L’Orlando furioso · Ludovico Ariosto
Canto trentaquattresimo
Testo originale e parafrasi
Ogni ottava affianca il testo originale alla parafrasi in italiano contemporaneo.
| Testo originale | Parafrasi |
|---|---|
| Ottava 1 1Oh famelice, inique e fiere arpie ch’all’accecata Italia e d’error piena, per punir forse antique colpe rie, in ogni mensa alto giudicio mena! 5Innocenti fanciulli e madri pie cascan di fame, e veggon ch’una cena di questi mostri rei tutto divora ciò che del viver lor sostegno fôra. | Il poeta paragona le arpie a persone voraci e corrotte che impoveriscono l’Italia. Mentre i potenti consumano ricchezze in eccesso, bambini e madri innocenti restano senza cibo. |
| Ottava 2 Troppo fallò chi le spelonche aperse, 10che già molt’anni erano state chiuse; onde il fetore e l’ingordigia emerse, ch’ad ammorbare Italia si diffuse. Il bel vivere allora si summerse; e la quiete in tal modo s’escluse, 15ch’in guerre, in povertà sempre e in affanni è dopo stata, ed è per star molt’anni: | Ariosto accusa chi ha permesso a tali predatori di uscire dai loro nascondigli, contaminando la penisola con avidità e violenza. Da allora, afferma, l’Italia conosce guerre, miseria e inquietudine. |
| Ottava 3 fin ch’ella un giorno ai neghitosi figli scuota la chioma, e cacci fuor di Lete, gridando lor: – Non fia chi rassimigli 20alla virtù di Calai e di Zete? che le mense dal puzzo e dagli artigli liberi, e torni a lor mondizia liete, come essi già quelle di Fineo, e dopo fe’ il paladin quelle del re etiopo. – | Spera che un giorno l’Italia risvegli il coraggio dei suoi figli e trovi liberatori paragonabili a Calai e Zete, che cacciarono le arpie di Fineo, e ad Astolfo, che ha liberato Senapo. |
| Ottava 4 25Il paladin col suono orribil venne le brutte arpie cacciando in fuga e in rotta, tanto ch’a piè d’un monte si ritenne, ove esse erano entrate in una grotta. L’orecchie attente allo spiraglio tenne, 30e l’aria ne sentì percossa e rotta da pianti e d’urli e da lamento eterno: segno evidente quivi esser lo ’nferno. | Tornando alla storia, Astolfo insegue le arpie fino alla grotta alla base della montagna. Dall’apertura sente urla e lamenti senza fine: capisce così di trovarsi presso una porta dell’Inferno. |
| Ottava 5 Astolfo si pensò d’entrarvi dentro, e veder quei c’hanno perduto il giorno, 35e penetrar la terra fin al centro, e le bolge infernal cercare intorno. – Di che debbo temer (dicea) s’io v’entro, che mi posso aiutar sempre col corno? Farò fuggir Plutone e Satanasso, 40e ’l can trifauce leverò dal passo. – | Il paladino pensa di entrare per vedere le anime dannate e visitare le regioni sotterranee. Si sente protetto dal corno magico, che a suo parere potrebbe spaventare perfino i signori degli Inferi e Cerbero. |
| Ottava 6 De l’alato destrier presto discese, e lo lasciò legato a un arbuscello: poi si calò ne l’antro, e prima prese il corno, avendo ogni sua speme in quello. 45Non andò molto inanzi, che gli offese il naso e gli occhi un fumo oscuro e fello, più che di pece grave e che di zolfo: non sta d’andar per questo inanzi Astolfo. | Astolfo scende dall’ippogrifo, lo lega a un alberello e si inoltra nella caverna con il corno pronto. Subito lo investe un fumo nerissimo, dall’odore insopportabile, ma continua ad avanzare. |
| Ottava 7 Ma quando va più inanzi, più s’ingrossa 50il fumo e la caligine, e gli pare ch’andare inanzi più troppo non possa; che sarà forza a dietro ritornare. Ecco, non sa che sia, vede far mossa da la volta di sopra, come fare 55il cadavero appeso al vento suole, che molti dì sia stato all’acqua e al sole. | Più procede, più il fumo diventa fitto e minaccia di costringerlo a tornare indietro. A un certo punto scorge una figura che pende e oscilla dall’alto, come un corpo sospeso al vento. |
| Ottava 8 Sì poco, e quasi nulla era di luce in quella affumicata e nera strada, che non comprende e non discerne il duce 60chi questo sia che sì per l’aria vada; e per notizia averne si conduce a dargli uno o due colpi de la spada. Stima poi ch’un spirto esser quel debbia; che gli par di ferir sopra la nebbia. | La luce è così scarsa che non riesce a distinguere chi sia. Per capire, colpisce la figura con la spada, ma avverte una resistenza inconsistente, simile a nebbia: comprende di avere davanti un’anima. |
| Ottava 9 65Allor sentì parlar con voce mesta: – Deh, senza fare altrui danno, giù cala! Pur troppo il negro fumo mi molesta, che dal fuoco infernal qui tutto esala. – Il duca stupefatto allor s’arresta, 70e dice all’ombra: – Se Dio tronchi ogni ala al fumo, sì ch’a te più non ascenda, non ti dispiaccia che ’l tuo stato intenda. | L’ombra gli chiede di non ferirla, poiché è già tormentata dal fumo infernale. Astolfo si ferma e domanda chi sia, augurandole che Dio impedisca al fumo di raggiungerla. |
| Ottava 10 E se vuoi che di te porti novella nel mondo su, per satisfarti sono. – 75L’ombra rispose: – Alla luce alma e bella tornar per fama ancor sì mi par buono, che le parole è forza che mi svella il gran desir c’ho d’aver poi tal dono, e che ’l mio nome e l’esser mio ti dica, 80ben che ’l parlar mi sia noia e fatica. – | Il cavaliere promette di portarne notizie nel mondo dei vivi. Desiderosa di non essere dimenticata, l’anima accetta di raccontare la propria identità, anche se parlare le costa fatica. |
| Ottava 11 E cominciò: – Signor, Lidia sono io, del re di Lidia in grande altezza nata, qui dal giudicio altissimo di Dio al fumo eternamente condannata, 85per esser stata al fido amante mio, mentre io vissi, spiacevole ed ingrata. D’altre infinite è questa grotta piena, poste per simil fallo in simil pena. | L’ombra si presenta come Lidia, figlia di un re dell’Asia Minore. È stata condannata a respirare fumo per l’eternità perché fu crudele e ingrata verso un uomo che la amò fedelmente. |
| Ottava 12 Sta la cruda Anassarete più al basso, 90ove è maggiore il fumo e più martire. Restò converso al mondo il corpo in sasso e l’anima qua giù venne a patire, poi che veder per lei l’afflitto e lasso suo amante appeso poté sofferire. 95Qui presso è Dafne, ch’or s’avvede quanto errasse a fare Apollo correr tanto. | Lidia indica altre donne punite per aver respinto crudelmente gli innamorati, fra cui Anassarete, trasformata in pietra, e Dafne. Il narratore riferisce questi esempi secondo la morale del racconto infernale. |
| Ottava 13 Lungo saria se gl’infelici spirti de le femine ingrate, che qui stanno, volesse ad uno ad uno riferirti; 100che tanti son, ch’in infinito vanno. Più lungo ancor saria gli uomini dirti, a’ quai l’essere ingrato ha fatto danno, e che puniti sono in peggior loco, ove il fumo gli accieca, e cuoce il fuoco. | Le anime femminili condannate per ingratitudine sono innumerevoli, dice Lidia. Anche molti uomini patiscono una pena analoga, e anzi peggiore, per avere tradito i sentimenti altrui. |
| Ottava 14 105Perché le donne più facili e prone a creder son, di più supplicio è degno chi lor fa inganno. Il sa Teseo e Iasone e chi turbò a Latin l’antiquo regno; sallo ch’incontra sé il frate Absalone 110per Tamar trasse a sanguinoso sdegno; ed altri ed altre: che sono infiniti, che lasciato han chi moglie e chi mariti. | Secondo Lidia chi inganna una donna merita un castigo più severo, poiché la ritiene più incline a fidarsi. Richiama esempi mitologici e biblici di seduzione, abbandono e tradimento. |
| Ottava 15 Ma per narrar di me più che d’altrui, e palesar l’error che qui mi trasse, 115bella, ma altiera più, sì in vita fui, che non so s’altra mai mi s’aguagliasse: né ti saprei ben dir, di questi dui, s’in me l’orgoglio o la beltà avanzasse; quantunque il fasto o l’alterezza nacque 120da la beltà ch’a tutti gli occhi piacque. | Lidia comincia finalmente la propria vicenda. Da giovane era bellissima, ma altrettanto orgogliosa, e riconosce che proprio la bellezza alimentò la sua alterigia. |
| Ottava 16 Era in quel tempo in Tracia un cavalliero estimato il miglior del mondo in arme, il qual da più d’un testimonio vero di singular beltà sentì lodarme; 125tal che spontaneamente fe’ pensiero di volere il suo amor tutto donarme, stimando meritar per suo valore, che caro aver di lui dovessi il core. | In Tracia viveva Alceste, un cavaliere famosissimo per il coraggio. Sentendo parlare della bellezza di Lidia, decise di raggiungerla e conquistarne l’amore, convinto di meritarselo grazie alle proprie imprese. |
| Ottava 17 In Lidia venne; e d’un laccio più forte 130vinto restò, poi che veduta m’ebbe. Con gli altri cavallier si messe in corte del padre mio, dove in gran fama crebbe. L’alto valore e le più d’una sorte prodezze che mostrò, lungo sarebbe 135a raccontarti, e il suo merto infinito, quando egli avesse a più grato uom servito. | Alceste giunse alla corte del padre di Lidia e se ne innamorò ancora più profondamente. Divenne uno dei cavalieri più ammirati del regno e compì molte imprese al servizio del sovrano. |
| Ottava 18 Panfilia e Caria e il regno de’ Cilici per opra di costui mio padre vinse; che l’esercito mai contra i nimici, 140se non quanto volea costui, non spinse. Costui, poi che gli parve i benefici suoi meritarlo, un dì col re si strinse a domandargli in premio de le spoglie tante arrecate, ch’io fossi sua moglie. | Grazie ad Alceste, il re conquistò intere regioni e sconfisse i nemici. Quando il cavaliere ritenne di aver dimostrato abbastanza fedeltà, chiese come ricompensa la mano di Lidia. |
| Ottava 19 145Fu repulso dal re, ch’in grande stato maritar disegnava la figliuola, non a costui che cavallier privato altro non tien che la virtude sola: e ’l padre mio troppo al guadagno dato, 150e all’avarizia, d’ogni vizio scuola, tanto apprezza costumi, o virtù ammira, quanto l’asino fa il suon de la lira. | Il re rifiutò perché desiderava un matrimonio più vantaggioso politicamente: Alceste possedeva grande valore personale, ma non un titolo o un regno adeguato. Lidia giudica il padre accecato dall’avidità. |
| Ottava 20 Alceste, il cavallier di ch’io ti parlo (che così nome avea), poi che si vede 155repulso da chi più gratificarlo era più debitor, commiato chiede; e lo minaccia, nel partir, di farlo pentir che la figliuola non gli diede. Se n’andò al re d’Armenia, emulo antico 160del re di Lidia e capital nimico; | Offeso dal rifiuto, Alceste chiese di lasciare la corte e minacciò il sovrano di vendicarsi. Si recò quindi dal re d’Armenia, nemico del padre di Lidia. |
| Ottava 21 e tanto stimulò, che lo dispose a pigliar l’arme e far guerra a mio padre. Esso per l’opre sue chiare e famose fu fatto capitan di quelle squadre. 165Pel re d’Armenia tutte l’altre cose disse ch’acquisteria: sol le leggiadre e belle membra mie volea per frutto de l’opra sua, vinto ch’avesse il tutto. | Alceste convinse il re armeno a iniziare una guerra e ne assunse il comando. Promise di conquistare territori per il nuovo alleato, chiedendo in cambio soltanto Lidia. |
| Ottava 22 Io non ti potre’ esprimere il gran danno 170ch’Alceste al padre mio fa in quella guerra. Quattro eserciti rompe, e in men d’un anno lo mena a tal, che non gli lascia terra, fuor ch’un castel ch’alte pendici fanno fortissimo; e là dentro il re si serra 175con la famiglia che più gli era accetta, e col tesor che trar vi puote in fretta. | In meno di un anno Alceste sconfisse quattro eserciti del re di Lidia e lo privò quasi completamente del regno. Il sovrano si rifugiò con familiari e tesori in un ultimo castello ben difeso. |
| Ottava 23 Quivi assedionne Alceste; ed in non molto termine a tal disperazion ne trasse, che per buon patto avria mio padre tolto 180che moglie e serva ancor me gli lasciasse con la metà del regno, s’indi assolto restar d’ogni altro danno si sperasse. Vedersi in breve de l’avanzo privo era ben certo, e poi morir captivo. | Alceste assediò anche quel castello e ridusse il re alla disperazione. Pur di evitare la sconfitta, il sovrano sarebbe stato disposto a cedere ad Alceste la figlia e perfino metà del regno. |
| Ottava 24 185Tentar, prima ch’accada, si dispone ogni rimedio che possibil sia; e me, che d’ogni male era cagione, fuor de la rocca, ov’era Alceste invia. Io vo ad Alceste con intenzione 190di dargli in preda la persona mia, e pregar che la parte che vuol tolga del regno nostro, e l’ira in pace volga. | Prima del tracollo il re mandò Lidia a trattare con Alceste. La principessa partì pensando di offrirsi in matrimonio e chiedere che il vincitore ristabilisse la pace. |
| Ottava 25 Come ode Alceste ch’io vo a ritrovarlo, mi viene incontra pallido e tremante: 195di vinto e di prigione, a riguardarlo, più che di vincitore, have sembiante. Io che conosco ch’arde, non gli parlo sì come avea già disegnato inante: vista l’occasion, fo pensier nuovo 200conveniente al grado in ch’io lo trovo. | Alceste le andò incontro tanto emozionato da sembrare lui il prigioniero. Lidia si rese conto del potere che aveva sull’innamorato e abbandonò il proprio iniziale proposito di conciliazione. |
| Ottava 26 A maledir comincio l’amor d’esso, e di sua crudeltà troppo a dolermi, ch’iniquamente abbia mio padre oppresso, e che per forza abbia cercato avermi; 205che con più grazia gli saria successo indi a non molti dì, se tener fermi saputo avesse i modi cominciati, ch’al re ed a tutti noi sì furon grati. | Anziché supplicarlo, Lidia rimproverò Alceste per la crudeltà della guerra e per aver tentato di ottenerla con la forza. Sostenne che, continuando a servirla con pazienza, avrebbe probabilmente raggiunto il suo scopo. |
| Ottava 27 E se ben da principio il padre mio 210gli avea negata la domanda onesta (però che di natura è un poco rio, né mai si piega alla prima richiesta), farsi per ciò di ben servir restio non doveva egli, e aver l’ira sì presta; 215anzi, ognor meglio oprando, tener certo venire in breve al desiato merto. | Aggiunse che il rifiuto iniziale del padre non doveva convincerlo a cambiare fedeltà. Proseguendo nelle buone opere avrebbe potuto guadagnarsi col tempo il consenso necessario. |
| Ottava 28 E quando anco mio padre a lui ritroso stato fosse, io l’avrei tanto pregato, ch’avria l’amante mio fatto mio sposo. 220Pur, se veduto io l’avessi ostinato, avrei fatto tal opra di nascoso, che di me Alceste si saria lodato. Ma poi ch’a lui tentar parve altro modo, io di mai non l’amar fisso avea il chiodo. | Lidia affermò che avrebbe interceduto per Alceste e, se il padre fosse rimasto ostinato, avrebbe perfino trovato un modo segreto per sposarlo. Dopo la guerra, però, dichiarò di non poterlo più amare. |
| Ottava 29 225E se ben era a lui venuta, mossa da la pietà ch’al mio padre portava, sia certo che non molto fruir possa il piacer ch’al dispetto mio gli dava; ch’era per far di me la terra rossa, 230tosto ch’io avessi alla sua voglia prava con questa mia persona satisfatto di quel che tutto a forza saria fatto. | Minacciò di togliersi la vita dopo essere stata costretta a cedere ai desideri di Alceste. Presentò quindi la vittoria militare del cavaliere come una violenza che le avrebbe procurato soltanto disgusto. |
| Ottava 30 Queste parole e simili altre usai, poi che potere in lui mi vidi tanto; 235e ’l più pentito lo rendei, che mai si trovasse ne l’eremo alcun santo. Mi cadde a’ piedi, e supplicommi assai, che col coltel che si levò da canto (e volea in ogni modo ch’io ’l pigliassi) 240di tanto fallo suo mi vendicassi. | Alceste, sconvolto dalle accuse, si gettò ai suoi piedi e implorò perdono. Le offrì perfino un coltello perché lo punisse per le sue azioni, tanto era pentito. |
| Ottava 31 Poi ch’io lo trovo tale, io fo disegno la gran vittoria insin al fin seguire: gli do speranza di farlo anco degno che la persona mia potrà fruire, 245s’emendando il suo error, l’antiquo regno al padre mio farà restituire; e nel tempo a venir vorrà acquistarme servendo, amando, e non mai più per arme. | Lidia approfittò di quella sottomissione e promise una possibile riconciliazione soltanto se Alceste avesse restituito tutto il regno al padre, cercando da allora di conquistarla con il servizio e non con le armi. |
| Ottava 32 Così far mi promesse, e ne la rocca 250intatta mi mandò, come a lui venni, né di baciarmi pur s’ardì la bocca: vedi s’al collo il giogo ben gli tenni; vedi se bene Amor per me lo tocca, se convien che per lui più strali impenni. 255Al re d’Armenia andò, di cui dovea esser per patto ciò che si prendea: | Alceste accettò, lasciò ripartire Lidia libera e intatta e non osò neppure baciarla. Andò quindi dal re d’Armenia per persuaderlo a rinunciare alle terre che avevano conquistato insieme. |
| Ottava 33 e con quel miglior modo ch’usar puote, lo priega ch’al mio padre il regno lassi, del qual le terre ha depredate e vote, 260ed a goder l’antiqua Armenia passi. Quel re, d’ira infiammando ambe le gote, disse ad Alceste che non vi pensassi; che non si volea tor da quella guerra, fin che mio padre avea palmo di terra. | Alceste pregò il sovrano armeno di restituire il territorio al re di Lidia e di accontentarsi del proprio regno. L’alleato si indignò e dichiarò di voler continuare la guerra fino alla conquista totale. |
| Ottava 34 265E s’Alceste è mutato alle parole d’una vil feminella, abbiasi il danno. Già a’ prieghi esso di lui perder non vuole quel ch’a fatica ha preso in tutto un anno. Di nuovo Alceste il priega, e poi si duole 270che seco effetto i prieghi suoi non fanno. All’ultimo s’adira, e lo minaccia che vuol, per forza o per amor, lo faccia. | Il re rimproverò Alceste per essersi lasciato piegare da una donna e rifiutò di perdere quanto aveva ottenuto. Alceste passò dalle suppliche alle minacce, deciso a imporre la restituzione. |
| Ottava 35 L’ira multiplicò sì, che li spinse da le male parole ai peggior fatti. 275Alceste contra il re la spada strinse fra mille ch’in suo aiuto s’eran tratti, e mal grado lor tutti, ivi l’estinse; e quel dì ancor gli Armeni ebbe disfatti, con l’aiuto de’ Cilici e de’ Traci 280che pagava egli, e d’altri suoi seguaci. | Il litigio degenerò in un combattimento. Alceste uccise il re d’Armenia nonostante i soldati intervenuti in sua difesa e sconfisse le forze armene grazie ai propri uomini e ad altri alleati. |
| Ottava 36 Seguitò la vittoria, ed a sue spese, senza dispendio alcun del padre mio, ne rendé tutto il regno in men d’un mese. Poi per ricompensarne il danno rio, 285oltr’alle spoglie che ne diede, prese in parte, e gravò in parte di gran fio Armenia e Capadocia che confina, e scorse Ircania fin su la marina. | Proseguendo le operazioni a proprie spese, Alceste riconquistò in poco tempo tutto il territorio perduto dal padre di Lidia. Ottenne inoltre ricchezze e compensazioni dalle regioni sconfitte. |
| Ottava 37 In luogo di trionfo, al suo ritorno, 290facemmo noi pensier dargli la morte. Restammo poi, per non ricever scorno; che lo veggiàn troppo d’amici forte. Fingo d’amarlo, e più di giorno in giorno gli do speranza d’essergli consorte; 295ma prima contra altri nimici nostri dico voler che sua virtù dimostri. | Al suo ritorno, invece di premiarlo, Lidia e la famiglia pensarono perfino di ucciderlo. Temendo però il sostegno di cui godeva, la principessa continuò a fingersi innamorata e gli affidò nuovi incarichi pericolosi. |
| Ottava 38 E quando sol, quando con poca gente lo mando a strane imprese e perigliose, da farne morir mille agevolmente: 300ma lui successer ben tutte le cose; che tornò con vittoria, e fu sovente con orribil persone e mostruose, con Griganti a battaglia e Lestrigoni, ch’erano infesti a nostre regioni. | Lidia mandò Alceste, spesso da solo, contro avversari e mostri capaci di uccidere interi eserciti. Ma il cavaliere tornò sempre vittorioso, anche dopo incontri con giganti e creature terribili. |
| Ottava 39 305Non fu da Euristeo mai, non fu mai tanto da la matrigna esercitato Alcide in Lerna, in Nemea, in Tracia, in Erimanto, alle valli d’Etolia, alle Numide, sul Tevre, su l’Ibero e altrove; quanto 310con prieghi finti e con voglie omicide esercitato fu da me il mio amante, cercando io pur di torlomi davante. | La donna ammette di avergli imposto prove più numerose e crudeli di quelle affrontate da Ercole. Dietro le apparenti richieste d’amore, cercava in realtà di farlo morire. |
| Ottava 40 Né potendo venire al primo intento, vengone ad un di non minore effetto: 315gli fo quei tutti ingiuriar, ch’io sento che per lui sono, e a tutti in odio il metto. Egli che non sentia maggior contento che d’ubbidirmi, senza alcun rispetto le mani ai cenni miei sempre avea pronte, 320senza guardare un più d’un altro in fronte. | Fallito il tentativo di eliminarlo, Lidia ordinò ad Alceste di offendere e combattere persone un tempo amiche. Il cavaliere obbedì ciecamente, perdendo il sostegno di molti e accumulando nemici. |
| Ottava 41 Poi che mi fu, per questo mezzo, aviso spento aver del mio padre ogni nimico, e per lui stesso Alceste aver conquiso, che non si avea, per noi, lasciato amico; 325quel ch’io gli avea con simulato viso celato fin allor, chiaro gli esplico: che grave e capitale odio gli porto, e pur tuttavia cerco che sia morto. | Quando vide che Alceste aveva distrutto i nemici del padre ma anche tutte le proprie amicizie, Lidia rivelò il suo autentico odio. Gli confessò che non aveva mai desiderato altro che la sua morte. |
| Ottava 42 Considerando poi, s’io lo facessi, 330ch’in publica ignominia ne verrei (sapeasi troppo quanto io gli dovessi, e crudel detta sempre ne sarei), mi parve fare assai ch’io gli togliessi di mai venir più inanzi agli occhi miei. 335Né veder né parlar mai più gli volsi, né messo udi’, né lettera ne tolsi. | Non osò ucciderlo apertamente perché tutti conoscevano i servigi che le aveva reso e l’avrebbero giudicata crudele. Scelse allora di bandirlo dalla propria presenza e di non accettare più né messaggi né lettere. |
| Ottava 43 Questa mia ingratitudine gli diede tanto martìr, ch’al fin dal dolor vinto, e dopo un lungo domandar mercede, 340infermo cadde, e ne rimase estinto. Per pena ch’al fallir mio si richiede, or gli occhi ho lacrimosi, e il viso tinto del negro fumo: e così avrò in eterno; che nulla redenzione è ne l’inferno. – | Il rifiuto distrusse Alceste: dopo aver supplicato invano a lungo, si ammalò e morì di dolore. Lidia riconosce che il fumo e il pianto eterni sono la pena della sua ingratitudine. |
| Ottava 44 345Poi che non parla più Lidia infelice, va il duca per saper s’altri vi stanzi: ma la caligine alta ch’era ultrice de l’opre ingrate, si gl’ingrossa inanzi, ch’andare un palmo sol più non gli lice; 350anzi a forza tornar gli conviene, anzi, perché la vita non gli sia intercetta dal fumo, i passi accelerar con fretta. | Concluso il racconto di Lidia, Astolfo prova ad avanzare ancora, ma il fumo si fa troppo denso. Per non soffocare è costretto a tornare verso l’uscita della grotta. |
| Ottava 45 Il mutar spesso de le piante ha vista di corso, e non di chi passeggia o trotta. 355Tanto, salendo inverso l’erta, acquista, che vede dove aperta era la grotta; e l’aria, già caliginosa e trista, dal lume cominciava ad esser rotta. Al fin con molto affanno e grave ambascia 360esce de l’antro, e dietro il fumo lascia. | Il paladino risale correndo il pendio della caverna, finché vede filtrare la luce. Esce a fatica all’aria aperta, lasciandosi alle spalle il fumo infernale. |
| Ottava 46 E perché del tornar la via sia tronca a quelle bestie c’han sì ingorde l’epe, raguna sassi, e molti arbori tronca, che v’eran qual d’amomo e qual di pepe; 365e come può, dinanzi alla spelonca fabrica di sua man quasi una siepe: e gli succede così ben quell’opra, che più l’arpie non torneran di sopra. | Per impedire il ritorno delle arpie, Astolfo ammucchia pietre e tronchi di alberi davanti all’apertura. Costruisce così una barriera che, nel racconto, bloccherà per sempre il loro passaggio. |
| Ottava 47 Il negro fumo de la scura pece, 370mentre egli fu ne la caverna tetra, non macchiò sol quel ch’apparia, ed infece, ma sotto i panni ancora entra e penètra; sì che per trovare acqua andar lo fece cercando un pezzo; e al fin fuor d’una pietra 375vide una fonte uscir ne la foresta, ne la qual si lavò dal piè alla testa. | Il fumo ha impregnato perfino i suoi vestiti e la pelle. Astolfo cerca acqua nella foresta, trova una sorgente che sgorga da una roccia e si lava accuratamente dalla testa ai piedi. |
| Ottava 48 Poi monta il volatore, e in aria s’alza per giunger di quel monte in su la cima, che non lontan con la superna balza 380dal cerchio de la luna esser si stima. Tanto è il desir che di veder lo ’ncalza, ch’al cielo aspira, e la terra non stima. De l’aria più e più sempre guadagna, tanto ch’al giogo va de la montagna. | Poi rimonta sull’ippogrifo e vola verso la sommità dell’altissima montagna, che sembra quasi toccare la sfera lunare. È mosso dalla curiosità di scoprire quel luogo lontano dal mondo degli uomini. |
| Ottava 49 385Zafir, rubini, oro, topazi e perle, e diamanti e crisoliti e iacinti potriano i fiori assimigliar, che per le liete piaggie v’avea l’aura dipinti: sì verdi l’erbe, che possendo averle 390qua giù, ne fôran gli smeraldi vinti; né men belle degli arbori le frondi, e di frutti e di fior sempre fecondi. | Sulla vetta crescono fiori dai colori così vividi da ricordare pietre preziose, mentre l’erba supera per splendore gli smeraldi. Gli alberi sono sempre coperti di foglie, fiori e frutti. |
| Ottava 50 Cantan fra i rami gli augelletti vaghi azzurri e bianchi e verdi e rossi e gialli. 395Murmuranti ruscelli e cheti laghi di limpidezza vincono i cristalli. Una dolce aura che ti par che vaghi a un modo sempre e dal suo stil non falli, facea sì l’aria tremolar d’intorno, 400che non potea noiar calor del giorno: | Fra i rami cantano uccelli variopinti e scorrono acque limpidissime. Un vento dolce e costante rende gradevole l’aria e impedisce che il calore diventi fastidioso. |
| Ottava 51 e quella ai fiori, ai pomi e alla verzura gli odor diversi depredando giva, e di tutti faceva una mistura che di soavità l’alma notriva. 405Surgea un palazzo in mezzo alla pianura, ch’acceso esser parea di fiamma viva: tanto splendore intorno e tanto lume raggiava, fuor d’ogni mortal costume. | La brezza raccoglie i profumi dei fiori e dei frutti creando un aroma meraviglioso. Al centro della pianura sorge un palazzo tanto luminoso da sembrare fatto di fuoco. |
| Ottava 52 Astolfo il suo destrier verso il palagio 410che più di trenta miglia intorno aggira, a passo lento fa muovere ad agio, e quinci e quindi il bel paese ammira; e giudica, appo quel, brutto e malvagio, e che sia al ciel ed a natura in ira 415questo ch’abitian noi fetido mondo: tanto è soave quel, chiaro e giocondo. | Astolfo avanza lentamente verso il palazzo, ammirando un paesaggio di straordinaria bellezza. In confronto quel luogo gli fa apparire il mondo terreno brutto, oscuro e corrotto. |
| Ottava 53 Come egli è presso al luminoso tetto, attonito riman di maraviglia; che tutto d’una gemma è ’l muro schietto, 420più che carbonchio lucida e vermiglia. O stupenda opra, o dedalo architetto! Qual fabrica tra noi le rassimiglia? Taccia qualunque le mirabil sette moli del mondo in tanta gloria mette. | Avvicinandosi, scopre che le pareti dell’edificio sembrano formate da un’unica gemma rossa splendente. La costruzione supera, ai suoi occhi, tutte le celebri meraviglie architettoniche del mondo. |
| Ottava 54 425Nel lucente vestibulo di quella felice casa un vecchio al duca occorre, che ’l manto ha rosso, e bianca la gonnella, che l’un può al latte, e l’altro al minio opporre. I crini ha bianchi, e bianca la mascella 430di folta barba ch’al petto discorre; ed è sì venerabile nel viso, ch’un degli eletti par del paradiso. | Nel vestibolo gli viene incontro un anziano dall’aspetto venerabile, vestito di rosso e bianco, con capelli e barba candidi. La sua presenza ricorda quella di un santo del Paradiso. |
| Ottava 55 Costui con lieta faccia al paladino, che riverente era d’arcion disceso, 435disse: – O baron, che per voler divino sei nel terrestre paradiso asceso; come che né la causa del camino, né il fin del tuo desir da te sia inteso; pur credi che non senza alto misterio 440venuto sei da l’artico emisperio. | Il vecchio saluta Astolfo e gli dice che è arrivato nel Paradiso terrestre per volontà divina. Anche se il paladino non conosce ancora il significato del viaggio, il suo arrivo ha uno scopo importante. |
| Ottava 56 Per imparar come soccorrer déi Carlo, e la santa fé tor di periglio venuto meco a consigliar ti sei per così lunga via, senza consiglio. 445Né a tuo saper, né a tua virtù vorrei ch’esser qui giunto attribuissi, o figlio; che né il tuo corno, né il cavallo alato ti valea, se da Dio non t’era dato. | La ragione della sua presenza è imparare come soccorrere Carlo Magno e difendere la fede cristiana. L’anziano chiarisce che non sono stati il coraggio, il corno o l’ippogrifo a condurlo fin lì, ma la provvidenza di Dio. |
| Ottava 57 Ragionerem più ad agio insieme poi, 450e ti dirò come a procedere hai: ma prima vienti a ricrear con noi; che ’l digiun lungo de’ noiarti ormai. – Continuando il vecchio i detti suoi, fece meravigliare il duca assai, 455quando scoprendo il nome suo, gli disse esser colui che l’evangelio scrisse: | Il vecchio promette di spiegargli in seguito ciò che dovrà fare e lo invita prima a riposarsi e a mangiare. Astolfo rimane stupefatto quando l’ospite rivela di essere l’evangelista Giovanni. |
| Ottava 58 quel tanto al Redentor caro Giovanni, per cui il sermone tra i fratelli uscìo, che non dovea per morte finir gli anni; 460sì che fu causa che ’l figliuol di Dio a Pietro disse: – Perché pur t’affanni, s’io vo’ che così aspetti il venir mio? – Ben che non disse: egli non de’ morire, si vede pur che così volse dire. | Si tratta dell’apostolo particolarmente amato da Cristo, protagonista del passo evangelico che aveva fatto credere ai discepoli che non sarebbe morto prima del ritorno del Signore. |
| Ottava 59 465Quivi fu assunto, e trovò compagnia, che prima Enoch, il patriarca, v’era; eravi insieme il gran profeta Elia, che non han vista ancor l’ultima sera; e fuor de l’aria pestilente e ria 470si goderan l’eterna primavera, fin che dian segno l’angeliche tube, che torni Cristo in su la bianca nube. | Giovanni abita in quel luogo insieme al patriarca Enoch e al profeta Elia, anch’essi sottratti alla morte secondo la tradizione richiamata dal poema. Vi resteranno fino al ritorno di Cristo. |
| Ottava 60 Con accoglienza grata il cavalliero fu dai santi alloggiato in una stanza; 475fu provisto in un’altra al suo destriero di buona biada, che gli fu a bastanza. De’ frutti a lui del paradiso diero, di tal sapor, ch’a suo giudicio, sanza scusa non sono i duo primi parenti, 480se per quei fur sì poco ubbidienti. | Astolfo riceve ospitalità presso i santi e l’ippogrifo viene nutrito e alloggiato. Assaggiando i frutti del Paradiso terrestre, il paladino comprende quanto fossero allettanti quelli che indussero Adamo ed Eva a disobbedire. |
| Ottava 61 Poi ch’a natura il duca aventuroso satisfece di quel che se le debbe, come col cibo, così col riposo, che tutti e tutti i commodi quivi ebbe; 485lasciando già l’Aurora il vecchio sposo, ch’ancor per lunga età mai non l’increbbe, si vide incontra ne l’uscir del letto il discipul da Dio tanto diletto; | Dopo il pasto e il riposo, Astolfo si alza al mattino e incontra nuovamente Giovanni. L’apostolo lo prende per mano e comincia a rivelargli fatti che il paladino ancora ignora. |
| Ottava 62 che lo prese per mano, e seco scorse 490di molte cose di silenzio degne: e poi disse: – Figliuol, tu non sai forse che in Francia accada, ancor che tu ne vegne. Sappi che ’l vostro Orlando, perché torse dal camin dritto le commesse insegne, 495è punito da Dio, che più s’accende contra chi egli ama più, quando s’offende. | Giovanni gli spiega che Orlando è stato punito da Dio perché si è allontanato dal proprio dovere. La severità della punizione nasce proprio dall’amore e dalle grandi aspettative che Dio aveva riposto in lui. |
| Ottava 63 Il vostro Orlando, a cui nascendo diede somma possanza Dio con sommo ardire, e fuor de l’uman uso gli concede 500che ferro alcun non lo può mai ferire; perché a difesa di sua santa fede così voluto l’ha costituire, come Sansone incontra a’ Filistei costituì a difesa degli Ebrei: | Orlando aveva ricevuto forza, coraggio e invulnerabilità straordinari per difendere la fede cristiana, come Sansone era stato destinato a proteggere il popolo d’Israele. |
| Ottava 64 505renduto ha il vostro Orlando al suo Signore di tanti benefici iniquo merto; che quanto aver più lo dovea in favore, n’è stato il fedel popul più deserto. Sì accecato l’avea l’incesto amore 510d’una pagana, ch’avea già sofferto due volte e più venire empio e crudele, per dar la morte al suo cugin fedele. | Invece di usare questi doni per i cristiani, Orlando si era lasciato dominare dall’amore per Angelica, trascurando i suoi compiti e arrivando a mettere in pericolo perfino il cugino Rinaldo. |
| Ottava 65 E Dio per questo fa ch’egli va folle, e mostra nudo il ventre, il petto e il fianco; 515e l’intelletto sì gli offusca e tolle, che non può altrui conoscere, e sé manco. A questa guisa si legge che volle Nabuccodonosor Dio punir anco, che sette anni il mandò il furor pieno, 520sì che, qual bue, pasceva l’erba e il fieno. | Per questo Dio gli ha tolto la ragione, lasciandolo vagare nudo e incapace di riconoscere se stesso o gli altri. Giovanni paragona la sua punizione a quella di Nabucodonosor, ridotto per anni a vivere come una bestia. |
| Ottava 66 Ma perch’assai minor del paladino, che di Nabucco, è stato pur l’eccesso, sol di tre mesi dal voler divino a purgar questo error termine è messo. 525Né ad altro effetto per tanto camino salir qua su t’ha il Redentor concesso, se non perché da noi modo tu apprenda, come ad Orlando il suo senno si renda. | La colpa di Orlando è tuttavia minore, e la pena durerà soltanto tre mesi. Astolfo è stato condotto fin lì proprio per imparare il modo di restituirgli l’intelletto. |
| Ottava 67 Gli è ver che ti bisogna altro viaggio 530far meco, e tutta abbandonar la terra. Nel cerchio de la luna a menar t’aggio, che dei pianeti a noi più prossima erra, perché la medicina che può saggio rendere Orlando, là dentro si serra. 535Come la luna questa notte sia sopra noi giunta, ci porremo in via. – | Giovanni annuncia che dovranno compiere un altro viaggio, questa volta fino alla Luna. Lì si trova il rimedio per la follia di Orlando, che Astolfo dovrà riportare sulla Terra. |
| Ottava 68 Di questo e d’altre cose fu diffuso il parlar de l’apostolo quel giorno. Ma poi che ’l sol s’ebbe nel mar rinchiuso, 540e sopra lor levò la luna il corno, un carro apparecchiòsi, ch’era ad uso d’andar scorrendo per quei cieli intorno: quel già ne le montagne di Giudea da’ mortali occhi Elia levato avea. | Durante la giornata l’apostolo continua a istruirlo. Quando sorge la Luna, compare il carro celeste che un tempo aveva sollevato il profeta Elia dalla Terra. |
| Ottava 69 545Quattro destrier via più che fiamma rossi al giogo il santo evangelista aggiunse; e poi che con Astolfo rassettossi, e prese il freno, inverso il ciel li punse. Ruotando il carro, per l’aria levossi, 550e tosto in mezzo il fuoco eterno giunse; che ’l vecchio fe’ miracolosamente, che, mentre lo passar, non era ardente. | Giovanni aggioga al carro quattro cavalli rossi come fiamme, sale con Astolfo e prende le redini. Il veicolo si innalza attraversando la sfera del fuoco senza bruciare, grazie a un miracolo. |
| Ottava 70 Tutta la sfera varcano del fuoco, ed indi vanno al regno de la luna. 555Veggon per la più parte esser quel loco come un acciar che non ha macchia alcuna; e lo trovano uguale, o minor poco di ciò ch’in questo globo si raguna, in questo ultimo globo de la terra, 560mettendo il mar che la circonda e serra. | Superata la regione del fuoco, i due arrivano sulla Luna. La superficie appare liscia e brillante come acciaio lucidato, e il suo mondo sembra vasto quasi quanto quello terrestre. |
| Ottava 71 Quivi ebbe Astolfo doppia meraviglia: che quel paese appresso era sì grande, il quale a un picciol tondo rassimiglia a noi che lo miriam da queste bande; 565e ch’aguzzar conviengli ambe le ciglia, s’indi la terra e ’l mar ch’intorno spande, discerner vuol; che non avendo luce, l’imagin lor poco alta si conduce. | Astolfo si meraviglia perché la Luna, vista da vicino, è immensamente più grande di quanto sembri da Terra. Al contrario, il globo terrestre appare così piccolo e poco luminoso da essere difficile da distinguere. |
| Ottava 72 Altri fiumi, altri laghi, altre campagne 570sono là su, che non son qui tra noi; altri piani, altre valli, altre montagne, c’han le cittadi, hanno i castelli suoi, con case de le quai mai le più magne non vide il paladin prima né poi: 575e vi sono ample e solitarie selve, ove le ninfe ognor cacciano belve. | Sulla Luna si trovano fiumi, laghi, pianure, montagne, città e castelli diversi da quelli del nostro mondo. Vi sono anche grandi foreste abitate da ninfe cacciatrici. |
| Ottava 73 Non stette il duca a ricercar il tutto; che là non era asceso a quello effetto. Da l’apostolo santo fu condutto 580in un vallon fra due montagne istretto, ove mirabilmente era ridutto ciò che si perde o per nostro diffetto, o per colpa di tempo o di Fortuna: ciò che si perde qui, là si raguna. | Astolfo non esplora tutte le meraviglie lunari, perché è salito per uno scopo preciso. Giovanni lo conduce in una valle fra due monti, dove si raccoglie tutto ciò che gli uomini perdono per colpa propria, per il tempo o per la sorte. |
| Ottava 74 585Non pur di regni o di ricchezze parlo, in che la ruota instabile lavora; ma di quel ch’in poter di tor, di darlo non ha Fortuna, intender voglio ancora. Molta fama è là su, che, come tarlo, 590il tempo al lungo andar qua giù divora: là su infiniti prieghi e voti stanno, che da noi peccatori a Dio si fanno. | Non vi sono soltanto ricchezze e regni perduti: si trovano anche fama consumata dagli anni e infinite preghiere o promesse che gli uomini rivolgono invano a Dio. |
| Ottava 75 Le lacrime e i sospiri degli amanti, l’inutil tempo che si perde a giuoco, 595e l’ozio lungo d’uomini ignoranti, vani disegni che non han mai loco, i vani desideri sono tanti, che la più parte ingombran di quel loco: ciò che in somma qua giù perdesti mai, 600là su salendo ritrovar potrai. | Vi sono i sospiri degli innamorati, il tempo sprecato nel gioco e nell’ozio, i progetti mai realizzati e i desideri impossibili. Quasi tutto ciò che scompare dalla vita degli uomini finisce in questa valle. |
| Ottava 76 Passando il paladin per quelle biche, or di questo or di quel chiede alla guida. Vide un monte di tumide vesiche, che dentro parea aver tumulti e grida; 605e seppe ch’eran le corone antiche e degli Assiri e de la terra lida, e de’ Persi e de’ Greci, che già furo incliti, ed or n’è quasi il nome oscuro. | Astolfo osserva grandi mucchi di oggetti misteriosi e chiede spiegazioni alla guida. Alcune vesciche gonfie rappresentano gli imperi del passato, un tempo potenti e ormai quasi dimenticati. |
| Ottava 77 Ami d’oro e d’argento appresso vede 610in una massa, ch’erano quei doni che si fan con speranza di mercede ai re, agli avari principi, ai patroni. Vede in ghirlande ascosi lacci; e chiede, ed ode che son tutte adulazioni. 615Di cicale scoppiate imagine hanno versi ch’in laude dei signor si fanno. | Gli ami d’oro e d’argento simboleggiano i doni fatti ai potenti per ottenere favori. Le ghirlande che nascondono lacci sono adulazioni, mentre le cicale scoppiate rappresentano i versi di lode rivolti ai signori. |
| Ottava 78 Di nodi d’oro e di gemmati ceppi vede c’han forma i mal seguiti amori. V’eran d’aquile artigli; e che fur, seppi, 620l’autorità ch’ai suoi danno i signori. I mantici ch’intorno han pieni i greppi, sono i fumi dei principi e i favori che danno un tempo ai ganimedi suoi, che se ne van col fior degli anni poi. | Catene preziose e nodi rappresentano gli amori sbagliati; artigli d’aquila simboleggiano l’autorità delegata dai principi. I mantici indicano invece il favore dei potenti, che gonfia e svanisce con facilità. |
| Ottava 79 625Ruine di cittadi e di castella stavan con gran tesor quivi sozzopra. Domanda, e sa che son trattati, e quella congiura che sì mal par che si cuopra. Vide serpi con faccia di donzella, 630di monetieri e di ladroni l’opra: poi vide bocce rotte di più sorti, ch’era il servir de le misere corti. | Le rovine di edifici raffigurano complotti e trattati destinati al fallimento. Serpenti con volto femminile rappresentano le frodi di ladri e falsari, mentre vasi spezzati simboleggiano la miseria del servire a corte. |
| Ottava 80 Di versate minestre una gran massa vede, e domanda al suo dottor ch’importe. 635– L’elemosina è (dice) che si lassa alcun, che fatta sia dopo la morte. – Di vari fiori ad un gran monte passa, ch’ebbe già buono odore, or putia forte. Questo era il dono (se però dir lece) 640che Costantino al buon Silvestro fece. | Grandi quantità di minestre rovesciate rappresentano le elemosine promesse soltanto dopo la morte. Un mucchio di fiori un tempo profumati ma ora marci simboleggia la donazione di Costantino, giudicata origine di molti mali. |
| Ottava 81 Vide gran copia di panie con visco, ch’erano, o donne, le bellezze vostre. Lungo sarà, se tutte in verso ordisco le cose che gli fur quivi dimostre; 645che dopo mille e mille io non finisco, e vi son tutte l’occurrenze nostre: sol la pazzia non v’è poca né assai; che sta qua giù, né se ne parte mai. | Le reti vischiose rappresentano la bellezza femminile, capace di intrappolare gli innamorati. Nella valle si trova ogni genere di perdita umana, tranne la pazzia: quella non ha mai lasciato la Terra. |
| Ottava 82 Quivi ad alcuni giorni e fatti sui, 650ch’egli già avea perduti, si converse; che se non era interprete con lui, non discernea le forme lor diverse. Poi giunse a quel che par sì averlo a nui, che mai per esso a Dio voti non ferse; 655io dico il senno: e n’era quivi un monte, solo assai più che l’altre cose conte. | Astolfo riconosce nella valle alcune cose che aveva personalmente perduto. Infine vede un’enorme quantità di senno umano, più grande di ogni altro deposito, e ne resta stupefatto. |
| Ottava 83 Era come un liquor suttile e molle, atto a esalar, se non si tien ben chiuso; e si vedea raccolto in varie ampolle, 660qual più, qual men capace, atte a quell’uso. Quella è maggior di tutte, in che del folle signor d’Anglante era il gran senno infuso; e fu da l’altre conosciuta, quando avea scritto di fuor: Senno d’Orlando. | Il senno è contenuto in ampolle ben chiuse perché è leggero e potrebbe evaporare. La più grande porta l’etichetta «Senno d’Orlando» e contiene l’intelligenza smarrita dal paladino. |
| Ottava 84 665E così tutte l’altre avean scritto anco il nome di color di chi fu il senno. Del suo gran parte vide il duca franco; ma molto più maravigliar lo fenno molti ch’egli credea che dramma manco 670non dovessero averne, e quivi dénno chiara notizia che ne tenean poco; che molta quantità n’era in quel loco. | Ogni ampolla ha il nome della persona a cui apparteneva il senno. Astolfo trova anche una parte della propria ragione e si sorprende soprattutto nel vedere quanta ne abbiano perduta persone considerate molto sagge. |
| Ottava 85 Altri in amar lo perde, altri in onori, altri in cercar, scorrendo il mar, ricchezze; 675altri ne le speranze de’ signori, altri dietro alle magiche sciocchezze; altri in gemme, altri in opre di pittori, ed altri in altro che più d’altro aprezze. Di sofisti e d’astrologhi raccolto, 680e di poeti ancor ve n’era molto. | La ragione si perde per amore, desiderio di gloria, ricerca della ricchezza, adulazione dei principi, superstizione o passioni artistiche. Anche filosofi, astrologi e poeti, afferma Ariosto ironicamente, ne hanno perduta molta. |
| Ottava 86 Astolfo tolse il suo; che gliel concesse lo scrittor de l’oscura Apocalisse. L’ampolla in ch’era al naso sol si messe, e par che quello al luogo suo ne gisse: 685e che Turpin da indi in qua confesse ch’Astolfo lungo tempo saggio visse; ma ch’uno error che fece poi, fu quello ch’un’altra volta gli levò il cervello. | Con il permesso di Giovanni, Astolfo apre la propria ampolla e ne aspira il contenuto: riacquista così il senno smarrito. Secondo la tradizione visse poi con maggiore saggezza, finché un altro errore non gliela fece perdere nuovamente. |
| Ottava 87 La più capace e piena ampolla, ov’era 690il senno che solea far savio il conte, Astolfo tolle; e non è sì leggiera, come stimò, con l’altre essendo a monte. Prima che ’l paladin da quella sfera piena di luce alle più basse smonte, 695menato fu da l’apostolo santo in un palagio ov’era un fiume a canto; | Astolfo prende anche la grande ampolla con il senno di Orlando, più pesante del previsto. Prima di lasciare la Luna, Giovanni lo conduce in un palazzo vicino a un fiume. |
| Ottava 88 ch’ogni sua stanza avea piena di velli di lin, di seta, di coton, di lana, tinti in vari colori e brutti e belli. 700Nel primo chiostro una femina cana fila a un aspo traea da tutti quelli, come veggiàn l’estate la villana traer dai bachi le bagnate spoglie, quando la nuova seta si raccoglie. | Le stanze del palazzo sono piene di matasse e fibre di lana, lino, cotone e seta, colorate in ogni modo. Nel primo cortile una vecchia fila continuamente questi materiali. |
| Ottava 89 705V’è chi, finito un vello, rimettendo ne viene un altro, e chi ne porta altronde: un’altra de le filze va scegliendo il bel dal brutto che quella confonde. – Che lavor si fa qui, ch’io non l’intendo? – 710dice a Giovanni Astolfo; e quel risponde: – Le vecchie son le Parche, che con tali stami filano vite a voi mortali. | Altre donne portano nuove matasse e separano i fili belli da quelli brutti. Giovanni spiega che sono le Parche, figure mitologiche incaricate di filare e misurare la vita degli esseri umani. |
| Ottava 90 Quanto dura un de’ velli, tanto dura l’umana vita, e non di più un momento. 715Qui tien l’occhio e la Morte e la Natura, per saper l’ora ch’un debba esser spento. Sceglier le belle fila ha l’altra cura, perché si tesson poi per ornamento del paradiso; e dei più brutti stami 720si fan per li dannati aspri legami. – | La durata di ogni filo corrisponde alla durata di una vita. I fili migliori sono destinati agli ornamenti celesti, quelli peggiori ai legami che puniscono i dannati. |
| Ottava 91 Di tutti i velli ch’erano già messi in aspo, e scelti a farne altro lavoro, erano in brevi piastre i nomi impressi, altri di ferro, altri d’argento o d’oro: 725e poi fatti n’avean cumuli spessi, de’ quali, senza mai farvi ristoro, portarne via non si vedea mai stanco un vecchio, e ritornar sempre per anco. | A ciascuna vita corrisponde anche una targhetta con il nome della persona, fatta di materiali diversi. Un vecchio velocissimo raccoglie continuamente queste targhette e le trasporta lontano in grandi quantità. |
| Ottava 92 Era quel vecchio sì espedito e snello, 730che per correr parea che fosse nato; e da quel monte il lembo del mantello portava pien del nome altrui segnato. Ove n’andava, e perché facea quello, ne l’altro canto vi sarà narrato, 735se d’averne piacer segno farete con quella grata udienza che solete. | Il vecchio porta con sé, senza mai stancarsi, i nomi degli uomini. Ariosto rinvia al canto seguente la spiegazione della sua identità e del significato di questo gesto. |