L’Orlando furioso · Ludovico Ariosto
Canto trentacinquesimo
Testo originale e parafrasi
Ogni ottava affianca il testo originale alla parafrasi in italiano contemporaneo.
| Testo originale | Parafrasi |
|---|---|
| Ottava 1 1Chi salirà per me, madonna, in cielo a riportarne il mio perduto ingegno? che, poi ch’uscì da’ bei vostri occhi il telo che ’l cor mi fisse, ognor perdendo vegno. 5Né di tanta iattura mi querelo, pur che non cresca, ma stia a questo segno; ch’io dubito, se più si va scemando, di venir tal, qual ho descritto Orlando. | Ariosto si rivolge alla donna amata e scherza sul proprio senno perduto per amore. Teme che, continuando così, finirà pazzo come Orlando, ma si augura almeno di non peggiorare. |
| Ottava 2 Per riaver l’ingegno mio m’è aviso 10che non bisogna che per l’aria io poggi nel cerchio de la luna o in paradiso; che ’l mio non credo che tanto alto alloggi. Ne’ bei vostri occhi e nel sereno viso, nel sen d’avorio e alabastrini poggi 15se ne va errando; ed io con queste labbia lo corrò, se vi par ch’io lo riabbia. | Per ritrovare la ragione non crede necessario salire sulla Luna: pensa che essa sia rimasta negli occhi e nel volto della donna amata e spera di recuperarla con i suoi baci. |
| Ottava 3 Per gli ampli tetti andava il paladino tutte mirando le future vite, poi ch’ebbe visto sul fatal molino 20volgersi quelle ch’erano già ordite: e scorse un vello che più che d’or fino splender parea; né sarian gemme trite, s’in filo si tirassero con arte, da comparargli alla millesma parte. | Astolfo visita intanto il palazzo lunare in cui si trovano le vite umane rappresentate da fili. Fra tutti nota un filo d’oro di splendore straordinario, incomparabile alle pietre preziose. |
| Ottava 4 25Mirabilmente il bel vello gli piacque, che tra infiniti paragon non ebbe; e di sapere alto disio gli nacque, quando sarà tal vita, e a chi si debbe. L’evangelista nulla gliene tacque: 30che venti anni principio prima avrebbe che col .M. e col .D. fosse notato l’anno corrente dal Verbo incarnato, | Il paladino domanda a chi appartenga quel filo e quando inizierà la vita corrispondente. Giovanni gli risponde che nascerà poco prima del 1500, secondo il computo dell’era cristiana. |
| Ottava 5 E come di splendore e di beltade quel vello non avea simile o pare, 35così saria la fortunata etade che dovea uscirne al mondo singulare; perché tutte le grazie inclite e rade ch’alma Natura, o proprio studio dare, o benigna Fortuna ad uomo puote, 40avrà in perpetua ed infallibil dote. | Quella vita sarà unica per ricchezza di virtù, cultura e qualità personali. Natura, studio e fortuna sembreranno aver raccolto in un solo uomo tutti i loro doni migliori. |
| Ottava 6 – Del re de’ fiumi tra l’altiere corna or siede umil (diceagli) e piccol borgo: dinanzi il Po, di dietro gli soggiorna d’alta palude un nebuloso gorgo; 45che, volgendosi gli anni, la più adorna di tutte le città d’Italia scorgo, non pur di mura e d’ampli tetti regi, ma di bei studi e di costumi egregi. | L’apostolo indica la piccola Ferrara, situata presso il Po e circondata in parte da paludi. Predice che diventerà una città splendida non solo per i palazzi, ma anche per le attività culturali e i costumi. |
| Ottava 7 Tanta esaltazione e così presta, 50non fortuìta o d’aventura casca; ma l’ha ordinata il ciel, perché sia questa degna in che l’uom di ch’io ti parlo, nasca: che, dove il frutto ha da venir, s’inesta e con studio si fa crescer la frasca; 55e l’artefice l’oro affinar suole, in che legar gemma di pregio vuole. | La futura grandezza di Ferrara non sarà casuale: il cielo l’avrebbe preparata come luogo adatto alla nascita di un uomo eccezionale, così come si prepara con cura il supporto di una gemma preziosa. |
| Ottava 8 Né sì leggiadra né sì bella veste unque ebbe altr’alma in quel terrestre regno; e raro è sceso e scenderà da queste 60sfere superne un spirito sì degno, come per farne Ippolito da Este n’have l’eterna mente alto disegno. Ippolito da Este sarà detto l’uom a chi Dio sì ricco dono ha eletto. | Il personaggio annunciato è Ippolito d’Este. Giovanni sostiene che poche anime tanto degne siano mai discese sulla Terra e che il suo destino sia stato disposto direttamente da Dio. |
| Ottava 9 65Quegli ornamenti che divisi in molti, a molti basterian per tutti ornarli, in suo ornamento avrà tutti raccolti costui, di c’hai voluto ch’io ti parli. Le virtudi per lui, per lui soffolti 70saran gli studi; e s’io vorrò narrar li alti suoi merti, al fin son sì lontano, ch’Orlando il senno aspetterebbe invano. – | Tutte le qualità che normalmente si trovano distribuite fra persone diverse saranno riunite in Ippolito. L’apostolo interrompe l’elogio perché enumerarne tutti i meriti richiederebbe troppo tempo, ritardando il soccorso a Orlando. |
| Ottava 10 Così venìa l’imitator di Cristo ragionando col duca: e poi che tutte 75le stanze del gran luogo ebbono visto, onde l’umane vite eran condutte, sul fiume usciro, che d’arena misto con l’onde discorrea turbide e brutte; e vi trovar quel vecchio in su la riva, 80che con gl’impressi nomi vi veniva. | Terminate le spiegazioni sulle vite umane, Giovanni e Astolfo escono dal palazzo e si avvicinano a un fiume torbido. Sulla riva incontrano il vecchio rapidissimo che trasporta targhette con nomi. |
| Ottava 11 Non so se vi sia a mente, io dico quello ch’al fin de l’altro canto vi lasciai, vecchio di faccia, e sì di membra snello, che d’ogni cervio è più veloce assai. 85Degli altrui nomi egli si empìa il mantello; scemava il monte, e non finiva mai: ed in quel fiume che Lete si noma, scarcava, anzi perdea la ricca soma. | È lo stesso anziano descritto alla fine del canto precedente: raccoglie continuamente i nomi degli uomini e li porta sulle rive del fiume Lete, simbolo dell’oblio. |
| Ottava 12 Dico che, come arriva in su la sponda 90del fiume, quel prodigo vecchio scuote il lembo pieno, e ne la turbida onda tutte lascia cader l’impresse note. Un numer senza fin se ne profonda, ch’un minimo uso aver non se ne puote; 95e di cento migliaia che l’arena sul fondo involve, un se ne serva a pena. | Il vecchio svuota il mantello lasciando cadere le targhette nell’acqua. Quasi tutte affondano immediatamente, sicché una quantità enorme di nomi scompare senza lasciare traccia. |
| Ottava 13 Lungo e d’intorno quel fiume volando givano corvi ed avidi avoltori, mulacchie e vari augelli, che gridando 100facean discordi strepiti e romori; ed alla preda correan tutti, quando sparger vedean gli amplissimi tesori: e chi nel becco, e chi ne l’ugna torta ne prende; ma lontan poco li porta. | Intorno al fiume volano corvi, avvoltoi e altri uccelli rumorosi. Tentano di afferrare le targhette preziose con becchi e artigli, ma riescono a trasportarle soltanto per brevissimi tratti. |
| Ottava 14 105Come vogliono alzar per l’aria i voli, non han poi forza che ’l peso sostegna; sì che convien che Lete pur involi de’ ricchi nomi la memoria degna. Fra tanti augelli son duo cigni soli, 110bianchi, Signor, come è la vostra insegna, che vengon lieti riportando in bocca sicuramente il nome che lor tocca. | Il peso delle targhette li fa ricadere nell’acqua, dove i nomi vengono dimenticati. Due soli cigni bianchi, invece, riescono a raccogliere alcuni nomi e portarli lontano. |
| Ottava 15 Così contra i pensieri empi e maligni del vecchio che donar li vorria al fiume, 115alcuno ne salvan gli augelli benigni: tutto l’avanzo oblivion consume. Or se ne van notando i sacri cigni, ed or per l’aria battendo le piume, fin che presso alla ripa del fiume empio 120trovano un colle, e sopra il colle un tempio. | I cigni salvano così dall’oblio una piccola parte dei nomi destinati a scomparire. Dopo aver attraversato il fiume, si dirigono verso un colle sul quale sorge un tempio. |
| Ottava 16 All’Inmmortalitade il luogo è sacro, ove una bella ninfa giù del colle viene alla ripa del leteo lavacro, e di bocca dei cigni i nomi tolle; 125e quelli affige intorno al simulacro ch’in mezzo il tempio una colonna estolle, quivi li sacra, e ne fa tal governo, che vi si pôn veder tutti in eterno. | Il tempio è dedicato all’Immortalità della fama. Una ninfa riceve dai cigni le targhette e le fissa a una colonna, custodendole in modo che possano essere lette per sempre. |
| Ottava 17 Chi sia quel vecchio, e perché tutti al rio 130senza alcun frutto i bei nomi dispensi, e degli augelli, e di quel luogo pio onde la bella ninfa al fiume viensi, aveva Astolfo di saper desio i gran misteri e gl’incogniti sensi; 135e domandò di tutte queste cose l’uomo di Dio, che così gli rispose: | Astolfo domanda che cosa rappresentino il vecchio, gli uccelli, la ninfa e il tempio. Giovanni si dispone a spiegargli il significato allegorico dell’intera scena. |
| Ottava 18 – Tu déi saper che non si muove fronda là giù che segno qui non se ne faccia. Ogni effetto convien che corrisponda 140in terra e in ciel, ma con diversa faccia. Quel vecchio, la cui barba il petto inonda, veloce sì che mai nulla l’impaccia, gli effetti pari e la medesima opra che ’l Tempo fa là giù, fa qui di sopra. | L’apostolo afferma che i fenomeni celesti corrispondono a quelli terrestri, benché assumano forme differenti. Il vecchio che si affretta senza sosta compie sulla Luna il medesimo lavoro svolto sulla Terra dal Tempo. |
| Ottava 19 145Volte che son le fila in su la ruota, là giù la vita umana arriva al fine. La fama là, qui ne riman la nota; ch’immortali sariano ambe e divine, se non che qui quel da la irsuta gota, 150e là giù il Tempo ognor ne fa rapine. Questi le getta, come vedi, al rio; e quel l’immerge ne l’eterno oblio. | Quando le Parche terminano il filo di una vita, l’uomo muore e ne rimane soltanto il nome. Il Tempo, come il vecchio che getta le targhette nel Lete, cancella gradualmente anche la memoria di quel nome. |
| Ottava 20 E come qua su i corvi e gli avoltori e le mulacchie e gli altri varii augelli 155s’affaticano tutti per trar fuori de l’acqua i nomi che veggion più belli: così là giù ruffiani, adulatori, buffon, cinedi, accusatori, e quelli che viveno alle corti e che vi sono 160più grati assai che ’l virtuoso e ’l buono, | Gli uccelli che recuperano per poco tempo le targhette rappresentano adulatori, cortigiani servili e persone interessate, che lodano i potenti soltanto finché possono ricavarne vantaggi. |
| Ottava 21 e son chiamati cortigian gentili, perché sanno imitar l’asino e ’l ciacco; de’ lor signor, tratto che n’abbia i fili la giusta Parca, anzi Venere e Bacco, 165questi di ch’io ti dico, inerti e vili, nati solo ad empir di cibo il sacco, portano in bocca qualche giorno il nome; poi ne l’oblio lascian cader le some. | Questi personaggi mantengono per pochi giorni il ricordo dei signori morti, poi li lasciano precipitare nell’oblio. Le loro lodi sono interessate e prive della forza necessaria a conservare una fama duratura. |
| Ottava 22 Ma come i cigni che cantando lieti 170rendeno salve le medaglie al tempio, così gli uomini degni da’ poeti son tolti da l’oblio, più che morte empio. Oh bene accorti principi e discreti, che seguite di Cesare l’esempio, 175e gli scrittor vi fate amici, donde non avete a temer di Lete l’onde! | I cigni rappresentano invece i veri poeti: grazie alle loro opere, uomini e imprese degni di memoria sfuggono alla cancellazione del tempo. I principi saggi, come Cesare, sanno quindi coltivare l’amicizia degli scrittori. |
| Ottava 23 Son, come i cigni, anco i poeti rari, poeti che non sian del nome indegni; sì perché il ciel degli uomini preclari 180non pate mai che troppa copia regni, sì per gran colpa dei signori avari che lascian mendicare i sacri ingegni; che le virtù premendo, ed esaltando i vizi, caccian le buone arti in bando. | I grandi poeti sono rari, sia perché il talento eccezionale non è comune, sia perché molti signori avari non li sostengono. Premiando gli opportunisti e trascurando la cultura, le corti impoveriscono le arti. |
| Ottava 24 185Credi che Dio questi ignoranti ha privi de lo ’ntelletto, e loro offusca i lumi; che de la poesia gli ha fatto schivi, acciò che morte il tutto ne consumi. Oltre che del sepolcro uscirian vivi, 190ancor ch’avesser tutti i rei costumi, pur che sapesson farsi amica Cirra, più grato odore avrian che nardo o mirra. | Giovanni sostiene provocatoriamente che chi disprezza la poesia sembra rinunciare volontariamente all’immortalità della fama. Anche uomini dalle qualità discutibili potrebbero essere ricordati favorevolmente grazie a scrittori amici. |
| Ottava 25 Non sì pietoso Enea, né forte Achille fu, come è fama, né sì fiero Ettorre; 195e ne son stati e mille a mille e mille che lor si puon con verità anteporre: ma i donati palazzi e le gran ville dai descendenti lor, gli ha fatto porre in questi senza fin sublimi onori 200da l’onorate man degli scrittori. | La fama di eroi come Enea, Achille ed Ettore non dipende soltanto dal valore personale. I doni e il favore ricevuti dagli scrittori hanno contribuito a innalzarli al di sopra di molti uomini forse altrettanto meritevoli. |
| Ottava 26 Non fu sì santo né benigno Augusto come la tuba di Virgilio suona. L’aver avuto in poesia buon gusto la proscrizion iniqua gli perdona. 205Nessun sapria se Neron fosse ingiusto, né sua fama saria forse men buona, avesse avuto e terra e ciel nimici, se gli scrittor sapea tenersi amici. | Anche Augusto, secondo questo ragionamento polemico, non fu necessariamente tanto perfetto quanto lo presenta Virgilio. Un sovrano odiato come Nerone avrebbe potuto essere ricordato in modo diverso se avesse avuto dalla sua parte i grandi autori. |
| Ottava 27 Omero Agamennòn vittorioso, 210e fe’ i Troian parer vili ed inerti; e che Penelopea fida al suo sposo dai Prochi mille oltraggi avea sofferti. E se tu vuoi che ’l ver non ti sia ascoso, tutta al contrario l’istoria converti: 215che i Greci rotti, e che Troia vittrice, e che Penelopea fu meretrice. | Giovanni richiama perfino Omero, che ha celebrato i Greci e Penelope e dipinto i Troiani come sconfitti. Per provocazione afferma che un racconto composto da sostenitori dei Troiani avrebbe potuto rovesciare ogni giudizio. |
| Ottava 28 Da l’altra parte odi che fama lascia Elissa, ch’ebbe il cor tanto pudico; che riputata viene una bagascia, 220solo perché Maron non le fu amico. Non ti maravigliar ch’io n’abbia ambascia, e se di ciò diffusamente io dico. Gli scrittori amo, e fo il debito mio; ch’al vostro mondo fui scrittore anch’io. | Allo stesso modo Didone, regina di Cartagine, è stata presentata da Virgilio sotto una luce sfavorevole. Giovanni confessa di essere sensibile al problema perché anche lui, nel mondo terreno, è stato uno scrittore. |
| Ottava 29 225E sopra tutti gli altri io feci acquisto che non mi può levar tempo né morte: e ben convenne al mio lodato Cristo rendermi guidardon di sì gran sorte. Duolmi di quei che sono al tempo tristo, 230quando la cortesia chiuso ha le porte; che con pallido viso e macro e asciutto la notte e ’l dì vi picchian senza frutto. | L’apostolo ricorda che la propria opera gli è valsa una gloria eterna. Si rammarica invece per gli autori del presente che devono chiedere inutilmente sostegno a signori poco generosi. |
| Ottava 30 Sì che continuando il primo detto, sono i poeti e gli studiosi pochi; 235che dove non han pasco né ricetto, insin le fere abbandonano i lochi. – Così dicendo il vecchio benedetto gli occhi infiammò, che parveno duo fuochi; poi volto al duca con un saggio riso 240tornò sereno il conturbato viso. | La mancanza di protezione e di mezzi spiega perché siano così pochi i poeti e gli studiosi autentici. Giovanni si indigna per questa ingiustizia, poi torna sereno e riprende il colloquio con Astolfo. |
| Ottava 31 Resti con lo scrittor de l’evangelo Astolfo ormai, ch’io voglio far un salto, quanto sia in terra a venir fin dal cielo; ch’io non posso più star su l’ali in alto. 245Torno alla donna a cui con grave telo mosso avea gelosia crudele assalto. Io la lasciai ch’avea con breve guerra tre re gittati, un dopo l’altro, in terra; | Il narratore lascia Astolfo insieme all’apostolo e torna sulla Terra, alla vicenda di Bradamante, che aveva appena sconfitto in successione i tre re nordici alla Rocca di Tristano. |
| Ottava 32 e che giunta la sera ad un castello 250ch’alla via di Parigi si ritrova, d’Agramante, che rotto dal fratello s’era ridotto in Arli, ebbe la nuova. Certa che ’l suo Ruggier fosse con quello, tosto ch’apparve in ciel la luce nuova, 255verso Provenza, dove ancora intese che Carlo lo seguia, la strada prese. | Bradamante apprende che Agramante, sconfitto da Rinaldo, si è ritirato ad Arles. Convinta che Ruggiero sia ancora presso il re saraceno, il mattino seguente parte per la Provenza. |
| Ottava 33 Verso Provenza per la via più dritta andando, s’incontrò in una donzella, ancor che fosse lacrimosa e afflitta, 260bella di faccia e di maniere bella. Questa era quella sì d’amor traffitta per lo figliuol di Monodante, quella donna gentil ch’avea lasciato al ponte l’amante suo prigion di Rodomonte. | Lungo la strada incontra una donna bellissima ma sconvolta dal pianto. È Fiordiligi, che ha lasciato il marito Brandimarte prigioniero di Rodomonte presso il ponte. |
| Ottava 34 265Ella venìa cercando un cavalliero, ch’a far battaglia usato, come lontra, in acqua e in terra fosse, e così fiero, che lo potesse al pagan porre incontra. La sconsolata amica di Ruggiero, 270come quest’altra sconsolata incontra, cortesemente la saluta, e poi le chiede la cagion dei dolor suoi. | Fiordiligi cerca un guerriero capace di affrontare Rodomonte anche sul difficile ponte, dove il saraceno sfrutta la posizione per vincere gli avversari. Bradamante le domanda la ragione del dolore. |
| Ottava 35 Fiordiligi lei mira, e veder parle un cavallier ch’al suo bisogno fia; 275e comincia del ponte a ricontarle, ove impedisce il re d’Algier la via; e ch’era stato appresso di levarle l’amante suo: non che più forte sia; ma sapea darsi il Saracino astuto 280col ponte stretto e con quel fiume aiuto. | Fiordiligi racconta che Rodomonte ha catturato Brandimarte. Precisa che la forza del nemico non è l’unica causa della sconfitta: il ponte stretto e il fiume ne aumentano molto il vantaggio. |
| Ottava 36 – Se sei (dicea) sì ardito e sì cortese, come ben mostri l’uno e l’altro in vista, mi vendica, per Dio, di chi mi prese il mio signore, e mi fa gir sì trista; 285o consigliami almeno in che paese possa io trovare un ch’a colui resista, e sappia tanto d’arme e di battaglia, che ’l fiume e ’l ponte al pagan poco vaglia. | La donna chiede a Bradamante di vendicarla e di liberare l’amato o, almeno, di indicarle un campione capace di superare la posizione difensiva del saraceno. |
| Ottava 37 Oltre che tu farai quel che conviensi 290ad uom cortese e a cavalliero errante, in beneficio il tuo valor dispensi del più fedel d’ogni fedele amante. De l’altre sue virtù non appertiensi a me narrar; che sono tante e tante, 295che chi non n’ha notizia, si può dire che sia del veder privo e de l’udire. – | Fiordiligi osserva che chi affrontasse Rodomonte compirebbe un atto degno di un cavaliere cortese, soccorrendo uno degli uomini più fedeli nell’amore e più valorosi nelle armi. |
| Ottava 38 La magnanima donna, a cui fu grata sempre ogni impresa che può farla degna d’esser con laude e gloria nominata, 300subito al ponte di venir disegna: ed ora tanto più, ch’è disperata, vien volentier, quando anco a morir vegna; che credendosi, misera! esser priva del suo Ruggiero, ha in odio d’esser viva. | Bradamante accetta subito l’impresa, perché ama la gloria e non teme i pericoli. Inoltre, credendo di aver perduto Ruggiero, prova ormai scarso attaccamento alla propria vita. |
| Ottava 39 305– Per quel ch’io vaglio, giovane amorosa (rispose Bradamante), io m’offerisco di far l’impresa dura e perigliosa, per altre cause ancor, ch’io preterisco; ma più, che del tuo amante narri cosa 310che narrar di pochi uomini avvertisco, che sia in amor fedel; ch’a fé ti giuro ch’in ciò pensai ch’ognun fosse pergiuro. – | La guerriera promette a Fiordiligi di tentare il salvataggio, colpita soprattutto dal racconto di un amore tanto fedele. Aggiunge amaramente che non credeva esistessero uomini capaci di mantenere davvero la parola data. |
| Ottava 40 Con un sospir quest’ultime parole finì, con un sospir ch’uscì dal core; 315poi disse: – Andiamo; – e nel seguente sole giunsero al fiume, al passo pien d’orrore. Scoperte da la guardia che vi suole farne segno col corno al suo signore, il pagan s’arma; e quale è ’l suo costume, 320sul ponte s’apparecchia in ripa al fiume: | Bradamante sospira pensando a Ruggiero e invita Fiordiligi a seguirla. Le due raggiungono il ponte il giorno dopo; una sentinella avverte Rodomonte, che si arma per la sfida. |
| Ottava 41 e come vi compar quella guerriera, di porla a morte subito minaccia, quando de l’arme e del destrier su ch’era, al gran sepolcro oblazion non faccia. 325Bradamante che sa l’istoria vera, come per lui morta Issabella giaccia, che Fiordiligi detto le l’avea, al Saracin superbo rispondea: | Rodomonte minaccia di uccidere la nuova arrivata se non consegnerà armi e cavallo come offerta al monumento funebre di Isabella. Bradamante conosce già la vera storia della morte della donna e gli risponde con indignazione. |
| Ottava 42 – Perché vuoi tu, bestial, che gli innocenti 330facciano penitenza del tuo fallo? Del sangue tuo placar costei convienti: tu l’uccidesti, e tutto ’l mondo sallo. Sì che di tutte l’arme e guernimenti di tanti che gittati hai da cavallo, 335oblazione e vittima più accetta avrà, ch’io te l’uccida in sua vendetta. | La guerriera accusa Rodomonte di voler punire gli innocenti per un delitto commesso da lui stesso. Sostiene che l’offerta più giusta a Isabella sarebbe la morte dell’uomo che l’ha uccisa. |
| Ottava 43 E di mia man le fia più grato il dono, quando, come ella fu, son donna anch’io: né qui venuta ad altro effetto sono, 340ch’a vendicarla; e questo sol disio. Ma far tra noi prima alcun patto è buono, che ’l tuo valor si compari col mio. S’abbattuta sarò, di me farai quel che degli altri tuoi prigion fatt’hai: | Bradamante rivela di essere anche lei una donna e di essere giunta per vendicare Isabella. Propone che il duello avvenga secondo condizioni concordate: in caso di sconfitta accetterà la sorte degli altri prigionieri. |
| Ottava 44 345ma s’io t’abbatto, come io credo e spero, guadagnar voglio il tuo cavallo e l’armi, e quelle offerir sole al cimitero, e tutte l’altre distaccar da’ marmi; e voglio che tu lasci ogni guerriero. – 350Rispose Rodomonte: – Giusto parmi che sia come tu di’; ma i prigion darti già non potrei, ch’io non gli ho in queste parti. | Se invece vincerà, Bradamante pretende le armi e il cavallo di Rodomonte da offrire alla tomba di Isabella, la restituzione dei trofei presi agli altri cavalieri e la liberazione di tutti i prigionieri. |
| Ottava 45 Io gli ho al mio regno in Africa mandati: ma ti prometto, e ti do ben la fede, 355che se m’avvien per casi inopinati che tu stia in sella e ch’io rimanga a piede, farò che saran tutti liberati in tanto tempo quanto si richiede di dare a un messo ch’in fretta si mandi 360e far quel che, s’io perdo, mi commandi. | Rodomonte accetta, ma spiega che i prigionieri sono già stati inviati in Africa. Promette di farli liberare attraverso un messaggero, se verrà sconfitto. |
| Ottava 46 Ma s’a te tocca star di sotto, come piu si conviene, e certo so che fia, non vo’ che lasci l’arme, né il tuo nome, come di vinta, sottoscritto sia: 365al tuo bel viso, a’ begli occhi, alle chiome, che spiran tutti amore e leggiadria, voglio donar la mia vittoria; e basti che ti disponga amarmi, ove m’odiasti. | Se vincerà, il saraceno dice di non voler togliere a Bradamante né l’armatura né il nome: affascinato dalla sua bellezza, pretende soltanto che lei ricambi il suo amore. |
| Ottava 47 Io son di tal valor, son di tal nerbo, 370ch’aver non déi d’andar di sotto a sdegno. – Sorrise alquanto, ma d’un riso acerbo che fece d’ira, più che d’altro, segno, la donna, né rispose a quel superbo; ma tornò in capo al ponticel di legno, 375spronò il cavallo, e con la lancia d’oro venne a trovar quell’orgoglioso Moro. | Rodomonte si vanta di essere così forte che la sconfitta per mano sua non sarebbe motivo di vergogna. Bradamante risponde con un sorriso sprezzante, si prepara e corre sul ponte con la lancia d’oro. |
| Ottava 48 Rodomonte alla giostra s’apparecchia: viene a gran corso; ed è sì grande il suono che rende il ponte, ch’intronar l’orecchia 380può forse a molti che lontan ne sono. La lancia d’oro fe’ l’usanza vecchia; che quel pagan, sì dianzi in giostra buono, levò di sella, e in aria lo sospese, indi sul ponte a capo in giù lo stese. | I due cavalieri si scontrano con grande fragore. La lancia incantata colpisce Rodomonte e lo scaglia fuori di sella, facendolo cadere a testa in giù sul ponte. |
| Ottava 49 385Nel trapassar ritrovò a pena loco ove entrar col destrier quella guerriera; e fu a gran risco, e ben vi mancò poco, ch’ella non traboccò ne la riviera: ma Rabicano, il quale il vento e ’l fuoco 390concetto avean, sì destro ed agil era, che nel margine estremo trovò strada; e sarebbe ito anco su ’n fil di spada. | Anche Bradamante rischia di precipitare nel fiume, tanto è ristretto lo spazio per passare. Rabicano però è agile e sicuro e riesce a restare in equilibrio sul margine del ponte. |
| Ottava 50 Ella si volta, e contra l’abbattuto pagan ritorna; e con leggiadro motto: 395– Or puoi (disse) veder chi abbia perduto, e a chi di noi tocchi di star di sotto. – Di maraviglia il pagan resta muto, ch’una donna a cader l’abbia condotto; e far risposta non poté o non volle, 400e fu come uom pien di stupore e folle. | La guerriera torna verso Rodomonte e gli fa notare ironicamente chi dei due sia ora rimasto a terra. Il saraceno è così stupito di essere stato vinto da una donna che non riesce a rispondere. |
| Ottava 51 Di terra si levò tacito e mesto; e poi ch’andato fu quattro o sei passi, lo scudo e l’elmo, e de l’altre arme il resto tutto si trasse, e gittò contra i sassi; 405e solo e a piè fu a dileguarsi presto: non che commission prima non lassi a un suo scudier, che vada a far l’effetto dei prigion suoi, secondo che fu detto. | Rodomonte si rialza, si spoglia dell’armatura e getta le armi contro le pietre. Si allontana da solo e a piedi, ma prima incarica uno scudiero di provvedere alla liberazione dei prigionieri secondo il patto. |
| Ottava 52 Partissi; e nulla poi più se n’intese, 410se non che stava in una grotta scura. Intanto Bradamante avea sospese di costui l’arme all’alta sepoltura, e fattone levar tutto l’arnese, il qual dei cavallieri, alla scrittura, 415conobbe de la corte esser di Carlo; non levò il resto, e non lasciò levarlo. | Del saraceno si saprà poi soltanto che vive nascosto in una grotta. Bradamante appende le sue armi alla tomba di Isabella e fa rimuovere alcuni trofei appartenenti ai paladini cristiani. |
| Ottava 53 Oltr’a quel del figliuol di Monodante, v’è quel di Sansonetto e d’Oliviero, che per trovare il principe d’Anglante, 420quivi condusse il più dritto sentiero. Quivi fur presi, e furo il giorno inante mandati via dal Saracino altiero. Di questi l’arme fe’ la donna torre da l’alta mole, e chiuder ne la torre. | Fra le armi recuperate si trovano quelle di Brandimarte, Sansonetto e Oliviero, catturati mentre cercavano Orlando. Bradamante le fa custodire nella torre, perché appartengono a cavalieri della corte di Carlo. |
| Ottava 54 425Tutte l’altre lasciò pender dai sassi, che fur spogliate ai cavallier pagani. V’eran l’arme d’un re, del quale i passi per Frontalatte mal fur spesi e vani: io dico l’arme del re de’ Circassi, 430che dopo lungo errar per colli e piani, venne quivi a lasciar l’altro destriero; e poi senz’arme andossene leggiero. | Lascia invece appese le armi sottratte ai saraceni, fra cui quelle di Sacripante, che aveva perduto il cavallo e l’armatura presso il ponte dopo un lungo viaggio alla ricerca di Angelica. |
| Ottava 55 S’era partito disarmato e a piede quel re pagan dal periglioso ponte, 435sì come gli altri ch’eran di sua fede, partir da sé lasciava Rodomonte. Ma di tornar più al campo non gli diede il cor; ch’ivi apparir non avria fronte: che per quel che vantossi, troppo scorno 440gli saria farvi in tal guisa ritorno. | Sacripante si era allontanato umiliato e a piedi, come gli altri saraceni sconfitti da Rodomonte. Non aveva avuto il coraggio di tornare al campo perché la vergogna contraddiceva le sue precedenti vanterie. |
| Ottava 56 Di pur cercar nuovo desir lo prese colei che sol avea fissa nel core. Fu l’aventura sua, che tosto intese (io non vi saprei dir chi ne fu autore) 445ch’ella tornava verso il suo paese: onde esso, come il punge e sprona Amore, dietro alla pesta subito si pone. Ma tornar voglio alla figlia d’Amone. | Appena apprende che Angelica sta tornando verso il suo paese, Sacripante riprende a seguirla per amore. Il narratore abbandona però la sua vicenda e torna a Bradamante. |
| Ottava 57 Poi che narrato ebbe con altro scritto 450come da lei fu liberato il passo; a Fiordiligi ch’avea il core afflitto, e tenea il viso lacrimoso e basso, domandò umanamente ov’ella dritto volea che fosse, indi partendo, il passo. 455Rispose Fiordiligi: – Il mio camino vo’ che sia in Arli al campo saracino, | Dopo aver registrato la liberazione del passaggio, Bradamante domanda a Fiordiligi dove voglia andare. La donna risponde che intende raggiungere Arles, nel campo saraceno. |
| Ottava 58 ove navilio e buona compagnia spero trovar da gir ne l’altro lito. Mai non mi fermerò fin ch’io non sia 460venuta al mio signore e mio marito. Voglio tentar, perché in prigion non stia, più modi e più; che se mi vien fallito questo che Rodomonte t’ha promesso, ne voglio avere uno ed un altro appresso. – | Fiordiligi spera di trovare lì una nave e compagni affidabili per arrivare fino in Africa, dove vuole cercare il marito prigioniero. Non si fermerà se la promessa di Rodomonte non dovesse essere rispettata. |
| Ottava 59 465– Io m’offerisco (disse Bradamante) d’accompagnarti un pezzo de la strada, tanto che tu ti vegga Arli davante, ove per amor mio vo’ che tu vada a trovar quel Ruggier del re Agramante, 470che del suo nome ha piena ogni contrada; e che gli rendi questo buon destriero, onde abbattuto ho il Saracino altiero. | Bradamante si offre di accompagnarla fino ad Arles e le chiede un favore: incontrare Ruggiero nel campo di Agramante e consegnargli Frontino, il cavallo sottratto a Rodomonte. |
| Ottava 60 Voglio ch’a punto tu gli dica questo: – Un cavallier che di provar si crede, 475e fare a tutto ’l mondo manifesto che contra lui sei mancator di fede; acciò ti trovi apparecchiato e presto, questo destrier, perch’io tel dia, mi diede. Dice che trovi tua piastra e tua maglia, 480e che l’aspetti a far teco battaglia. – | Il messaggio da riferire è però una sfida: un cavaliere accusa Ruggiero di aver mancato alla parola data, gli restituisce il cavallo e lo invita a presentarsi armato per dimostrare il proprio valore. |
| Ottava 61 Digli questo, e non altro; e se quel vuole saper da te ch’io son, di’ che nol sai. – Quella rispose umana come suole: – Non sarò stanca in tuo servizio mai, 485spender la vita, non che le parole; che tu ancora per me così fatto hai. – Grazie le rende Bradamante, e piglia Frontino, e le lo porge per la briglia. | Bradamante ordina a Fiordiligi di non rivelare il nome dello sfidante, anche se Ruggiero lo chiederà. Grata per il salvataggio del marito, Fiordiligi accetta e riceve le redini di Frontino. |
| Ottava 62 Lungo il fiume le belle e pellegrine 490giovani vanno a gran giornate insieme, tanto che veggono Arli, e le vicine rive odon risonar del mar che freme. Bradamante si ferma alle confine quasi de’ borghi ed alle sbarre estreme, 495per dare a Fiordiligi atto intervallo, che condurre a Ruggier possa il cavallo. | Le due donne cavalcano insieme lungo il fiume fino alle vicinanze di Arles. Qui Bradamante si ferma per lasciare a Fiordiligi il tempo di entrare in città e consegnare il cavallo. |
| Ottava 63 Vien Fiordiligi, ed entra nel rastrello, nel ponte e ne la porta; e seco prende chi le fa compagnia fin all’ostello 500ove abita Ruggiero, e quivi scende; e, secondo il mandato, al damigello fa l’imbasciata, e il buon Frontin gli rende: indi va, che risposta non aspetta, ad eseguire il suo bisogno in fretta. | Fiordiligi attraversa le fortificazioni e raggiunge l’alloggio di Ruggiero. Trasmette il messaggio, lascia Frontino a un servitore e riparte senza attendere una risposta, occupata dalla ricerca di Brandimarte. |
| Ottava 64 505Ruggier riman confuso e in pensier grande, e non sa ritrovar capo né via di saper chi lo sfide, e chi gli mande a dire oltraggio e a fargli cortesia. Che costui senza fede lo domande, 510o possa domandar uomo che sia, non sa veder né imaginare; e prima, ch’ogn’altro sia che Bradamante, istima. | Ruggiero resta perplesso: non capisce chi possa accusarlo di infedeltà e al tempo stesso fargli dono del cavallo. Non immagina che la sfida provenga da Bradamante. |
| Ottava 65 Che fosse Rodomonte, era più presto ad aver, che fosse altri, opinione; 515e perché ancor da lui debba udir questo, pensa, né imaginar può la cagione. Fuor che con lui, non sa di tutto ’l resto del mondo, con chi lite abbia e tenzone. Intanto la donzella di Dordona 520chiede battaglia, e forte il corno suona. | Sospetta piuttosto Rodomonte, pur non comprendendo per quale ragione il saraceno possa muovergli un’accusa simile. Nel frattempo Bradamante, rimasta fuori città, suona il corno per chiedere battaglia. |
| Ottava 66 Vien la nuova a Marsilio e ad Agramante, ch’un cavallier di fuor chiede battaglia. A caso Serpentin loro era avante, ed impetrò di vestir piastra e maglia, 525e promesse pigliar questo arrogante. Il popul venne sopra la muraglia; né fanciullo restò, né restò veglio, che non fosse a veder chi fêsse meglio. | Agramante e Marsilio apprendono che un guerriero sfida chiunque voglia uscire dalle mura. Serpentino della Stella ottiene il permesso di affrontarlo, mentre la popolazione accorre a vedere la giostra. |
| Ottava 67 Con ricca sopravesta e bello arnese 530Serpentin da la Stella in giostra venne. Al primo scontro in terra si distese: il destrier aver parve a fuggir penne. Dietro gli corse la donna cortese, e per la briglia al Saracin lo tenne, 535e disse: – Monta, e fa che ’l tuo signore mi mandi un cavallier di te migliore. – | Serpentino esce in splendide armi, ma Bradamante lo disarciona al primo colpo. Gli restituisce cortesemente il cavallo, ordinandogli di tornare dal re e chiedere un avversario più forte. |
| Ottava 68 Il re african, ch’era con gran famiglia sopra le mura alla giostra vicino, del cortese atto assai si maraviglia, 540ch’usato ha la donzella a Serpentino. – Di ragion può pigliarlo, e non lo piglia, – diceva, udendo il popul saracino. Serpentin giunge, e come ella commanda, un miglior da sua parte al re domanda. | Agramante e gli spettatori ammirano la generosità del vincitore sconosciuto, che avrebbe diritto di trattenere il cavallo. Serpentino riferisce il messaggio e domanda un nuovo campione. |
| Ottava 69 545Grandonio di Volterna furibondo, il più superbo cavallier di Spagna, pregando fece sì, che fu il secondo, ed uscì con minacce alla campagna. – Tua cortesia nulla ti vaglia al mondo; 550che, quando da me vinto tu rimagna, al mio signor menar preso ti voglio: ma qui morrai, s’io posso, come soglio. – | Si presenta Grandonio, fiero guerriero spagnolo, che promette di catturare lo sfidante e trascinarlo davanti al re. Minaccia perfino di ucciderlo se resisterà. |
| Ottava 70 La donna disse lui: – Tua villania non vo’ che men cortese far mi possa, 555ch’io non ti dica che tu torni pria che sul duro terren ti doglian l’ossa. Ritorna, e di’ al tuo re da parte mia, che per simile a te non mi son mossa; ma per trovar guerrier che ’l pregio vaglia, 560son qui venuta a domandar battaglia. – | Bradamante gli risponde che, se vuole evitare di rompersi le ossa, dovrebbe rinunciare. È venuta per combattere con cavalieri di altissimo valore e non per misurarsi con presuntuosi incapaci. |
| Ottava 71 Il mordace parlare, acre ed acerbo, gran fuoco al cor del Saracino attizza; sì che senza poter replicar verbo, volta il destrier con colera e con stizza. 565Volta la donna, e contra quel superbo la lancia d’oro e Rabicano drizza. Come l’asta fatal lo scudo tocca, coi piedi al cielo il Saracin trabocca. | Grandonio, offeso, corre furioso contro di lei. Bradamante abbassa la lancia magica e lo rovescia immediatamente a terra, con i piedi rivolti verso il cielo. |
| Ottava 72 Il destrier la magnanima guerriera 570gli prese, e disse: – Pur tel prediss’io, che far la mia imbasciata meglio t’era, che de la giostra aver tanto disio. Di’, al re, ti prego, che fuor de la schiera elegga un cavallier che sia par mio; 575né voglia con voi altri affaticarme, ch’avete poca esperienza d’arme. – | La guerriera prende anche il suo cavallo e lo rimprovera per non aver seguito il consiglio. Ribadisce che il re deve mandarle un combattente davvero degno, perché non vuole perdere tempo con avversari mediocri. |
| Ottava 73 Quei da le mura, che stimar non sanno chi sia il guerriero in su l’arcion sì saldo, quei più famosi nominando vanno, 580che tremar li fan spesso al maggior caldo. Che Brandimarte sia, molti detto hanno: la più parte s’accorda esser Rinaldo: molti su Orlando avrian fatto disegno; ma il suo caso sapean di pietà degno. | Dalle mura i saraceni discutono sull’identità del misterioso campione. Alcuni pensano a Brandimarte, molti a Rinaldo; pochi azzardano il nome di Orlando, conoscendo la tragica notizia della sua follia. |
| Ottava 74 585La terza giostra il figlio di Lanfusa chiedendo, disse: – Non che vincer speri, ma perché di cader più degna scusa abbian, cadendo anch’io, questi guerrieri. – E poi di tutto quel ch’in giostra s’usa 590si messe in punto; e di cento destrieri che tenea in stalla, d’un tolse l’eletta, ch’avea il correre acconcio, e di gran fretta. | Il terzo a chiedere di combattere è Ferraù, figlio di Lanfusa. Dichiara di non essere certo della vittoria, ma di voler almeno condividere il rischio di una sconfitta con i due guerrieri già caduti. |
| Ottava 75 Contra la donna per giostrar si fece; ma prima salutolla, ed ella lui. 595Disse la donna: – Se saper mi lece, ditemi in cortesia che siate vui. – Di questo Ferraù le satisfece, ch’usò di rado di celarsi altrui. Ella soggiunse: – Voi già non rifiuto, 600ma avria più volentieri altri voluto. – | Ferraù esce e saluta cortesemente Bradamante. Lei gli chiede il nome, ed egli risponde senza nasconderlo. La guerriera dice di accettare il duello, anche se preferirebbe affrontare un altro cavaliere. |
| Ottava 76 – E chi? – Ferraù disse. Ella rispose: – Ruggiero; – e a pena il poté proferire, e sparse d’un color come di rose la bellissima faccia in questo dire. 605Soggiunse al detto poi: – Le cui famose lode a tal prova m’han fatto venire. Altro non bramo, e d’altro non mi cale, che di provar come egli in giostra vale. – | Quando Ferraù domanda chi desideri, Bradamante pronuncia con emozione il nome di Ruggiero. Arrossisce e dichiara di essere venuta per provare il valore che tutti gli attribuiscono. |
| Ottava 77 Semplicemente disse le parole 610che forse alcuno ha già prese a malizia. Rispose Ferraù: – Prima si vuole provar tra noi chi sa più di milizia. Se di me avvien quel che di molti suole, poi verrà ad emendar la mia tristizia 615quel gentil cavallier che tu dimostri aver tanto desio che teco giostri. – | Ferraù propone di misurarsi prima con lui: se verrà sconfitto, Ruggiero potrà arrivare in seguito a vendicare la sua caduta. Le parole di Bradamante sono sincere, anche se qualcuno potrebbe interpretarvi un altro intento. |
| Ottava 78 Parlando tuttavolta la donzella teneva la visiera alta dal viso. Mirando Ferraù la faccia bella, 620si sente rimaner mezzo conquiso, e taciturno dentro a sé favella: – Questo un angel mi par del paradiso; e ancor che con la lancia non mi tocchi, abbattuto son già da’ suoi begli occhi. – | Poiché la guerriera tiene la visiera sollevata, Ferraù ne vede il volto bellissimo. Rimane immediatamente affascinato e pensa di essere già stato vinto dai suoi occhi prima ancora dell’urto delle lance. |
| Ottava 79 625Preson del campo; e come agli altri avvenne, Ferraù se n’uscì di sella netto. Bradamante il destrier suo gli ritenne, e disse: – Torna, e serva quel c’hai detto. – Ferraù vergognoso se ne venne, 630e ritrovò Ruggier ch’era al cospetto del re Agramante; e gli fece sapere ch’alla battaglia il cavallier lo chere. | Nel duello Ferraù viene disarcionato come gli altri. Bradamante gli restituisce il cavallo, ricordandogli di mantenere la promessa di chiamare Ruggiero. Vergognoso, Ferraù torna al campo e riferisce la sfida. |
| Ottava 80 Ruggier non conoscendo ancor chi fosse chi a sfidar lo mandava alla battaglia, 635quasi certo di vincere, allegrosse; e le piastre arrecar fece e la maglia: né l’aver visto alle gravi percosse, che gli altri sian caduti, il cor gli smaglia. Come s’armasse, e come uscisse, e quanto 640poi ne seguì, lo serbo all’altro canto. | Ruggiero, ancora ignaro dell’identità del proprio avversario, si prepara lietamente a combattere, certo del proprio valore e non intimidito dalle sconfitte precedenti. Il narratore rimanda al canto successivo il racconto della giostra. |