di promesse e fole; 295e tel dirò sotto la fé in secreto, ben che farei più il debito a star cheto. | Il duca accusò Ginevra di fingere affetto per Ariodante, nutrendolo soltanto di promesse. Pretese che con lui, invece, la principessa avesse una relazione segreta e concreta, e promise di rivelare particolari che sarebbe stato più prudente tacere. |
| Ottava 38 Non passa mese, che tre, quattro e sei e talor diece notti io non mi truovi nudo abbracciato in quel piacer con lei, 300ch’all’amoroso ardor par che sì giovi: sì che tu puoi veder s’a’ piacer miei son d’aguagliar le ciance che tu pruovi. Cedimi dunque e d’altro ti provedi, poi che sì inferior di me ti vedi. – | Polinesso raccontò falsamente di trascorrere con Ginevra diverse notti ogni mese e di essere accolto nel suo letto. Quindi invitò Ariodante a rinunciare, perché, a suo dire, quelle presunte prove superavano di molto ogni promessa. |
| Ottava 39 305– Non ti vo’ creder questo (gli rispose Ariodante), e certo so che menti; e composto fra te t’hai queste cose, acciò che da l’impresa io mi spaventi: ma perché a lei son troppo ingiuriose, 310questo c’hai detto sostener convienti; che non bugiardo sol, ma voglio ancora che tu sei traditor mostrarti or ora. – | Ariodante non credette a una parola e accusò Polinesso di aver inventato tutto per spaventarlo e fargli abbandonare Ginevra. Offeso anche per l'onore della principessa, si disse pronto a combattere per dimostrare la falsità dell'accusa. |
| Ottava 40 Soggiunse il duca: – Non sarebbe onesto che noi volessen la battaglia torre 315di quel che t’offerisco manifesto, quando ti piaccia, inanzi agli occhi porre. – Resta smarrito Ariodante a questo, e per l’ossa un tremor freddo gli scorre; e se creduto ben gli avesse a pieno, 320venìa sua vita allora allora meno. | Polinesso dichiarò che non serviva combattere: avrebbe potuto mostrare direttamente con gli occhi che cosa accadeva tra lui e Ginevra. Ariodante fu sconvolto e attraversato da un tremito di terrore. |
| Ottava 41 Con cor trafitto e con pallida faccia, e con voce tremante e bocca amara rispose: – Quando sia che tu mi faccia veder quest’aventura tua sì rara, 325prometto di costei lasciar la traccia, a te sì liberale, a me sì avara: ma ch’io tel voglia creder non far stima, s’io non lo veggio con questi occhi prima. – | Pallido e ferito nel cuore, Ariodante promise di rinunciare a Ginevra se avesse realmente visto ciò che il duca sosteneva. Ma insistette sul fatto che non avrebbe creduto a nulla senza una prova davanti ai propri occhi. |
| Ottava 42 – Quando ne sarà il tempo, avisarotti, – 330soggiunse Polinesso, e dipartisse. Non credo che passar più di due notti, ch’ordine fu che ’l duca a me venisse. Per scoccar dunque i lacci che condotti avea sì cheti, andò al rivale, e disse 335che s’ascondesse la notte seguente tra quelle case ove non sta mai gente: | Polinesso se ne andò promettendo di avvertirlo. Quando fu fissato il successivo incontro con Dalinda, disse ad Ariodante di nascondersi la notte seguente fra le case deserte di fronte al balcone della principessa. |
| Ottava 43 e dimostrogli un luogo a dirimpetto di quel verrone ove solea salire. Ariodante avea preso sospetto 340che lo cercasse far quivi venire, come in un luogo dove avesse eletto di por gli aguati, e farvelo morire, sotto questa finzion, che vuol mostrargli quel di Ginevra, ch’impossibil pargli. | Il duca gli indicò un punto preciso dal quale osservare. Ariodante sospettò una trappola e temette di essere attirato in un agguato sotto il pretesto di mostrargli una scena che gli sembrava impossibile. |
| Ottava 44 345Di volervi venir prese partito, ma in guisa che di lui non sia men forte; perché accadendo che fosse assalito, si truovi sì, che non tema di morte. Un suo fratello avea saggio ed ardito, 350iI più famoso in arme de la corte, detto Lurcanio; e avea più cor con esso, che se dieci altri avesse avuto appresso. | Decise comunque di andare, ma prese precauzioni. Chiamò il fratello Lurcanio, cavaliere coraggioso e abilissimo nelle armi, perché lo accompagnasse e potesse soccorrerlo se qualcuno avesse cercato di ucciderlo. |
| Ottava 45 Seco chiamollo, e volse che prendesse l’arme; e la notte lo menò con lui: 355non che ’l secreto suo già gli dicesse; né l’avria detto ad esso, né ad altrui. Da sé lontano un trar di pietra il messe: – Se mi senti chiamar, vien (disse) a nui; ma se non senti, prima ch’io ti chiami, 360non ti partir di qui, frate, se m’ami. – | Ariodante fece armare Lurcanio senza rivelargli il vero motivo dell'appuntamento. Lo lasciò a una certa distanza, ordinandogli di restare nascosto e di intervenire soltanto se lo avesse chiamato. |
| Ottava 46 – Va pur, non dubitar, – disse il fratello: e così venne Ariodanle cheto, e si celò nel solitario ostello ch’era d’incontro al mio verron secreto. 365Vien d’altra parte il fraudolente e fello, che d’infamar Ginevra era sì lieto; e fa il segno, tra noi solito inante, a me che de l’inganno era ignorante. | Ariodante si nascose di fronte al balcone. Polinesso arrivò dalla parte opposta e fece a Dalinda il solito segnale che usava nei loro incontri segreti, mentre la ragazza ignorava di essere al centro della frode. |
| Ottava 47 Ed io con veste candida, e fregiata 370per mezzo a liste d’oro e d’ogn’intorno, e con rete pur d’or, tutta adombrata di bei fiocchi vermigli al capo intorno (foggia che sol fu da Ginevra usata, non d’alcun’altra), udito il segno, torno 375sopra il verron, ch’in modo era locato, che mi scopria dinanzi e d’ogni lato. | Dalinda, vestita con un abito bianco ricamato d'oro e con un copricapo simile a quello caratteristico di Ginevra, rispose al segnale e si affacciò al balcone, completamente visibile da lontano. |
| Ottava 48 Lurcanio in questo mezzo dubitando che ’l fratello a pericolo non vada, o come è pur commun disio, cercando 380di spiar sempre ciò che ad altri accada; l’era pian pian venuto seguitando, tenendo l’ombre e la più oscura strada: e a men di dieci passi a lui discosto, nel medesimo ostel s’era riposto. | Lurcanio, inquieto per la sicurezza del fratello o mosso dalla curiosità, non rispettò l'ordine di restare lontano. Seguì Ariodante di nascosto e si sistemò nello stesso edificio, a pochi passi da lui. |
| Ottava 49 385Non sappiendo io di questo cosa alcuna, venni al verron ne l’abito c’ho detto, sì come già venuta era più d’una e più di due fiate a buono effetto. Le veste si vedean chiare alla luna; 390né dissimile essendo anch’io d’aspetto né di persona da Ginevra molto, fece parere un per un altro il volto: | Dalinda uscì sul balcone con i vestiti di Ginevra. Il chiaro di luna rendeva riconoscibili gli abiti; poiché le due donne avevano una corporatura simile, viste da lontano sembravano la stessa persona. |
| Ottava 50 e tanto più, ch’era gran spazio in mezzo fra dove io venni a quelle inculte case 395ai dui fratelli, che stavano al rezzo, il duca agevolmente persuase quel ch’era falso. Or pensa in che ribrezzo Ariodante, in che dolor rimase. Vien Polinesso, e alla scala s’appoggia 400che giù manda’gli, e monta in su la loggia. | La distanza e il travestimento resero credibile l'inganno. Ariodante credette di vedere Ginevra mentre Polinesso saliva al balcone sulla scala di corda che Dalinda aveva calato per lui. |
| Ottava 51 A prima giunta io gli getto le braccia al collo, ch’io non penso esser veduta; lo bacio in bocca e per tutta la faccia, come far soglio ad ogni sua venuta. 405Egli più de l’usato si procaccia d’accarezzarmi, e la sua fraude aiuta. Quell’altro al rio spettacolo condutto, misero sta lontano, e vede il tutto. | La ragazza abbracciò e baciò il duca con la consueta tenerezza, senza sospettare di essere osservata. Polinesso la ricambiò con più trasporto del solito proprio per rendere convincente la messinscena; Ariodante vide tutto da lontano. |
| Ottava 52 Cade in tanto dolor, che si dispone 410allora allora di voler morire: e il pome de la spada in terra pone, che su la punta si volea ferire. Lurcanio che con grande ammirazione avea veduto il duca a me salire, 415ma non già conosciuto chi si fosse, scorgendo l’atto del fratel, si mosse; | Ariodante fu travolto dalla disperazione e appoggiò la spada al terreno, deciso a trafiggersi il petto. Lurcanio, che aveva visto salire il duca senza riconoscerlo e si accorse del gesto del fratello, corse verso di lui. |
| Ottava 53 e gli vietò che con la propria mano non si passasse in quel furore il petto. S’era più tardo o poco più lontano, 420non giugnea a tempo, e non faceva effetto. – Ah misero fratel, fratello insano (gridò), perc’hai perduto l’intelletto, ch’una femina a morte trar ti debbia? ch’ir possan tutte come al vento nebbia! | Lurcanio fermò Ariodante appena in tempo e gli chiese come potesse pensare di togliersi la vita per una donna. Gli gridò che sarebbe stato meglio dimenticarla che lasciarsi uccidere da quella sofferenza. |
| Ottava 54 425Cerca far morir lei, che morir merta, e serva a più tuo onor tu la tua morte. Fu d’amar lei, quando non t’era aperta la fraude sua: or è da odiar ben forte, poi che con gli occhi tuoi tu vedi certa, 430quanto sia meretrice, e di che sorte. Serbi quest’arme che volti in te stesso, a far dinanzi al re tal fallo espresso. – | Il fratello, convinto anche lui della colpevolezza di Ginevra, propose perfino di accusarla davanti al re. Esortò Ariodante a rivolgere la propria rabbia contro chi lo aveva tradito, anziché contro se stesso. |
| Ottava 55 Quando si vede Ariodante giunto sopra il fratel, la dura impresa lascia; 435ma la sua intenzion da quel ch’assunto avea già di morir, poco s’accascia. Quindi si leva, e porta non che punto, ma trapassato il cor d’estrema ambascia; pur finge col fratel, che quel furore 440non abbia più, che dianzi avea nel core. | Ariodante rinunciò al suicidio immediato per l'intervento di Lurcanio, ma non abbandonò davvero il proposito di morire. Tornò via con il cuore spezzato, fingendo con il fratello di essersi calmato. |
| Ottava 56 Il seguente matin, senza far motto al suo fratello o ad altri, in via si messe da la mortal disperazion condotto; né di lui per più dì fu chi sapesse. 445Fuor che ’l duca e il fratello, ogn’altro indotto era chi mosso al dipartir l’avesse. Ne la casa del re di lui diversi ragionamenti e in tutta Scozia fersi. | La mattina seguente Ariodante lasciò segretamente la corte senza dire a nessuno dove andasse. Per molti giorni scomparve e furono fatte molte ipotesi sulla sua partenza, mentre soltanto Polinesso e Lurcanio conoscevano l'origine della sua disperazione. |
| Ottava 57 In capo d’otto o di più giorni in corte 450venne inanzi a Ginevra un viandante, e novelle arrecò di mala sorte: che s’era in mar summerso Ariodante di volontaria sua libera morte, non per colpa di borea o di levante. 455D’un sasso che sul mar sporgea molt’alto avea col capo in giù preso un gran salto. | Dopo più di una settimana, un viandante raggiunse Ginevra e riferì che Ariodante si era gettato volontariamente in mare da una rupe altissima, non per colpa di un incidente o del maltempo. |
| Ottava 58 Colui dicea: – Pria che venisse a questo, a me che a caso riscontrò per via, disse: – Vien meco, acciò che manifesto 460per te a Ginevra il mio successo sia; e dille poi, che la cagion del resto che tu vedrai di me, ch’or ora fia, è stato sol perc’ho troppo veduto: felice, se senza occhi io fussi suto! – | Il messaggero raccontò di avere incontrato Ariodante poco prima del salto. Il giovane gli aveva chiesto di riferire a Ginevra che moriva perché aveva visto troppo e che sarebbe stato felice se fosse rimasto cieco. |
| Ottava 59 465Eramo a caso sopra Capobasso, che verso Irlanda alquanto sporge in mare. Così dicendo, di cima d’un sasso lo vidi a capo in giù sott’acqua andare. Io lo lasciai nel mare, ed a gran passo 470ti son venuto la nuova a portare. – Ginevra, sbigottita e in viso smorta, rimase a quello annunzio mezza morta. | I due si trovavano presso un promontorio affacciato sul mare verso l'Irlanda. Ariodante si era lanciato a testa in giù dalla roccia e il viandante, incapace di salvarlo, era corso a portare la notizia. Ginevra ne rimase sconvolta. |
| Ottava 60 Oh Dio, che disse e fece, poi che sola si ritrovò nel suo fidato letto! 475percosse il seno, e si stracciò la stola, e fece all’aureo crin danno e dispetto; ripetendo sovente la parola ch’Ariodante avea in estremo detto: che la cagion del suo caso empio e tristo 480tutta venìa per aver troppo visto. | Rimasta sola, la principessa si batté il petto, si strappò i vestiti e i capelli e pianse disperatamente. Continuava a ripetere le ultime parole attribuite ad Ariodante, senza comprendere che cosa lui avesse creduto di vedere. |
| Ottava 61 Il rumor scorse di costui per tutto, che per dolor s’avea dato la morte. Di questo il re non tenne il viso asciutto, né cavallier né donna de la corte. 485Di tutti il suo fratel mostrò più lutto; e si sommerse nel dolor sì forte, ch’ad esempio di lui, contra se stesso voltò quasi la man per irgli appresso. | La notizia del presunto suicidio si diffuse in tutta la corte: piansero il re, i cavalieri e le dame. Più di tutti soffrì Lurcanio, che arrivò quasi a desiderare di seguire il fratello nella morte. |
| Ottava 62 E molte volte ripetendo seco, 490che fu Ginevra che ’l fratel gli estinse, e che non fu se non quell’atto bieco che di lei vide, ch’a morir lo spinse; di voler vendicarsene sì cieco venne, e sì l’ira e sì il dolor lo vinse, 495che di perder la grazia vilipese, ed aver l’odio del re e del paese. | Lurcanio attribuiva l'accaduto a Ginevra e alla scena che aveva osservato con i propri occhi. Il dolore lo rese così furioso da fargli trascurare il rischio di perdere il favore del re e l'affetto di tutti. |
| Ottava 63 E inanzi al re, quando era più di gente la sala piena, se ne venne, e disse: – Sappi, signor, che di levar la mente 500al mio fratel, sì ch’a morir ne gisse, stata è la figlia tua sola nocente; ch’a lui tanto dolor l’alma trafisse d’aver veduta lei poco pudica, che più che vita ebbe la morte amica. | Davanti al re e alla corte riunita, Lurcanio accusò pubblicamente Ginevra di avere provocato la morte del fratello. Sostenne che Ariodante, disperato per averla vista con un amante, aveva preferito togliersi la vita. |
| Ottava 64 505Erane amante, e perché le sue voglie disoneste non fur, nol vo’ coprire: per virtù meritarla aver per moglie da te sperava e per fedel servire; ma mentre il lasso ad odorar le foglie 510stava lontano, altrui vide salire, salir su l’arbor riserbato, e tutto essergli tolto il disiato frutto. – | Lurcanio spiegò che Ariodante desiderava un matrimonio onesto, guadagnato con i propri meriti e con il servizio al re, ma aveva visto un altro uomo cogliere in segreto ciò che lui aveva atteso rispettosamente. |
| Ottava 65 E seguitò, come egli avea veduto venir Ginevra sul verrone, e come 515mandò la scala, onde era a lei venuto un drudo suo, di chi egli non sa il nome, che s’avea, per non esser conosciuto, cambiati i panni e nascose le chiome. Soggiunse che con l’arme egli volea 520provar tutto esser ver ciò che dicea. | Il giovane dichiarò di aver visto Ginevra sul balcone mentre faceva salire un amante travestito e promise di sostenere con le armi ogni sua parola. Ignorava che la donna osservata non era Ginevra, ma Dalinda. |
| Ottava 66 Tu puoi pensar se ’l padre addolorato riman, quando accusar sente la figlia; sì perché ode di lei quel che pensato mai non avrebbe, e n’ha gran maraviglia; 525sì perché sa che fia necessitato (se la difesa alcun guerrier non piglia, il qual Lurcanio possa far mentire) di condannarla e di farla morire. | Il re rimase distrutto dalla vergogna e dal dolore. Non solo stentava a credere all'accusa contro la figlia, ma sapeva anche che, se nessuno l'avesse difesa e smentita, avrebbe dovuto applicare la legge e condannarla a morte. |
| Ottava 67 Io non credo, signor, che ti sia nuova 530la legge nostra che condanna a morte ogni donna e donzella, che si pruova di sé far copia altrui ch’al suo consorte. Morta ne vien, s’in un mese non truova in sua difesa un cavallier sì forte, 535che contra il falso accusator sostegna che sia innocente e di morire indegna. | Dalinda ricorda a Rinaldo la legge scozzese: una donna accusata di avere un amante viene giustiziata se, entro un mese, non trova un campione capace di dimostrare la falsità della denuncia sconfiggendo l'accusatore. |
| Ottava 68 Ha fatto il re bandir, per liberarla (che pur gli par ch’a torto sia accusata), che vuol per moglie e con gran dote darla 540a chi torrà l’infamia che l’è data. Chi per lei comparisca non si parla guerriero ancora, anzi l’un l’altro guata; che quel Lurcanio in arme è così fiero, che par che di lui tema ogni guerriero. | Il re aveva promesso Ginevra in moglie e una ricca dote a chi l'avesse difesa con successo. Nessun guerriero però si era ancora presentato, perché Lurcanio era così formidabile nelle armi da incutere timore. |
| Ottava 69 545Atteso ha l’empia sorte, che Zerbino, fratel di lei, nel regno non si truove; che va già molti mesi peregrino, mostrando di sé in arme inclite pruove: che quando si trovasse più vicino 550quel cavallier gagliardo, o in luogo dove potesse avere a tempo la novella, non mancheria d’aiuto alla sorella. | La disgrazia era aggravata dall'assenza di Zerbino, fratello della principessa. Da mesi viaggiava lontano per dimostrare il proprio valore, e se avesse ricevuto in tempo la notizia avrebbe certamente difeso Ginevra. |
| Ottava 70 Il re, ch’intanto cerca di sapere per altra pruova, che per arme, ancora, 555se sono queste accuse o false o vere, se dritto o torto è che sua figlia mora; ha fatto prender certe cameriere che lo dovrian saper, se vero fôra: ond’io previdi, che se presa era io, 560troppo periglio era del duca e mio. | Il sovrano tentò anche di accertare i fatti interrogando le cameriere della principessa. Dalinda capì che, se fosse stata riconosciuta, la sua testimonianza avrebbe messo in pericolo sia lei sia il duca. |
| Ottava 71 E la notte medesima mi trassi fuor de la corte, e al duca mi condussi; e gli feci veder quanto importassi al capo d’amendua, se presa io fussi. 565Lodommi, e disse ch’io non dubitassi: a’ suoi conforti poi venir m’indussi ad una sua fortezza ch’è qui presso, in compagnia di dui che mi diede esso. | Dalinda fuggì nottetempo dalla corte e si rivolse a Polinesso, spiegandogli i rischi che correvano. Il duca la rassicurò e la mandò verso una sua fortezza vicina, accompagnata da due uomini che dichiarò fidati. |
| Ottava 72 Hai sentito, signor, con quanti effetti 570de l’amor mio fei Polinesso certo; e s’era debitor per tai rispetti d’avermi cara o no, tu ’l vedi aperto. Or senti il guidardon che io ricevetti, vedi la gran mercé del mio gran merto; 575vedi se deve, per amare assai, donna sperar d’essere amata mai: | Dalinda invita Rinaldo a giudicare quanto fedelmente abbia servito Polinesso e quanto avrebbe meritato di essere amata e protetta. Poi annuncia la ricompensa che ha ricevuto in cambio della propria devozione. |
| Ottava 73 che questo ingrato, perfido e crudele, de la mia fede ha preso dubbio al fine: venuto è in sospizion ch’io non rivele 580a lungo andar le fraudi sue volpine. Ha finto, acciò che m’allontane e cele fin che l’ira e il furor del re decline, voler mandarmi ad un suo luogo forte; e mi volea mandar dritto alla morte: | Il duca, temendo che la ragazza un giorno potesse svelare il suo inganno, decise di eliminarla. Finse di volerla nascondere al sicuro in una rocca, in attesa che l'ira del re si placasse, ma in realtà preparò la sua uccisione. |
| Ottava 74 585che di secreto ha commesso alla guida, che come m’abbia in queste selve tratta, per degno premio di mia fé m’uccida. Così l’intenzion gli venìa fatta, se tu non eri appresso alle mia grida. 590Ve’ come Amor ben chi lui segue, tratta! – Così narrò Dalinda al paladino seguendo tuttavolta il lor camino. | Polinesso ordinò segretamente alle guide di assassinare Dalinda nel bosco. La giovane sarebbe morta se Rinaldo non fosse accorso alle sue grida. Con questa conclusione, Dalinda termina il suo doloroso racconto. |
| Ottava 75 A cui fu sopra ogn’aventura, grata questa, d’aver trovata la donzella 595che gli avea tutta l’istoria narrata de l’innocenza di Ginevra bella. E se sperato avea, quando accusata ancor fosse a ragion, d’aiutar quella, via con maggior baldanza or viene in prova, 600poi che evidente la calunnia truova. | Rinaldo è felice di avere incontrato una testimone capace di dimostrare l'innocenza di Ginevra. Era già deciso a difendere la principessa anche senza sapere se l'accusa fosse vera; ora è ancora più fiducioso perché conosce l'inganno di Polinesso. |
| Ottava 76 E verso la città di Santo Andrea, dove era il re con tutta la famiglia, e la battaglia singular dovea esser de la querela de la figlia, 605andò Rinaldo quanto andar potea, fin che vicino giunse a poche miglia; alla città vicino giunse, dove trovò un scudier ch’avea più fresche nuove: | Il paladino accelera verso la città di Sant'Andrea, dove risiede il re e si deve svolgere il duello che deciderà la sorte di Ginevra. A poche miglia dalla città incontra uno scudiero che gli porta notizie più recenti. |
| Ottava 77 ch’un cavallier istrano era venuto, 610ch’a difender Ginevra s’avea tolto, con non usate insegne, e sconosciuto, però che sempre ascoso andava molto; e che dopo che v’era, ancor veduto non gli avea alcuno al discoperto il volto; 615e che ’l proprio scudier che gli servia, dicea giurando: – Io non so dir chi sia. – | Lo scudiero riferisce che un cavaliere straniero è arrivato per difendere Ginevra. Nessuno conosce il suo nome o il suo volto, perché rimane sempre nascosto sotto l'elmo e perfino il suo servitore dice di ignorarne l'identità. |
| Ottava 78 Non cavalcaro molto, ch’alle mura si trovar de la terra e in su la porta. Dalinda andar più inanzi avea paura; 620pur va, poi che Rinaldo la conforta. La porta è chiusa, ed a chi n’avea cura Rinaldo domandò: – Questo ch’importa? E fugli detto: perché ’l popol tutto a veder la battaglia era ridutto, | Rinaldo e Dalinda raggiungono le mura, ma trovano le porte chiuse. La ragazza teme di rientrare; Rinaldo la rassicura. I custodi spiegano che tutta la popolazione è andata ad assistere al duello. |
| Ottava 79 625che tra Lurcanio e un cavallier istrano si fa ne l’altro capo de la terra, ove era un prato spazioso e piano; e che già cominciata hanno la guerra. Aperto fu al signor di Montealbano, 630e tosto il portinar dietro gli serra. Per la vota città Rinaldo passa; ma la donzella al primo albergo lassa: | La battaglia tra Lurcanio e il cavaliere sconosciuto è già iniziata su un vasto prato fuori dalla città. I custodi fanno entrare Rinaldo, che attraversa le strade ormai deserte, lascia Dalinda al sicuro in una locanda e si dirige al campo. |
| Ottava 80 e dice che sicura ivi si stia fin che ritorni a lei, che sarà tosto; 635e verso il campo poi ratto s’invia, dove li dui guerrier dato e risposto molto s’aveano, e davan tuttavia. Stava Lurcanio di mal cor disposto contra Ginevra; e l’altro in sua difesa 640ben sostenea la favorita impresa. | Rinaldo promette a Dalinda di tornare presto. Sul terreno del duello trova i due contendenti impegnati in uno scontro accanito: Lurcanio combatte spinto dalla convinzione che Ginevra sia colpevole, mentre lo sconosciuto la difende con coraggio. |
| Ottava 81 Sei cavallier con lor ne lo steccato erano a piedi, armati di corazza, col duca d’Albania, ch’era montato s’un possente corsier di buona razza. 645Come a gran contestabile, a lui dato la guardia fu del campo e de la piazza: e di veder Ginevra in gran periglio avea il cor lieto, ed orgoglioso il ciglio. | Intorno all'area del duello ci sono cavalieri armati incaricati della sicurezza. Il comando della piazza è stato affidato proprio a Polinesso, che osserva con soddisfazione il rischio mortale corso dalla principessa. |
| Ottava 82 Rinaldo se ne va tra gente e gente; 650fassi far largo il buon destrier Baiardo: chi la tempesta del suo venir sente, a dargli via non par zoppo né tardo. Rinaldo vi compar sopra eminente, e ben rassembra il fior d’ogni gagliardo; 655poi si ferma all’incontro ove il re siede: ognun s’accosta per udir che chiede. | Rinaldo avanza tra la folla sul possente Baiardo, costringendo gli spettatori a fargli largo. La sua figura imponente attira l'attenzione di tutti; si ferma davanti al re per chiedergli di interrompere lo scontro. |
| Ottava 83 Rinaldo disse al re: – Magno signore, non lasciar la battaglia più seguire; perché di questi dua qualunche more, 660sappi ch’a torto tu ’l lasci morire. L’un crede aver ragione, ed è in errore, e dice il falso, e non sa di mentire; ma quel medesmo error che ’l suo germano a morir trasse, a lui pon l’arme in mano. | Il paladino dichiara che nessuno dei due combattenti deve morire: Lurcanio racconta cose false ma le crede vere, perché è vittima dello stesso inganno che ha distrutto Ariodante. La sua buona fede non rende giusta la battaglia. |
| Ottava 84 665L’altro non sa se s’abbia dritto o torto; ma sol per gentilezza e per bontade in pericol si è posto d’esser morto, per non lasciar morir tanta beltade. Io la salute all’innocenza porto; 670porto il contrario a chi usa falsitade. Ma, per Dio, questa pugna prima parti, poi mi dà audienza a quel ch’io vo’ narrarti. – | Anche il difensore sconosciuto non conosce la verità, ma si è esposto al rischio per salvare la principessa. Rinaldo afferma di avere le prove dell'innocenza di Ginevra e chiede al re di fermare il duello per ascoltare il suo racconto. |
| Ottava 85 Fu da l’autorità d’un uom sì degno, come Rinaldo gli parea al sembiante, 675sì mosso il re, che disse e fece segno che non andasse più la pugna inante; al quale insieme ed ai baron del regno e ai cavallieri e all’altre turbe tante Rinaldo fe’ l’inganno tutto espresso, 680ch’avea ordito a Ginevra Polinesso. | Il re, colpito dall'autorità e dal valore che Rinaldo dimostra, ordina di sospendere il combattimento. Davanti ai nobili e al popolo, il paladino rivela la trappola organizzata da Polinesso contro Ginevra. |
| Ottava 86 Indi s’offerse di voler provare coll’arme, ch’era ver quel ch’avea detto. Chiamasi Polinesso; ed ei compare, ma tutto conturbato ne l’aspetto: 685pur con audacia cominciò a negare. Disse Rinaldo: – Or noi vedrem l’effetto. – L’uno e l’altro era armato, il campo fatto, sì che senza indugiar vengono al fatto. | Rinaldo si dichiara pronto a dimostrare con le armi che la sua ricostruzione è vera. Polinesso viene chiamato: appare turbato, ma cerca ugualmente di negare tutto. I due cavalieri sono armati e lo scontro comincia senza indugio. |
| Ottava 87 Oh quanto ha il re, quanto ha il suo popul caro 690che Ginevra a provar s’abbi innocente! tutti han speranza che Dio mostri chiaro ch’impudica era detta ingiustamente. Crudel superbo e riputato avaro fu Polinesso, iniquo e fraudolente; 695sì che ad alcun miracolo non fia che l’inganno da lui tramato sia. | Tutti sperano che Ginevra possa essere riconosciuta innocente. Il duca, noto per superbia, crudeltà e avidità, è considerato capace di una simile frode, e perciò gli spettatori non si sorprendono dell'accusa. |
| Ottava 88 Sta Polinesso con la faccia mesta, col cor tremante e con pallida guancia; e al terzo suon mette la lancia in resta. 700Così Rinaldo inverso lui si lancia, che disioso di finir la festa, mira a passargli il petto con la lancia: né discorde al disir seguì l’effetto; ché mezza l’asta gli cacciò nel petto. | Polinesso è pallido e tremante. Al segnale della sfida, Rinaldo gli corre contro con la lancia e lo colpisce così violentemente al petto da conficcargliene metà nel corpo. |
| Ottava 89 705Fisso nel tronco lo trasporta in terra, lontan dal suo destrier più di sei braccia. Rinaldo smonta subito, e gli afferra l’elmo, pria che si levi, e gli lo slaccia: ma quel, che non può far più troppa guerra, 710gli domanda mercé con umil faccia, e gli confessa, udendo il re e la corte, la fraude sua che l’ha condutto a morte. | Il colpo scaraventa il duca lontano dal cavallo. Rinaldo smonta e gli toglie l'elmo; Polinesso, ormai sconfitto, chiede pietà e confessa davanti al sovrano e alla corte di aver inventato l'inganno che sta per costargli la vita. |
| Ottava 90 Non finì il tutto, e in mezzo la parola e la voce e la vita l’abandona. 715Il re, che liberata la figliuola vede da morte e da fama non buona, più s’allegra, gioisce e raconsola, che, s’avendo perduta la corona, ripor se la vedesse allora allora; 720sì che Rinaldo unicamente onora. | Polinesso muore prima di finire di parlare. Il re prova una gioia immensa nel sapere salvata la figlia sia dalla morte sia dal disonore, tanto grande da superare quella che proverebbe recuperando un regno perduto. |
| Ottava 91 E poi ch’al trar dell’elmo conosciuto l’ebbe, perch’altre volte l’avea visto, levò le mani a Dio, che d’un aiuto come era quel, gli avea sì ben provisto. 725Quell’altro cavallier che, sconosciuto, soccorso avea Ginevra al caso tristo, ed armato per lei s’era condutto, stato da parte era a vedere il tutto. | Il sovrano riconosce Rinaldo quando questi si toglie l'elmo e ringrazia Dio per avergli mandato un simile difensore. Intanto il cavaliere sconosciuto che aveva combattuto per Ginevra è rimasto in disparte a osservare quanto accade. |
| Ottava 92 Dal re pregato fu di dire il nome, 730o di lasciarsi almen veder scoperto, acciò da lui fosse premiato, come di sua buona intenzion chiedeva il merto. Quel, dopo lunghi preghi, da le chiome si levò l’elmo, e fe’ palese e certo 735quel che ne l’altro canto ho da seguire, se grata vi sarà l’istoria udire. | Il re chiede al cavaliere ignoto di rivelare il proprio nome o almeno di mostrare il volto, così da poterlo ricompensare. Dopo molte insistenze il guerriero solleva finalmente l'elmo; Ariosto rimanda al canto successivo la rivelazione della sua identità. |