L’Orlando furioso · Ludovico Ariosto
Canto trentasettesimo
Testo originale e parafrasi
Ogni ottava affianca il testo originale alla parafrasi in italiano contemporaneo.
| Testo originale | Parafrasi |
|---|---|
| Ottava 1 1Se, come in acquistar qualch’altro dono che senza industria non può dar Natura, affaticate notte e dì si sono con somma diligenza e lunga cura 5le valorose donne, e se con buono successo n’è uscit’opra non oscura; così si fosson poste a quelli studi ch’immortal fanno le mortal virtudi; | Le donne valorose hanno dedicato molti sforzi a sviluppare capacità che non si possiedono senza esercizio. Se avessero potuto coltivare con la stessa libertà gli studi che rendono immortali le imprese umane, avrebbero lasciato una testimonianza ben più ampia del proprio valore. |
| Ottava 2 e che per sé medesime potuto 10avesson dar memoria alle sue lode, non mendicar dagli scrittori aiuto, ai quali astio ed invidia il cor sì rode, che ’l ben che ne puon dir, spesso è taciuto, e ’l mal, quanto ne san, per tutto s’ode; 15tanto il lor nome sorgeria, che forse viril fama a tal grado unqua non sorse. | Se le donne avessero potuto raccontare direttamente i propri meriti, senza dipendere da scrittori spesso mossi da gelosia o ostilità, la loro fama sarebbe cresciuta forse più di quella degli uomini: molte imprese femminili sono state taciute e molti difetti ingigantiti. |
| Ottava 3 Non basta a molti di prestarsi l’opra in far l’un l’altro glorioso al mondo, ch’anco studian di far che si discuopra 20ciò che le donne hanno fra lor d’immondo. Non le vorrian lasciar venir di sopra, e quanto puon, fan per cacciarle al fondo: dico gli antiqui; quasi l’onor debbia d’esse il lor oscurar, come il sol nebbia. | Ariosto critica gli autori antichi che, oltre a glorificarsi reciprocamente, cercavano di mettere in evidenza ciò che consideravano vergognoso nelle donne, quasi temessero che il prestigio femminile potesse oscurare il proprio. |
| Ottava 4 25Ma non ebbe e non ha mano né lingua, formando in voce o discrivendo in carte (quantunque il mal, quanto può, accresce e impingua, e minuendo il ben va con ogni arte), poter però, che de le donne estingua 30la gloria sì, che non ne resti parte; ma non già tal, che presso al segno giunga, né ch’anco se gli accosti di gran lunga: | Nonostante i tentativi di diminuire i meriti delle donne, la loro gloria non è scomparsa. Ciò che è arrivato fino a noi, tuttavia, resta molto al di sotto del valore che quelle donne ebbero realmente. |
| Ottava 5 ch’Arpalice non fu, non fu Tomiri, non fu chi Turno, non chi Ettor soccorse; 35non chi seguita da Sidoni e Tiri andò per lungo mare in Libia a porse; non Zenobia, non quella che gli Assiri, i Persi e gl’Indi con vittoria scorse: non fur queste e poch’altre degne sole, 40di cui per arme eterna fama vole. | Le eroine celebrate dalla storia, come Arpalice, Tomiri, Didone, Zenobia e altre figure famose per coraggio e potere, non furono le sole donne degne di memoria. Sono soltanto alcuni nomi che hanno resistito all’oblio. |
| Ottava 6 E di fedeli e caste e sagge e forti stato ne son, non pur in Grecia e in Roma, ma in ogni parte ove fra gl’Indi e gli Orti de le Esperide il Sol spiega la chioma: 45de le quai sono i pregi agli onor morti, sì ch’a pena di mille una si noma; e questo, perché avuto hanno ai lor tempi gli scrittori bugiardi, invidi ed empi. | In ogni epoca e in ogni parte del mondo sono vissute donne fedeli, sagge, caste e forti; eppure ne ricordiamo pochissime. Il poeta attribuisce questa ingiustizia a coloro che scrissero la storia con invidia o malafede. |
| Ottava 7 Non restate però, donne, a cui giova 50il bene oprar, di seguir vostra via; né da vostra alta impresa vi rimuova tema che degno onor non vi si dia: che, come cosa buona non si trova che duri sempre, così ancor né ria. 55Se le carte sin qui state e gl’inchiostri per voi non sono, or sono a’ tempi nostri. | Ariosto invita le donne a non abbandonare le proprie imprese per timore di non essere riconosciute. Anche i cattivi costumi finiscono col cambiare: la sua epoca dispone finalmente di autori pronti a celebrarne il merito. |
| Ottava 8 Dianzi Marullo ed il Pontan per vui sono, e duo Strozzi, il padre e ’l figlio, stati: c’è il Bembo, c’è il Capel, c’è chi, qual lui 60vediamo, ha tali i cortigian formati: c’è un Luigi Alaman: ce ne son dui, di par da Marte e da le Muse amati, ambi del sangue che regge la terra che ’l Menzo fende e d’alti stagni serra. | Il poeta elenca letterati contemporanei che hanno elogiato le donne, da Marullo e Pontano agli Strozzi, Bembo, Castiglione e altri. Cita anche due illustri uomini della casata che governa Mantova, entrambi dediti alle armi e alla cultura. |
| Ottava 9 65Di questi l’uno, oltre che ’l proprio istinto ad onorarvi e a riverirvi inchina, e far Parnasso risonare e Cinto di vostra laude, e porla al ciel vicina; l’amor, la fede, il saldo e non mai vinto 70per minacciar di strazi e di ruina, animo ch’Issabella gli ha dimostro, lo fa, assai più che di se stesso, vostro: | Uno di quegli uomini si distingue non soltanto per il talento poetico, ma anche per la fedeltà dimostrata da Isabella, che gli è rimasta accanto nonostante minacce e difficoltà. L’affetto per lei rende ancora più profonda la sua ammirazione per le donne. |
| Ottava 10 sì che non è per mai trovarsi stanco di farvi onor nei suoi vivaci carmi: 75e s’altri vi dà biasmo, non è ch’anco sia più pronto di lui per pigliar l’armi: e non ha il mondo cavallier che manco la vita sua per la virtù rispiarmi. Dà insieme egli materia ond’altri scriva, 80e fa la gloria altrui, scrivendo, viva. | Questo uomo continuerà a celebrare le donne con i versi e le difenderà anche con le armi, quando necessario. Il suo coraggio è tale da non risparmiare la vita per il bene, e le sue stesse azioni offrono materia ai poeti. |
| Ottava 11 Ed è ben degno che sì ricca donna, ricca di tutto quel valor che possa esser fra quante al mondo portin gonna, mai non si sia di sua costanza mossa; 85e sia stata per lui vera colonna, sprezzando di Fortuna ogni percossa: di lei degno egli, e degna ella di lui; né meglio s’accoppiaro unque altri dui. | Ariosto elogia la coppia: la donna ha dato prova di una fedeltà incrollabile nonostante i colpi della fortuna, e l’uomo è degno di lei. Difficilmente, sostiene, si potrebbe immaginare un’unione migliore. |
| Ottava 12 Nuovi trofei pon su la riva d’Oglio; 90ch’in mezzo a ferri, a fuochi, a navi, a ruote ha sparso alcun tanto ben scritto foglio, che ’l vicin fiume invidia aver gli puote. Appresso a questo un Ercol Bentivoglio fa chiaro il vostro onor con chiare note, 95e Renato Trivulcio, e ’l mio Guidetto, e ’l Molza, a dir di voi da Febo eletto. | Il poeta ricorda altri scrittori e mecenati che diffondono gli elogi delle donne: fra loro Ercole Bentivoglio, Renato Trivulzio, Guidetto e Molza. Le loro opere rendono celebri virtù altrimenti ignorate. |
| Ottava 13 C’è ’l duca de’ Carnuti Ercol, figliuolo del duca mio, che spiega l’ali come canoro cigno, e va cantando a volo, 100e fin al cielo udir fa il vostro nome. C’è il mio signor del Vasto, a cui non solo di dare a mille Atene e a mille Rome di sé materia basta, ch’anco accenna volervi eterne far con la sua penna. | Aggiunge Ercole d’Este, figlio del duca, descritto come un cigno canoro, e il marchese del Vasto: costui offre già con le imprese materia agli storici e desidera rendere immortali le donne anche con la propria penna. |
| Ottava 14 105Ed oltre a questi ed altri ch’oggi avete, che v’hanno dato gloria e ve la danno, voi per voi stesse dar ve la potete; poi che molte, lasciando l’ago e ’l panno, son con le Muse a spegnersi la sete 110al fonte d’Aganippe andate, e vanno; e ne ritornan tai, che l’opra vostra è più bisogno a noi, ch’a voi la nostra. | Le donne, osserva Ariosto, non devono però affidarsi soltanto agli elogi maschili. Molte si dedicano ormai alla poesia e agli studi, e producono opere che possono arricchire la cultura degli stessi uomini. |
| Ottava 15 Se chi sian queste, e di ciascuna voglio render buon conto, e degno pregio darle, 115bisognerà ch’io verghi più d’un foglio, e ch’oggi il canto mio d’altro non parle: e s’a lodarne cinque o sei ne toglio, io potrei l’altre offendere e sdegnarle. Che farò dunque? Ho da tacer d’ognuna, 120o pur fra tante sceglierne sol una? | Il poeta vorrebbe nominare e lodare tutte le donne letterate, ma per farlo occorrerebbero molte pagine; scegliere soltanto alcuni nomi rischierebbe di offendere le escluse. Si domanda quindi come procedere. |
| Ottava 16 Sceglieronne una; e sceglierolla tale, che superato avrà l’invidia in modo, che nessun’altra potrà avere a male, se l’altre taccio, e se lei sola lodo. 125Quest’una ha non pur sé fatta immortale col dolce stil di che il meglior non odo; ma può qualunque di cui parli o scriva, trar del sepolcro, e far ch’eterno viva. | Ariosto decide di celebrare una donna talmente illustre da non suscitare invidia: il suo stile poetico dà fama a lei stessa e a chiunque sia ricordato nei suoi scritti, sottraendo così i personaggi all’oblio della morte. |
| Ottava 17 Come Febo la candida sorella 130fa più di luce adorna, e più la mira, che Venere o che Maia o ch’altra stella che va col cielo o che da sé si gira: così facundia, più ch’all’altre, a quella di ch’io vi parlo, e più dolcezza spira; 135e dà tal forza all’alte sue parole, ch’orna a’ dì nostri il ciel d’un altro sole. | Come la Luna risplende fra le stelle, così questa scrittrice supera molte altre per eloquenza e dolcezza. Le sue parole, tanto potenti e armoniose, sembrano aggiungere un nuovo sole al cielo contemporaneo. |
| Ottava 18 Vittoria è ’l nome; e ben conviensi a nata fra le vittorie, ed a chi, o vada o stanzi, di trofei sempre e di trionfi ornata, 140la vittoria abbia seco, o dietro o inanzi. Questa è un’altra Artemisia, che lodata fu di pietà verso il suo Mausolo; anzi tanto maggior, quanto è più assai bell’opra, che por sotterra un uom, trarlo di sopra. | La donna è Vittoria Colonna. Ariosto collega il suo nome al trionfo e la paragona ad Artemisia, ricordata per l’amore verso il marito Mausolo; ma ritiene superiore Vittoria, perché la sua poesia non si limita a custodire una tomba: fa rivivere chi è morto. |
| Ottava 19 145Se Laodamìa se la moglier di Bruto, s’Arria, s’Argia, s’Evadne, e s’altre molte meritar laude per aver voluto, morti i mariti, esser con lor sepolte; quanto onore a Vittoria è più dovuto, 150che di Lete e del rio che nove volte l’ombre circonda, ha tratto il suo consorte, mal grado de le Parche e de la Morte! | Le donne antiche furono lodate perché vollero morire con i mariti. Vittoria merita un onore ancora maggiore: con i suoi versi ha simbolicamente strappato il marito defunto al regno dei morti, impedendo che il suo ricordo scompaia. |
| Ottava 20 S’al fiero Achille invidia de la chiara meonia tromba il Macedonico ebbe, 155quanto, invitto Francesco di Pescara, maggior a te, se vivesse or, l’avrebbe! che sì casta mogliere e a te sì cara canti l’eterno onor che ti si debbe, e che per lei sì ’l nome tuo rimbombe, 160che da bramar non hai più chiare trombe. | Il poeta si rivolge idealmente a Francesco Ferrante d’Avalos, marchese di Pescara, spiegando che, se potesse udire la moglie Vittoria celebrarlo, non avrebbe bisogno di altri poemi per rendere immortale il proprio nome. |
| Ottava 21 Se quanto dir se ne potrebbe, o quanto io n’ho desir, volessi porre in carte, ne direi lungamente; ma non tanto, ch’a dir non ne restasse anco gran parte: 165e di Marfisa e dei compagni intanto la bella istoria rimarria da parte, la quale io vi promisi di seguire, s’in questo canto mi verreste a udire. | Ariosto potrebbe dilungarsi ancora molto sulla poetessa, ma non terminerebbe mai di lodarla e finirebbe per trascurare la storia promessa di Marfisa e dei suoi compagni. |
| Ottava 22 Ora essendo voi qui per ascoltarmi, 170ed io per non mancar de la promessa, serberò a maggior ozio di provarmi ch’ogni laude di lei sia da me espressa; non perch’io creda bisognar miei carmi a chi se ne fa copia da se stessa; 175ma sol per satisfare a questo mio. c’ho d’onorarla e di lodar, disio. | Per rispettare l’impegno preso con gli ascoltatori, il poeta rinvia a un’altra occasione gli elogi di Vittoria. Non perché lei abbia bisogno delle sue lodi, ma perché egli sente il desiderio personale di renderle omaggio. |
| Ottava 23 Donne, io conchiudo in somma, ch’ogni etate molte ha di voi degne d’istoria avute; ma per invidia di scrittori state 180non sete dopo morte conosciute: il che più non sarà, poi che voi fate per voi stesse immortal vostra virtute. Se far le due cognate sapean questo, si sapria meglio ogni lor degno gesto. | Il poeta conclude che in ogni epoca sono esistite grandi donne, ma gli scrittori hanno spesso impedito che venissero ricordate. Ora che possono esprimersi direttamente, le donne avranno maggiori possibilità di tramandare il proprio valore. |
| Ottava 24 185Di Bradamante e di Marfisa dico, le cui vittoriose inclite prove di ritornare in luce m’affatico; ma de le diece mancanmi le nove. Queste ch’io so, ben volentieri esplìco; 190sì perché ogni bell’opra si de’, dove occulta sia, scoprir, sì perché bramo a voi, donne, aggradir, ch’onoro ed amo. | Ariosto torna a Bradamante e Marfisa, delle quali conosce soltanto una piccola parte delle imprese. S’impegna comunque a raccontare ciò che sa, per rendere giustizia alle loro gesta e per onorare le lettrici. |
| Ottava 25 Stava Ruggier, com’io vi dissi, in atto di partirsi, ed avea commiato preso, 195e dall’arbore il brando già ritratto, che, come dianzi, non gli fu conteso; quando un gran pianto, che non lungo tratto era lontan, lo fe’ restar sospeso; e con le donne a quella via si mosse, 200per aiutar, dove bisogno fosse. | Ruggiero, salutate le due guerriere, ha appena recuperato la spada conficcata nel cipresso e sta per partire, quando sente un pianto provenire da poco lontano. Tutti e tre si dirigono verso la voce per offrire aiuto. |
| Ottava 26 Spingonsi inanzi, e via più chiaro il suon ne viene, e via più son le parole intese. Giunti ne la vallea, trovan tre donne che fan quel duolo, assai strane in arnese; 205che fin all’ombilico ha lor le gonne scorciate non so chi poco cortese: e per non saper meglio elle celarsi, sedeano in terra, e non ardian levarsi. | Nella valle trovano tre giovani donne che piangono sedute a terra. Un aggressore ha tagliato loro le vesti fino alla vita, lasciandole esposte e umiliate; per vergogna non osano alzarsi. |
| Ottava 27 Come quel figlio di Vulcan, che venne 210fuor de la polve senza madre in vita, e Pallade nutrir fe’ con solenne cura d’Aglauro, al veder troppo ardita, sedendo, ascosi i brutti piedi tenne su la quadriga da lui prima ordita; 215così quelle tre giovani le cose secrete lor tenean, sedendo, ascose. | Le donne cercano di nascondere le parti intime rimanendo sedute, come il mitico Erittonio, che teneva celata la deformità delle proprie gambe sul carro: il paragone evidenzia la vergogna imposta alle vittime. |
| Ottava 28 Lo spettacolo enorme e disonesto l’una e l’altra magnanima guerriera fe’ del color che nei giardin di Pesto 220esser la rosa suol da primavera. Riguardò Bradamante, e manifesto tosto le fu ch’Ullania una d’esse era, Ullania che da l’Isola Perduta in Francia messaggera era venuta: | Bradamante e Marfisa arrossiscono davanti all’oltraggio. Bradamante riconosce una delle tre: è Ullania, messaggera proveniente dall’Isola Perduta, incontrata in precedenza durante il viaggio in Francia. |
| Ottava 29 225e riconobbe non men l’altre due; che dove vide lei, vide esse ancora. Ma se n’andaron le parole sue a quella de le tre ch’ella più onora; e le domanda chi sì iniquo fue, 230e sì di legge e di costumi fuora, che quei segreti agli occhi altrui riveli, che, quanto può, par che Natura celi. | Bradamante riconosce anche le altre accompagnatrici di Ullania. Si rivolge soprattutto alla messaggera, chiedendole chi abbia osato esporre pubblicamente ciò che il pudore e la natura invitano a tenere nascosto. |
| Ottava 30 Ullania che conosce Bradamante, non meno ch’alle insegne, alla favella, 235esser colei che pochi giorni inante avea gittati i tre guerrier di sella, narra che ad un castel poco distante una ria gente e di pietà ribella, oltre all’ingiuria di scorciarle i panni, 240l’avea battuta e fattol’altri danni. | Ullania racconta che un gruppo di uomini crudeli, al servizio di un castello vicino, l’ha percossa e umiliata tagliandole gli abiti. Riconosce Bradamante come la guerriera che aveva sconfitto i tre re suoi accompagnatori. |
| Ottava 31 Né le sa dir che de lo scudo sia, né dei tre re che per tanti paesi fatto le avean sì lunga compagnia: non sa se morti, o sian restati presi; 245e dice c’ha pigliata questa via, ancor ch’andare a piè molto le pesi, per richiamarsi de l’oltraggio a Carlo, sperando che non sia per tolerarlo. | Ullania non sa che fine abbiano fatto i tre re né lo scudo che portavano: potrebbero essere stati catturati o uccisi. Sta cercando di raggiungere Carlo Magno per denunciare l’affronto e ottenere giustizia. |
| Ottava 32 Alle guerriere ed a Ruggier, che meno 250non han pietosi i cor, ch’audaci e forti, de’ bei visi turbò l’aer sereno l’udire, e più il veder sì gravi torti: et obliando ogn’altro affar che avieno, e senza che li prieghi o che gli esorti 255la donna afflitta a far la sua vendetta, piglian la via verso quel luogo in fretta. | Ruggiero e le due guerriere sono indignati dall’oltraggio. Dimenticano i propri impegni e decidono spontaneamente di andare al castello per punire i responsabili, senza attendere che Ullania li preghi. |
| Ottava 33 Di commune parer le sopraveste, mosse da gran bontà, s’aveano tratte, cha’ ricoprir le parti meno oneste 260di quelle sventurate assai furo atte. Bradamante non vuol ch’Ullania peste le strade a piè, ch’avea a piede anco fatte, e se la leva in groppa del destriero; l’altra Marfisa, l’altra il buon Ruggiero. | Le due guerriere tolgono parte dei propri mantelli e li danno alle donne per coprirsi. Bradamante fa salire Ullania in groppa, mentre Marfisa e Ruggiero portano le altre due, così che non siano costrette a camminare seminude. |
| Ottava 34 265Ullania a Bradamante che la porta, mostra la via che va al castel più dritta: Bradamante all’incontro lei conforta, che la vendicherà di chi l’ha afflitta. Lascian la valle, e per via lunga e torta 270sagliono un colle or a man manca or ritta; e prima il sol fu dentro il mare ascoso, che volesser tra via prender riposo. | Ullania mostra la via del castello, e Bradamante le promette vendetta. La compagnia attraversa una regione collinare per sentieri tortuosi e continua a viaggiare finché il sole tramonta. |
| Ottava 35 Trovaro una villetta che la schena d’un erto colle, aspro a salir, tenea; 275ove ebbon buono albergo e buona cena, quale avere in quel loco si potea. Si mirano d’intorno, e quivi piena ogni parte di donne si vedea, quai giovani, quai vecchie; e in tanto stuolo 280faccia non v’apparia d’un uomo solo. | I viaggiatori trovano alloggio e cena in un piccolo villaggio su un colle ripido. Rimangono colpiti perché vedono soltanto donne, giovani e anziane, e nessun uomo fra gli abitanti. |
| Ottava 36 Non più a Iason di maraviglia denno, né agli Argonauti che venian con lui, le donne che i mariti morir fenno e i figli e i padri coi fratelli sui, 285sì che per tutta l’isola di Lenno di viril faccia non si vider dui; che Ruggier quivi, e chi con Ruggier era maraviglia ebbe all’alloggiar la sera. | La sorpresa è paragonata a quella degli Argonauti approdati a Lemno, dove le donne avevano ucciso i propri congiunti maschi. Anche Ruggiero e le compagne si domandano come mai nel villaggio non si trovi un solo uomo. |
| Ottava 37 Fero ad Ullania ed alle damigelle 290che venivan con lei, le due guerriere la sera proveder di tre gonnelle, se non così polite, almeno intere. A sé chiama Ruggiero una di quelle donne ch’abitan quivi, e vuol sapere 295ove gli uomini sian, ch’un non ne vede; ed ella a lui questa risposta diede: | Marfisa e Bradamante fanno procurare abiti interi, anche se semplici, a Ullania e alle sue compagne. Ruggiero chiede a un’abitante dove siano tutti gli uomini, e la donna si prepara a spiegare la situazione. |
| Ottava 38 – Questa che forse è maraviglia a voi, che tante donne senza uomini siamo, è grave e intolerabil pena a noi, 300che qui bandite misere viviamo. E perché il duro esilio più ci annoi, padri, figli e mariti, che sì amiamo, aspro e lungo divorzio da noi fanno, come piace al crudel nostro tiranno. | L’abitante racconta che la mancanza di uomini è una condanna, non una scelta: le donne sono state esiliate lontano da padri, mariti e figli, e soffrono per la separazione imposta da un tiranno crudele. |
| Ottava 39 305Da le sue terre, le quai son vicine a noi due leghe, e dove noi siàn nate, qui ci ha mandato il barbaro in confine, prima di mille scorni ingiuriate; ed ha gli uomini nostri e noi meschine 310di morte e d’ogni strazio minacciate, se quelli a noi verranno, o gli fia detto che noi diàn lor, venendoci, ricetto. | Il tiranno governa un luogo a poca distanza e ha cacciato le donne dopo averle oltraggiate. Minaccia di morte e torture sia loro sia gli uomini che osino raggiungerle o accoglierle. |
| Ottava 40 Nimico è sì costui del nostro nome, che non ci vuol, più ch’io vi dico, appresso, 315né ch’a noi venga alcun de’ nostri, come l’odor l’ammorbi del femineo sesso. Già due volte l’onor de le lor chiome s’hanno spogliato gli alberi e rimesso, da indi in qua che ’l rio signor vaneggia 320in furor tanto: e non è chi ’l correggia; | L’uomo odia a tal punto le donne da non sopportare neppure che i loro parenti si avvicinino. Sono ormai passati circa due anni da quando il suo furore è iniziato, e nessuno è riuscito a fermarlo. |
| Ottava 41 che ’l populo ha di lui quella paura che maggior aver può l’uom de la morte; ch’aggiunto al mal voler gli ha la natura una possanza fuor d’umana sorte. 325Il corpo suo di gigantea statura è più, che di cent’altri insieme, forte. Né pure a noi sue suddite è molesto, ma fa alle strane ancor peggio di questo. | La popolazione teme il tiranno più della morte: possiede una forza gigantesca, superiore a quella di molti uomini comuni. La sua violenza colpisce non solo le donne del territorio, ma anche quelle straniere. |
| Ottava 42 Se l’onor vostro, e queste tre vi sono 330punto care, ch’avete in compagnia, più vi sarà sicuro, utile e buono non gir più inanzi, e trovar altra via. Questa al castel de l’uom di ch’io ragiono, a provar mena la costuma ria 335che v’ha posta il crudel con scorno e danno di donne e di guerrier che di là vanno. | La donna consiglia a Ruggiero e alle guerriere di evitare la strada per il castello, se tengono alla sicurezza delle loro compagne. Lì una legge crudele infligge oltraggi alle donne e gravi pericoli ai cavalieri che le accompagnano. |
| Ottava 43 Marganor il fellon (così si chiama il signore, il tiran di quel castello), del qual Nerone, o s’altri è ch’abbia fama 340di crudeltà, non fu più iniquo e fello, il sangue uman, ma ’l feminil più brama, che ’l lupo non lo brama de l’agnello. Fa con onta scacciar le donne tutte da lor ria sorte a quel castel condutte. – | Il signore si chiama Marganorre ed è descritto come più spietato di Nerone. Ha una ferocia particolare contro le donne e fa cacciare con vergogna tutte quelle che entrano nel suo territorio. |
| Ottava 44 345Perché quell’empio in tal furor venisse, volson le donne intendere e Ruggiero: pregar colei, ch’in cortesia seguisse, anzi che cominciasse il conto intero. – Fu il signor del castel (la donna disse) 350sempre crudel, sempre inumano e fiero; ma tenne un tempo il cor maligno ascosto, né si lasciò conoscer così tosto: | I tre viaggiatori chiedono come sia nata tanta crudeltà. L’abitante spiega che Marganorre era sempre stato duro e malvagio, ma per lungo tempo era riuscito a nascondere i propri vizi. |
| Ottava 45 che mentre duo suoi figli erano vivi, molto diversi dai paterni stili, 355ch’amavan forestieri, ed eran schivi di crudeltade e degli altri atti vili; quivi le cortesie fiorivan, quivi i bei costumi e l’opere gentili: che ’l padre mai, quantunque avaro fosse, 360da quel che lor piacea non li rimosse. | I suoi due figli, molto diversi dal padre, amavano gli ospiti e praticavano la cortesia cavalleresca. Finché vissero, il castello fu rinomato per l’ospitalità; Marganorre, benché avaro, permetteva loro di spendere liberamente. |
| Ottava 46 Le donne e i cavallier che questa via facean talor, venian sì ben raccolti, che si partian de l’alta cortesia dei duo germani inamorati molti. 365Amendui questi di cavalleria parimente i santi ordini avean tolti: Cilandro l’un, l’altro Tanacro detto, gagliardi, arditi e di reale aspetto. | I fratelli, Cilandro e Tanacro, erano cavalieri forti, belli e generosi. Numerosi uomini e donne, dopo aver ricevuto accoglienza nel castello, ripartivano profondamente grati per le loro gentilezze. |
| Ottava 47 Ed eran veramente, e sarian stati 370sempre di laude degni e d’ogni onore, s’in preda non si fossino sì dati a quel desir che nominiamo amore; per cui dal buon sentier fur traviati al labirinto ed al camin d’errore; 375e ciò che mai di buono aveano fatto, restò contaminato e brutto a un tratto. | I due giovani avrebbero conservato una fama onorevole, se la passione amorosa non li avesse spinti a tradire le regole dell’ospitalità. Un desiderio sbagliato cancellò così il merito delle loro azioni precedenti. |
| Ottava 48 Capitò quivi un cavallier di corte del greco imperator, che seco avea una sua donna di maniere accorte, 380bella quanto bramar più si potea. Cilandro in lei s’inamorò sì forte, che morir, non l’avendo, gli parea: gli parea che dovesse, alla partita di lei, partire insieme la sua vita. | Un cavaliere della corte dell’imperatore greco passò dal castello con una donna bellissima. Cilandro si innamorò perdutamente di lei e non sopportava l’idea che potesse ripartire. |
| Ottava 49 385E perché i prieghi non v’avriano loco, di volerla per forza si dispose. Armossi, e dal castel lontano un poco, ove passar dovean, cheto s’ascose. L’usata audacia e l’amoroso fuoco 390non gli lasciò pensar troppo le cose: sì che vedendo il cavallier venire, l’andò lancia per lancia ad assalire. | Sapendo che le preghiere sarebbero state inutili, Cilandro decise di rapirla con la forza. Si armò e tese un agguato lungo il percorso dei due viaggiatori, poi attaccò frontalmente il cavaliere. |
| Ottava 50 Al primo incontro credea porlo in terra, portar la donna e la vittoria indietro: 395ma ’l cavallier, che mastro era di guerra, l’osbergo gli spezzò come di vetro. Venne la nuova al padre ne la terra, che lo fe’ riportar sopra un ferètro; e ritrovandol morto, con gran pianto 400gli diè sepulcro agli antiqui avi a canto. | Cilandro immaginava una vittoria facile, ma l’avversario si rivelò un combattente molto esperto e lo uccise con un colpo di lancia. Il padre fece riportare a casa il cadavere e lo seppellì fra gli antenati. |
| Ottava 51 Né più però né manco si contese l’albergo e l’accoglienza a questo e a quello, perché non men Tanacro era cortese, né meno era gentil di suo fratello. 405L’anno medesmo di lontan paese con la moglie un baron venne al castello, a maraviglia egli gagliardo, ed ella, quanto si possa dir, leggiadra e bella; | Nonostante la morte di Cilandro, il castello rimase ospitale grazie a Tanacro. Nello stesso anno vi arrivarono un valoroso barone e la moglie, entrambi celebri per nobiltà e bellezza. |
| Ottava 52 né men che bella, onesta e valorosa, 410e degna veramente d’ogni loda: il cavallier, di stirpe generosa, di tanto ardir, quanto più d’altri s’oda. E ben conviensi a tal valor, che cosa di tanto prezzo e sì eccellente goda. 415Olindro il cavallier da Lungavilla, la donna nominata era Drusilla. | Il cavaliere era Olindro di Lungavilla; la moglie, Drusilla. Lei era bella, leale e coraggiosa, lui apparteneva a una stirpe illustre ed era famoso per il proprio valore: il loro matrimonio sembrava un’unione esemplare. |
| Ottava 53 Non men di questa il giovene Tanacro arse, che ’l suo fratel di quella ardesse, che gli fe’ gustar fine acerbo ed acro 420del desiderio ingiusto ch’in lei messe. Non men di lui di violar del sacro e santo ospizio ogni ragione ellesse, più tosto che patir che ’l duro e forte nuovo desir lo conducesse a morte. | Tanacro si innamorò di Drusilla con la stessa violenza con cui il fratello aveva desiderato l’altra donna. Come Cilandro, preferì violare le sacre regole dell’ospitalità piuttosto che rinunciare al proprio desiderio. |
| Ottava 54 425Ma perch’avea dinanzi agli occhi il tema del suo fratel che n’era stato morto, pensa di torla in guisa, che non tema ch’Olindro s’abbia a vendicar del torto. Tosto s’estingue in lui, non pur si scema 430quella virtù su che solea star sorto; ché non lo sommergean dei vizi l’acque, de le quai sempre al fondo il padre giacque. | Ricordando la morte del fratello in duello, Tanacro decise di organizzare il rapimento in modo che Olindro non potesse difendersi né vendicarsi. Tutta la nobiltà del suo carattere fu sommersa dalla passione. |
| Ottava 55 Con gran silenzio fece quella notte seco raccor da vent’uomini armati; 435e lontan dal castel, fra certe grotte che si trovan tra via, messe gli aguati. Quivi ad Olindro il dì le strade rotte, e chiusi i passi fur da tutti i lati; e ben che fe’ lunga difesa e molta, 440pur la moglie e la vita gli fu tolta. | Di notte raccolse venti uomini armati e li appostò lungo il sentiero in un luogo stretto. Il giorno dopo Olindro, circondato, si difese a lungo, ma venne ucciso e Drusilla fu catturata. |
| Ottava 56 Ucciso Olindro, ne menò captiva la bella donna, addolorata in guisa, ch’a patto alcun restar non volea viva, e di grazia chiedea d’essere uccisa. 445Per morir si gittò giù d’una riva che vi trovò sopra un vallone assisa; e non poté morir, ma con la testa rotta rimase, e tutta fiacca e pesta. | La donna, disperata per la morte del marito e per la prigionia, supplicò di essere uccisa. Si gettò anche da una rupe per togliersi la vita, ma sopravvisse con gravi ferite. |
| Ottava 57 Altrimente Tanacro riportarla 450a casa non poté che s’una bara. Fece con diligenza medicarla; che perder non volea preda sì cara. E mentre che s’indugia a risanarla, di celebrar le nozze si prepara: 455ch’aver sì bella donna e sì pudica debbe nome di moglie, e non d’amica. | Tanacro riportò Drusilla al castello su una barella e fece curare con premura le sue ferite, non per vero pentimento ma perché voleva possederla. Nel frattempo progettava di sposarla, così da chiamarla moglie e non amante. |
| Ottava 58 Non pensa altro Tanacro, altro non brama, d’altro non cura, e d’altro mai non parla. Si vede averla offesa, e se ne chiama 460in colpa, e ciò che può, fa d’emendarla. Ma tutto è invano: quanto egli più l’ama, quanto più s’affatica di placarla, tant’ella odia più lui, tanto è più forte, tanto è più ferma in voler porlo a morte. | Tanacro si dedicò completamente a Drusilla e riconobbe perfino di averle fatto torto, tentando di risarcirla. Ma ogni sua attenzione aumentava l’odio della donna, fermamente decisa a vendicare Olindro. |
| Ottava 59 465Ma non però quest’odio così ammorza la conoscenza in lei, che non comprenda che, se vuol far quanto disegna, è forza che simuli, ed occulte insidie tenda; e che ’l desir sotto contraria scorza 470(il quale è sol come Tanacro offenda) veder gli faccia; e che si mostri tolta dal primo amore, e tutto a lui rivolta. | Drusilla capì che manifestare apertamente il proprio odio avrebbe reso impossibile la vendetta. Decise quindi di fingere di aver dimenticato il marito e di corrispondere all’amore di Tanacro. |
| Ottava 60 Simula il viso pace; ma vendetta chiama il cor dentro, e ad altro non attende. 475Molte cose rivolge, alcune accetta, altre ne lascia, ed altre in dubbio appende. Le par che quando essa a morir si metta, avrà il suo intento; e quivi al fin s’apprende. E dove meglio può morire, o quando, 480che ’l suo caro marito vendicando? | All’esterno appariva tranquilla, ma dentro di sé cercava soltanto il modo di punire l’assassino. Dopo aver vagliato molte possibilità, concluse che sarebbe stata pronta a morire pur di vendicare il consorte. |
| Ottava 61 Ella si mostra tutta lieta, e finge di queste nozze aver sommo disio; e ciò che può indugiarle, a dietro spinge, non ch’ella mostri averne il cor restio. 485Più de l’altre s’adorna e si dipinge: Olindro al tutto par messo in oblio. Ma che sian fatte queste nozze vuole, come ne la sua patria far si suole. | Drusilla si mostrò felicissima all’idea del matrimonio e non volle alcun rinvio. Si vestì con particolare cura, come se avesse dimenticato Olindro, ma chiese che la cerimonia seguisse un’usanza della sua patria. |
| Ottava 62 Non era però ver che questa usanza 490che dir volea, ne la sua patria fosse: ma, perché in lei pensier mai non avanza, che spender possa altrove, imaginosse una bugia, la qual le diè speranza di far morir chi ’l suo signor percosse: 495e disse di voler le nozze a guisa de la sua patria, e ’l modo gli devisa. | In realtà la presunta usanza non esisteva: Drusilla la inventò per predisporre l’inganno che avrebbe ucciso Tanacro. Presentò quindi il rito come un obbligo da rispettare prima delle nozze. |
| Ottava 63 – La vedovella che marito prende, deve, prima (dicea) ch’a lui s’appresse, placar l’alma del morto ch’ella offende, 500facendo celebrargli offici e messe, in remission de le passate mende, nel tempio ove di quel son l’ossa messe; e dato fin ch’al sacrificio sia, alla sposa l’annel lo sposo dia: | Secondo il rito immaginario, una vedova che desideri risposarsi deve prima far celebrare messe e preghiere per l’anima del marito defunto, nel luogo dove riposano le sue spoglie; soltanto dopo il nuovo sposo potrà darle l’anello. |
| Ottava 64 505ma ch’abbia in questo mezzo il sacerdote sul vino ivi portato a tale effetto appropriate orazion devote, sempre il liquor benedicendo, detto; indi che ’l fiasco in una coppa vote, 510e dia alli sposi il vino benedetto: ma portare alla sposa il vino tocca, ed esser prima a porvi su la bocca. – | Durante la celebrazione, il sacerdote dovrà benedire del vino e versarlo in una coppa destinata agli sposi. Sarà la donna a portare la bevanda al marito, dopo averne bevuto per prima. |
| Ottava 65 Tanacro, che non mira quanto importe ch’ella le nozze alla sua usanza faccia, 515le dice: – Pur che ’l termine si scorte d’essere insieme, in questo si compiaccia. – Né s’avede il meschin ch’essa la morte d’Olindro vendicar così procaccia, e sì la voglia ha in uno oggetto intensa, 520che sol di quello, e mai d’altro non pensa. | Tanacro accetta senza sospetti: gli importa soltanto che il matrimonio si concluda presto. Non comprende che Drusilla ha progettato quel rito per vendicare l’uccisione di Olindro. |
| Ottava 66 Avea seco Drusilla una sua vecchia, che seco presa, seco era rimasa. A sé chiamolla, e le disse all’orecchia, sì che non poté udire uomo di casa: 525– Un subitano tosco m’apparecchia, qual so che sai comporre, e me lo invasa; c’ho trovato la via di vita torre il traditor figliuol di Marganorre. | Drusilla chiama in segreto la sua vecchia cameriera, catturata insieme a lei, e le ordina di preparare un veleno rapido. Le rivela di aver trovato il modo di uccidere il figlio di Marganorre. |
| Ottava 67 E me so come, e te salvar non meno: 530ma diferisco a dirtelo più ad agio. – Andò la vecchia, e apparecchiò il veneno, ed acconciollo, e ritornò al palagio. Di vin dolce di Candia un fiasco pieno trovò da por con quel succo malvagio, 535e lo serbò pel giorno de le nozze; ch’omai tutte l’indugie erano mozze. | La cameriera prepara il veleno e lo mescola a un fiasco di vino dolce di Candia, destinato alla cerimonia. Drusilla promette che entrambe potranno salvarsi, ma rinvia la spiegazione del piano. |
| Ottava 68 Lo statuito giorno al tempio venne, di gemme ornata e di leggiadre gonne, ove d’Olindro, come gli convenne, 540fatto avea l’arca alzar su due colonne. Quivi l’officio si cantò solenne: trasseno a udirlo tutti, uomini e donne, e lieto Marganor più de l’usato, venne col figlio e con gli amici a lato. | Nel giorno fissato, Drusilla si presenta al tempio vestita splendidamente. Ha fatto sollevare il sepolcro di Olindro; si celebra una messa solenne davanti a molti presenti, compresi Marganorre, Tanacro e i loro amici. |
| Ottava 69 545Tosto ch’al fin le sante esequie foro, e fu col tosco il vino benedetto, il sacerdote in una coppa d’oro lo versò, come avea Drusilla detto. Ella ne bebbe quanto al suo decoro 550si conveniva, e potea far l’effetto: poi diè allo sposo con viso giocondo il nappo; e quel gli fe’ apparire il fondo. | Terminata la cerimonia, il sacerdote benedice il vino avvelenato e lo versa nella coppa d’oro. Drusilla ne beve una piccola quantità, sufficiente a ucciderla, poi porge sorridendo la coppa a Tanacro, che la svuota. |
| Ottava 70 Renduto il nappo al sacerdote, lieto per abbracciar Drusilla apre le braccia. 555Or quivi il dolce stile e mansueto in lei si cangia e quella gran bonaccia. Lo spinge a dietro, e gli ne fa divieto, e par ch’arda negli occhi e ne la faccia; e con voce terribile e incomposta 560gli grida: – Traditor, da me ti scosta! | Tanacro restituisce la coppa e tenta di abbracciare la sposa. Drusilla cambia improvvisamente atteggiamento, lo respinge e gli grida con rabbia di allontanarsi, chiamandolo traditore. |
| Ottava 71 Tu dunque avrai da me solazzo e gioia, io lagrime da te, martìri e guai? Io vo’ per le mie man ch’ora tu muoia: questo è stato venen, se tu nol sai. 565Ben mi duol c’hai troppo onorato boia, che troppo lieve e facil morte fai; che mani e pene io non so sì nefande, che fosson pari al tuo peccato grande. | Drusilla rivela che entrambi hanno bevuto veleno. Dice di soffrire soltanto perché Tanacro morirà troppo facilmente, mentre avrebbe meritato una pena ben più terribile per aver ucciso Olindro. |
| Ottava 72 Mi duol di non vedere in questa morte 570il sacrificio mio tutto perfetto: che s’io ’l poteva far di quella sorte ch’era il disio, non avria alcun difetto. Di ciò mi scusi il dolce mio consorte: riguardi al buon volere, e l’abbia accetto; 575che non potendo come avrei voluto, io t’ho fatto morir come ho potuto. | La donna rimpiange di non aver potuto compiere una vendetta perfetta. Chiede idealmente al marito defunto di accettare il gesto per l’intenzione che lo anima: ha punito l’assassino con i mezzi che possedeva. |
| Ottava 73 E la punizion che qui, secondo il desiderio mio, non posso darti, spero l’anima tua ne l’altro mondo 580veder patire; ed io starò a mirarti. – Poi disse, alzando con viso giocondo i turbidi occhi alle superne parti: – Questa vittima, Olindro, in tua vendetta col buon voler de la tua moglie accetta; | Drusilla dichiara che nell’aldilà spera di assistere a un castigo maggiore per Tanacro. Poi si rivolge a Olindro, offrendo la propria morte e quella dell’assassino come un sacrificio in suo onore. |
| Ottava 74 585ed impetra per me dal Signor nostro grazia, ch’in paradiso oggi io sia teco. Se ti dirà che senza merto al vostro regno anima non vien, di’ ch’io l’ho meco; che di questo empio e scelerato mostro 590le spoglie opime al santo tempio arreco. E che merti esser puon maggior di questi, spegner sì brutte e abominose pesti? – | Alza gli occhi verso il cielo e chiede a Olindro di ottenere per lei la grazia di raggiungerlo. Se le sarà chiesto quale merito possieda, potrà mostrare di aver liberato il mondo da un uomo crudele e malvagio. |
| Ottava 75 Finì il parlare insieme con la vita; e morta anco parea lieta nel volto 595d’aver la crudeltà così punita di chi il caro marito le avea tolto. Non so se prevenuta, o se seguita fu da lo spirto di Tanacro sciolto: fu prevenuta, credo; ch’effetto ebbe 600prima il veneno in lui, perché più bebbe. | Drusilla muore subito dopo aver parlato, con un’espressione quasi serena per aver vendicato il marito. Tanacro muore prima di lei, avendo bevuto una quantità maggiore di veleno. |
| Ottava 76 Marganor che cader vede il figliuolo, e poi restar ne le sue braccia estinto, fu per morir con lui, dal grave duolo ch’alla sprovista lo trafisse, vinto. 605Duo n’ebbe un tempo, or si ritrova solo: due femine a quel termine l’han spinto. La morte a l’un da l’una fu causata; e l’altra all’altro di sua man l’ha data. | Marganorre vede morire il secondo figlio e rischia di soccombere al dolore. Una donna ha provocato la morte del primo figlio, un’altra ha ucciso il secondo: questa coincidenza alimenta il suo odio. |
| Ottava 77 Amor, pietà, sdegno, dolore ed ira, 610disio di morte e di vendetta insieme quell’infelice ed orbo padre aggira, che, come il mar che turbi il vento, freme. Per vendicarsi va a Drusilla, e mira che di sua vita ha chiuse l’ore estreme; 615e come il punge e sferza l’odio ardente, cerca offendere il corpo che non sente. | Il vecchio è travolto da amore paterno, lutto, ira e desiderio di vendetta. Si scaglia contro Drusilla, ma si accorge che è già morta e tenta ugualmente di oltraggiarne il corpo. |
| Ottava 78 Qual serpe che ne l’asta ch’alla sabbia la tenga fissa, indarno i denti metta; o qual mastin ch’al ciottolo che gli abbia 620gittato il viandante, corra in fretta, e morda invano con stizza e con rabbia, né se ne voglia andar senza vendetta: tal Marganor d’ogni mastin, d’ogni angue via più crudel, fa contra il corpo esangue. | Come un serpente morde invano l’arma che lo immobilizza, o un cane azzanna una pietra scagliatagli contro, Marganorre sfoga inutilmente la propria furia sul cadavere di Drusilla. |
| Ottava 79 625E poi che per stracciarlo e farne scempio non si sfoga il fellon né disacerba, vien fra le donne di che è pieno il tempio, né più l’una de l’altra ci riserba; ma di noi fa col brando crudo ed empio 630quel che fa con la falce il villan d’erba. Non vi fu alcun ripar, ch’in un momento trenta n’uccise, e ne ferì ben cento. | Non riuscendo a placarsi, Marganorre entra fra le donne presenti nel tempio e le colpisce indiscriminatamente con la spada, falciandole come erba: ne uccide trenta e ne ferisce circa cento. |
| Ottava 80 Egli da la sua gente è sì temuto, ch’uomo non fu ch’ardisse alzar la testa. 635Fuggon le donne col popul minuto fuor de la chiesa, e chi può uscir, non resta. Quel pazzo impeto al fin fu ritenuto dagli amici con prieghi e forza onesta, e lasciando ogni cosa in pianto al basso, 640fatto entrar ne la rocca in cima al sasso. | Nessun suddito osa opporsi al tiranno. Le donne fuggono dalla chiesa insieme alla folla; soltanto i suoi amici riescono infine a fermarlo con la forza e lo conducono nella rocca. |
| Ottava 81 E tuttavia la colera durando, di cacciar tutte per partito prese; poi che gli amici e ’l populo pregando, che non ci uccise a fatto, gli contese: 645e quel medesmo dì fe’ andare un bando, che tutte gli sgombrassimo il paese; e darci qui gli piacque le confine. Misera chi al castel più s’avvicine! | Marganorre continua a odiare tutte le donne. Non potendo sterminarle, ordina che vengano espulse dalle sue terre e confinate nel villaggio isolato in cui ora vivono le narratrici. |
| Ottava 82 Da le mogli così furo i mariti, 650da le madri così i figli divisi. S’alcuni sono a noi venire arditi, nol sappia già chi Marganor n’avisi; che di multe gravissime puniti n’ha molti, e molti crudelmente uccisi. 655Al suo castello ha poi fatto una legge, di cui peggior non s’ode né si legge. | Padri e mariti vengono così separati da madri, mogli e figlie. Chi tenta di incontrare le donne è punito con multe o uccisioni. Marganorre istituisce inoltre una legge ancora più crudele contro le viaggiatrici. |
| Ottava 83 Ogni donna che trovin ne la valle, la legge vuol (ch’alcuna pur vi cade) che percuotan con vimini alle spalle, 660e la faccian sgombrar queste contrade: ma scorciar prima i panni, e mostrar falle quel che Natura asconde ed Onestade; e s’alcuna vi va, ch’armata scorta abbia di cavallier, vi resta morta. | Ogni donna incontrata nel territorio deve essere frustata e cacciata, dopo che i suoi vestiti sono stati tagliati per esporla alla vergogna. Se viaggia sotto la scorta di cavalieri, la pena prevista diventa la morte. |
| Ottava 84 665Quelle c’hanno per scorta cavallieri, son da questo nimico di pietate, come vittime, tratte ai cimiteri dei morti figli, e di sua man scannate. Leva con ignominia arme e destrieri, 670e poi caccia in prigion chi l’ha guidate: e lo può far; che sempre notte e giorno si trova più di mille uomini intorno. | Marganorre conduce le donne accompagnate da uomini presso le tombe dei figli e le uccide personalmente. Confisca armi e cavalli alle scorte e imprigiona i cavalieri, sostenuto da una milizia molto numerosa. |
| Ottava 85 E dir di più vi voglio ancora, ch’esso, s’alcun ne lascia, vuol che prima giuri 675su l’ostia sacra, che ’l femineo sesso in odio avrà fin che la vita duri. Se perder queste donne e voi appresso dunque vi pare, ite a veder quei muri ove alberga il fellone, e fate prova 680s’in lui più forza o crudeltà si trova. – | A chi lascia libero il tiranno impone di giurare odio eterno verso le donne. La narratrice invita quindi i tre visitatori a riflettere prima di affrontare un nemico tanto forte e spietato. |
| Ottava 86 Così dicendo, le guerriere mosse prima a pietade, e poscia a tanto sdegno, che se, come era notte, giorno fosse, sarian corse al castel senza ritegno. 685La bella compagnia quivi pososse; e tosto che l’Aurora fece segno che dar dovesse al Sol loco ogni stella, ripigliò l’arme e si rimesse in sella. | Il racconto suscita pietà e poi furia in Bradamante e Marfisa. Se non fosse già notte, correrebbero subito al castello; trascorrono invece poche ore di riposo e ripartono all’alba armate. |
| Ottava 87 Già sendo in atto di partir, s’udiro 690le strade risonar dietro le spalle d’un lungo calpestio, che gli occhi in giro fece a tutti voltar giù ne la valle. E lungi quanto esser potrebbe un tiro di mano, andar per uno istretto calle 695vider da forse venti armati in schiera, di che parte in arcion, parte a pied’era; | Mentre stanno per partire, sentono un forte rumore di passi e zoccoli lungo la valle. Vedono avvicinarsi una ventina di uomini armati, alcuni a piedi e altri a cavallo. |
| Ottava 88 e che traean con lor sopra un cavallo donna ch’al viso aver parea molt’anni, a guisa che si mena un che per fallo 700a fuoco o a ceppo o a laccio si condanni: la qual fu, non ostante l’intervallo, tosto riconosciuta al viso e ai panni. La riconobber queste de la villa esser la cameriera di Drusilla: | Gli uomini trascinano su un animale da soma un’anziana legata come una condannata. Le donne del villaggio riconoscono immediatamente i suoi abiti e il volto: è la cameriera di Drusilla. |
| Ottava 89 705la cameriera che con lei fu presa dal rapace Tanacro, come ho detto, ed a chi fu dipoi data l’impresa di quel venen che fe’ ’l crudele effetto. Non era entrata ella con l’altre in chiesa; 710che di quel che seguì stava in sospetto: anzi in quel tempo, de la villa uscita, ove esser sperò salva, era fugita. | Si tratta proprio della donna che aveva preparato il veleno. Non aveva assistito alla messa, temendo ciò che sarebbe successo, ed era fuggita lontano prima della scoperta dell’inganno. |
| Ottava 90 Avuto Marganor poi di lei spia, la qual s’era ridotta in Ostericche, 715non ha cessato mai di cercar via come in man l’abbia, acciò l’abruci o impicche: e finalmente l’Avarizia ria, mossa da doni e da proferte ricche, ha fatto ch’un baron, ch’assicurata 720l’avea in sua terra, a Marganor l’ha data: | Marganorre, saputo che la cameriera viveva al sicuro in un altro paese, aveva cercato a lungo di catturarla. Alla fine un signore che le aveva garantito protezione l’ha venduta per denaro. |
| Ottava 91 e mandata glie l’ha fin a Costanza sopra un somier, come la merce s’usa, legata e stretta, e toltole possanza di far parole, e in una cassa chiusa: 725onde poi questa gente l’ha ad istanza de l’uom ch’ogni pietade ha da sé esclusa, quivi condotta con disegno ch’abbia l’empio a sfogar sopra di lei sua rabbia. | La donna è stata consegnata ai servi di Marganorre come una merce, chiusa e legata in una cassa per impedirle di parlare o fuggire. Ora viene riportata al tiranno affinché possa vendicarsi su di lei. |
| Ottava 92 Come il gran fiume che di Vesulo esce, 730quanto più inanzi e verso il mar discende, e che con lui Lambra e Ticin si mesce, ed Ada e gli altri onde tributo prende, tanto più altiero e impetuoso cresce; così Ruggier, quante più colpe intende 735di Marganor, così le due guerriere se gli fan contra più sdegnose e fiere. | Più Ruggiero, Bradamante e Marfisa ascoltano le crudeltà di Marganorre, più cresce la loro indignazione, proprio come un grande fiume diventa impetuoso ricevendo l’acqua degli affluenti. |
| Ottava 93 Elle fur d’odio, elle fur d’ira tanta contra il crudel, per tante colpe, accese, che di punirlo, mal grado di quanta 740gente egli avea, conclusion si prese. Ma dargli presta morte troppo santa pena lor parve e indegna a tante offese; ed era meglio fargliela sentire, fra strazio prolungandola e martìre. | I tre decidono di punire Marganorre anche se dispone di molti uomini. Una morte immediata appare loro troppo lieve: vogliono che il tiranno subisca una punizione più lunga e dolorosa. |
| Ottava 94 745Ma prima liberar la donna è onesto, che sia condotta da quei birri a morte. Lentar di briglia col calcagno presto fece a’ presti destrier far le vie corte. Non ebbon gli assaliti mai di questo 750uno incontro più acerbo né più forte; sì che han di grazia di lasciar gli scudi e la donna e l’arnese, e fuggir nudi: | Prima liberano la vecchia prigioniera: spronano i cavalli e si lanciano contro la scorta. Gli uomini armati sono presi dal panico, abbandonano scudi, armi e prigioniera, e fuggono. |
| Ottava 95 sì come il lupo che di preda vada carco alla tana, e quando più si crede 755d’esser sicur, dal cacciator la strada e da’ suoi cani attraversar si vede, getta la soma, e dove appar men rada la scura macchia inanzi, affretta il piede. Già men presti non fur quelli a fuggire, 760che li fusson quest’altri ad assalire. | La fuga delle guardie è paragonata a quella di un lupo che abbandona la preda quando incontra il cacciatore. I tre cavalieri attaccano così rapidamente che nessuno degli avversari riesce a organizzare una difesa. |
| Ottava 96 Non pur la donna e l’arme vi lasciaro, ma de’ cavalli ancor lasciaron molti, e da rive e da grotte si lanciaro, parendo lor così d’esser più sciolti. 765Il che alle donne ed a Ruggier fu caro; che tre di quei cavalli ebbono tolti per portar quelle tre che ’l giorno d’ieri feron sudar le groppe ai tre destrieri. | I soldati lasciano sul posto anche numerosi cavalli. Ruggiero e le guerriere ne prendono tre per Ullania e le compagne, così da liberare i propri destrieri dal peso di portare due persone. |
| Ottava 97 Quindi espediti segueno la strada 770verso l’infame e dispietata villa. Voglion che seco quella vecchia vada, per veder la vendetta di Drusilla. Ella che teme che non ben le accada, lo niega indarno, e piange e grida e strilla; 775ma per forza Ruggier la leva in groppa del buon Frontino, e via con lei galoppa. | La compagnia riprende la marcia verso il castello, costringendo la cameriera di Drusilla ad accompagnarla per assistere alla vendetta. La donna teme ciò che potrebbe accaderle, ma Ruggiero la fa salire sul proprio cavallo. |
| Ottava 98 Giunseno in somma onde vedeano al basso di molte case un ricco borgo e grosso, che non serrava d’alcun lato il passo, 780perché né muro intorno avea né fosso. Avea nel mezzo un rilevato sasso ch’un’alta rocca sostenea sul dosso. A quella si drizzar con gran baldanza, ch’esser sapean di Marganor la stanza. | Da un’altura vedono un borgo ricco e grande, privo di mura e fossati. Nel mezzo si alza una rocca su uno sperone roccioso: sanno che lì vive Marganorre e dirigono i cavalli verso la fortezza. |
| Ottava 99 785Tosto che son nel borgo, alcuni fanti che v’erano alla guardia de l’entrata, dietro chiudon la sbarra, e già davanti veggion che l’altra uscita era serrata: ed ecco Marganorre, e seco alquanti 790a piè e a cavallo, e tutta gente armata; che con brevi parole, ma orgogliose, la ria costuma di sua terra espose. | Appena i viaggiatori entrano nel borgo, le guardie chiudono le uscite. Marganorre compare con uomini armati e proclama con arroganza le leggi crudeli che impone a chi attraversa il territorio. |
| Ottava 100 Marfisa, la qual prima avea composta con Bradamante e con Ruggier la cosa, 795gli spronò incontro in cambio di risposta; e com’era possente e valorosa, senza ch’abbassi lancia, o che sia posta in opra quella spada sì famosa, col pugno in guisa l’elmo gli martella, 800che lo fa tramortir sopra la sella. | Marfisa, che aveva già concordato il piano con Bradamante e Ruggiero, non perde tempo a rispondere: si lancia contro il tiranno e lo colpisce sull’elmo con un pugno tanto violento da tramortirlo sulla sella. |
| Ottava 101 Con Marfisa la giovane di Francia spinge a un tempo il destrier, né Ruggier resta ma con tanto valor corre la lancia, che sei, senza levarsela di resta, 805n’uccide, uno ferito ne la pancia, duo nel petto, un nel collo, un ne la testa: nel sesto che fuggia l’asta si roppe, ch’entrò alle schene e riuscì alle poppe. | Bradamante e Ruggiero attaccano contemporaneamente. La lancia di Ruggiero attraversa più avversari in successione, dimostrando l’enorme superiorità del cavaliere contro la scorta del tiranno. |
| Ottava 102 La figliuola d’Amon quanti ne tocca 810con la sua lancia d’or, tanti n’atterra: fulmine par, che ’l cielo ardendo scocca, che ciò ch’incontra, spezza e getta a terra. Il popul sgombra, chi verso la rocca, chi verso il piano; altri si chiude e serra, 815chi ne le chiese e chi ne le sue case; né, fuor che morti, in piazza uomo rimase. | Bradamante, con la lancia magica, rovescia a terra ogni uomo che incontra. La popolazione fugge verso la rocca, le case e le chiese: nella piazza non rimane nessuno, tranne i caduti. |
| Ottava 103 Marfisa Marganorre avea legato intanto con le man dietro alle rene, ed alla vecchia di Drusilla dato, 820ch’appagata e contenta se ne tiene. D’arder quel borgo poi fu ragionato, s’a penitenza del suo error non viene: levi la legge ria di Marganorre, e questa accetti, ch’essa vi vuol porre. | Marfisa lega Marganorre con le mani dietro la schiena e lo consegna alla cameriera di Drusilla. Minaccia poi di incendiare il borgo se gli abitanti non aboliscono le leggi del tiranno e non accettano un nuovo ordinamento. |
| Ottava 104 825Non fu già d’ottener questo fatica; con quella gente, oltre al timor ch’avea che più faccia Marfisa che non dica, ch’uccider tutti ed abbruciar volea, di Marganorre affatto era nimica 830e de la legge sua crudele e rea. Ma ’l populo facea come i più fanno, ch’ubbidiscon più a quei che più in odio hanno. | Gli abitanti accettano senza resistere. Oltre a temere la forza delle guerriere, odiano già Marganorre e la sua legge: fino ad allora gli avevano obbedito soltanto per paura. |
| Ottava 105 Però che l’un de l’altro non si fida, e non ardisce conferir sua voglia, 835lo lascian ch’un bandisca, un altro uccida, a quel l’avere, a questo l’onor toglia. Ma il cor che tace qui, su nel ciel grida, fin che Dio e santi alla vendetta invoglia; la qual, se ben tarda a venir, compensa 840l’indugio poi con punizione immensa. | Il poeta osserva che spesso i sudditi non si fidano fra loro e, temendo di agire insieme, permettono al tiranno di rubare, uccidere e disonorare. Il desiderio di giustizia, tuttavia, continua a crescere finché non arriva il castigo. |
| Ottava 106 Or quella turba d’ira e d’odio pregna con fatti e con mal dir cerca vendetta: com’è in proverbio, ognun corre a far legna all’arbore che ’l vento in terra getta. 845Sia Marganorre esempio di chi regna; che chi mal opra, male al fine aspetta. Di vederlo punir de’ suoi nefandi peccati, avean piacer piccioli e grandi. | Ora tutti vogliono contribuire alla punizione di Marganorre: come si dice, ciascuno raccoglie legna dall’albero già caduto. Il poeta invita i governanti a imparare che chi compie il male prima o poi ne paga il prezzo. |
| Ottava 107 Molti a chi fur le mogli o le sorelle 850o le figlie o le madri da lui morte, non più celando l’animo ribelle, correan per dargli di lor man la morte: e con fatica lo difeser quelle magnanime guerriere e Ruggier forte; 855che disegnato avean farlo morire d’affanno, di disagio e di martire. | Gli abitanti ai quali Marganorre ha ucciso parenti cercano di colpirlo con le proprie mani. Ruggiero e le guerriere lo proteggono a fatica, non per pietà, ma perché hanno progettato per lui una punizione più lunga. |
| Ottava 108 A quella vecchia che l’odiava quanto femina odiare alcun nimico possa, nudo in mano lo dier, legato tanto, 860che non si scioglierà per una scossa; ed ella, per vendetta del suo pianto, gli andò facendo la persona rossa con un stimulo aguzzo ch’un villano, che quivi si trovò, le pose in mano. | La cameriera riceve Marganorre nudo e strettamente legato. Per vendicare Drusilla, lo ferisce ripetutamente con un pungolo appuntito procurato da un contadino. |
| Ottava 109 865La messaggera e le sue giovani anco, che quell’onta non son mai per scordarsi, non s’hanno più a tener le mani al fianco, né meno che la vecchia, a vendicarsi; ma sì è il desir d’offenderlo, che manco 870viene il potere, e pur vorrian sfogarsi: chi con sassi il percuote, chi con l’unge; altra lo morde, altra cogli aghi il punge. | Anche Ullania e le sue due accompagnatrici, desiderose di vendicare l’umiliazione, colpiscono Marganorre con pietre, morsi e aghi. La loro rabbia è così intensa che le forze non bastano a sfogarla. |
| Ottava 110 Come torrente che superbo faccia lunga pioggia talvolta o nievi sciolte, 875va ruinoso, e giù da’ monti caccia gli arbori e i sassi e i campi e le ricolte; vien tempo poi, che l’orgogliosa faccia gli cade, e sì le forze gli son tolte, ch’un fanciullo, una femina per tutto 880passar lo puote, e spesso a piede asciutto: | Un torrente, impetuoso quando è gonfio di piogge e neve sciolta, può ridursi a un corso d’acqua quasi asciutto: allo stesso modo il tiranno, un tempo temuto ovunque, è ormai inerme e umiliato perfino dai più deboli. |
| Ottava 111 così già fu che Marganorre intorno fece tremar, dovunque udiasi il nome; or venuto è chi gli ha spezzato il corno di tanto orgoglio, e sì le forze dome, 885che gli puon far sin a’ bambini scorno, chi pelargli la barba e chi le chiome. Quindi Ruggiero e le donzelle il passo alla rocca voltar, ch’era sul sasso. | Marganorre aveva fatto tremare chiunque sentisse il suo nome; ora anche i bambini possono strappargli i capelli e la barba senza che reagisca. I tre cavalieri si dirigono alla rocca per completare la liberazione del luogo. |
| Ottava 112 La diè senza contrasto in poter loro 890chi v’era dentro, e così i ricchi arnesi, ch’in parte messi a sacco, in parte foro dati ad Ullania ed a’ compagni offesi. Ricovrato vi fu lo scudo d’oro, e quei tre re ch’avea il tiranno presi, 895li quai venendo quivi, come parmi d’avervi detto, erano a piè senz’armi; | Gli occupanti consegnano subito la fortezza, i beni accumulati e le armi. Vengono recuperati lo scudo d’oro di Ullania e i tre re che l’avevano accompagnata, catturati dal tiranno mentre erano disarmati e a piedi. |
| Ottava 113 perché dal dì che fur tolti di sella da Bradamante, a piè sempre eran iti senz’arme, in compagnia de la donzella 900la qual venìa da sì lontani liti. Non so se meglio o peggio fu di quella, che di lor armi non fusson guerniti. Era ben meglio esser da lor difesa; ma peggio assai, se ne perdean l’impresa: | I tre re viaggiavano senza armi da quando Bradamante li aveva disarcionati. Forse, osserva Ariosto, questo è stato un male perché non hanno potuto proteggere Ullania; ma forse è stato un bene, perché li ha salvati da un destino ancora peggiore. |
| Ottava 114 905perché stata saria, com’eran tutte quelle ch’armate avean seco le scorte, al cimitero misere condutte dei due fratelli, e in sacrificio morte. Gli è pur men che morir, mostrar le brutte 910e disoneste parti, duro e forte; e sempre questo e ogn’altro obbrobrio amorza il poter dir che le sia fatto a forza. | Se i cavalieri fossero stati armati, Marganorre avrebbe fatto uccidere Ullania presso le tombe dei figli. L’umiliazione subita è terribile, ma meno della morte; inoltre è stata inflitta con la forza e quindi non macchia la virtù della donna. |
| Ottava 115 Prima ch’indi si partan le guerriere, fan venir gli abitanti a giuramento, 915che daranno i mariti alle mogliere de la terra e del tutto il reggimento; e castigato con pene severe sarà chi contrastare abbia ardimento. In somma quel ch’altrove è del marito, 920che sia qui de la moglie è statuito. | Prima di ripartire, le guerriere fanno giurare agli abitanti che restituiranno alle donne i mariti e affideranno alle mogli il governo della città. Chi si opporrà sarà severamente punito: i ruoli tradizionali del potere vengono capovolti. |
| Ottava 116 Poi si feccion promettere ch’a quanti mai verrian quivi, non darian ricetto, o fosson cavallieri, o fosson fanti, né ’ntrar li lascerian pur sotto un tetto, 925se per Dio non giurassino e per santi, o s’altro giuramento v’è più stretto, che sarian sempre de le donne amici, e dei nimici lor sempre nimici; | Da quel momento nessun viaggiatore potrà ricevere ospitalità senza giurare di essere amico delle donne e nemico di chi le offende. Questo vincolo deve valere per cavalieri e semplici fanti. |
| Ottava 117 e s’avranno in quel tempo, e se saranno, 930tardi o più tosto, mai per aver moglie, che sempre a quelle sudditi saranno, e ubbidienti a tutte le lor voglie. Tornar Marfisa, prima ch’esca l’anno, disse, e che perdan gli arbori le foglie; 935e se la legge in uso non trovasse, fuoco e ruina il borgo s’aspettasse. | Gli uomini dovranno inoltre promettere di rispettare e obbedire alle mogli presenti o future. Marfisa dichiara che tornerà entro un anno a verificare l’applicazione della legge e che, in caso contrario, distruggerà il borgo. |
| Ottava 118 Né quindi si partir, che de l’immondo luogo dov’era, fer Drusilla torre, e col marito in uno avel, secondo 940ch’ivi potean più riccamente porre. La vecchia facea intanto rubicondo con lo stimulo il dosso a Marganorre: sol si dolea di non aver tal lena, che potesse non dar triegua alla pena. | Le guerriere fanno trasferire le spoglie di Drusilla nella stessa tomba di Olindro, affinché i due coniugi riposino insieme. Intanto la vecchia cameriera continua a colpire Marganorre, lamentandosi soltanto di non avere energia sufficiente. |
| Ottava 119 945L’animose guerriere a lato un tempio videno quivi una colonna in piazza, ne la qual fatt’avea quel tiranno empio scriver la legge sua crudele e pazza. Elle, imitando d’un trofeo l’esempio, 950lo scudo v’attaccaro e la corazza di Marganorre e l’elmo; e scriver fenno la legge appresso, ch’esse al loco denno. | Nella piazza esiste una colonna su cui Marganorre aveva fatto incidere le sue leggi contro le donne. Le guerriere vi appendono le armi del tiranno come trofeo e fanno incidere accanto ad esse la nuova legge. |
| Ottava 120 Quivi s’indugiar tanto, che Marfisa fe’ por la legge sua ne la colonna, 955contraria a quella che già v’era incisa a morte ed ignominia d’ogni donna. Da questa compagnia restò divisa quella d’Islanda, per rifar la gonna; che comparire in corte obbrobrio stima, 960se non si veste ed orna come prima. | Marfisa resta abbastanza a lungo da vedere la legge scritta sulla colonna. Ullania e le compagne si separano dal gruppo per procurarsi abiti decorosi prima di presentarsi alla corte di Carlo Magno. |
| Ottava 121 Quivi rimase Ullania; e Marganorre di lei restò in potere: ed essa poi, perché non s’abbia in qualche modo a sciorre, e le donzelle un’altra volta annoi, 965lo fe’ un giorno saltar giù d’una torre, che non fe’ il maggior salto a’ giorni suoi. Non più di lei, né più dei suoi si parli, ma de la compagnia che va verso Arli. | Ullania resta a governare la sorte di Marganorre e, per impedire che possa mai tornare a nuocere, finisce col farlo gettare da una torre. Il narratore lascia così la sua vicenda e torna a seguire gli altri cavalieri. |
| Ottava 122 Tutto quel giorno, e l’altro fin appresso 970l’ora di terza andaro; e poi che furo giunti dove in due strade è il camin fesso (l’una va al campo, e l’altra d’Arli al muro), tornar gli amanti ad abbracciarsi, e spesso a tor commiato, e sempre acerbo e duro. 975Al fin le donne in campo, e in Arli è gito Ruggiero; ed io il mio canto ho qui finito. | Ruggiero, Bradamante e Marfisa viaggiano fino a un bivio: una strada porta al campo cristiano, l’altra ad Arles. Ruggiero e Bradamante si salutano con abbracci ripetuti e dolorosi; infine lui torna ai saraceni e le due guerriere raggiungono i cristiani. |