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L’Orlando furioso · Ludovico Ariosto

Canto quarantesimo

Testo originale e parafrasi

Ogni ottava affianca il testo originale alla parafrasi in italiano contemporaneo.

Testo originaleParafrasi
Ottava 1
1Lungo sarebbe, se i diversi casi
volessi dir di quel naval conflitto;
e raccontarlo a voi mi parria quasi,
magnanimo figliuol d’Ercole invitto,
5portar, come si dice, a Samo vasi,
nottole Atene, e crocodili a Egitto;
che quanto per udita io ve ne parlo,
Signor, miraste, e feste altrui mirarlo.
Ariosto dice al suo signore, discendente di Ercole, che raccontare nei dettagli la battaglia navale sarebbe superfluo: Ippolito ha assistito personalmente a un combattimento simile e conosce già gli orrori della guerra sul mare.
Ottava 2
Ebbe lungo spettacolo il fedele
10vostro popul la notte e ’l dì che stette,
come in teatro, l’inimiche vele
mirando in Po tra ferro e fuoco astrette.
Che gridi udir si possano e querele,
ch’onde veder di sangue umano infette,
15per quanti modi in tal pugna si muora,
vedeste, e a molti il dimostraste allora.
Il poeta ricorda uno scontro combattuto sul Po che il popolo del suo signore vide come da un teatro: navi incendiate, grida, sangue e naufragi mostrarono quanto diverse possano essere le morti in battaglia.
Ottava 3
Nol vide io già, ch’era sei giorni inanti,
mutando ogn’ora altre vetture, corso
con molta fretta e molta ai piedi santi
20del gran Pastore a domandar soccorso:
poi né cavalli bisognar né fanti;
ch’intanto al Leon d’or l’artiglio e ’l morso
fu da voi rotto sì, che più molesto
non l’ho sentito da quel giorno a questo.
Ariosto non vi assistette perché era partito sei giorni prima, viaggiando in fretta per chiedere aiuto al pontefice. L’intervento non fu necessario: il suo signore spezzò da solo la forza delle navi veneziane.
Ottava 4
25Ma Alfonsin Trotto il qual si trovò in fatto,
Annibal e Pier Moro e Afranio e Alberto,
e tre Ariosti, e il Bagno e il Zerbinatto
tanto me ne contar, ch’io ne fui certo:
me ne chiarir poi le bandiere affatto,
30vistone al tempio il gran numero offerto,
e quindice galee ch’a queste rive
con mille legni star vidi captive.
Il poeta seppe del combattimento dai testimoni, fra i quali ricorda vari personaggi di corte. Anche gli stendardi nemici offerti nei templi e le numerose galee catturate confermarono l’entità della vittoria.
Ottava 5
Chi vide quelli incendi e quei naufragi,
le tante uccisioni e sì diverse,
35che, vendicando i nostri arsi palagi,
fin che fu preso ogni navilio, ferse;
potrà, veder le morti anco e i disagi
che ’l miser popul d’Africa sofferse
col re Agramante in mezzo l’onde salse,
40la scura notte che Dudon l’assalse.
Chi vide quella battaglia, osserva Ariosto, può immaginare anche la strage che colpì la flotta saracena di Agramante quando Dudone l’attaccò durante la notte.
Ottava 6
Era la notte, e non si vedea lume,
quando s’incominciar l’aspre contese:
ma poi che ’l zolfo e la pece e ’l bitume
sparso in gran copia, ha prore e sponde accese,
45e la vorace fiamma arde e consume
le navi e le galee poco difese;
sì chiaramente ognun si vedea intorno,
che la notte parea mutata in giorno.
All’inizio il buio nasconde i combattenti, ma il fuoco alimentato da zolfo, pece e bitume si diffonde fra le navi, illuminando il mare come se fosse giorno.
Ottava 7
Onde Agramante che per l’aer scuro,
50non avea l’inimico in sì gran stima,
né aver contrasto si credea sì duro,
che, resistendo, al fin non lo reprima;
poi che rimosse le tenèbre furo,
e vide quel che non credeva in prima,
55che le navi nimiche eran duo tante,
fece pensier diverso a quel d’avante.
Agramante aveva sottovalutato l’attacco perché non vedeva chiaramente il nemico. Alla luce degli incendi si accorge che la flotta cristiana è circa il doppio della sua e comprende di dover cambiare strategia.
Ottava 8
Smonta con pochi, ove in più lieve barca
ha Brigliadoro e l’altre cose care.
Tra legno e legno taciturno varca,
60fin che si trova in più sicuro mare
da’ suoi lontan, che Dudon preme e carca,
e mena a condizioni acri ed amare.
Gli arde il foco, il mar sorbe, il ferro strugge:
egli che n’è cagion, via se ne fugge.
Il re trasferisce in segreto Brigliadoro e i beni più preziosi su una barca leggera e fugge con pochi uomini, lasciando i soldati alla mercé di fiamme, mare e spade. Il responsabile della guerra abbandona così le proprie truppe.
Ottava 9
65Fugge Agramante ed ha con lui Sobrino,
con cui si duol di non gli aver creduto,
quando previde con occhio divino,
e ’l mal gli annunziò, ch’or gli è avvenuto.
Ma torniamo ad Orlando paladino,
70che, prima che Biserta abbia altro aiuto,
consiglia Astolfo che la getti in terra,
sì che a Francia mai più non faccia guerra.
Agramante fugge con Sobrino e si pente di non aver ascoltato i suoi consigli. Il racconto torna intanto a Orlando, che esorta Astolfo ad attaccare subito Biserta, prima che l’Africa possa ricevere rinforzi e minacciare ancora la Francia.
Ottava 10
E così fu publicamente detto
che ’l campo in arme al terzo dì sia istrutto.
75Molti navili Astolfo a questo effetto
tenuti avea, né Dudon n’ebbe il tutto;
di quai diede il governo a Sansonetto,
sì buon guerrier al mar come all’asciutto:
e quel si pose, in su l’ancore sorto,
80contra a Biserta, un miglio appresso al porto.
Viene fissato un assalto generale per il terzo giorno. Astolfo conserva alcune navi della flotta e ne affida il comando a Sansonetto, che prende posizione davanti al porto di Biserta.
Ottava 11
Come veri cristiani Astolfo e Orlando,
che senza Dio non vanno a rischio alcuno,
ne l’esercito fan publico bando,
che sieno orazion fatte e digiuno;
85e che si trovi il terzo giorno, quando
si darà il segno, apparecchiato ognuno
per espugnar Biserta, che data hanno,
vinta che s’abbia, a fuoco e a saccomanno.
Orlando e Astolfo ordinano ai soldati cristiani di pregare e digiunare prima della battaglia. Annunciano che, al segnale stabilito, tutti dovranno essere pronti all’attacco e che la città conquistata sarà sottoposta al saccheggio.
Ottava 12
E così, poi che le astinenze e i voti
90devotamente celebrati foro,
parenti, amici, e gli altri insieme noti
si cominciaro a convitar tra loro.
Dato restauro a’ corpi esausti e voti,
abbracciandosi insieme lacrimoro,
95tra loro usando i modi e le parole
che tra i più cari al dipartir si suole.
Terminati digiuni e preghiere, i soldati condividono pasti con amici e parenti, cercano di riprendere le forze e si abbracciano commossi, consapevoli che potrebbero non rivedersi dopo l’assalto.
Ottava 13
Dentro a Biserta i sacerdoti santi
supplicando col populo dolente,
battonsi il petto, e con dirotti pianti
100chiamano il lor Macon che nulla sente.
Quante vigilie, quante offerte, quanti
doni promessi son privatamente!
quanto in publico templi, statue, altari,
memoria eterna de’ lor casi amari!
Anche dentro Biserta gli abitanti pregano il proprio dio, fanno offerte e promettono doni. I loro riti, agli occhi del narratore cristiano, sono inutili: la città è già avvolta dalla paura della sconfitta.
Ottava 14
105E poi che dal Cadì fu benedetto,
prese il populo l’arme, e tornò al muro.
Ancor giacea col suo Titon nel letto
la bella Aurora, ed era il cielo oscuro,
quando Astolfo da un canto, e Sansonetto
110da un altro, armati agli ordini lor furo:
e poi che ’l segno che diè il conte udiro,
Biserta con grande impeto assaliro.
Prima dell’alba i saraceni, benedetti dal loro capo religioso, tornano sulle mura. Astolfo e Sansonetto schierano le truppe su fronti diversi e, al segnale di Orlando, cominciano un assalto simultaneo.
Ottava 15
Avea Biserta da duo canti il mare,
sedea dagli altri duo nel lito asciutto.
115Con fabrica eccellente e singulare
fu antiquamente il suo muro costrutto.
Poco altro ha che l’aiuti o la ripare;
che poi che ’l re Branzardo fu ridutto
dentro da quella, pochi mastri, e poco
120poté aver tempo a riparare il loco.
Biserta è protetta dal mare su due lati e da mura solide sugli altri. Branzardo, ritiratosi da poco entro le difese, non ha avuto il tempo né gli uomini necessari per riparare completamente le fortificazioni.
Ottava 16
Astolfo dà l’assunto al re de’ Neri,
che faccia a’ merli tanto nocumento
con falariche, fonde e con arcieri,
che levi d’affacciarsi ogni ardimento;
125sì che passin pedoni e cavallieri
fin sotto la muraglia a salvamento,
che vengon, chi di pietre e chi di travi,
chi d’asce e chi d’altra materia gravi.
Astolfo ordina ai Nubiani di tempestare di frecce e proiettili i difensori sulle mura, impedendo loro di sporgersi. Protetti da questo tiro, altri soldati avanzano portando pietre, travi e strumenti da assedio.
Ottava 17
Chi questa cosa e chi quell’altra getta
130dentro alla fossa, e vien di mano in mano;
di cui l’acqua il dì inanzi fu intercetta,
sì che in più parti si scopria il pantano.
Ella fu piena ed atturata in fretta,
e fatto uguale insin al muro il piano.
135Astolfo, Orlando ed Olivier procura
di far salir i fanti in su le mura.
Il fossato, privato dell’acqua in precedenza, viene colmato rapidamente con materiale di ogni genere. Astolfo, Orlando e Oliviero cercano così di far arrivare le scale e i fanti direttamente alle mura.
Ottava 18
I Nubi d’ogni indugio impazienti,
da la speranza del guadagno tratti,
non mirando a’ pericoli imminenti,
140coperti da testuggini e da gatti,
con arieti e loro altri istrumenti
a forar torri, e porte rompere atti,
tosto si fero alla città vicini;
né trovaro sprovisti i Saracini:
I soldati Nubiani, attratti anche dalla prospettiva del bottino, avanzano senza temere i rischi sotto tettoie e protezioni mobili. Usano arieti e macchine per abbattere porte e torri, ma i difensori sono preparati.
Ottava 19
145che ferro e fuoco e merli e tetti gravi
cader facendo a guisa di tempeste,
per forza aprian le tavole e le travi
de le machine in lor danno conteste.
Ne l’aria oscura e nei principi pravi
150molto patir le battezzate teste;
ma poi che ’l sole uscì del ricco albergo,
voltò Fortuna ai Saracini il tergo.
I saraceni fanno piovere ferro, fuoco e materiali pesanti sulle macchine degli assalitori, causando molte perdite. Con il sorgere del sole, però, l’esito comincia a volgere decisamente a favore dei cristiani.
Ottava 20
Da tutti i canti risforzar l’assalto
fe’ il conte Orlando e da mare e da terra.
155Sansonetto ch’avea l’armata in alto,
entrò nel porto e s’accostò alla terra;
e con frombe e con archi facea d’alto,
e con vari tormenti estrema guerra;
e facea insieme espedir lance e scale,
160ogni apparecchio e munizion navale.
Orlando ordina di intensificare l’attacco da tutti i lati. Sansonetto entra nel porto con le navi e colpisce dall’alto con archi e macchine da guerra, mentre sbarca uomini, scale e strumenti d’assedio.
Ottava 21
Facea Oliviero, Orlando e Brandimarte,
e quel che fu sì dianzi in aria ardito,
aspra e fiera battaglia da la parte
che lungi al mare era più dentro al lito.
165Ciascun d’essi venìa con una parte
de l’oste che s’avean quadripartito.
Quale a mur, quale a porte, e quale altrove,
tutti davan di sé lucide prove.
Oliviero, Orlando, Brandimarte e Astolfo guidano ciascuno una parte dell’esercito contro diversi punti delle fortificazioni, combattendo con grande valore e cercando di aprire più brecce contemporaneamente.
Ottava 22
Il valor di ciascun meglio si puote
170veder così, che se fosser confusi:
chi sia degno di premio e chi di note,
appare inanzi a mill’occhi non chiusi.
Torri di legno trannosi con ruote,
e gli elefanti altre ne portano usi,
175che su lor dossi così in alto vanno,
che i merli sotto a molto spazio stanno.
La distribuzione in più gruppi permette di distinguere il valore dei singoli comandanti. I cristiani avanzano con torri mobili e persino con strutture da combattimento poste sul dorso degli elefanti, più alte delle mura.
Ottava 23
Vien Brandimarte, e pon la scala a’ muri,
e sale, e di salir altri conforta:
lo seguon molti intrepidi e sicuri;
180che non può dubitar chi l’ha in sua scorta.
Non è chi miri, o chi mirar si curi,
se quella scala il gran peso comporta.
Sol Brandimarte agli nimici attende;
pugnando sale, e al fine un merlo prende.
Brandimarte raggiunge la parete con una scala e comincia a salire, incoraggiando gli uomini a seguirlo. Pur sotto attacco, riesce ad afferrare la sommità delle fortificazioni.
Ottava 24
185E con mano e con piè quivi s’attacca,
salta sui merli, e mena il brando in volta,
urta, riversa e fende e fora e ammacca,
e di sé mostra esperienza molta.
Ma tutto a un tempo la scala si fiacca,
190che troppa soma e di soperchio ha tolta:
e for che Brandimarte, giù nel fosso
vanno sozzopra, e l’uno all’altro adosso.
Il cavaliere si issa sui merli e combatte da solo, respingendo e ferendo i difensori. Sotto di lui, però, la scala cede per il peso e tutti i compagni precipitano nel fossato.
Ottava 25
Per ciò non perde il cavallier l’ardire,
né pensa riportare a dietro il piede;
195ben che de’ suoi non vede alcun seguire,
ben che berzaglio alla città si vede.
Pregavan molti (e non volse egli udire)
che ritornasse; ma dentro si diede:
dico che giù ne la città d’un salto
200dal muro entrò, che trenta braccia era alto.
Rimasto isolato sulla cinta, Brandimarte non si arrende. Ignora chi lo esorta a tornare indietro e compie un salto impressionante dall’alto delle mura direttamente dentro la città.
Ottava 26
Come trovato avesse o piume o paglia,
presse il duro terren senza alcun danno;
e quei c’ha intorno affrappa e fora e taglia,
come s’affrappa e taglia e fora il panno.
205Or contra questi or contra quei si scaglia;
e quelli e questi in fuga se ne vanno.
Pensano quei di fuor, che l’han veduto
dentro saltar, che tardo fia ogni aiuto.
Brandimarte atterra senza farsi male e comincia a colpire i saraceni intorno a lui, mettendoli in fuga. Dall’esterno, i compagni temono che non potranno soccorrerlo in tempo.
Ottava 27
Per tutto ’l campo alto rumor si spande
210di voce in voce, e ’l mormorio e ’l bisbiglio.
La vaga Fama intorno si fa grande,
e narra, ed accrescendo va il periglio.
Ove era Orlando (perché da più bande
si dava assalto), ove d’Otone il figlio,
215ove Olivier, quella volando venne,
senza posar mai le veloci penne.
La notizia del suo ingresso solitario a Biserta si diffonde rapidamente nel campo, ingigantita dalle voci. L’allarme raggiunge anche Orlando, Astolfo e Oliviero, impegnati su altri fronti.
Ottava 28
Questi guerrier, e più di tutti Orlando,
ch’amano Brandimarte e l’hanno in pregio,
udendo che se van troppo indugiando,
220perderanno un compagno così egregio,
piglian le scale, e qua e là montando,
mostrano a gara animo altiero e regio,
con sì audace sembiante e sì gagliardo,
che i nimici tremar fan con lo sguardo.
I tre, che amano e stimano Brandimarte, temono di perderlo. Afferrano le scale e si lanciano a loro volta contro le mura con un coraggio tale da spaventare i difensori.
Ottava 29
225Come nel mar che per tempesta freme,
assaglion l’acque il temerario legno,
ch’or da la prora, or da le parti estreme
cercano entrar con rabbia e con isdegno;
il pallido nocchier sospira e geme,
230ch’aiutar deve, e non ha cor né ingegno;
una onda viene al fin, ch’occupa il tutto,
e dove quella entrò, segue ogni flutto:
Il poeta paragona il loro assalto alle onde di una tempesta: molte si infrangono sul fianco di una nave senza riuscire a travolgerla, finché ne arriva una che supera ogni difesa e permette alle successive di seguirla.
Ottava 30
così dipoi ch’ebbono presi i muri
questi tre primi, fu sì largo il passo,
235che gli altri ormai seguir ponno sicuri,
che mille scale hanno fermate al basso.
Aveano intanto gli arieti duri
rotto in più lochi, e con sì gran fraccasso,
che si poteva in più che in una parte
240soccorrer l’animoso Brandimarte.
Quando Orlando e gli altri riescono a impadronirsi delle mura, si apre un passaggio per il resto dell’esercito. Nel frattempo gli arieti rompono più punti della cinta, così che Brandimarte possa essere raggiunto dall’interno.
Ottava 31
Con quel furor che ’l re de’ fiumi altiero,
quando rompe talvolta argini e sponde,
e che nei campi Ocnei s’apre il sentiero,
e i grassi solchi e le biade feconde,
245e con le sue capanne il gregge intero,
e coi cani i pastor porta ne l’onde;
guizzano i pesci agli olmi in su la cima,
ove solean volar gli augelli in prima:
L’irruzione cristiana è paragonata a una piena del Po che rompe gli argini e trascina campi, case, bestiame e raccolti. La forza dell’avanzata non trova più ostacoli.
Ottava 32
con quel furor l’impetuosa gente,
250là dove avea in più parti il muro rotto,
entrò col ferro e con la face ardente
a distruggere il popul mal condotto.
Omicidio, rapina e man violente
nel sangue e ne l’aver, trasse di botto
255la ricca e trionfal città a ruina,
che fu di tutta l’Africa regina.
I soldati penetrano nella città attraverso le brecce, portando spade e torce. Biserta, già splendida e potente capitale dell’Africa, viene travolta da uccisioni, saccheggi e devastazioni.
Ottava 33
D’uomini morti pieno era per tutto;
e de le innumerabili ferite
fatto era un stagno più scuro e più brutto
260di quel che cinge la città di Dite.
Di casa in casa un lungo incendio indutto
ardea palagi, portici e meschite.
Di pianti e d’urli e di battuti petti
suonano i voti e depredati tetti.
Le strade si riempiono di cadaveri e sangue; gli incendi si propagano di casa in casa, consumando palazzi, portici e moschee. Pianti e grida risuonano fra le abitazioni depredate.
Ottava 34
265I vincitori uscir de le funeste
porte vedeansi di gran preda onusti,
chi con bei vasi e chi con ricche veste,
chi con rapiti argenti a’ dei vetusti:
chi traea i figli, e chi le madri meste:
270fur fatti stupri e mille altri atti ingiusti,
dei quali Orlando una gran parte intese,
né lo poté vietar, né ’l duca inglese.
I vincitori escono con oggetti preziosi, vesti, argento e prigionieri, comprese donne e bambini. Il poeta denuncia anche violenze e stupri: Orlando e Astolfo apprendono parte degli abusi, ma non riescono a impedirli tutti.
Ottava 35
Fu Bucifar de l’Algazera morto
con esso un colpo da Olivier gagliardo.
275Perduta ogni speranza, ogni conforto,
s’uccise di sua mano il re Branzardo,
con tre ferite, onde morì di corto,
fu preso Folvo dal duca dal Pardo.
Questi eran tre ch’al suo partir lasciato
280avea Agramante a guardia de lo stato.
Oliviero uccide Bucifaro, mentre Branzardo, persa ogni speranza, si toglie la vita. Un altro comandante, Folvo, viene catturato ferito: erano fra i governatori lasciati in Africa da Agramante.
Ottava 36
Agramante ch’intanto avea deserta
l’armata, e con Sobrin n’era fuggito,
pianse da lungi e sospirò Biserta,
veduto sì gran fiamma arder sul lito.
285Poi più d’appresso ebbe novella certa
come de la sua terra il caso era ito:
e d’uccider se stesso in pensier venne,
e lo facea; ma il re Sobrin lo tenne.
Agramante, ormai fuggito con Sobrino, vede da lontano le fiamme che divorano Biserta. Quando conosce l’entità della sconfitta, è tanto disperato da voler uccidersi; Sobrino lo trattiene.
Ottava 37
Dicea Sobrin: – Che più vittoria lieta,
290signor, potrebbe il tuo inimico avere,
che la tua morte udire, onde quieta
si speraria poi l’Africa godere?
Questo contento il viver tuo gli vieta:
quindi avrà cagion sempre di temere.
295Sa ben che lungamente Africa sua
esser non può, se non per morte tua.
Sobrino gli spiega che la sua morte sarebbe il più grande dono possibile ai nemici, che si sentirebbero finalmente sicuri. Finché Agramante vive, i cristiani devono temere una possibile riconquista dell’Africa.
Ottava 38
Tutti i sudditi tuoi, morendo, privi
de la speranza, un ben che sol ne resta.
Spero che n’abbi a liberar, se vivi,
300e trar d’affanno e ritornarne in festa.
So che, se muori, siàn sempre captivi,
Africa sempre tributaria e mesta.
Dunque, s’in util tuo viver non vuoi,
vivi, signor, per non far danno ai tuoi.
Con la propria morte il re priverebbe i sudditi dell’ultima speranza di liberazione. Sobrino lo prega quindi di continuare a vivere non per sé, ma per il bene del suo popolo.
Ottava 39
305Dal soldano d’Egitto, tuo vicino,
certo esser puoi d’aver danari e gente:
malvolentieri il figlio di Pipino
in Africa vedrà tanto potente.
Verrà con ogni sforzo Norandino
310per ritornarti in regno, il tuo parente:
Armeni, Turchi, Persi, Arabi e Medi,
tutti in soccorso avrai, se tu li chiedi. –
Sobrino indica possibili alleati: il sultano d’Egitto, Norandino, altri sovrani orientali e popolazioni vicine potrebbero sostenere Agramante contro il crescente potere di Carlo in Africa.
Ottava 40
Con tali e simil detti il vecchio accorto
studia tornare il suo signore in speme
315di racquistarsi l’Africa di corto;
ma nel suo cor forse il contrario teme:
sa ben quanto è a mal termine e a mal porto,
e come spesso invan sospira e geme
chiunque il regno suo si lascia torre,
320e per soccorso a’ barbari ricorre.
Il consigliere tenta così di restituire coraggio al re, pur sapendo quanto sia difficile recuperare un regno perduto affidandosi all’aiuto di potenze straniere.
Ottava 41
Annibal e Iugurta di ciò foro
buon testimoni, ed altri al tempo antico:
al tempo nostro Ludovico il Moro,
dato in poter d’un altro Ludovico.
325Vostro fratello Alfonso da costoro
ben ebbe esempio (a voi, Signor mio, dico),
che sempre ha riputato pazzo espresso
chi più si fida in altri ch’in se stesso.
Ariosto richiama esempi storici, da Annibale e Giugurta fino a Ludovico il Moro, per mostrare i pericoli di chi perde il proprio Stato e si affida a un altro principe. Elogia Alfonso d’Este per aver compreso che bisogna contare prima di tutto sulle proprie forze.
Ottava 42
E però ne la guerra che gli mnosse
330del pontifice irato un duro sdegno,
ancor che ne le deboli sue posse
non potessi egli far molto disegno,
e chi lo difendea, d’Italia fosse
spinto, e n’avesse il suo nimico il regno;
335né per minacce mai né per promesse
s’indusse che lo stato altrui cedesse.
Il poeta ricorda come Alfonso, minacciato dalla guerra contro il pontefice e da forze superiori, abbia rifiutato di cedere il proprio territorio ai nemici, senza lasciarsi piegare da promesse o minacce.
Ottava 43
Il re Agramante all’oriente avea
volta la prora, e s’era spinto in alto,
quando da terra una tempesta rea
340mosse da banda impetuoso assalto.
Il nocchier ch’al governo vi sedea:
– Io veggo (disse alzando gli occhi ad alto)
una procella apparecchiar sì grave,
che contrastar non le potrà la nave.
Agramante intanto procede verso oriente, ma il comandante della nave avvista una tempesta imminente e avverte che l’imbarcazione non potrà resistere al mare agitato.
Ottava 44
345S’attendete, signori, al mio consiglio,
qui da man manca ha un’isola vicina,
a cui mi par ch’abbiamo a dar di piglio,
fin che passi il furor de la marina. –
Consentì il re Agramante; e di periglio
350uscì, pigliando la spiaggia mancina,
che per salute de’ nocchier giace
tra gli Afri e di Vulcan l’alta fornace.
Il capitano consiglia di cercare riparo su una piccola isola poco distante. Agramante accetta e la nave raggiunge la costa, evitando per il momento il pericolo della tempesta.
Ottava 45
D’abitazioni è l’isoletta vota,
piena d’umil mortelle e di ginepri,
355ioconda solitudine e remota
a cervi, a daini, a capriuoli, a lepri;
e fuor ch’a piscatori, è poco nota,
ove sovente a rimondati vepri
sospendon, per seccar, l’umide reti:
360dormeno intanto i pesci in mar quieti.
L’isola è quasi deserta, coperta di mirti e ginepri, frequentata da animali selvatici e da pochi pescatori che vi lasciano asciugare le reti.
Ottava 46
Quivi trovar che s’era un altro legno,
cacciato da fortuna, già ridutto:
il gran guerrier ch’in Sericana ha regno,
levato d’Arli, avea quivi condutto.
365Con modo riverente e di sé degno
l’un re con l’altro s’abbracciò all’asciutto;
ch’erano amici, e poco inanzi furo
compagni d’arme al parigino muro.
Sull’isola è approdata anche un’altra nave, costretta a riparare dalla tempesta. Agramante incontra così Gradasso, re della Sericana e suo antico compagno d’armi, e i due sovrani si abbracciano con rispetto.
Ottava 47
Con molto dispiacer Gradasso intese
370del re Agramante le fortune avverse:
poi confortollo, e come re cortese,
con la propria persona se gli offerse:
ma che egli andasse all’infedel paese
d’Egitto, per aiuto, non sofferse.
375– Che vi sia (disse) periglioso gire,
dovria Pompeio i profugi ammonire.
Gradasso apprende con dolore le sconfitte di Agramante e gli offre il proprio aiuto personale. Lo sconsiglia però di andare a cercare soccorsi in Egitto, ricordando il destino di Pompeo, tradito proprio nel paese in cui aveva cercato rifugio.
Ottava 48
E perché detto m’hai che con l’aiuto
degli Etiopi, sudditi al Senapo,
Astolfo a torti l’Africa è venuto,
380e ch’arsa ha la città che n’era capo;
e ch’Orlando è con lui, che diminuto
poco inanzi di senno aveva il capo;
mi pare al tutto un ottimo rimedio
aver pensato a farti uscir di tedio.
Gradasso sa che Astolfo e i Nubiani hanno conquistato l’Africa e che Orlando, tornato sano di mente, combatte con loro. A suo giudizio esiste un mezzo per ribaltare la situazione.
Ottava 49
385Io piglierò per amor tuo l’impresa
d’entrar col conte a singular certame.
Contra me so che non avrà difesa,
se tutto fosse di ferro o di rame.
Morto lui, stimo la cristiana Chiesa,
390quel che l’agnelle il lupo ch’abbia fame.
Ho poi pensato (e mi fia cosa lieve)
di fare i Nubi uscir d’Africa in breve.
Si offre di affrontare Orlando in duello, sicuro di poterlo vincere anche se indossasse un’armatura invulnerabile. Eliminato il grande paladino, i cristiani perderebbero il loro principale difensore; Gradasso promette poi di cacciare i Nubiani.
Ottava 50
Farò che gli altri Nubi che da loro
il Nilo parte e la diversa legge,
395e gli Arabi e i Macrobi, questi d’oro
ricchi e di gente, e quei d’equino gregge,
Persi e Caldei (perché tutti costoro
con altri molti il mio scettro corregge);
farò ch’in Nubia lor faran tal guerra,
400che non si fermeran ne la tua terra. –
Il re della Sericana spiega di poter mobilitare popoli e regni sottoposti al proprio potere contro la Nubia, costringendo gli invasori a tornare in patria invece di restare in Africa.
Ottava 51
Al re Agramante assai parve oportuna
del re Gradasso la seconda offerta;
e si chiamò obligato alla Fortuna,
che l’avea tratto all’isola deserta:
405ma non vuol torre a condizione alcuna,
se racquistar credesse indi Biserta,
che battaglia per lui Gradasso prenda;
che ’n ciò gli par che l’onor troppo offenda.
Agramante accoglie con gratitudine l’offerta di aiuto, ma non vuole che Gradasso affronti Orlando al suo posto: ritiene disonorevole affidare a un altro la vendetta per la perdita di Biserta.
Ottava 52
– S’a disfidar s’ha Orlando, son quell’io
410(rispose) a cui la pugna più conviene:
e pronto vi sarò; poi faccia Dio
di me, come gli pare, o male o bene. –
– Facciàn (disse Gradasso) al modo mio,
a un nuovo modo ch’in pensier mi viene:
415questa battaglia pigliamo ambedui
incontra Orlando, e un altro sia con lui. –
Agramante insiste nel voler sfidare personalmente Orlando. Gradasso propone allora una soluzione: combatteranno entrambi contro il paladino e un altro cavaliere scelto da lui.
Ottava 53
– Pur ch’io non resti fuor, non me ne lagno
(disse Agramante), o sia primo o secondo:
ben so ch’in arme ritrovar compagno
420di te miglior non si può in tutto ’l mondo. –
– Ed io (disse Sobrin) dove rimagno?
E se vecchio vi paio, vi rispondo
ch’io debbo esser più esperto, e nel periglio
presso alla forza è buono aver consiglio. –
Agramante accetta il piano perché avrà al fianco un guerriero straordinario. Anche Sobrino reclama il diritto di partecipare: benché anziano, possiede forza ed esperienza e può essere utile quanto gli altri.
Ottava 54
425D’una vecchiezza valida e robusta
era Sobrino, e di famosa prova;
e dice ch’in vigor l’età vetusta
si sente pari alla già verde e nuova.
Stimata fu la sua domanda giusta;
430e senza indugio un messo si ritrova,
il qual si mandi agli africani lidi,
e da lor parte il conte Orlando sfidi;
Sobrino ricorda che la sua vecchiaia non gli ha tolto il valore. I re decidono quindi di sfidare Orlando a un combattimento fra tre campioni per parte.
Ottava 55
che s’abbia a ritrovar con numer pare
di cavallieri armati in Lipadusa.
435Una isoletta è questa, che dal mare
medesmo che li cinge, è circonfusa.
Non cessa il messo a vela e a remi andare,
come quel che prestezza al bisogno usa,
che fu a Biserta; e trovò Orlando quivi,
440ch’a suoi le spoglie dividea e i captivi.
Il messaggero viene inviato a Biserta con la proposta di disputare il duello a Lipadusa, piccola isola del Mediterraneo. Trova Orlando intento a distribuire bottino e prigionieri ai propri uomini.
Ottava 56
Lo ’nvito di Gradasso e d’Agramante
e di Sobrino in publico fu espresso,
tanto giocondo al principe d’Anglante,
che d’ampli doni onorar fece il messo.
445Avea dai suoi compagni udito inante,
che Durindana al fianco s’avea messo
il re Gradasso: onde egli, per desire
di racquistarla, in India volea gire,
Orlando accetta con entusiasmo la sfida e ricompensa generosamente il messaggero. Ha saputo che Gradasso possiede Durindana e desidera recuperare la propria spada, perduta durante la follia.
Ottava 57
stimando non aver Gradasso altrove,
450poi ch’udì che di Francia era partito.
Or più vicin gli è offerto luogo, dove
spera che ’l suo gli fia restituito.
Il bel corno d’Almonte anco lo muove
ad accettar sì volentier lo ’nvito,
455e Brigliador non men; che sapea in mano
esser venuti al figlio di Troiano.
Il paladino vuole riavere anche il corno di Almonte e Brigliadoro, finiti nelle mani dei sovrani saraceni. Il duello gli offre l’occasione di recuperarli senza dover raggiungere la lontana India.
Ottava 58
Per compagno s’elegge alla battaglia
il fedel Brandimarte e ’l suo cognato.
Provato ha quanto l’uno e l’altro vaglia;
460sa che da trambi è sommamente amato.
Buon destrier, buona piastra e buona maglia,
e spade cerca e lance in ogni lato
a sé e a’ compagni: che sappiate parme,
che nessun d’essi avea le solite arme.
Orlando sceglie come compagni Brandimarte e il cognato Oliviero, dei quali conosce il valore e la fedeltà. Cerca per tutti armi e cavalli adatti, perché nessuno possiede il proprio equipaggiamento abituale.
Ottava 59
465Orlando (come io v’ho detto più volte)
de le sue sparse per furor la terra:
agli altri ha Rodomonte le lor tolte,
ch’or alta torre in ripa un fiume serra.
Non se ne può per Africa aver molte;
470sì perché in Francia avea tratto alla guerra
il re Agramante ciò ch’era di buono,
sì perché poche in Africa ne sono.
Orlando aveva disperso le armi durante la follia, mentre Rodomonte aveva sottratto quelle degli altri paladini. In Africa è difficile trovare armature eccellenti perché Agramante aveva portato con sé le migliori in Francia.
Ottava 60
Ciò che di ruginoso e di brunito
aver si può, fa ragunare Orlando;
475e coi compagni intanto va pel lito
de la futura pugna ragionando.
Gli avvien ch’essendo fuor del campo uscito
più di tre miglia, e gli occhi al mare alzando,
vide calar con le vele alte un legno
480verso il lito african senza ritegno.
Orlando raccoglie ciò che riesce a trovare e discute coi compagni del duello imminente. Passeggiando lungo la costa, vede una nave avanzare verso la riva con le vele spiegate.
Ottava 61
Senza nocchieri e senza naviganti,
sol come il vento e sua fortuna il mena,
venìa con le vele alte il legno avanti,
tanto che se ritenne in su l’arena.
485Ma prima che di questo più vi canti,
l’amor ch’a Ruggier porto mi rimena
alla sua istoria, e vuol ch’io vi racconte
di lui e del guerrier di Chiaramonte.
La nave sembra senza equipaggio e si muove spinta soltanto dal vento, finché si arena. Prima di rivelarne il significato, Ariosto interrompe la vicenda africana e torna a Ruggiero e Rinaldo.
Ottava 62
Di questi duo guerrier dissi che tratti
490s’erano fuor del marziale agone,
viste convenzion rompere e patti,
e turbarsi ogni squadra e legione.
Chi prima i giuramenti abbia disfatti,
e stato sia di tanto mal cagione,
495o l’imperator Carlo, o il re Agramante,
studian saper da chi lor passa avante.
I due campioni, quando le schiere avevano rotto la tregua, avevano smesso di combattersi. Cercano ora di capire quale re sia responsabile della violazione del giuramento.
Ottava 63
Un servitor intanto di Ruggiero,
ch’era fedele e pratico ed astuto,
né pel conflitto dei duo campi fiero
500avea di vista il patron mai perduto,
venne a trovarlo, e la spada e ’l destriero
gli diede, perché a’ suoi fosse in aiuto.
Montò Ruggiero e la sua spada tolse,
ma ne la zuffa entrar non però volse.
Un servitore fedele raggiunge Ruggiero con il cavallo e la spada, affinché possa aiutare i saraceni. Il giovane si arma, ma decide di non entrare subito nella mischia.
Ottava 64
505Quindi si parte; ma prima rinuova
la convenzion che con Rinaldo avea;
che se pergiuro il suo Agramante trova,
lo lascierà con la sua setta rea.
Per quel giorno Ruggier fare altra prova
510d’arme non volse; ma solo attendea
a fermar questo e quello, e a domandarlo
chi prima roppe, o ’l re Agramante, o Carlo.
Ruggiero rinnova l’accordo con Rinaldo: se Agramante avrà violato il patto, lo abbandonerà. Passa il resto della giornata a interrogare i soldati, cercando di conoscere la verità.
Ottava 65
Ode da tutto ’l mondo, che la parte
del re Agramante fu, che roppe prima.
515Ruggiero ama Agramante, e se si parte
da lui per questo, error non lieve stima.
Fur le gente africane e rotte e sparte
(questo ho già detto inanzi), e da la cima
de la volubil ruota tratte al fondo,
520come piacque a colei ch’aggira il mondo.
Tutti riferiscono che sono stati i saraceni a rompere per primi il giuramento. Ruggiero si sente vincolato alla promessa, ma prova affetto per Agramante e considera gravissimo lasciarlo proprio nel momento della sconfitta.
Ottava 66
Tra sé volve Ruggiero e fa discorso,
se restar deve, o il suo signor seguire.
Gli pon l’amor de la sua donna un morso
per non lasciarlo in Africa più gire:
525lo volta e gira, ed a contrario corso
lo sprona, e lo minaccia di punire,
se l’ patto e ’l giuramento non tien saldo,
che fatto avea col paladin Rinaldo.
L’amore per Bradamante lo spinge a restare in Francia e a onorare l’accordo con Rinaldo. La sua coscienza, però, continua a ricordargli il dovere di non abbandonare il proprio sovrano nel pericolo.
Ottava 67
Non men da l’altra parte sferza e sprona
530la vigilante e stimulosa cura,
che s’Agramante in quel caso abbandona,
a viltà gli sia ascritto ed a paura.
Se del restar la causa parrà buona
a molti, a molti ad accettar fia dura.
535Molti diran che non si de’ osservare
quel ch’era ingiusto e illicito a giurare.
Ruggiero teme che molti interpreterebbero la sua partenza da Agramante come un atto di codardia, nonostante la violazione del giuramento. Altri potrebbero ritenere invalido un patto che obbligava a un comportamento disonorevole.
Ottava 68
Tutto quel giorno e la notte seguente
stette solingo, e così l’altro giorno,
pur travagliando la dubbiosa mente,
540se partir deve o far quivi soggiorno.
Pel signor suo conclude finalmente
di fargli dietro in Africa ritorno.
Potea in lui molto il coniugale amore,
ma vi potea più il debito e l’onore.
Trascorre due giorni e una notte in solitudine, tormentato dall’incertezza. Alla fine decide di seguire Agramante in Africa: il dovere e l’onore prevalgono sull’amore per Bradamante.
Ottava 69
545Torna verso Arli; che trovarvi spera
l’armata ancor, ch’in Africa il trasporti:
né legno in mar né dentro alla rivera,
né Saracini vede, se non morti.
Seco al partire ogni legno che v’era
550trasse Agramante, e ’l resto arse nei porti.
Fallitogli il pensier, prese il camino
verso Marsilia pel lito marino.
Ruggiero torna ad Arles sperando di trovare ancora la flotta saracena, ma tutte le navi sono partite o bruciate. Non avendo un mezzo per attraversare il mare, si dirige lungo la costa verso Marsiglia.
Ottava 70
A qualche legno pensa dar di piglio,
ch’a prieghi o forza il porti all’altra riva.
555Già v’era giunto del Danese il figlio
con l’armata de’ barbari captiva.
Non si avrebbe potuto un gran di miglio
gittar ne l’acqua: tanto la copriva
la spessa moltitudine de navi,
560di vincitori e di prigioni, gravi.
Il cavaliere spera di procurarsi una nave con le buone o con la forza. Nel porto di Marsiglia trova però una flotta immensa: Dudone vi ha condotto le imbarcazioni saracene catturate.
Ottava 71
Le navi de’ pagani, ch’avanzaro
dal fuoco e dal naufragio quella notte,
eccetto poche ch’in fuga n’andaro,
tutte a Marsilia avea Dudon condotte.
565Sette di quei ch’in Africa regnaro,
che, poi che le lor genti vider rotte,
con sette legni lor s’eran renduti,
stavan dolenti, lacrimosi e muti.
Quasi tutta l’armata nemica è stata distrutta o catturata. A Marsiglia sono prigionieri anche sette re saraceni che si erano arresi dopo la sconfitta, addolorati e umiliati.
Ottava 72
Era Dudon sopra la spiaggia uscito,
570ch’a trovar Carlo andar volea quel giorno;
e de’ captivi e de lor spoglie ordito
con lunga pompa avea un trionfo adorno.
Eran tutti i prigion stesi nel lito,
e i Nubi vincitori allegri intorno,
575che faceano del nome di Dudone
intorno risonar la regione.
Dudone è appena sbarcato e organizza un corteo trionfale con prigionieri e bottino, prima di raggiungere Carlo. Sulla spiaggia i soldati vincitori esultano e ne celebrano il nome.
Ottava 73
Venne in speranza di lontan Ruggiero,
che questa fosse armata d’Agramante;
e, per saperne il vero, urtò il destriero:
580ma riconobbe, come fu più inante,
il re de Nasamona prigionero,
Bambirago, Agricalte e Farurante,
Manilardo e Balastro e Rimedonte,
che piangendo tenean bassa la fronte.
Ruggiero, da lontano, spera di vedere la flotta di Agramante. Avvicinandosi riconosce invece alcuni re saraceni prigionieri, fra cui Bambirago e altri sovrani, e comprende che le navi appartengono ai cristiani.
Ottava 74
585Ruggier che gli ama, sofferir non puote
che stian ne la miseria in che li trova.
Quivi sa ch’a venir con le man vote,
senza usar forza, il pregar poco giova.
La lancia abbassa, e chi li tien percuote;
590e fa del suo valor l’usata prova;
stringe la spada, e in un piccol momento
ne fa cadere intorno più di cento.
Il cavaliere non sopporta l’umiliazione degli uomini che conosce e stima. Sapendo che le preghiere non basteranno a liberarli, carica le guardie, estrae la spada e in breve tempo ne abbatte moltissime.
Ottava 75
Dudone ode il rumor, la strage vede
che fa Ruggier, ma chi sia non conosce.
595Vede i suoi c’hanno in fuga volto il piede
con gran timor, con pianto e con angosce.
Presto il destrier, lo scudo e l’elmo chiede;
che già avea armato e petto e braccia e cosce:
salta a cavallo e si fa dar la lancia,
600e non oblia ch’è paladin di Francia.
Dudone sente il tumulto e vede i propri uomini in fuga. Non riconosce Ruggiero, ma chiede subito cavallo, elmo e scudo e si prepara ad affrontare da solo l’attaccante.
Ottava 76
Grida che si ritiri ognun da canto,
spinge il cavallo e fa sentir gli sproni.
Ruggier cent’altri n’avea uccisi intanto,
e gran speranza dato a quei prigioni:
605e come venir vide Dudon santo
solo a cavallo, e gli altri esser pedoni,
stimò che capo e che signor lor fosse;
e contra lui con gran desir si mosse.
Ruggiero continua a liberare prigionieri e a colpire soldati cristiani. Quando vede arrivare Dudone armato e a cavallo, comprende che dev’essere il comandante e lo affronta senza esitazione.
Ottava 77
Già mosso prima era Dudon; ma quando
610senza lancia Ruggier vide venire,
lunge da sé la sua gittò, sdegnando
con tal vantaggio il cavallier ferire.
Ruggiero, al cortese atto riguardando,
disse fra sé: – Costui non può mentire,
615ch’uno non sia di quei guerrier perfetti
che paladin di Francia sono detti.
Dudone si accorge che Ruggiero non ha una lancia e getta via la propria per non combattere in vantaggio. Ruggiero ammira il gesto e capisce di avere davanti un autentico paladino, capace di rispettare l’onore cavalleresco.
Ottava 78
S’impetrar lo potrò, vo’ che ’l suo nome,
inanzi che segua altro, mi palese; –
e così domandollo: e seppe come
620era Dudon figliuol d’Uggier danese.
Dudon gravò Ruggier poi d’ugual some,
e parimente lo trovò cortese.
Poi che i nomi tra lor s’ebbono detti,
si disfidaro, e vennero agli effetti.
Ruggiero chiede il nome dell’avversario e scopre che è Dudone, figlio di Ogiero il Danese. Anche Dudone apprende il nome di Ruggiero; dopo uno scambio rispettoso, i due si preparano al combattimento.
Ottava 79
625Avea Dudon quella ferrata mazza
ch’in mille imprese gli diè eterno onore:
con essa mostra ben ch’egli è di razza
di quel Danese pien d’alto valore.
La spada ch’apre ogni elmo, ogni corazza,
630di che non era al mondo la migliore,
trasse Ruggiero, e fece paragone
di sua virtude al paladin Dudone.
Dudone impugna una famosa mazza ferrata, mentre Ruggiero estrae Balisarda, la spada capace di tagliare armature e protezioni magiche. Il confronto mette di fronte due guerrieri straordinari.
Ottava 80
Ma perché in mente ognora avea di meno
offender la sua donna, che potea;
635ed era certo, se spargea il terreno
del sangue di costui, che la offendea
(de le case di Francia istrutto a pieno,
la madre di Dudone esser sapea
Armelina sorella di Beatrice,
640ch’era di Bradamante genitrice):
Ruggiero, tuttavia, non vuole ferire un parente della propria amata: sa che la madre di Dudone è sorella di Beatrice, madre di Bradamante. Teme perciò che ucciderlo significhi offendere irreparabilmente la donna.
Ottava 81
per questo mai di punta non gli trasse,
e di taglio rarissimo ferìa.
Schermiasi, ovunque la mazza calasse,
or ribattendo, or dandole la via.
645Crede Turpin che per Ruggier restasse,
che Dudon morto in pochi colpi avria:
né mai, qualunque volta si scoperse,
ferir, se non di piatto, lo sofferse.
Il giovane evita quasi sempre colpi di punta o di taglio e preferisce difendersi o colpire con il piatto della spada. Il narratore sostiene che avrebbe potuto vincere più in fretta se avesse combattuto senza queste cautele.
Ottava 82
Di piatto usar potea, come di taglio,
650Ruggier la spada sua ch’avea gran schena;
e quivi a strano giuoco di sonaglio
sopra Dudon con tanta forza mena,
che spesso agli occhi gli pon tal barbaglio,
che si ritien di non cadere a pena.
655Ma per esser più grato a chi mi ascolta,
io differisco il canto a un’altra volta.
Ruggiero colpisce comunque Dudone con tanta forza da stordirlo più volte. Il poeta interrompe il racconto prima che il duello sia concluso, promettendo di riprenderlo in seguito.