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L’Orlando furioso · Ludovico Ariosto

Canto trentanovesimo

Testo originale e parafrasi

Ogni ottava affianca il testo originale alla parafrasi in italiano contemporaneo.

Testo originaleParafrasi
Ottava 1
1L’affanno di Ruggier ben veramente
è sopra ogn’altro duro, acerbo e forte,
di cui travaglia il corpo, e più la mente,
poi che di due fuggir non può una morte;
5o da Rinaldo, se di lui possente
fia meno, o se fia più, da la consorte:
che se ’l fratel le uccide, sa ch’incorre
ne l’odio suo, che più che morte aborre.
Ruggiero soffre più di chiunque altro nel duello: se perde può essere ucciso da Rinaldo; se vince rischia di perdere per sempre Bradamante, che lo odierebbe per averle ucciso il fratello. Per lui entrambe le alternative equivalgono a una rovina.
Ottava 2
Rinaldo, che non ha simil pensiero,
10in tutti i modi alla vittoria aspira:
mena de l’azza dispettoso e fiero;
quando alle braccia e quando al capo mira.
Volteggiando con l’asta il buon Ruggiero
ribatte il colpo, e quinci e quindi gìra;
15e se percuote pur, disegna loco
ove possa a Rinaldo nuocer poco.
Rinaldo, libero da questi pensieri, combatte con tutta la propria forza e cerca di colpire Ruggiero con l’ascia. Il giovane si difende con grande abilità e, quando reagisce, mira a punti nei quali possa ferire il rivale il meno possibile.
Ottava 3
Alla più parte dei signor pagani
troppo par disegual esser la zuffa:
troppo è Ruggier pigro a menar le mani,
20troppo Rinaldo il giovine ribuffa.
Smarrito in faccia il re degli Africani
mira l’assalto, e ne sospira e sbuffa:
ed accusa Sobrin, da cui procede
tutto l’error, che ’l mal consiglio diede.
I signori saraceni giudicano il duello molto sfavorevole a Ruggiero, che appare esitante, mentre Rinaldo attacca con decisione. Agramante è preoccupato e rimprovera Sobrino per aver suggerito una soluzione che ora gli sembra disastrosa.
Ottava 4
25Melissa in questo tempo, ch’era fonte
di quanto sappia incantatore o mago,
avea cangiata la feminil fronte,
e del gran re d’Algier presa l’imago:
sembrava al viso, ai gesti Rodomonte,
30e parea armata di pelle di drago;
e tal lo scudo e tal la spada al fianco
avea, quale usava egli, e nulla manco.
Nel frattempo Melissa ha assunto per magia l’aspetto di Rodomonte: ne imita il volto, il portamento, la corazza di pelle di drago e le armi, tanto da sembrare davvero il terribile guerriero.
Ottava 5
Spinse il demonio inanzi al mesto figlio
del re Troiano, in forma di cavallo;
35e con gran voce e con turbato ciglio
disse: – Signor, questo è pur troppo fallo,
ch’un giovene inesperto a far periglio,
contra un sì forte e sì famoso Gallo
abbiate eletto in cosa di tal sorte,
40che ’l regno e l’onor d’Africa n’importe.
La maga arriva davanti ad Agramante su un cavallo demoniaco e, fingendosi Rodomonte, lo rimprovera per aver affidato il destino dell’Africa a un giovane inesperto contro un campione cristiano così forte.
Ottava 6
Non si lassi seguir questa battaglia,
che ne sarebbe in troppo detrimento.
Su Rodomonte sia, né ve ne caglia,
l’avere il patto rotto e ’l giuramento.
45Dimostri ognun come sua spada taglia:
poi ch’io ci sono, ognun di voi val cento. –
Poté questo parlar sì in Agramante,
che senza più pensar si cacciò inante.
Il falso Rodomonte invita Agramante a rompere il patto e a trasformare il duello in una battaglia generale, assicurando che, con lui presente, ogni saraceno avrà la forza di cento uomini. Il re, colpito da quelle parole, decide subito di intervenire.
Ottava 7
Il creder d’aver seco il re d’Algieri
50fece che si curò poco del patto;
e non avria di mille cavallieri
giunti in suo aiuto sì gran stima fatto.
Perciò lance abbassar, spronar destrieri
di qua di là veduto fu in un tratto.
55Melissa, poi che con sue finte larve
la battaglia attaccò, subito sparve.
Convinto di poter contare sul ritorno di Rodomonte, Agramante trascura il giuramento e ordina ai cavalieri di caricare. Le schiere si scontrano; Melissa, ottenuta la rottura del duello, scompare immediatamente.
Ottava 8
I duo campion che vedeno turbarsi
contra ogni accordo, contra ogni promessa,
senza più l’un con l’altro travagliarsi,
60anzi ogni ingiuria avendosi rimessa,
fede si dàn né qua né là impacciarsi,
fin che la cosa non sia meglio espressa,
chi stato sia che i patti ha rotto inante,
o ’l vecchio Carlo, o ’l giovene Agramante.
Ruggiero e Rinaldo sospendono il combattimento, perdonandosi reciprocamente le offese. Concordano di non prendere parte alla mischia finché non si sappia con certezza quale sovrano abbia violato il patto.
Ottava 9
65E replican con nuovi giuramenti
d’esser nimici a chi mancò di fede.
Sozzopra se ne van tutte le genti:
chi porta inanzi e chi ritorna il piede.
Chi sia fra i vili, e chi tra i più valenti
70in un atto medesimo si vede:
son tutti parimente al correr presti;
ma quei corrono inanzi, e indietro questi.
I due campioni giurano di schierarsi contro chi ha infranto la parola. Intanto l’esercito precipita nel caos: tutti corrono, ma i valorosi verso il nemico e i codardi nella direzione opposta.
Ottava 10
Come levrier che la fugace fera
correre intorno ed aggirarsi mira,
75né può con gli altri cani andare in schiera,
che ’l cacciator lo tien, si strugge d’ira,
si tormenta, s’affligge e si dispera,
schiattisce indarno, e si dibatte e tira;
così sdegnosa infin allora stata
80Marfisa era quel dì con la cognata.
Marfisa e Bradamante, che fino a quel momento erano state costrette a restare ferme per rispettare il duello, sono impazienti come cani da caccia trattenuti mentre la preda fugge.
Ottava 11
Fin a quell’ora avean quel dì vedute
sì ricche prede in spazioso piano;
e che fosser dal patto ritenute
di non poter seguirle e porvi mano,
85ramaricate s’erano e dolute,
e n’avean molto sospirato invano.
Or che i patti e le triegue vider rotte,
liete saltar ne l’africane frotte.
Le guerriere avevano sofferto vedendo davanti a sé tanti avversari senza poterli attaccare. Appena la tregua è infranta, si lanciano con gioia contro le schiere africane.
Ottava 12
Marfisa cacciò l’asta per lo petto
90al primo che scontrò, due braccia dietro:
poi trasse il brando, e in men che non l’ho detto,
spezzò quattro elmi, che sembrar di vetro.
Bradamante non fe’ minore effetto;
ma l’asta d’or tenne diverso metro:
95tutti quei che toccò, per terra mise;
duo tanti fur, né però alcuno uccise.
Marfisa trafigge il primo avversario con la lancia e poi rompe diversi elmi con la spada. Bradamante usa la lancia d’oro per disarcionare un numero ancora maggiore di nemici, senza però ucciderli.
Ottava 13
Questo sì presso l’una all’altra fero,
che testimonie se ne fur tra loro;
poi si scostaro, ed a ferir si diero,
100ove le trasse l’ira, il popul Moro.
Chi potrà conto aver d’ogni guerriero
ch’a terra mandi quella lancia d’oro?
o d’ogni testa che tronca o divisa
sia da la orribil spada di Marfisa?
Dapprima le due combattono vicine, così da poter testimoniare il valore reciproco; poi si dividono e seminano il panico fra i saraceni, una con la spada e l’altra con la lancia magica.
Ottava 14
105Come al soffiar de’ più benigni venti,
quando Apennin scuopre l’erbose spalle,
muovonsi a par duo turbidi torrenti
che nel cader fan poi diverso calle;
svellono i sassi e gli arbori eminenti
110da l’alte ripe, e portan ne la valle
le biade e i campi; e quasi a gara fanno
a chi far può nel suo camin più danno:
Il loro impeto è paragonato a due torrenti gonfi che, scendendo da versanti diversi dell’Appennino, trascinano alberi, pietre e raccolti, gareggiando nel provocare danni.
Ottava 15
così le due magnanime guerriere,
scorrendo il campo per diversa strada,
115gran strage fan ne l’africane schiere,
l’una con l’asta, e l’altra con la spada.
Tiene Agramante a pena alle bandiere
la gente sua, ch’in fuga non ne vada.
Invan domanda, invan volge la fronte;
120né può saper che sia di Rodomonte.
Le guerriere attraversano gli eserciti da direzioni diverse e infliggono perdite gravissime. Agramante riesce a stento a trattenere i soldati e cerca invano Rodomonte, della cui improvvisa sparizione non comprende il motivo.
Ottava 16
A conforto di lui rotto avea il patto
(così credea) che fu solennemente,
i dei chiamando in testimonio, fatto;
poi s’era dileguato sì repente.
125Né Sobrin vede ancor: Sobrin ritratto
in Arli s’era, e dettosi innocente;
perché di quel pergiuro aspra vendetta
sopra Agramante il dì medesmo aspetta.
Agramante è convinto di aver violato il patto perché Rodomonte era tornato ad aiutarlo. Non trova neppure Sobrino: il vecchio consigliere si è ritirato ad Arles, non volendo partecipare alla battaglia scatenata da uno spergiuro.
Ottava 17
Marsilio anco è fuggito ne la terra:
130sì la religion gli preme il core.
Perciò male Agramante il passo serra
a quei che mena Carlo imperatore,
d’Italia, di Lamagna e d’Inghilterra,
che tutte gente son d’alto valore;
135ed hanno i paladin sparsi tra loro,
come le gemme in un riccamo d’oro:
Marsilio si rifugia anch’egli in città, turbato dalla violazione del giuramento. Agramante deve quindi sostenere un attacco cristiano guidato da uomini provenienti da Francia, Germania, Inghilterra e Italia.
Ottava 18
e presso ai paladini alcun perfetto
quanto esser possa al mondo cavalliero,
Guidon Selvaggio, l’intrepido petto,
140e i duo famosi figli d’Oliviero.
Io non voglio ridir, ch’io l’ho già detto,
di quel par di donzelle ardito e fiero.
Questi uccidean di genti saracine
tanto, che non v’è numero né fine.
Fra le schiere di Carlo Magno brillano i paladini, oltre a Guidon Selvaggio, Aquilante e Grifone. Bradamante e Marfisa, già descritte dal poeta, continuano a fare strage fra i saraceni.
Ottava 19
145Ma differendo questa pugna alquanto,
io vo’ passar senza navilio il mare.
Non ho con quei di Francia da far tanto,
ch’io non m’abbia d’Astolfo a ricordare.
La grazia che gli diè l’apostol santo
150io v’ho già detto, e detto aver mi pare,
che ’l re Branzardo e il re de l’Algazera
per girli incontra armasse ogni sua schiera.
Ariosto interrompe momentaneamente il racconto della battaglia in Francia e torna in Africa, dove Astolfo guida l’esercito grazie agli aiuti ricevuti da San Giovanni. Branzardo e il re degli Algazeri raccolgono le forze disponibili per affrontarlo.
Ottava 20
Furon di quei ch’aver poteano in fretta,
le schiere di tutta Africa raccolte,
155non men d’inferma età che di perfetta;
quasi ch’ancor le femine fur tolte.
Agramante ostinato alla vendetta
avea già vota l’Africa due volte.
Poche genti rimase erano, e quelle
160esercito facean timido e imbelle.
In Africa restano pochi soldati, spesso troppo giovani o troppo vecchi per combattere. Agramante ha già svuotato il paese di uomini per la spedizione in Francia, e le forze raccolte in fretta sono deboli e impaurite.
Ottava 21
Ben lo mostrar; che gli nimici a pena
vider lontan, che se n’andaron rotti.
Astolfo, come pecore, li mena
dinanzi ai suoi di guerreggiar più dotti,
165e fa restarne la campagna piena:
pochi a Biserta se ne son ridotti.
Prigion rimase Bucifar gagliardo;
salvossi ne la terra il re Branzardo,
I difensori, appena vedono arrivare Astolfo, si danno alla fuga. Il duca inglese li insegue come un pastore che conduca un gregge e riempie la campagna di morti e prigionieri. Branzardo riesce a riparare a Biserta, ma Bucifaro viene catturato.
Ottava 22
via più dolente sol di Bucifaro,
170che se tutto perduto avesse il resto.
Biserta è grande, e farle gran riparo
bisogna, e senza lui mal può far questo:
poterlo riscattar molto avria caro.
Mentre vi pensa e ne sta afflitto e mesto,
175gli viene in mente come tien prigione
già molti mesi il paladin Dudone.
Branzardo soffre soprattutto per la cattura di Bucifaro, il cui aiuto sarebbe prezioso nella difesa di Biserta. Cercando un modo per riscattarlo, ricorda di tenere prigioniero da mesi il paladino cristiano Dudone.
Ottava 23
Lo prese sotto a Monaco in riviera
il re di Sarza nel primo passaggio.
Da indi in qua prigion sempre stato era
180Dudon che del Danese fu lignaggio.
Mutar costui col re de l’Algazera
pensò Branzardo, e ne mandò messaggio
al capitan de’ Nubi, perché intese
per vera spia, ch’egli era Astolfo inglese.
Dudone, parente di Ogiero il Danese, era stato catturato durante lo sbarco dei saraceni in Provenza. Branzardo propone ad Astolfo uno scambio fra lui e Bucifaro, sapendo che il duca inglese è anch’egli un paladino.
Ottava 24
185Essendo Astolfo paladin, comprende
che dee aver caro un paladino sciorre.
Il gentil duca, come il caso intende,
col re Branzardo in un voler concorre.
Liberato Dudon, grazie ne rende
190al duca, e seco si mette a disporre
le cose che appertengono alla guerra,
così quelle da mar, come da terra.
Astolfo accetta volentieri di liberare Dudone in cambio del re degli Algazeri. Dudone lo ringrazia e lo aiuta a organizzare la campagna contro Biserta, sia sul mare sia sulla terraferma.
Ottava 25
Avendo Astolfo esercito infinito
da non gli far sette Afriche difesa;
195e rammentando come fu ammonito
dal santo vecchio che gli diè l’impresa
di tor Provenza e d’Acquamorta il lito
di man di Saracin che l’avean presa;
d’una gran turba fece nuova eletta,
200quella ch’al mar gli parve manco inetta.
Poiché il suo esercito è enorme e Astolfo vuole anche liberare le coste provenzali dai saraceni, il duca sceglie un contingente adatto a combattere per mare e prepara una flotta.
Ottava 26
Ed avendosi piene ambe le palme,
quanto potean capir, di varie fronde
a lauri, a cedri tolte, a olive, a palme,
venne sul mare, e le gittò ne l’onde.
205Oh felici, e dal ciel ben dilette alme!
Grazia che Dio raro a’ mortali infonde!
Oh stupendo miracolo che nacque
di quelle frondi, come fur ne l’acque!
Astolfo raccoglie foglie e rami di alloro, cedro, olivo e palma, fino a riempirsene le mani, e li getta nell’acqua. Per intervento divino, quei piccoli frammenti vegetali diventano il principio di un prodigio.
Ottava 27
Crebbero in quantità fuor d’ogni stima;
210si feron curve e grosse e lunghe e gravi;
le vene ch’attraverso aveano prima,
mutaro in dure spranghe e in grosse travi:
e rimanendo acute inver la cima,
tutte in un tratto diventaro navi
215di differenti qualitadi, e tante,
quante raccolte fur da varie piante.
I rami si ingrandiscono e si trasformano in travi, alberature e scafi: in un attimo diventano navi di varie dimensioni e forme, tante quante erano state le fronde gettate nel mare.
Ottava 28
Miracol fu veder le fronde sparte
produr fuste, galee, navi da gabbia.
Fu mirabile ancor, che vele e sarte
220e remi avean, quanto alcun legno n’abbia.
Non mancò al duca poi chi avesse l’arte
di governarsi alla ventosa rabbia;
che di Sardi e di Corsi non remoti,
nocchier, padron, pennesi ebbe e piloti.
Dalle foglie nascono miracolosamente anche vele, corde e remi, cosicché le imbarcazioni risultano pronte a salpare. Astolfo trova facilmente marinai esperti fra Sardi e Corsi, capaci di pilotarle.
Ottava 29
225Quelli che entraro in mar, contati foro
ventiseimila, e gente d’ogni sorte.
Dudon andò per capitano loro,
cavallier saggio, e in terra e in acqua forte.
Stava l’armata ancora al lito moro,
230miglior vento aspettando, che la porte,
quando un navilio giunse a quella riva,
che di presi guerrier carco veniva.
La flotta accoglie ventiseimila uomini e viene affidata al comando di Dudone, cavaliere esperto anche di guerra marittima. Mentre aspetta un vento favorevole, una nave carica di prigionieri si avvicina alla costa africana.
Ottava 30
Portava quei ch’al periglioso ponte,
ove alla giostre il campo era sì stretto,
235pigliato avea l’audace Rodomonte,
come più volte io v’ho di sopra detto.
Il cognato tra questi era del conte,
e ’l fedel Brandimarte e Sansonetto,
ed altri ancor, che dir non mi bisogna,
240d’Alemagna, d’Italia e di Guascogna.
La nave trasporta cavalieri cristiani che Rodomonte aveva catturato presso il ponte dei suoi duelli: fra essi vi sono Brandimarte, Oliviero, Sansonetto e molti altri.
Ottava 31
Quivi il nocchier, ch’ancor non s’era accorto
degli inimici, entrò con la galea,
lasciando molte miglia a dietro il porto
d’Algieri, ove calar prima volea,
245per un vento gagliardo ch’era sorto,
e spinto oltre il dover la poppa avea.
Venir tra i suoi credette e in loco fido,
come vien Progne al suo loquace nido.
Il comandante della nave aveva intenzione di raggiungere Algeri, ma un vento forte lo aveva spinto più a sud. Ignaro della conquista di Astolfo, entra nel porto pensando di trovarsi fra alleati.
Ottava 32
Ma come poi l’imperiale augello,
250i gigli d’oro e i pardi vide appresso,
restò pallido in faccia, come quello
che ’l piede incauto d’improviso ha messo
sopra il serpente venenoso e fello,
dal pigro sonno in mezzo l’erbe oppresso;
255che spaventato e smorto si ritira,
fuggendo quel, ch’è pien di tosco e d’ira.
Quando vede le insegne imperiali, i gigli francesi e gli altri simboli cristiani, il capitano è terrorizzato: come chi calpesti senza accorgersene un serpente velenoso, comprende troppo tardi il pericolo.
Ottava 33
Già non poté fuggir quindi il nocchiero,
né tener seppe i prigion suoi di piatto.
Con Brandimarte fu, con Oliviero,
260con Sansonetto e con molti altri tratto
ove dal duca e dal figliuol d’Uggiero
fu lieto viso agli suo’ amici fatto;
e per mercede lui che li condusse,
volson che condannato al remo fusse.
Non può più fuggire né nascondere i prigionieri. Brandimarte, Oliviero, Sansonetto e gli altri vengono liberati e ricevuti con gioia da Astolfo e Dudone; il comandante nemico viene condannato a servire come rematore.
Ottava 34
265Come io vi dico, dal figliuol d’Otone
i cavallier cristian furon ben visti,
e di mensa onorati al padiglione,
d’arme e di ciò che bisognò provisti.
Per amor d’essi differì Dudone
270l’andata sua; che non minori acquisti
di ragionar con tai baroni estima,
che d’esser gito uno o duo giorni prima.
Astolfo accoglie i cavalieri nella propria tenda, offre loro cibo, armi e tutto il necessario. Dudone rinvia la partenza della flotta, ritenendo prezioso il tempo trascorso a parlare con quei compagni.
Ottava 35
In che stato, in che termine si trove
e Francia e Carlo, istruzion vera ebbe;
275e dove più sicuramente, e dove,
per far miglior effetto, calar debbe.
Mentre da lor venìa intendendo nuove,
s’udì un rumor che tuttavia più crebbe;
e un dar all’arme ne seguì sì fiero,
280che fece a tutti far più d’un pensiero.
I cavalieri riferiscono a Dudone le condizioni di Carlo e della guerra in Francia, indicando anche il luogo migliore per uno sbarco. Mentre parlano, un allarme crescente attraversa l’accampamento.
Ottava 36
Il duca Astolfo e la compagnia bella,
che ragionando insieme si trovaro,
in un momento armati furo e in sella,
e verso il maggior grido in fretta andaro,
285di qua di là cercando pur novella
di quel romore; e in loco capitaro,
ove videro un uom tanto feroce,
che nudo e solo a tutto ’l campo nuoce.
Astolfo, Dudone, Oliviero e Brandimarte si armano e accorrono: scoprono un uomo completamente nudo che, da solo, devasta il campo con una forza sovrumana.
Ottava 37
Menava un suo baston di legno in volta,
290che era sì duro e sì grave e sì fermo,
che declinando quel, facea ogni volta
cader in terra un uom peggio ch’infermo.
Già a più di cento avea la vita tolta;
né più se gli facea riparo o schermo,
295se non tirando di lontan saette:
d’appresso non è alcun già che l’aspette.
Il folle brandisce un grosso bastone e abbatte chiunque gli si avvicini. Ha già ucciso moltissimi uomini e i soldati non osano più affrontarlo da vicino, limitandosi a tirargli frecce da lontano.
Ottava 38
Dudone, Astolfo, Brandimarte, essendo
corsi in fretta al romore, ed Oliviero,
de la gran forza e del valor stupendo
300stavan maravigliosi di quel fiero;
quando venir s’un palafren correndo
videro una donzella in vestir nero,
che corse a Brandimarte e salutollo,
e gli alzò a un tempo ambe le braccia al collo.
I cavalieri guardano stupiti quell’uomo quando arriva una giovane vestita di nero. È Fiordiligi, che corre verso Brandimarte e lo abbraccia con grande emozione.
Ottava 39
305Questa era Fiordiligi, che sì acceso
avea d’amor per Brandimarte il core,
che quando al ponte stretto il lasciò preso,
vicina ad impazzar fu di dolore.
Di là dal mare era passata, inteso
310avendo dal pagan che ne fu autore,
che mandato con molti cavallieri
era prigion ne la città d’Algieri.
Fiordiligi aveva sofferto terribilmente quando Brandimarte era stato catturato da Rodomonte. Saputo che era stato condotto prigioniero in Africa, aveva attraversato il mare per cercarlo.
Ottava 40
Quando fu per passare, avea trovato
a Marsilia una nave di Levante,
315ch’un vecchio cavalliero avea portato
de la famiglia del re Monodante;
il qual molte province avea cercato,
quando per mar, quando per terra errante,
per trovar Brandimarte; che nuova ebbe
320tra via di lui, ch’in Francia il troverebbe.
Durante il viaggio aveva incontrato a Marsiglia una nave orientale che trasportava un anziano cavaliere al servizio di Monodante. L’uomo cercava Brandimarte in nome del re e aveva percorso molti paesi.
Ottava 41
Ed ella, conosciuto che Bardino
era costui, Bardino che rapito
al padre Brandimarte piccolino,
ed a Rocca Silvana avea notrito,
325e la cagione intesa del camino,
seco fatto l’avea scioglier dal lito,
avendogli narrato in che maniera
Brandimarte passato in Africa era.
Fiordiligi riconobbe l’anziano come Bardino, che un tempo aveva sottratto il piccolo Brandimarte al padre per allevarlo a Rocca Silvana. Gli spiegò che il cavaliere era in Africa e lo convinse a proseguire il viaggio insieme.
Ottava 42
Tosto che furo a terra, udir le nuove,
330ch’assediata d’Astolfo era Biserta:
che seco Brandimarte si ritrove
udito avean, ma non per cosa certa.
Or Fiordiligi in tal fretta si muove,
come lo vede, che ben mostra aperta
335quella allegrezza ch’i precessi guai
le fero la maggior ch’avesse mai.
Appena sbarcati, Fiordiligi e Bardino seppero dell’assedio di Biserta e della possibile presenza di Brandimarte nell’esercito di Astolfo. Ritrovandolo, la donna prova una felicità tanto più intensa quanto grande era stata la paura di averlo perduto.
Ottava 43
Il gentil cavallier, non men giocondo
di veder la diletta e fida moglie
ch’amava più che cosa altra del mondo,
340l’abraccia e stringe e dolcemente accoglie:
né per saziare al primo né al secondo
né al terzo bacio era l’accese voglie;
se non ch’alzando gli occhi ebbe veduto
Bardin che con la donna era venuto.
Brandimarte, altrettanto felice, la stringe in un lungo abbraccio e la bacia più volte. Solo dopo un po’ scorge Bardino e vorrebbe salutarlo e interrogarlo sulle ragioni del suo arrivo.
Ottava 44
345Stese le mani, ed abbracciar lo volle,
e insieme domandar perché venìa;
ma di poterlo far tempo gli tolle
il campo ch’in disordine fuggia
dinanzi a quel baston che ’l nudo folle
350menava intorno, e gli facea dar via.
Fiordiligi mirò quel nudo in fronte,
e gridò a Brandimarte: – Eccovi il conte! –
Il tumulto però cresce: gli uomini fuggono davanti al folle armato di bastone. Fiordiligi lo osserva attentamente, ne riconosce il volto e grida a Brandimarte che quell’uomo è Orlando.
Ottava 45
Astolfo tutto a un tempo, ch’era quivi,
che questo Orlando fosse, ebbe palese
355per alcun segno che dai vecchi divi
su nel terrestre paradiso intese.
Altrimente restavan tutti privi
di cognizion di quel signor cortese;
che per lungo sprezzarsi, come stolto,
360avea di fera, più che d’uomo, il volto.
Astolfo riconosce Orlando grazie ai segni che gli erano stati descritti nel Paradiso terrestre. Senza quelle indicazioni nessuno lo avrebbe identificato, tanto la follia e la vita selvaggia ne hanno trasformato l’aspetto.
Ottava 46
Astolfo per pietà che gli traffisse
il petto e il cor, si volse lacrimando;
ed a Dudon (che gli era appresso) disse,
ed indi ad Oliviero: – Eccovi Orlando! –
365Quei gli occhi alquanto e le palpèbre fisse
tenendo in lui, l’andar raffigurando;
e ’l ritrovarlo in tal calamitade,
gli empì di meraviglie e di pietade.
Astolfo, commosso fino alle lacrime, rivela a Dudone e Oliviero che il folle è Orlando. I cavalieri lo osservano meglio, lo riconoscono a poco a poco e restano sconvolti dalla sua condizione.
Ottava 47
Piangeano quei signor per la più parte:
370sì lor ne dolse, e lor ne ’ncrebbe tanto.
– Tempo è (lor disse Astolfo) trovar arte
di risanarlo, e non di fargli il pianto. –
E saltò a piedi, e così Brandimarte,
Sansonetto, Oliviero e Dudon santo;
375e s’aventaro al nipote di Carlo
tutti in un tempo; che volean pigliarlo.
Molti cominciano a piangere, ma Astolfo li invita ad agire: ora bisogna guarire Orlando, non soltanto commiserarlo. I paladini smontano e si gettano insieme su di lui per catturarlo.
Ottava 48
Orlando che si vide fare il cerchio,
menò il baston da disperato e folle;
ed a Dudon che si facea coperchio
380al capo de lo scudo ed entrar volle,
fe’ sentir ch’era grave di soperchio:
e se non che Olivier col brando tolle
parte del colpo, avria il bastone ingiusto
rotto lo scudo, l’elmo, il capo e il busto.
Orlando cerca di respingerli con il bastone e assesta a Dudone un colpo tanto forte che avrebbe potuto ucciderlo, se Oliviero non avesse deviato in parte l’arma con la spada.
Ottava 49
385Lo scudo roppe solo, e su l’elmetto
tempestò sì, che Dudon cadde in terra.
Menò la spada a un tempo Sansonetto;
e del baston più di duo braccia afferra
con valor tal, che tutto il taglia netto.
390Brandimarte ch’addosso se gli serra,
gli cinge i fianchi, quanto può, con ambe
le braccia, e Astolfo il piglia ne le gambe.
Il bastone spezza lo scudo di Dudone e lo fa cadere per l’urto sull’elmo. Sansonetto tronca l’arma di Orlando con la spada; Brandimarte gli afferra il busto e Astolfo tenta di immobilizzargli le gambe.
Ottava 50
Scuotesi Orlando, e lungi dieci passi
da sé l’Inglese fe’ cader riverso:
395non fa però che Brandimarte il lassi,
che con più forza l’ha preso a traverso.
Ad Olivier che troppo inanzi fassi,
menò un pugno sì duro e sì perverso,
che lo fe’ cader pallido ed esangue,
400e dal naso e dagli occhi uscirgli il sangue.
Orlando si divincola con potenza impressionante, getta Astolfo lontano e colpisce Oliviero al volto. Il paladino cade ferito, mentre Brandimarte continua ostinatamente a stringere Orlando.
Ottava 51
E se non era l’elmo più che buono,
ch’avea Olivier, l’avria quel pugno ucciso:
cadde però, come se fatto dono
avesse de lo spirto al paradiso.
405Dudone e Astolfo che levati sono,
ben che Dudone abbia gonfiato il viso,
e Sansonetto che ’l bel colpo ha fatto,
adosso a Orlando son tutti in un tratto.
Il pugno avrebbe ucciso Oliviero senza la protezione dell’elmo. Dudone, Astolfo e Sansonetto si rialzano e attaccano di nuovo il folle, nonostante le ferite e la fatica.
Ottava 52
Dudon con gran vigor dietro l’abbraccia,
410pur tentando col piè farlo cadere:
Astolfo e gli altri gli han prese le braccia,
né lo puon tutti insieme anco tenere.
C’ha visto toro a cui si dia la caccia,
e ch’alle orecchie abbia le zanne fiere,
415correr mugliando, e trarre ovunque corre
i cani seco, e non potersi sciorre;
Dudone stringe Orlando da dietro, gli altri gli afferrano le braccia, ma non riescono a fermarlo. La sua forza è paragonata a quella di un toro che trascina con sé i cani da caccia aggrappati al corpo.
Ottava 53
imagini ch’Orlando fosse tale,
che tutti quei guerrier seco traea.
In quel tempo Olivier di terra sale,
420là dove steso il gran pugno l’avea;
e visto che così si potea male
far di lui quel ch’Astolfo far volea,
si pensò un modo, ed ad effetto il messe,
di far cader Orlando, e gli successe.
Orlando continua a trascinare i paladini. Oliviero si riprende e, vedendo che la sola forza non basta, inventa un sistema per farlo cadere senza ucciderlo.
Ottava 54
425Si fe’ quivi arrecar più d’una fune,
e con nodi correnti adattò presto;
ed alle gambe ed alle braccia alcune
fe’ porre al conte, ed a traverso il resto.
Di quelle i capi poi partì in commune,
430e li diede a tenere a quello e a questo.
Per quella via che maniscalco atterra
cavallo o bue, fu tratto Orlando in terra.
Oliviero si fa portare diverse corde, le dispone con nodi scorsoi attorno a braccia, gambe e busto di Orlando e ne affida le estremità ai compagni. Tirando insieme, riescono ad abbatterlo come si fa con un cavallo o un bue.
Ottava 55
Come egli è in terra, gli son tutti adosso,
e gli legan più forte e piedi e mani.
435Assai di qua di là s’è Orlando scosso,
ma sono i suoi risforzi tutti vani.
Commanda Astolfo che sia quindi mosso,
che dice voler far che si risani.
Dudon ch’è grande, il leva in su le schene,
440e porta al mar sopra l’estreme arene.
Una volta a terra, Orlando viene legato più strettamente e i suoi tentativi di liberarsi sono inutili. Astolfo ordina di portarlo al mare perché possa finalmente curarlo; Dudone se lo carica sulle spalle.
Ottava 56
Lo fa lavar Astolfo sette volte;
e sette volte sotto acqua l’attuffa;
sì che dal viso e da le membra stolte
leva la brutta rugine e la muffa:
445poi con certe erbe, a questo effetto colte,
la bocca chiuder fa, che soffia e buffa;
che non volea ch’avesse altro meato
onde spirar, che per lo naso, il fiato.
Astolfo fa immergere e lavare Orlando sette volte per liberarlo dalla sporcizia. Poi gli chiude la bocca con erbe preparate per l’occasione, lasciandogli come unica via per respirare il naso.
Ottava 57
Aveasi Astolfo apparecchiato il vaso
450in che il senno d’Orlando era rinchiuso;
e quello in modo appropinquogli al naso,
che nel tirar che fece il fiato in suso,
tutto il votò: maraviglioso caso!
che ritornò la mente al primier uso;
455e ne’ suoi bei discorsi l’intelletto
rivenne, più che mai lucido e netto.
Il duca avvicina al naso di Orlando l’ampolla raccolta sulla Luna. Il paladino inspira e assorbe tutto il senno conservato nel vaso: immediatamente la sua intelligenza ritorna lucida come prima, anzi più limpida.
Ottava 58
Come chi da noioso e grave sonno,
ove o vedere abominevol forme
di mostri che non son, né ch’esser ponno,
460o gli par cosa far strana ed enorme,
ancor si maraviglia, poi che donno
è fatto de’ suoi sensi, e che non dorme;
così, poi che fu Orlando d’error tratto,
restò maraviglioso e stupefatto.
Orlando prova lo stupore di chi si sveglia da un incubo terribile e, ritrovati i propri sensi, non comprende come siano potute sembrare reali le visioni del sonno.
Ottava 59
465E Brandimarte, e il fratel d’Aldabella,
e quel che ’l senno in capo gli ridusse,
pur pensando riguarda, e non favella,
come egli quivi e quando si condusse.
Girava gli occhi in questa parte e in quella,
470né sapea imaginar dove si fusse.
Si maraviglia che nudo si vede,
e tante funi ha da le spalle al piede.
Guarda Brandimarte, Oliviero e Astolfo senza capire come sia arrivato in quel luogo. È meravigliato di trovarsi nudo e legato dalla testa ai piedi, senza ricordare le proprie imprese folli.
Ottava 60
Poi disse, come già disse Sileno
a quei che lo legar nel cavo speco:
475<I>Solvite me,</I> con viso sì sereno,
con guardo sì men de l’usato bieco,
che fu slegato; e de’ panni ch’avieno
fatti arrecar participaron seco,
consolandolo tutti del dolore,
480che lo premea, di quel passato errore.
Orlando chiede serenamente di essere sciolto. La tranquillità del suo sguardo convince tutti che è guarito; i compagni lo liberano, gli procurano abiti e cercano di consolarlo per la sofferenza appena attraversata.
Ottava 61
Poi che fu all’esser primo ritornato
Orlando più che mai saggio e virile,
d’amor si trovò insieme liberato;
sì che colei, che sì bella e gentile
485gli parve dianzi, e ch’avea tanto amato,
non stima più se non per cosa vile.
Ogni suo studio, ogni disio rivolse
a racquistar quanto già amor gli tolse.
Orlando è tornato non solo saggio e valoroso, ma anche libero dalla passione ossessiva per Angelica. Non la considera più il centro della propria vita e desidera soprattutto recuperare il tempo e l’onore perduti per amore.
Ottava 62
Narrò Bardino intanto a Brandimarte,
490che morto era il suo padre Monodante;
e che a chiamarlo al regno egli da parte
veniva prima del fratel Gigliante,
poi de le genti ch’abitan le sparte
isole in mare, e l’ultime in Levante;
495di che non era un altro regno al mondo
sì ricco, populoso, o sì giocondo.
Bardino riferisce a Brandimarte che suo padre Monodante è morto. Lo invita a tornare e assumere il governo di un regno ricchissimo, popoloso e prospero, nel quale tutti attendono il legittimo erede.
Ottava 63
Disse, tra più ragion che dovea farlo,
che dolce cosa era la patria; e quando
si disponesse di voler gustarlo,
500avria poi sempre in odio andare errando.
Brandimarte rispose voler Carlo
servir per tutta questa guerra e Orlando;
e se potea vederne il fin, che poi
penseria meglio sopra i casi suoi.
Bardino ricorda quanto sia dolce vivere nella propria patria invece di errare continuamente. Brandimarte risponde che vuole terminare la guerra al servizio di Carlo e restare accanto a Orlando; soltanto dopo deciderà se tornare a regnare.
Ottava 64
505Il dì seguente la sua armata spinse
verso Provenza il figlio del Danese.
Indi Orlando col duca si ristrinse,
ed in che stato era la guerra, intese:
tutta Biserta poi d’assedio cinse,
510dando però l’onore al duca inglese
d’ogni vittoria; ma quel duca il tutto
facea, come dal conte venìa istrutto.
Il giorno successivo Dudone salpa con la flotta verso la Provenza. Orlando riceve da Astolfo informazioni sulla guerra e contribuisce all’assedio di Biserta, pur lasciando al duca inglese il merito pubblico delle vittorie.
Ottava 65
Ch’ordine abbian tra lor, come s’assaglia
la gran Biserta, e da che lato e quando,
515come fu presa alla prima battaglia,
chi ne l’onor parte ebbe con Orlando,
s’io non vi séguito ora, non vi caglia;
ch’io non me ne vo molto dilungando.
In questo mezzo di saper vi piaccia,
520come dai Franchi i Mori hanno la caccia.
Il poeta rimanda a un momento successivo la descrizione dettagliata dell’assedio e della conquista di Biserta. Per il momento torna alla Francia, dove Carlo sta inseguendo i saraceni in fuga.
Ottava 66
Fu quasi il re Agramante abbandonato
nel pericol maggior di quella guerra;
che con molti pagani era tornato
Marsilio e ’l re Sobrin dentro alla terra,
525poi su l’armata è questo e quel montato,
che dubbio avean di non salvarsi in terra;
e duci e cavallier del popul Moro
molti seguito avean l’esempio loro.
Agramante è quasi abbandonato nella fase più pericolosa della battaglia. Marsilio e Sobrino, insieme a numerosi capi, si ritirano ad Arles e poi sulle navi, seguiti da altri guerrieri che temono di essere catturati.
Ottava 67
Pure Agramante la pugna sostiene;
530e quando finalmente più non puote,
volta le spalle, e la via dritta tiene
alle porte non troppo indi remote.
Rabican dietro in gran fretta gli viene,
che Bradamante stimola e percuote:
535d’ucciderlo era disiosa molto;
che tante volte il suo Ruggier le ha tolto.
Agramante resiste finché può, poi fugge verso le porte della città. Bradamante lo insegue su Rabicano, desiderosa di ucciderlo per il male che ritiene abbia causato a Ruggiero.
Ottava 68
Il medesmo desir Marfisa avea,
per far del padre suo tarda vendetta;
e con gli sproni, quanto più potea,
540facea il destrier sentir ch’ella avea fretta.
Ma né l’una né l’altra vi giungea
sì a tempo, che la via fosse intercetta
al re d’entrar ne la città serrata,
ed indi poi salvarsi in su l’armata.
Anche Marfisa vuole raggiungere Agramante per vendicare il padre. Le due guerriere spronano i cavalli al massimo, ma il re riesce a entrare in città e a rifugiarsi sulle navi prima di essere intercettato.
Ottava 69
545Come due belle e generose parde
che fuor del lascio sien di pari uscite,
poscia ch’i cervi o le capre gagliarde
indarno aver si veggano seguite,
vergognandosi quasi, che fur tarde,
550sdegnose se ne tornano e pentite;
così tornar le due donzelle, quando
videro il pagan salvo, sospirando.
Bradamante e Marfisa tornano indietro deluse, come due leopardi da caccia che abbiano inseguito invano una preda e provino vergogna per averla lasciata scappare.
Ottava 70
Non però si fermar; ma ne la frotta
degli altri che fuggivano, cacciarsi,
555di qua di là facendo ad ogni botta
molti cader senza mai più levarsi.
A mal partito era la gente rotta,
che per fuggir non potea ancor salvarsi;
ch’Agramante avea fatto per suo scampo
560chiuder la porta ch’uscia verso il campo,
Le due però non smettono di combattere e si avventano sui soldati saraceni in ritirata. Molti vengono abbattuti perché Agramante, per proteggersi, ha fatto chiudere le porte della città.
Ottava 71
e fatto sopra il Rodano tagliare
i ponti tutti. Ah sfortunata plebe,
che dove del tiranno utile appare,
sempre è in conto di pecore e di zebe!
565Chi s’affoga nel fiume e chi nel mare,
chi sanguinose fa di sé le glebe.
Molti perir, pochi restar prigioni;
che pochi a farsi taglia erano buoni.
Il re ha fatto tagliare anche i ponti sul Rodano, impedendo a migliaia di uomini di salvarsi. Ariosto denuncia l’egoismo dei tiranni che sacrificano il popolo per il proprio vantaggio: numerosi soldati annegano o muoiono sotto i colpi dei cristiani.
Ottava 72
De la gran moltitudine ch’uccisa
570fu da ogni parte in questa ultima guerra
(ben che la cosa non fu ugual divisa;
ch’assai più andar dei Saracin sotterra
per man di Bradamante e di Marfisa),
se ne vede ancor segno in quella terra;
575che presso ad Arli, ove il Rodano stagna,
piena di sepolture è la campagna.
La strage è tale che, secondo il poeta, ancora si vedono molte tombe nella campagna presso Arles e il Rodano. Una parte particolarmente grande dei saraceni è caduta per mano di Bradamante e Marfisa.
Ottava 73
Fatto avea intanto il re Agramante sciorre
e ritirar in alto i legni gravi,
lasciando alcuni, e i più leggieri, a torre
580quei che volean salvarsi in su le navi.
Vi ste’ duo dì per chi fuggia raccorre,
e perché venti eran contrari e pravi.
Fece lor dar le vele il terzo giorno;
ch’in Africa credea di far ritorno.
Agramante prepara le navi per la fuga, lasciando alcuni vascelli leggeri a raccogliere i superstiti. Attende due giorni per il vento contrario e per far imbarcare i fuggiaschi; al terzo giorno salpa verso l’Africa.
Ottava 74
585Il re Marsilio che sta in gran paura
ch’alla sua Spagna il fio pagar non tocche,
e la tempesta orribilmente oscura
sopra suoi campi all’ultimo non scocche;
si fe’ porre a Valenza, e con gran cura
590cominciò a riparar castella e rocche,
e preparar la guerra che fu poi
la sua ruina e degli amici suoi.
Marsilio, temendo che Carlo possa portare la guerra in Spagna, sbarca a Valencia e comincia a fortificare castelli e città. Queste precauzioni non impediranno, anticipa il poeta, la futura rovina sua e dei suoi alleati.
Ottava 75
Verso Africa Agramante alzò le vele
de’ legni male armati, e voti quasi;
595d’uomini voti, e pieni di querele,
perch’in Francia i tre quarti eran rimasi.
Chi chiama il re superbo, chi crudele,
chi stolto; e come avviene in simil casi,
tutti gli voglion mal ne’ lor secreti;
600ma timor n’hanno, e stan per forza cheti.
Agramante parte su navi danneggiate e quasi prive di equipaggi, perché molti uomini sono morti in Francia. I superstiti lo maledicono in segreto, chiamandolo superbo, folle e crudele, ma non osano parlargli apertamente.
Ottava 76
Pur duo talora o tre schiudon le labbia,
ch’amici sono, e che tra lor s’han fede,
e sfogano la colera e la rabbia;
e ’l misero Agramante ancor si crede
605ch’ognun gli porti amore, e pietà gli abbia:
e questo gl’intervien, perché non vede
mai visi se non finti, e mai non ode
se non adulazion, menzogne e frode.
Soltanto piccoli gruppi di amici sfogano fra loro la rabbia. Agramante, circondato da cortigiani che fingono affetto e lo adulano, continua invece a credere che i suoi uomini lo amino e lo compiangano.
Ottava 77
Erasi consigliato il re africano
610di non smontar nel porto di Biserta,
però ch’avea del popul nubiano,
che quel lito tenea, novella certa;
ma tenersi di sopra sì lontano,
che non fosse acre la discesa ed erta;
615mettersi in terra, e ritornare al dritto
a dar soccorso al suo populo afflitto.
Il re decide di non sbarcare direttamente a Biserta, già controllata dai Nubiani. Vorrebbe approdare più lontano, radunare i superstiti e poi avanzare per portare aiuto ai sudditi rimasti in Africa.
Ottava 78
Ma il suo fiero destin che non risponde
a quella intenzion provida e saggia,
vuol che l’armata che nacque di fronde
620miracolosamente ne la spiaggia,
e vien solcando inverso Francia l’onde,
con questa ad incontrar di notte s’aggia,
a nubiloso tempo, oscuro e tristo,
perché sia in più disordine sprovisto.
Il destino manda però contro la sua flotta quella che Astolfo ha creato miracolosamente dalle fronde e affidato a Dudone. Le due armate si incontrano di notte, durante un tempo oscuro e tempestoso, quando i saraceni sono impreparati.
Ottava 79
625Non ha avuto Agramante ancora spia,
ch’Astolfo mandi una armata sì grossa;
né creduto anco a chi ’l dicesse, avria,
che cento navi un ramuscel far possa:
e vien senza temer ch’intorno sia
630che contra lui s’ardisca di far mossa;
né pone guardie né veletta in gabbia,
che di ciò che si scuopre avisar abbia.
Agramante non sa neppure che Astolfo disponga di una flotta tanto numerosa: non potrebbe immaginare che un ramo si sia trasformato in una nave. Per questo naviga senza sentinelle né vedette pronte a segnalare un pericolo.
Ottava 80
Sì che i navili che d’Astolfo avuti
avea Dudon, di buona gente armati,
635e che la sera avean questi veduti,
ed alla volta lor s’eran drizzati,
assalir gli nimici sproveduti,
gittaro i ferri, e sonsi incatenati,
poi ch’al parlar certificati foro,
640ch’erano Mori e gli nimici loro.
Dudone, che ha visto le navi nemiche prima di essere scoperto, si avvicina in silenzio. Accertato che si tratta di saraceni, ordina l’attacco e fa agganciare le proprie imbarcazioni a quelle di Agramante.
Ottava 81
Ne l’arrivar i gran navili fenno
(spirando il vento a’ lor desir secondo),
nei Saracin con tale impeto denno,
che molti legni ne cacciaro al fondo.
645Poi cominciaro oprar le mani e il senno,
e ferro e fuoco e sassi di gran pondo
tirar con tanta e sì fiera tempesta,
che mai non ebbe il mar simile a questa.
Con il vento a favore le navi cristiane urtano quelle saracene, affondandone diverse. Poi gli uomini di Dudone combattono con armi, pietre e fuoco, trasformando il mare in un campo di battaglia terribile.
Ottava 82
Quei di Dudone, a cui possanza e ardire
650più del solito è lor dato di sopra
(che venuto era il tempo di punire
i Saracin di più d’una mal’opra),
sanno appresso e lontan sì ben ferire,
che non trova Agramante ove si cuopra.
655Gli cade sopra un nembo di saette;
da lato ha spade e graffi e picche e accette.
I cristiani colpiscono da vicino e da lontano con una violenza che il poeta presenta come punizione divina delle imprese saracene. Agramante si trova circondato da frecce, picche, spade e asce, senza sapere dove ripararsi.
Ottava 83
D’alto cader sente gran sassi e gravi
da machine cacciati e da tormenti;
e prore e poppe fraccassar de navi,
660ed aprire usci al mar larghi e patenti;
e ’l maggior danno è de l’incendi pravi,
a nascer presti, ad ammorzarsi lenti.
La sfortunata ciurma si vuol torre
del gran periglio, e via più ognor vi corre.
Dalle macchine da guerra cadono enormi pietre che distruggono gli scafi e aprono falle nelle navi. Ancora più terribili sono gli incendi, che divampano rapidamente e risultano difficili da spegnere.
Ottava 84
665Altri che ’l ferro e l’inimico caccia,
nel mar si getta, e vi s’affoga e resta:
altri che muove a tempo piedi e braccia,
va per salvarsi o in quella barca o in questa;
ma quella, grave oltre il dover, lo scaccia,
670e la man, per salir troppo molesta,
fa restare attaccata ne la sponda:
ritorna il resto a far sanguigna l’onda.
Alcuni marinai si gettano in mare per sfuggire alle spade e annegano; altri cercano di arrampicarsi sulle imbarcazioni già sovraccariche, ma vengono respinti o mutilati dai difensori.
Ottava 85
Altri che spera in mar salvar la vita,
o perderlavi almen con minor pena,
675poi che notando non ritrova aita,
e mancar sente l’animo e la lena,
alla vorace fiamma c’ha fuggita,
la tema di annegarsi anco rimena:
s’abbraccia a un legno ch’arde, e per timore
680c’ha di due morte, in ambe se ne muore.
Altri si tuffano in acqua per evitare le fiamme, ma presto perdono le forze e cercano nuovamente rifugio sulle navi che bruciano. Nel tentativo di evitare un tipo di morte, finiscono per subirne due insieme.
Ottava 86
Altri per tema di spiedo o d’accetta
che vede appresso, al mar ricorre invano,
perché dietro gli vien pietra o saetta
che non lo lascia andar troppo lontano.
685Ma saria forse, mentre che diletta
il mio cantar, consiglio utile e sano
di finirlo, più tosto che seguire
tanto, che v’annoiasse il troppo dire.
Chi fugge dalle armi si getta in mare, ma è raggiunto da frecce e pietre. Ariosto conclude interrompendo il racconto della strage: preferisce fermarsi prima che una descrizione troppo lunga stanchi gli ascoltatori.