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L’Orlando furioso · Ludovico Ariosto

Canto trentunesimo

Testo originale e parafrasi

Ogni ottava affianca il testo originale alla parafrasi in italiano contemporaneo.

Testo originaleParafrasi
Ottava 1
1Che dolce più, che più giocondo stato
saria di quel d’un amoroso core?
che viver più felice e più beato,
che ritrovarsi in servitù d’Amore?
5se non fosse l’uom sempre stimulato
da quel sospetto rio, da quel timore,
da quel martìr, da quella frenesia,
da quella rabbia detta gelosia.
Il poeta riflette su quanto sarebbe felice la vita di chi ama se non esistesse la gelosia. Nessuna gioia sembra superiore all'amore, ma il sospetto di essere traditi trasforma quella felicità in paura, rabbia e tormento.
Ottava 2
Però ch’ogni altro amaro che si pone
10tra questa soavissima dolcezza,
è un augumento, una perfezione,
ed è un condurre amore a più finezza.
L’acque parer fa saporite e buone
la sete, e il cibo pel digiun s’apprezza:
15non conosce la pace e non l’estima
chi provato non ha la guerra prima.
Le altre sofferenze amorose, a differenza della gelosia, possono rendere più intenso il piacere finale. Come la sete rende gradevole l'acqua e la fame il cibo, così si apprezza davvero la pace soltanto dopo aver conosciuto la guerra.
Ottava 3
Se ben non veggon gli occhi ciò che vede
ognora il core, in pace si sopporta.
Lo star lontano, poi quando si riede,
20quanto più lungo fu, più riconforta.
Lo stare in servitù senza mercede
(pur che non resti la speranza morta)
patir si può: che premio al ben servire
pur viene al fin, se ben tarda a venire.
La lontananza dalla persona amata è sopportabile perché rende più dolce il ricongiungimento. Si può perfino tollerare un amore non ricambiato, purché resti la speranza che la fedeltà venga un giorno premiata.
Ottava 4
25Gli sdegni, le repulse, e finalmente
tutti i martìr d’amor, tutte le pene,
fan per lor rimembranza, che si sente
con miglior gusto un piacer quando viene.
Ma se l’infernal peste una egra mente
30avvien ch’infetti, ammorbi ed avelene;
se ben segue poi festa ed allegrezza,
non la cura l’amante e non l’apprezza.
Rifiuti, litigi e sofferenze diventano ricordi che accrescono la gioia quando si ritrova l'amore. La gelosia, invece, avvelena la mente e impedisce di godere anche dei momenti felici che seguono.
Ottava 5
Questa è la cruda e avelenata piaga
a cui non val liquor, non vale impiastro,
35né murmure, né imagine di saga,
né val lungo osservar di benigno astro,
né quanta esperienza d’arte maga
fece mai l’inventor suo Zoroastro:
piaga crudel che sopra ogni dolore
40conduce l’uom, che disperato muore.
La gelosia è descritta come una ferita avvelenata che nessuna medicina, formula magica, osservazione astrologica o conoscenza esoterica può curare. Spinge l'innamorato a una disperazione che può condurlo perfino alla morte.
Ottava 6
Oh incurabil piaga che nel petto
d’un amator sì facile s’imprime,
non men per falso che per ver sospetto!
piaga che l’uom sì crudelmente opprime,
45che la ragion gli offusca e l’intelletto,
e lo tra’ fuor de le sembianze prime!
Oh iniqua gelosia, che così a torto
levasti a Bradamante ogni conforto!
Questa ferita nasce sia da indizi veri sia da sospetti infondati; oscura la ragione e trasforma il carattere di chi ne soffre. È proprio la gelosia ad aver privato Bradamante di ogni consolazione.
Ottava 7
Non di questo ch’Ippalca e che ’l fratello
50le avea nel core amaramente impresso,
ma dico d’uno annunzio crudo e fello
che le fu dato pochi giorni appresso.
Questo era nulla a paragon di quello
ch’io vi dirò, ma dopo alcun digresso.
55Di Rinaldo ho da dir primieramente,
che vêr Parigi vien con la sua gente.
Il narratore spiega che la gelosia più dolorosa di Bradamante non dipende dalle notizie portate da Ippalca e dal fratello, ma da un annuncio ancora peggiore, che riferirà più avanti. Prima, però, riprende il viaggio di Rinaldo verso Parigi.
Ottava 8
Scontraro il dì seguente invêr la sera
un cavallier ch’avea una donna al fianco,
con scudo e sopravesta tutta nera,
60se non che per traverso ha un fregio bianco.
Sfidò alla giostra Ricciardetto, ch’era
dinanzi, e vista avea di guerrier franco:
e quel, che mai nessun ricusar volse,
girò la briglia e spazio a correr tolse.
La sera successiva Rinaldo e i compagni incontrano un cavaliere accompagnato da una donna, vestito di nero con una striscia bianca attraverso lo scudo e la sopravveste. Lo sconosciuto sfida Ricciardetto, che accetta immediatamente.
Ottava 9
65Senza dir altro, o più notizia darsi
de l’esser lor, si vengono all’incontro.
Rinaldo e gli altri cavallier fermarsi
per veder come seguiria lo scontro.
– Tosto costui per terra ha da versarsi,
70se in luogo fermo a mio modo lo incontro –
dicea tra sé medesmo Ricciardetto;
ma contrario al pensier seguì l’effetto:
I due cavalieri partono alla carica senza presentarsi, mentre Rinaldo e gli altri si fermano a guardare. Ricciardetto è convinto di poter abbattere l'avversario, ma lo scontro ha un risultato completamente diverso.
Ottava 10
però che lui sotto la vista offese
di tanto colpo il cavalliero istrano,
75che lo levò di sella, e lo distese
più di due lance al suo destrier lontano.
Di vendicarlo incontinente prese
l’assunto Alardo, e ritrovossi al piano
stordito e male acconcio: sì fu crudo
80lo scontro fier, che gli spezzò lo scudo.
Lo sconosciuto colpisce Ricciardetto con tale forza da scaraventarlo lontano dal cavallo. Alardo cerca subito di vendicarlo, ma viene a sua volta disarcionato e rimane stordito, con lo scudo infranto.
Ottava 11
Guicciardo pone incontinente in resta
l’asta, che vede i duo germani in terra,
ben che Rinaldo gridi: – Resta, resta;
che mia convien che sia la terza guerra: –
85ma l’elmo ancor non ha allacciato in testa
sì che Guicciardo al corso si disserra;
né più degli altri si seppe tenere,
e ritrovossi subito a giacere.
Vedendo i fratelli a terra, Guicciardo si prepara a combattere, nonostante Rinaldo gli ordini di fermarsi perché vuole intervenire lui stesso. Prima che Rinaldo riesca a prepararsi, Guicciardo affronta lo sconosciuto e finisce disarcionato come gli altri.
Ottava 12
Vuol Ricciardo, Viviano e Malagigi,
90e l’un prima de l’altro essere in giostra:
ma Rinaldo pon fine ai lor litigi;
ch’inanzi a tutti armato si dimostra,
dicendo loro: – È tempo ire a Parigi;
e saria troppo la tardanza nostra,
95s’io volesse aspettar fin che ciascuno
di voi fosse abbattuto ad uno ad uno. –
Anche Ricciardo, Viviano e Malagigi vorrebbero affrontare l'avversario. Rinaldo li ferma, osservando tra sé che non possono perdere tempo aspettando che tutti vengano sconfitti uno dopo l'altro, perché devono raggiungere Parigi.
Ottava 13
Dissel tra sé, ma non che fosse inteso,
che saria stato agli altri ingiuria e scorno.
L’uno e l’altro del campo avea già preso,
100e si faceano incontra aspro ritorno.
Non fu Rinaldo per terra disteso,
che valea tutti gli altri ch’avea intorno;
le lance si fiaccar, come di vetro,
né i cavallier si piegar oncia a dietro.
Rinaldo non esprime ad alta voce quel pensiero, per non offendere i compagni. Affronta personalmente lo sconosciuto: le loro lance si spezzano nell'urto, ma nessuno dei due lascia la sella, dimostrando un valore ben superiore a quello degli altri cavalieri.
Ottava 14
105L’uno e l’altro cavallo in guisa urtosse,
che gli fu forza in terra a por le groppe.
Baiardo immantinente ridrizzosse,
tanto ch’a pena il correre interroppe.
Sinistramente sì l’altro percosse,
110che la spalla e la schena insieme roppe.
Il cavallier che ’l destrier morto vede,
lascia le staffe ed è subito in piede.
I due cavalli si urtano con tale violenza da cadere sulle zampe posteriori. Baiardo si rialza subito, mentre la cavalcatura dello sconosciuto si ferisce mortalmente alla spalla e alla schiena. Il cavaliere abbandona le staffe e balza a terra.
Ottava 15
Ed al figlio d’Amon, che già rivolto
tornava a lui con la man vota, disse:
115– Signore, il buon destrier che tu m’hai tolto,
perché caro mi fu mentre che visse,
mi faria uscir del mio debito molto,
se così invendicato si morisse:
sì che vientene, e fa ciò che tu puoi,
120perché battaglia esser convien tra noi. –
Vedendo che Rinaldo torna verso di lui disarmato dopo lo scontro delle lance, lo sconosciuto dichiara che non può lasciare invendicata la morte del suo cavallo, a cui era affezionato. Chiede quindi di continuare il combattimento.
Ottava 16
Disse Rinaldo a lui: – Se ’l destrier morto,
e non altro ci de’ porre a battaglia,
un de’ miei ti darò, piglia conforto,
che men del tuo non crederò che vaglia. –
125Colui soggiunse: – Tu sei malaccorto,
se creder vuoi che d’un destrier mi caglia.
Ma poi che non comprendi ciò ch’io voglio,
ti spiegherò più chiaramente il foglio.
Rinaldo offre in compensazione uno dei propri cavalli, assicurando che non vale meno di quello morto. Lo sconosciuto replica che non sta combattendo per il valore materiale della cavalcatura e vuole chiarire le proprie intenzioni.
Ottava 17
Vo’ dir che mi parria commetter fallo,
130se con la spada non ti provassi anco,
e non sapessi s’in quest’altro ballo
tu mi sia pari, o se più vali o manco.
Come ti piace, o scendi, o sta a cavallo:
pur che le man tu non ti tegna al fianco,
135io son contento ogni vantaggio darti:
tanto alla spada bramo di provarti. –
Il cavaliere spiega che desidera misurarsi anche con la spada, per verificare se Rinaldo sia superiore, inferiore o uguale a lui in un duello diverso. Gli permette perfino di scegliere se combattere a piedi o a cavallo.
Ottava 18
Rinaldo molto non lo tenne in lunga,
e disse: – La battaglia ti prometto;
e perché tu sia ardito, e non ti punga
140di questi c’ho d’intorno alcun sospetto,
andranno inanzi fin ch’io gli raggiunga;
né meco resterà fuor ch’un valletto
che mi tenga il cavallo: – e così disse
alla sua compagnia che se ne gisse.
Rinaldo accetta senza esitazione, ma per evitare interferenze ordina ai compagni di proseguire; resterà soltanto un paggio a custodire Baiardo. Promette che li raggiungerà una volta concluso lo scontro.
Ottava 19
145La cortesia del paladin gagliardo
commendò molto il cavalliero estrano.
Smontò Rinaldo, e del destrier Baiardo
diede al valletto le redine in mano:
e poi che più non vede il suo stendardo,
150il qual di lungo spazio è già lontano,
lo scudo imbraccia e stringe il brando fiero,
e sfida alla battaglia il cavalliero.
Lo sconosciuto apprezza molto la correttezza di Rinaldo. Il paladino scende da Baiardo, affida le redini al paggio e, quando il resto della compagnia si è allontanato, prende scudo e spada e invita l'avversario a iniziare.
Ottava 20
E quivi s’incomincia una battaglia
di ch’altra mai non fu più fiera in vista.
155Non crede l’un che tanto l’altro vaglia,
che troppo lungamente gli resista.
Ma poi che ’l paragon ben gli ragguaglia,
né l’un de l’altro più s’allegra o attrista,
pongon l’orgoglio ed il furor da parte,
160ed al vantaggio loro usano ogn’arte.
Comincia un duello ferocissimo. All'inizio ciascuno sottovaluta l'altro, ma presto entrambi riconoscono di avere di fronte un guerriero di pari valore; abbandonano l'impulsività e combattono con la massima attenzione e abilità.
Ottava 21
S’odon lor colpi dispietati e crudi
intorno rimbombar con suono orrendo,
ora i canti levando a’ grossi scudi,
schiodando or piastre, e quando maglie aprendo.
165Né qui bisogna tanto che si studi
a ben ferir, quanto a parar, volendo
star l’uno a l’altro par; ch’eterno danno
lor può causar il primo error che fanno.
I loro colpi risuonano terribilmente: si staccano pezzi dagli scudi, si rompono le piastre e si aprono le maglie delle corazze. Per sopravvivere, non basta saper colpire: occorre soprattutto parare ogni attacco, perché il minimo errore potrebbe essere fatale.
Ottava 22
Durò l’assalto un’ora e più che ’l mezzo
170d’un’altra; ed era il sol già sotto l’onde,
ed era sparso il tenebroso rezzo
de l’orizzon fin all’estreme sponde;
né riposato o fatto altro intermezzo
aveano alle percosse furibonde
175questi guerrier, che non ira o rancore,
ma tratto all’arme avea disio d’onore.
Il combattimento dura circa un'ora e mezza, senza nessuna interruzione, fino a quando cala l'oscurità. I due non si battono per odio personale, ma per il desiderio di dimostrare il proprio onore e valore cavalleresco.
Ottava 23
Rivolve tuttavia tra sé Rinaldo
chi sia l’estrano cavallier sì forte,
che non pur gli sta contra ardito e saldo,
180ma spesso il mena a risco de la morte;
e già tanto travaglio e tanto caldo
gli ha posto, che del fin dubita forte:
e volentier, se con suo onor potesse,
vorria che quella pugna rimanesse.
Rinaldo si chiede chi sia quell'avversario capace di resistergli tanto a lungo e persino di metterlo in pericolo. Stanco e incerto sull'esito, vorrebbe interrompere il duello, purché ciò non compromettesse la sua reputazione.
Ottava 24
185Da l’altra parte il cavallier estrano,
che similmente non avea notizia
che quel fosse il signor di Montalbano,
quel sì famoso in tutta la milizia,
che gli avea incontra con la spada in mano
190condotto così poca nimicizia,
era certo che d’uom di più eccellenza
non potesson dar l’arme esperienza.
Anche lo sconosciuto ignora di combattere contro il celebre signore di Montalbano. Pur avendo iniziato la sfida per la morte del cavallo, ammette a sé stesso di non aver mai incontrato un guerriero tanto eccellente.
Ottava 25
Vorrebbe de l’impresa esser digiuno,
ch’avea di vendicare il suo cavallo;
195e se potesse senza biasmo alcuno,
si trarria fuor del periglioso ballo.
Il mondo era già tanto oscuro e bruno,
che tutti i colpi quasi ivano in fallo.
Poco ferire e men parar sapeano,
200ch’a pena in man le spade si vedeano.
Il cavaliere comincia a pentirsi di aver insistito per vendicare l'animale e vorrebbe ritirarsi senza disonore. Intanto il buio è così fitto che i combattenti distinguono appena le proprie spade e rischiano di mancare sia i colpi sia le parate.
Ottava 26
Fu quel da Montalbano il primo a dire
che far battaglia non denno allo scuro,
ma quella indugiar tanto e differire,
ch’avesse dato volta il pigro Arturo;
205e che può intanto al padiglion venire,
ove di sé non sarà men sicuro,
ma servito, onorato e ben veduto,
quanto in loco ove mai fosse venuto.
Rinaldo propone di sospendere il duello fino al ritorno della luce e invita lo sconosciuto a trascorrere la notte nel suo accampamento, dove riceverà protezione, rispetto e un trattamento ospitale.
Ottava 27
Non bisognò a Rinaldo pregar molto,
210che ’l cortese baron tenne lo ’nvito.
Ne vanno insieme ove il drappel raccolto
di Montalbano era in sicuro sito.
Rinaldo al suo scudiero avea già tolto
un bel cavallo e molto ben guernito,
215a spada e a lancia e ad ogni prova buono,
ed a quel cavallier fattone dono.
L'avversario accetta volentieri. I due raggiungono insieme l'accampamento e Rinaldo, per risarcire il cavallo perduto, gli dona un'altra cavalcatura, bella, robusta e adatta sia alla lancia sia alla spada.
Ottava 28
Il guerrier peregrin conobbe quello
esser Rinaldo, che venìa con esso;
che prima che giungessero all’ostello,
220venuto a caso era a nomar se stesso:
e perché l’un de l’altro era fratello,
si sentìr dentro di dolcezza oppresso,
e di pietoso affetto tocco il core;
e lacrimar per gaudio e per amore.
Durante il tragitto Rinaldo pronuncia casualmente il proprio nome e lo sconosciuto riconosce di avere combattuto contro un suo fratello. Il legame di sangue commuove entrambi, che passano dalla rivalità alla gioia e piangono di affetto.
Ottava 29
225Questo guerriero era Guidon selvaggio,
che dianzi con Marfisa e Sansonetto
e’ figli d’Olivier molto viaggio
avea fatto per mar, come v’ho detto.
Di non veder più tosto il suo lignaggio
230il fellon Pinabel gli avea interdetto,
avendol preso e a bada poi tenuto
alla difesa del suo rio statuto.
Il guerriero è Guidone Selvaggio, già compagno di viaggio di Marfisa, Sansonetto e dei figli di Oliviero. Pinabello gli aveva impedito di ritrovare prima i parenti, costringendolo a difendere le ingiuste regole del suo castello.
Ottava 30
Guidon, che questo esser Rinaldo udio,
famoso sopra ogni famoso duce,
235ch’avuto avea più di veder disio,
che non ha il cieco la perduta luce,
con molto gaudio disse: – O signor mio,
qual fortuna a combatter mi conduce
con voi, che lungamente ho amato ed amo,
240e sopra tutto il mondo onorar bramo?
Guidone si rivolge a Rinaldo con entusiasmo: aveva sempre desiderato conoscere il famoso parente e rendergli onore. Si stupisce che il destino li abbia fatti incontrare proprio attraverso uno scontro armato.
Ottava 31
Mi partorì Costanza ne le estreme
ripe del mar Eusino: io son Guidone,
concetto de lo illustre inclito seme,
come ancor voi, del generoso Amone.
245Di voi vedere e gli altri nostri insieme
il desiderio è del venir cagione;
e dove mia intenzion fu d’onorarvi,
mi veggo esser venuto a ingiuriarvi.
Guidone spiega di essere nato sulle coste del Mar Nero da Costanza e di discendere anch'egli da Amone. Era partito per incontrare Rinaldo e gli altri familiari, ma invece di onorarli ha inconsapevolmente combattuto contro di loro.
Ottava 32
Ma scusimi apo voi d’un error tanto,
250ch’io non ho voi né gli altri conosciuto;
e s’emendar si può, ditemi quanto
far debbo, ch’in ciò far nulla rifiuto. –
Poi che si fu da questo e da quel canto
de’ complessi iterati al fin venuto,
255rispose a lui Rinaldo: – Non vi caglia
meco scusarvi più de la battaglia:
Chiede scusa per l'errore e si offre di ripararlo in qualsiasi modo. Dopo molti abbracci, Rinaldo gli risponde di non doversi giustificare per il combattimento, nato semplicemente dal fatto che non si conoscevano.
Ottava 33
che per certificarne che voi sète
di nostra antiqua stirpe un vero ramo,
dar miglior testimonio non potete,
260che ’l gran valor ch’in voi chiaro proviamo.
Se più pacifiche erano e quiete
vostre maniere, mal vi credevamo;
che la damma non genera il leone,
né le colombe l’aquila o il falcone. –
Rinaldo sostiene che il valore dimostrato da Guidone sia la migliore prova della sua appartenenza alla loro nobile stirpe. Se il giovane fosse stato debole e docile, sarebbe stato meno credibile come discendente di valorosi guerrieri.
Ottava 34
265Non, per andar, di ragionar lasciando,
non di seguir, per ragionar, lor via,
vennero ai padiglioni; ove narrando
il buon Rinaldo alla sua compagnia
che questo era Guidon, che disiando
270veder, tanto aspettato aveano pria,
molto gaudio apportò ne le sue squadre;
e parve a tutti assimigliarsi al padre.
Camminando e conversando, arrivano all'accampamento. Rinaldo presenta Guidone ai compagni come il parente che desideravano incontrare da tempo; tutti si rallegrano e riconoscono in lui una somiglianza con il padre.
Ottava 35
Non dirò l’accoglienze che gli fero
Alardo, Ricciardetto e gli altri dui;
275che gli fece Viviano ed Aldigiero,
e Malagigi, frati e cugin sui;
ch’ogni signor gli fece e cavalliero;
ciò ch’egli disse a loro, ed essi a lui:
ma vi concluderò che finalmente
280fu ben veduto da tutta la gente.
Il narratore rinuncia a descrivere uno per uno tutti i saluti e gli abbracci di Alardo, Ricciardetto, Viviano, Malagigi e degli altri familiari. Si limita a dire che Guidone è accolto con grande affetto da tutta la compagnia.
Ottava 36
Caro Guidone a’ suoi fratelli stato
credo sarebbe in ogni tempo assai;
ma lor fu al gran bisogno ora più grato,
ch’esser potesse in altro tempo mai.
285Poscia che ’l nuovo sole incoronato
del mare uscì di luminosi rai,
Guidon coi frati e coi parenti in schiera
se ne tornò sotto la lor bandiera.
Guidone sarebbe stato comunque caro ai suoi parenti, ma la sua presenza è particolarmente preziosa in un momento di guerra. Il mattino seguente parte con Rinaldo e gli altri sotto le insegne familiari.
Ottava 37
Tanto un giorno ed un altro se n’andaro,
290che di Parigi alle assediate porte
a men di dieci miglia s’accostaro
in ripa a Senna; ove per buona sorte
Grifone ed Aquilante ritrovaro,
i duo guerrier da l’armatura forte:
295Grifone il bianco ed Aquilante il nero,
che partorì Gismonda d’Oliviero.
Dopo alcuni giorni di marcia, la compagnia raggiunge la Senna a meno di dieci miglia da Parigi. Qui incontra Grifone e Aquilante, i celebri figli di Oliviero, riconoscibili rispettivamente dalle armature bianca e nera.
Ottava 38
Con essi ragionava una donzella,
non già di vil condizione in vista,
che di sciamito bianco la gonnella
300fregiata intorno avea d’aurata lista;
molto leggiadra in apparenza e bella,
fosse quantunque lacrimosa e trista:
e mostrava ne’ gesti e nel sembiante
di cosa ragionar molto importante.
Vicino ai due cavalieri si trova una giovane donna di aspetto nobile, vestita con un abito bianco ornato d'oro. Pur essendo bellissima, appare triste e piange mentre parla con grande partecipazione di una questione importante.
Ottava 39
305Conobbe i cavallier, come essi lui,
Guidon, che fu con lor pochi dì inanzi;
ed a Rinaldo disse: – Eccovi dui
a cui van pochi di valore inanzi;
e se per Carlo ne verran con nui,
310non ne staranno i Saracini inanzi. –
Rinaldo di Guidon conferma il detto,
che l’uno e l’altro era guerrier perfetto.
Guidone riconosce i due guerrieri con cui aveva viaggiato poco tempo prima e li presenta a Rinaldo come combattenti eccezionali. Osserva che, se aiuteranno Carlo Magno, saranno una grave minaccia per l'esercito saraceno.
Ottava 40
Gli avea riconosciuti egli non manco;
però che quelli sempre erano usati,
315l’un tutto nero, e l’altro tutto bianco
vestir su l’arme, e molto andare ornati.
Da l’altra parte essi conobbero anco
e salutar Guidon, Rinaldo e i frati;
ed abbracciar Rinaldo come amico,
320messo da parte ogni lor odio antico.
Rinaldo conosce già la fama di Grifone e Aquilante, riconoscibili dalle rispettive armature. Tutti si salutano cordialmente e i cavalieri abbracciano Rinaldo, mettendo da parte i vecchi rancori.
Ottava 41
S’ebbero un tempo in urta e in gran dispetto
per Truffaldin, che fôra lungo a dire;
ma quivi insieme con fraterno affetto
s’accarezzar, tutte obliando l’ire.
325Rinaldo poi si volse a Sansonetto,
ch’era tardato un poco più a venire,
e lo raccolse col debito onore,
a pieno istrutto del suo gran valore.
In passato Rinaldo aveva litigato con loro per questioni riguardanti Truffaldino, ma adesso prevale l'affetto. Si unisce alla compagnia anche Sansonetto, accolto da Rinaldo con il rispetto dovuto a un guerriero di grande valore.
Ottava 42
Tosto che la donzella più vicino
330vide Rinaldo, e conosciuto l’ebbe
(ch’avea notizia d’ogni paladino),
gli disse una novella che gl’increbbe;
e cominciò: – Signore, il tuo cugino,
a cui la Chiesa e l’alto Imperio debbe,
335quel già sì saggio ed onorato Orlando,
è fatto stolto, e va pel mondo errando.
La giovane donna riconosce Rinaldo, di cui conosce la fama, e gli comunica una notizia terribile: il suo cugino Orlando, un tempo modello di saggezza e onore per i cristiani, ha perduto la ragione e vaga senza meta.
Ottava 43
Onde causato così strano e rio
accidente gli sia, non so narrarte.
La sua spada e l’altr’arme ho vedute io,
340che per li campi avea gittate e sparte;
e vidi un cavallier cortese e pio
che le andò raccogliendo da ogni parte,
e poi di tutte quelle un arbuscello
fe’, a guisa di trofeo, pomposo e bello.
La donna non sa spiegare perché Orlando sia impazzito. Racconta di aver visto le sue armi sparse sul terreno e un cavaliere che le aveva raccolte, disponendole su un albero come un trofeo.
Ottava 44
345Ma la spada ne fu tosto levata
dal figliuol d’Agricane il dì medesmo.
Tu pòi considerar quanto sia stata
gran perdita alla gente del battesmo
l’essere un’altra volta ritornata
350Durindana in poter del paganesmo.
Né Brigliadoro men, ch’errava sciolto
intorno all’arme, fu dal pagan tolto.
La spada di Orlando, Durindana, fu presto sottratta dal figlio di Agricane, Mandricardo, che prese anche il cavallo Brigliadoro. Il ritorno di un'arma tanto importante nelle mani dei saraceni rappresenta una grave perdita per i cristiani.
Ottava 45
Son pochi dì ch’Orlando correr vidi
senza vergogna e senza senno, ignudo,
355con urli spaventevoli e con gridi:
ch’è fatto pazzo in somma ti conchiudo;
e non avrei, fuor ch’a questi occhi fidi,
creduto mai sì acerbo caso e crudo. –
Poi narrò che lo vide giù dal ponte
360abbracciato cader con Rodomonte.
La giovane aggiunge di aver visto Orlando recentemente correre nudo, gridando e comportandosi senza alcuna coscienza. Ha persino assistito alla sua lotta con Rodomonte, durante la quale i due sono caduti abbracciati dal ponte nel fiume.
Ottava 46
– A qualunque io non creda esser nimico
d’Orlando (soggiungea) di ciò favello,
acciò ch’alcun di tanti a ch’io lo dico,
mosso a pietà del caso strano e fello,
365cerchi o a Parigi o in altro luogo amico
ridurlo, fin che si purghi il cervello.
Ben so, se Brandimarte n’avrà nuova,
sarà per farne ogni possibil prova. –
La donna racconta la disgrazia a chiunque non sia nemico di Orlando, sperando che qualcuno provi a ricondurlo a Parigi e a farlo curare. È certa che, se Brandimarte lo sapesse, tenterebbe ogni cosa per salvarlo.
Ottava 47
Era costei la bella Fiordiligi,
370più cara a Brandimarte che se stesso,
la qual, per lui trovar, venìa a Parigi:
e de la spada ella suggiunse appresso,
che discordia e contesa e gran litigi
tra il Sericano e l’ Tartaro avea messo;
375e ch’avuta l’avea, poi fu casso,
di vita Mandricardo, al fin Gradasso.
La donna è Fiordiligi, innamorata di Brandimarte, che sta cercando in Francia. Aggiunge che la spada Durindana ha provocato contrasti fra Mandricardo e Gradasso e che, dopo la morte del tartaro, è passata nelle mani di Gradasso.
Ottava 48
Di così strano e misero accidente
Rinaldo senza fin si lagna e duole;
né il core intenerir men se ne sente,
380che soglia intenerirsi il ghiaccio al sole:
e con disposta ed immutabil mente,
ovunque Orlando sia, cercar lo vuole,
con speme, poi che ritrovato l’abbia,
di farlo risanar di quella rabbia.
Rinaldo soffre profondamente per la sorte di Orlando. Decide che, ovunque si trovi il cugino, lo cercherà e farà il possibile per guarirlo dalla follia.
Ottava 49
385Ma già lo stuolo avendo fatto unire,
sia volontà del cielo o sia aventura,
vuol fare i Saracin prima fuggire,
e liberar le parigine mura.
Ma consiglia l’assalto differire,
390che vi par gran vantaggio, a notte scura,
ne la terza vigilia o ne la quarta,
ch’avrà l’acqua di Lete il Sonno sparta.
Prima di dedicarsi alla ricerca, Rinaldo vuole liberare Parigi dall'assedio. Decide di attaccare il campo saraceno durante la notte, nell'ora in cui il sonno è più profondo, per cogliere impreparati i nemici.
Ottava 50
Tutta la gente alloggiar fece al bosco,
e quivi la posò per tutto ’l giorno;
395ma poi che ’l sol, lasciando il mondo fosco,
alla nutrice antiqua fe’ ritorno,
ed orsi e capre e serpi senza tosco
e l’altre fere ebbeno il cielo adorno,
che state erano ascose al maggior lampo,
400mosse Rinaldo il taciturno campo:
Rinaldo fa riposare i suoi uomini nel bosco per tutto il giorno. Dopo il tramonto, quando le stelle tornano visibili, muove silenziosamente l'esercito verso le postazioni saracene.
Ottava 51
e venne con Grifon, con Aquilante,
con Vivian, con Alardo e con Guidone,
con Sansonetto, agli altri un miglio inante,
a cheti passi e senza alcun sermone.
405Trovò dormir l’ascolta d’Agramante:
tutta l’uccise, e non ne fe’ un prigione.
Indi arrivò tra l’altra gente Mora,
che non fu visto né sentito ancora.
Rinaldo avanza con Grifone, Aquilante, Viviano, Alardo, Guidone e Sansonetto, precedendo il grosso delle truppe. Trovano addormentate le sentinelle di Agramante, le uccidono senza fare prigionieri e penetrano nel campo senza essere scoperti.
Ottava 52
Del campo d’infedeli a prima giunta
410la ritrovata guardia all’improviso
lasciò Rinaldo sì rotta e consunta,
ch’un sol non ne restò, se non ucciso.
Spezzata che lor fu la prima punta,
i Saracin non l’avean più da riso,
415che sonnolenti, timidi ed inermi,
poteano a tai guerrier far pochi schermi.
La prima linea delle guardie viene annientata prima che possa reagire. I soldati saraceni, sorpresi nel sonno, spaventati e senza armi a portata di mano, non riescono a organizzare una difesa efficace.
Ottava 53
Fece Rinaldo per maggior spavento
dei Saracini, al mover de l’assalto,
a trombe e a corni dar subito vento,
420e, gridando, il suo nome alzar in alto.
Spinse Baiardo, e quel non parve lento;
che dentro all’alte sbarre entrò d’un salto,
e versò cavallier, pestò pedoni,
ed atterrò trabacche e padiglioni.
Per aumentare il panico, Rinaldo ordina di suonare trombe e corni e di gridare il suo nome. Sprona Baiardo oltre le barriere, rovescia cavalieri e fanti e travolge tende e padiglioni.
Ottava 54
425Non fu sì ardito tra il popul pagano,
a cui non s’arricciassero le chiome,
quando sentì Rinaldo e Montalbano
sonar per l’aria, il formidato nome.
Fugge col campo d’Africa l’ispano,
430né perde tempo a caricar le some;
ch’aspettar quella furia più non vuole,
ch’aver provata anco si piagne e duole.
Il nome di Rinaldo e di Montalbano terrorizza i saraceni: africani e spagnoli si danno alla fuga senza neppure raccogliere i bagagli, ricordando quanto pericoloso sia quel guerriero.
Ottava 55
Guidon lo segue, e non fa men di lui;
né men fanno i duo figli d’Oliviero,
435Alardo e Ricciardetto, e gli altri dui:
col brando Sansonetto apre il sentiero:
Aldigiero e Vivian provar altrui
fan quanto in arme l’uno e l’altro è fiero.
Così fa ognun che segue lo stendardo
440di Chiaramonte, da guerrier gagliardo.
Guidone si lancia all'inseguimento con lo stesso slancio di Rinaldo. Anche Grifone, Aquilante, Alardo, Ricciardetto, Sansonetto, Aldigiero e Viviano combattono valorosamente, aprendo la strada ai soldati di Chiaramonte.
Ottava 56
Settecento con lui tenea Rinaldo
in Montalbano e intorno a quelle ville,
usati a portar l’arme al freddo e al caldo,
non già più rei dei Mirmidon d’Achille.
445Ciascun d’essi al bisogno era sì saldo,
che cento insieme non fuggian per mille;
e se ne potean molti sceglier fuori,
che d’alcun dei famosi eran migliori.
Rinaldo guida settecento uomini esperti, abituati da anni a combattere in ogni stagione. Il poeta li paragona ai celebri Mirmidoni di Achille: sono soldati così disciplinati e coraggiosi da non cedere anche davanti a forze assai superiori.
Ottava 57
E se Rinaldo ben non era molto
450ricco né di città né di tesoro,
facea sì con parole e con buon volto,
e ciò ch’avea partendo ognor con loro,
ch’un di quel numer mai non gli fu tolto
per offerire altrui più somma d’oro.
455Questi da Montalban mai non rimuove,
se non lo stringe un gran bisogno altrove.
Rinaldo non è ricchissimo, ma tratta i suoi uomini con generosità, condividendo ciò che possiede e rispettandoli. Per questo nessuno lo abbandona per uno stipendio maggiore; normalmente li tiene a difesa di Montalbano.
Ottava 58
Ed or, perch’abbia il Magno Carlo aiuto,
lasciò con poca guardia il suo castello.
Tra gli African questo drappel venuto,
460questo drappel del cui valor favello,
ne fece quel che del gregge lanuto
sul falanteo Galeso il lupo fello,
o quel che soglia, del barbato, appresso
il barbaro Cinifio, il leon spesso.
Ora Rinaldo ha lasciato il castello con pochi difensori per accorrere in aiuto di Carlo Magno. I suoi settecento guerrieri si gettano sui saraceni come lupi o leoni su un gregge indifeso.
Ottava 59
465Carlo, ch’aviso da Rinaldo avuto
avea che presso era a Parigi giunto,
e che la notte il campo sproveduto
volea assalir, stato era in arme e in punto;
e quando bisognò, venne in aiuto
470coi paladini; e ai paladini aggiunto
avea il figliol del ricco Monodante,
di Fiordiligi il fido e saggio amante;
Carlo Magno era stato informato del piano di attacco e si era preparato a intervenire. Quando arriva il momento, esce con i paladini e con Brandimarte, il fedele amante di Fiordiligi e figlio di Monodante.
Ottava 60
ch’ella più giorni per sì lunga via
cercato avea per tutta Francia invano.
475Quivi all’insegne che portar solia,
fu da lei conosciuto di lontano.
Come lei Brandimarte vide pria,
lasciò la guerra, e tornò tutto umano,
e corse ad abbracciarla; e d’amor pieno,
480mille volte baciolla o poco meno.
Fiordiligi riconosce Brandimarte da lontano grazie alle sue insegne, dopo averlo cercato inutilmente in tutta la Francia. Il cavaliere interrompe per un momento la battaglia, corre ad abbracciarla e la bacia con grande trasporto.
Ottava 61
De le lor donne e de le lor donzelle
si fidar molto a quella antica etade.
Senz’altra scorta andar lasciano quelle
per piani e monti e per strane contrade;
485ed al ritorno l’han per buone e belle,
né mai tra lor suspizione accade.
Fiordiligi narrò quivi al suo amante,
che fatto stolto era il signor d’Anglante.
Ariosto osserva che in quell'epoca i cavalieri si fidavano delle proprie donne, lasciandole viaggiare senza accompagnatori e senza sospettare della loro fedeltà. Fiordiligi racconta quindi a Brandimarte che Orlando è impazzito.
Ottava 62
Brandimarte sì strana e ria novella
490credere ad altri a pena avria potuto;
ma lo credette a Fiordiligi bella,
a cui già maggior cose avea creduto.
Non pur d’averlo udito gli dice ella,
ma che con gli occhi propri l’ha veduto
495(c’ha conoscenza e pratica d’Orlando,
quanto alcun altro), e dice dove e quando
Brandimarte avrebbe faticato a credere a una notizia simile, ma si fida completamente di Fiordiligi. La giovane ribadisce di aver riconosciuto Orlando con i propri occhi e spiega dove e quando lo ha incontrato.
Ottava 63
E gli narra del ponte periglioso,
che Rodomonte ai cavallier difende,
ove un sepolcro adorna e fa pomposo
500di sopraveste e d’arme di chi prende.
Narra c’ha visto Orlando furioso
far cose quivi orribili e stupende;
che nel fiume il pagan mandò riverso,
con gran periglio di restar summerso.
Fiordiligi descrive il ponte custodito da Rodomonte, che adorna una tomba con armi e trofei sottratti ai cavalieri. Ricorda inoltre che Orlando, pur completamente folle, ha compiuto imprese straordinarie e ha gettato il saraceno nel fiume.
Ottava 64
505Brandimarte, che ’l conte amava quanto
si può compagno amar, fratello o figlio,
disposto di cercarlo, e di far tanto,
non ricusando affanno né periglio,
che per opra di medico o d’incanto
510si ponga a quel furor qualche consiglio,
così come trovossi armato in sella,
si mise in via con la sua donna bella.
Brandimarte è legato a Orlando da un affetto quasi fraterno. Decide di cercarlo immediatamente e di tentare qualsiasi rimedio, medico o magico, per guarirlo, affrontando tutti i rischi necessari; parte a cavallo con Fiordiligi.
Ottava 65
Verso la parte ove la donna il conte
avea veduto, il lor camin drizzaro,
515di giornata in giornata, fin ch’al ponte
che guarda il re d’Algier, si ritrovaro.
La guardia ne fe’ segno a Rodomonte;
e gli scudieri a un tempo gli arrecaro
l’arme e il cavallo: e quel si trovò in punto,
520quando fu Brandimarte al passo giunto.
I due seguono il percorso verso il ponte dove Fiordiligi aveva visto Orlando. Rodomonte, avvisato dell'arrivo di un cavaliere, si fa portare armi e cavallo e si prepara a impedirgli il passaggio.
Ottava 66
Con voce qual conviene al suo furore
il Saracino a Brandimarte grida:
– Qualunque tu ti sia, che, per errore
di via o di mente, qui tua sorte guida,
525scendi e spogliati l’arme, e fanne onore
al gran sepolcro, inanzi ch’io t’uccida,
e che vittima all’ombre tu sia offerto:
ch’io ’l farò poi, né te n’avrò alcun merto. –
Rodomonte ordina a Brandimarte di smontare e consegnargli le armi come offerta alla tomba che custodisce. Lo minaccia di ucciderlo e di usare il suo corpo come ulteriore sacrificio, se non obbedirà.
Ottava 67
Non volse Brandimarte a quell’altiero
530altra risposta dar, che de la lancia.
Sprona Batoldo, il suo gentil destriero,
e inverso quel con tanto ardir si lancia,
che mostra che può star d’animo fiero
con qual si voglia al mondo alla bilancia:
535e Rodomonte, con la lancia in resta,
lo stretto ponte a tutta briglia pesta.
Brandimarte non risponde alle minacce: sprona il proprio cavallo Batoldo e si lancia con la lancia abbassata. Rodomonte fa altrettanto, correndo verso di lui sullo stretto ponte.
Ottava 68
Il suo destrier ch’avea continuo uso
d’andarvi sopra, e far di quel sovente
quando uno e quando un altro cader giuso,
540alla giostra correa sicuramente;
l’altro, del corso insolito confuso,
venìa dubbioso, timido e tremente.
Trema anco il ponte, e par cader ne l’onda,
oltre che stretto e che sia senza sponda.
Il cavallo di Rodomonte è abituato a combattere in quel luogo e corre senza esitazione. Batoldo, invece, procede con paura su un ponte stretto, privo di parapetti e così instabile da tremare sull'acqua.
Ottava 69
545I cavallier, di giostra ambi maestri,
che le lance avean grosse come travi,
tali qual fur nei lor ceppi silvestri,
si dieron colpi non troppo soavi.
Ai lor cavalli esser possenti e destri
550non giovò molto agli aspri colpi e gravi;
che si versar di pari ambi sul ponte,
e seco i signor lor tutti in un monte.
I due guerrieri si colpiscono con lance enormi, ma l'urto è così violento da far cadere entrambi i cavalli. I cavalieri finiscono a terra insieme alle loro cavalcature, stretti nello spazio angusto del ponte.
Ottava 70
Nel volersi levar con quella fretta
che lo spronar de’ fianchi insta e richiede,
555l’asse del ponticel lor fu sì stretta,
che non trovaro ove fermare il piede;
sì che una sorte uguale ambi li getta
ne l’acqua; e gran rimbombo al ciel ne riede,
simile a quel ch’uscì del nostro fiume,
560quando ci cadde il mal rettor del lume.
Cercando di rialzarsi, uomini e cavalli non trovano spazio per appoggiare i piedi; la strettezza del ponte li fa precipitare tutti nel fiume con un fragore enorme.
Ottava 71
I duo cavalli con tutto ’l pondo
dei cavallier, che steron fermi in sella,
a cercar la rivera insin al fondo,
se v’era ascosa alcuna ninfa bella.
565Non è già il primo salto né ’l secondo,
che giù del ponte abbia il pagano in quella
onda spiccato col destrero audace;
però sa ben come quel fondo giace:
Rodomonte conosce già il fondale del fiume perché vi è caduto più volte durante i duelli. Sa quindi dove può trovare un appoggio sicuro, a differenza del suo avversario.
Ottava 72
sa dove è saldo e sa dove è più molle,
570sa dove è l’acqua bassa e dove è l’alta.
Dal fiume il capo e il petto e i fianchi estolle,
e Brandimarte a gran vantaggio assalta.
Brandimarte il corrente in giro tolle:
ne la sabbia il destrier, che ’l fondo smalta,
575tutto si ficca, e non può riaversi,
con rischio di restarvi ambi sommersi.
Il saraceno si mette rapidamente in piedi nei punti bassi del fiume e si prepara ad assalire Brandimarte. Il cavallo di quest'ultimo resta però conficcato nella sabbia, mentre la corrente trascina il cavaliere in un vortice: entrambi rischiano di annegare.
Ottava 73
L’onda si leva e li fa andar sozzopra,
e dove è più profonda li trasporta:
va Brandimarte sotto, e ’l destrier sopra.
580Fiordiligi dal ponte afflitta e smorta
e le lacrime e i voti e i prieghi adopra:
– Ah Rodomonte, per colei che morta
tu riverisci, non esser sì fiero,
ch’affogar lasci un tanto cavalliero!
Le onde rovesciano Brandimarte e il cavallo, spingendoli verso l'acqua più profonda. Fiordiligi, terrorizzata sul ponte, supplica Rodomonte per il ricordo della donna morta che egli onora: non deve lasciar annegare un cavaliere così nobile.
Ottava 74
585Deh, cortese signor, s’unque tu amasti,
di me, ch’amo costui, pietà ti vegna.
Di farlo tuo prigion, per Dio, ti basti;
che s’orni il sasso tuo di quella insegna,
di quante spoglie mai tu gli arrecasti,
590questa fia la più bella e la più degna. –
E seppe sì ben dir, ch’ancor che fosse
sì crudo il re pagan, pur lo commosse;
La giovane invoca la pietà di Rodomonte ricordandogli che anch'egli ha amato. Gli chiede di accontentarsi di fare Brandimarte prigioniero e di aggiungerne le armi al monumento: sarebbe un trofeo più importante degli altri. Le parole riescono a commuovere il saraceno.
Ottava 75
e fe’ che ’l suo amator ratto soccorse,
che sotto acqua il destrier tenea sepolto,
595e de la vita era venuto in forse,
e senza sete avea bevuto molto.
Ma aiuto non però prima gli porse,
che gli ebbe il brando e dipoi l’elmo tolto.
De l’acqua mezzo morto il trasse, e porre
600con molti altri lo fe’ ne la sua torre.
Rodomonte salva Brandimarte, ormai quasi soffocato sott'acqua, ma prima lo disarma, sottraendogli spada ed elmo. Fa quindi portare il cavaliere, mezzo morto e prigioniero, nella sua torre insieme agli altri catturati.
Ottava 76
Fu ne la donna ogni allegrezza spenta,
quando prigion vide il suo amante gire;
ma di questo pur meglio si contenta,
che di vederlo nel fiume perire.
605Di se stessa, e non d’altri, si lamenta,
che fu cagion di farlo ivi venire,
per averli narrato ch’avea il conte
riconosciuto al periglioso ponte.
Fiordiligi è disperata di vederlo imprigionato, ma preferisce questa sorte alla sua morte nel fiume. Si rimprovera di averlo condotto al ponte raccontandogli di avervi incontrato Orlando.
Ottava 77
Quindi si parte, avendo già concetto
610di menarvi Rinaldo paladino,
o il Selvaggio Guidone, o Sansonetto,
o altri de la corte di Pipino,
in acqua e in terra cavallier perfetto
da poter contrastar col Saracino;
615se non più forte, almen più fortunato
che Brandimarte suo non era stato.
La giovane riparte per cercare un combattente capace di sconfiggere Rodomonte e liberare Brandimarte. Pensa a Rinaldo, Guidone, Sansonetto o a un altro paladino abbastanza forte, e spera anche in una fortuna migliore.
Ottava 78
Va molti giorni, prima che s’abbatta
in alcun cavallier ch’abbia sembiante
d’esser come lo vuol, perché combatta
620col Saracino e liberi il suo amante.
Dopo molto cercar di persona atta
al suo bisogno, un le vien pur avante,
che sopravesta avea ricca ed ornata,
a tronchi di cipressi ricamata.
Per molti giorni Fiordiligi non incontra nessuno che le sembri adatto all'impresa. Infine vede un cavaliere con una ricca sopravveste decorata con rami di cipresso; il narratore rinvia il suo nome a un'altra parte del racconto.
Ottava 79
625Chi costui fosse, altrove ho da narrarvi;
che prima ritornar voglio a Parigi,
e de la gran sconfitta seguitarvi,
ch’a’ Mori diè Rinaldo e Malagigi.
Quei che fuggiro io non saprei contarvi,
630né quei che fur cacciati ai fiumi stigi.
Levò a Turpino il conto l’aria oscura,
che di contarli s’avea preso cura.
Ariosto torna alla battaglia di Parigi e alla sconfitta inflitta ai saraceni da Rinaldo e Malagigi. Le vittime e i fuggiaschi sono così numerosi che perfino Turpino, intento a contarli, avrebbe perso il conto nel buio.
Ottava 80
Nel primo sonno dentro al padiglione
dormia Agramante; e un cavallier lo desta,
635dicendogli che fia fatto prigione,
se la fuga non è via più che presta.
Guarda il re intorno, e la confusione
vede dei suoi, che van senza far testa
chi qua chi là fuggendo inermi e nudi,
640che non han tempo di pur tor gli scudi.
Agramante dorme nella tenda quando un cavaliere lo sveglia, avvertendolo che deve fuggire subito per non essere catturato. Attorno a sé vede soldati nel panico, che corrono in ogni direzione senza aver avuto il tempo di prendere le armi.
Ottava 81
Tutto confuso e privo di consiglio
si facea porre indosso la corazza,
quando con Falsiron vi giunse il figlio,
Grandonio e Balugante e quella razza;
645e al re Agramante mostrano il periglio
di restar morto o preso in quella piazza:
e che può dir, se salva la persona,
che Fortuna gli sia propizia e buona.
Mentre il re cerca confusamente di indossare la corazza, arrivano Falsirone, Grandonio, Balugante e altri nobili. Tutti gli spiegano che è ormai in pericolo di morte o di cattura, e che salvarsi sarebbe già una fortuna.
Ottava 82
Così Marsilio e così il buon Sobrino,
650e così dicon gli altri ad una voce,
ch’a sua distruzion tanto è vicino,
quanto a Rinaldo il qual ne vien veloce;
che s’aspetta che giunga il paladino
con tanta gente, e un uom tanto feroce,
655render certo si può ch’egli e i suo’ amici
rimarran morti, o in man degli nimici.
Anche Marsilio e Sobrino insistono: Rinaldo si sta avvicinando con uomini molto valorosi. Se Agramante resterà nel campo, lui e i suoi compagni saranno quasi certamente uccisi o fatti prigionieri.
Ottava 83
Ma ridur si può in Arli o sia in Narbona
con quella poca gente c’ha d’intorno;
che l’una e l’altra terra è forte e buona
660da mantener la guerra più d’un giorno:
e quando salva sia la sua persona,
si potrà vendicar di questo scorno,
rifacendo l’esercito in un tratto,
onde al fin Carlo ne sarà disfatto.
I consiglieri gli suggeriscono di riparare ad Arles o a Narbona, fortezze capaci di resistere a un assedio. Una volta salvo, potrà ricostruire l'esercito e tentare in seguito di vendicarsi su Carlo Magno.
Ottava 84
665Il re Agramante al parer lor s’attenne,
ben che ’l partito fosse acerbo e duro.
Andò verso Arli, e parve aver le penne,
per quel camin che più trovò sicuro.
Oltre alle guide, in gran favor gli venne
670che la partita fu per l’aer scuro.
Ventimila tra d’Africa e di Spagna
fur, ch’a Rinaldo uscir fuor de la ragna.
Agramante, pur amareggiato, accetta il consiglio e fugge rapidamente verso Arles, aiutato dal buio e da guide esperte. Circa ventimila soldati africani e spagnoli riescono con lui a sfuggire all'accerchiamento di Rinaldo.
Ottava 85
Quei ch’egli uccise e quei che i suoi fratelli,
quei che i duo figli del signor di Vienna,
675quei che provaro empi nimici e felli
i settecento a cui Rinaldo accenna,
e quei che spense Sansonetto, e quelli
che ne la fuga s’affogaro in Senna,
chi potesse contar, conteria ancora
680ciò che sparge d’april Favonio e Flora.
Il numero dei morti, uccisi dai paladini o annegati durante la fuga nella Senna, è incalcolabile. Il poeta lo paragona alle innumerevoli piante e ai fiori che la primavera fa nascere.
Ottava 86
Istima alcun che Malagigi parte
ne la vittoria avesse de la notte;
non che di sangue le campagne sparte
fosser per lui, né per lui teste rotte:
685ma che gl’infernali angeli per arte
facesse uscir da le tartaree grotte,
e con tante bandiere e tante lance,
ch’insieme più non ne porrian due France;
Alcuni attribuiscono parte della vittoria anche alle arti magiche di Malagigi, non perché abbia combattuto personalmente, ma perché avrebbe evocato esseri infernali capaci di creare l'illusione di un esercito immenso.
Ottava 87
e che facesse udir tanti metalli,
690tanti tamburi e tanti varii suoni,
tanti anitriri in voce di cavalli,
tanti gridi e tumulti di pedoni,
che risonare e piani e monti e valli
dovean de le longique regioni:
695ed ai Mori con questo un timor diede,
che li fece voltare in fuga il piede.
L'incantesimo avrebbe fatto udire trombe, tamburi, nitriti, grida e rumori di soldati in quantità impressionante. Quel frastuono, diffuso per valli e montagne, avrebbe spinto i saraceni a fuggire credendosi circondati da forze smisurate.
Ottava 88
Non si scordò il re d’Africa Ruggiero,
ch’era ferito e stava ancora grave.
Quanto poté più acconcio s’un destriero
700lo fece por, ch’avea l’andar soave;
e poi che l’ebbe tratto ove il sentiero
fu più sicuro, il fe’ posar in nave,
e verso Arli portar commodamente,
dove s’avea a raccor tutta la gente.
Agramante non dimentica Ruggiero, ancora gravemente ferito. Lo fa sistemare su un cavallo dal passo tranquillo e, raggiunto un luogo più sicuro, lo fa trasportare su una nave diretta ad Arles, dove intende riunire i superstiti.
Ottava 89
705Quei ch’a Rinaldo e a Carlo dier le spalle
(fur, credo, centomila o poco manco),
per campagne, per boschi e monte e valle
cercaro uscir di man del popul franco;
ma la più parte trovò chiuso il calle,
710e fece rosso ov’era verde e bianco.
Così non fece il re di Sericana,
ch’avea da lor la tenda più lontana:
Una moltitudine di fuggiaschi tenta di attraversare boschi e campagne per sfuggire ai cristiani, ma molti vengono raggiunti e uccisi. Gradasso, che si trova in un settore più lontano del campo, si comporta invece in modo del tutto diverso.
Ottava 90
anzi, come egli sente che ’l signore
di Montalbano è questo che gli assalta,
715gioisce di tal iubilo nel core,
che qua e là per allegrezza salta.
Loda e ringrazia il suo sommo Fattore,
che quella notte gli occorra tant’alta
e sì rara aventura d’acquistare
720Baiardo, quel destrier che non ha pare.
Quando il re di Sericana scopre che l'attaccante è Rinaldo, è felicissimo e ringrazia il cielo: spera finalmente di potersi impossessare di Baiardo, il cavallo che desidera da molto tempo.
Ottava 91
Avea quel re gran tempo desiato
(credo ch’altrove voi l’abbiate letto)
d’aver la buona Durindana a lato,
e cavalcar quel corridor perfetto.
725E già con più di centomila armato
era venuto in Francia a questo effetto;
e con Rinaldo già sfidato s’era
per quel cavallo alla battaglia fiera;
Gradasso desidera da anni due oggetti: Durindana, la spada di Orlando, e Baiardo, il cavallo di Rinaldo. Aveva persino portato un grande esercito in Francia per ottenerli, e in passato aveva già sfidato Rinaldo per la cavalcatura.
Ottava 92
e sul lito del mar s’era condutto
730ove dovea la pugna diffinire:
ma Malagigi a turbar venne il tutto,
che fe’ il cugin, mal grado suo, partire,
avendol sopra un legno in mar ridutto.
Lungo saria tutta l’istoria dire.
735Da indi in qua stimò timido e vile
sempre Gradasso il paladin gentile.
I due avrebbero dovuto battersi sulla costa, ma l'incantesimo di Malagigi aveva trascinato Rinaldo su una nave, impedendo il duello. Da allora Gradasso aveva ingiustamente creduto che il paladino fosse fuggito per paura.
Ottava 93
Or che Gradasso esser Rinaldo intende
costui ch’assale il campo, se n’allegra.
Si veste l’arme, e la sua alfana prende,
740e cercando lo va per l’aria negra:
e quanti ne riscontra, a terra stende;
ed in confuso lascia afflitta ed egra
la gente, o sia di Libia o sia di Francia:
tutti li mena a un par la buona lancia.
Ora Gradasso indossa l'armatura, sale sulla propria cavalcatura e cerca Rinaldo nel buio del campo. Durante la ricerca travolge con la lancia chiunque incontri, senza distinguere saraceni e cristiani.
Ottava 94
745Lo va di qua di là tanto cercando,
chiamando spesso e quanto può più forte,
e sempre a quella parte declinando,
ove più folte son le genti morte,
ch’al fin s’incontra in lui brando per brando
750poi che le lance loro ad una sorte
eran salite in mille schegge rotte
sin al carro stellato de la Notte.
Gradasso si dirige verso i luoghi dove il combattimento è più violento, chiamando Rinaldo a gran voce. Alla fine i due si incontrano e si affrontano: le lance si spezzano e proseguono il duello con le spade.
Ottava 95
Quando Gradasso il paladin gagliardo
conosce, e non perché ne vegga insegna,
755ma per gli orrendi colpi e per Baiardo,
che par che sol tutto quel campo tegna;
non è, gridando, a improverargli tardo
la prova che di sé fece non degna:
ch’al dato campo il giorno non comparse,
760che tra lor la battaglia dovea farse.
Gradasso riconosce Rinaldo non dall'insegna, ma dalla sua forza e dal cavallo Baiardo. Subito gli rinfaccia di non essersi presentato al precedente appuntamento per il duello, accusandolo di comportamento indegno.
Ottava 96
Suggiunse poi: – Tu forse avevi speme,
se potevi nasconderti quel punto,
che non mai più per raccozzarci insieme
fossimo al mondo: or vedi ch’io t’ho giunto.
765Sie certo, se tu andassi ne l’estreme
fosse di Stige, o fossi in cielo assunto,
ti seguirò, quando abbi il destrier teco,
ne l’alta luce e giù nel mondo cieco.
Gradasso dichiara di aver creduto che Rinaldo si fosse nascosto per non incontrarlo più. Adesso lo ha ritrovato e giura che lo inseguirebbe perfino in cielo o nell'oltretomba pur di conquistare Baiardo.
Ottava 97
Se d’aver meco a far non ti dà il core,
770e vedi già che non puoi starmi a paro,
e più stimi la vita che l’onore,
senza periglio ci puoi far riparo,
quando mi lasci in pace il corridore;
e viver puoi, se sì t’è il viver caro:
775ma vivi a piè, che non merti cavallo,
s’alla cavalleria fai sì gran fallo. –
Per provocarlo, Gradasso gli offre di lasciarlo vivere, se riconosce di essere inferiore e gli consegna il cavallo. Aggiunge che Rinaldo dovrebbe continuare la sua vita a piedi, perché avrebbe disonorato la cavalleria.
Ottava 98
A quel parlar si ritrovò presente
con Ricciardetto il cavallier Selvaggio;
e le Spade ambi trassero ugualmente,
780per far parere il Serican mal saggio.
Ma Rinaldo s’oppose immantinente,
e non patì che se gli fêsse oltraggio,
dicendo: – Senza voi dunque non sono
a chi m’oltraggia per risponder buono? –
Guidone e Ricciardetto, presenti alla provocazione, estraggono le spade per difendere Rinaldo. Quest'ultimo li ferma, dichiarando di essere perfettamente capace di rispondere da solo alle offese.
Ottava 99
785Poi se ne ritornò verso il pagano,
e disse: – Odi, Gradasso; io voglio farte,
e tu m’ascolti, manifesto e piano
ch’io venni alla marina a ritrovarte:
e poi ti sosterrò con l’arme in mano,
790che t’avrò detto il vero in ogni parte;
e sempre che tu dica mentirai,
ch’alla cavalleria mancass’io mai.
Rinaldo afferma di essersi presentato davvero al luogo del primo duello e promette di dimostrarlo. Accusa Gradasso di mentire quando lo rimprovera di aver violato il codice cavalleresco.
Ottava 100
Ma ben ti priego che prima che sia
pugna tra noi, che pianamente intenda
795la giustissima e vera scusa mia,
acciò ch’a torto più non mi riprenda;
e poi Baiardo al termine di pria
tra noi vorrò ch’a piedi si contenda
da solo a solo in solitario lato,
800sì come a punto fu da te ordinato. –
Prima di combattere Rinaldo chiede a Gradasso di ascoltare la spiegazione della sua assenza. Propone poi di decidere a piedi, in un luogo isolato, a chi debba appartenere Baiardo, come era stato stabilito inizialmente.
Ottava 101
Era cortese il re di Sericana,
come ogni cor magnanimo esser suole;
ed è contento udir la cosa piana,
e come il paladin scusar si vuole.
805Con lui ne viene in ripa alla fiumana,
ove Rinaldo in semplici parole
alla sua vera istoria trasse il velo,
e chiamò in testimonio tutto ’l cielo:
Gradasso, nonostante l'orgoglio, è abbastanza cortese da ascoltarlo. I due si allontanano verso il fiume e Rinaldo racconta come Malagigi lo avesse incantato e portato via contro la sua volontà.
Ottava 102
e poi chiamar fece il figliuol di Buovo,
810l’uom che di questo era informato a pieno,
ch’a parte a parte replicò di nuovo
l’incanto suo, né disse più né meno.
Soggiunse poi Rinaldo: – Ciò ch’io provo
col testimonio, io vo’ che l’arme sieno,
815che ora e in ogni tempo che ti piace,
te n’abbiano a far prova più verace. –
Rinaldo fa venire anche Malagigi, che conferma dettagliatamente la storia dell'incantesimo. Poi il paladino dichiara di essere comunque disposto a difendere con le armi la propria lealtà, in qualunque momento Gradasso desideri.
Ottava 103
Il re Gradasso, che lasciar non volle
per la seconda la querela prima,
le scuse di Rinaldo in pace tolle,
820ma se son vere o false in dubbio stima.
Non tolgon campo più sul lito molle
di Barcelona, ove lo tolser prima;
ma s’accordaro per l’altra matina
trovarsi a una fontana indi vicina:
Gradasso accetta la spiegazione senza decidere se sia vera, ma non rinuncia alla contesa per Baiardo. I due stabiliscono di combattere la mattina seguente presso una fonte, invece che sul litorale di Barcellona come la volta precedente.
Ottava 104
825ove Rinaldo seco abbia il cavallo,
che posto sia communemente in mezzo:
se ’l re uccide Rinaldo o il fa vassallo,
se ne pigli il destrier senz’altro mezzo,
ma se Gradasso è quel che faccia fallo,
830che sia condotto all’ultimo ribrezzo,
o, per più non poter, che gli si renda,
da lui Rinaldo Durindana prenda.
L'accordo prevede che Baiardo sia lasciato tra i due contendenti. Se Gradasso vincerà o costringerà Rinaldo ad arrendersi, terrà il cavallo; se sarà Rinaldo a prevalere, otterrà Durindana dal re di Sericana.
Ottava 105
Con maraviglia molta e più dolore
(come v’ho detto) avea Rinaldo udito
835da Fiordiligi bella, ch’era fuore
de l’intelletto il suo cugino uscito.
Avea de l’arme inteso anco il tenore,
e del litigio che n’era seguito;
e ch’in somma Gradasso avea quel brando
840ch’ornò di mille e mille palme Orlando.
Rinaldo ricorda con dolore ciò che Fiordiligi gli ha raccontato sulla follia di Orlando e sulla perdita delle sue armi. Sa che Gradasso ora possiede Durindana, la spada con cui il cugino aveva compiuto innumerevoli imprese.
Ottava 106
Poi che furon d’accordo, ritornosse
il re Gradasso ai servitori sui
ben che dal paladin pregato fosse
che ne venisse ad alloggiar con lui.
845Come fu giorno, il re pagano armosse;
così Rinaldo: e giunsero ambedui
ove dovea non lungi alla fontana
combattersi Baiardo e Durindana.
Dopo aver definito le condizioni, Gradasso rifiuta l'invito a pernottare nell'accampamento di Rinaldo e torna dai propri servitori. All'alba entrambi si armano e raggiungono il luogo stabilito per il duello.
Ottava 107
De la battaglia che Rinaldo avere
850con Gradasso dovea da solo a solo,
parean gli amici suoi tutti temere,
e inanzi il caso ne faceano il duolo.
Molto ardir, molta forza, alto sapere
avea Gradasso; ed or che del figliuolo
855del gran Milone avea la spada al fianco,
di timor per Rinaldo era ognun bianco.
I compagni di Rinaldo sono molto preoccupati: Gradasso possiede forza, esperienza e abilità straordinarie, e ora impugna anche la celebre spada di Orlando. Temono che Rinaldo possa rimanere sconfitto o ucciso.
Ottava 108
E più degli altri il frate di Viviano
stava di questa pugna in dubbio e in tema,
ed anco volentier vi porria mano
860per farla rimaner d’effetto scema:
ma non vorria che quel da Montalbano
seco venisse a inimicizia estrema;
ch’anco avea di quell’altra seco sdegno,
che gli turbò, quando il levò sul legno.
Malagigi, in particolare, vorrebbe impedire lo scontro per proteggere il parente. Teme però che intervenire nuovamente con la magia, come aveva fatto in passato, provochi l'ira di Rinaldo e rompa definitivamente il loro rapporto.
Ottava 109
865Ma stiano gli altri in dubbio, in tema, in doglia:
Rinaldo se ne va lieto e sicuro,
sperando ch’ora il biasmo se gli toglia,
ch’avere a torto gli parea pur duro;
sì che quei da Pontieri e d’Altafoglia
870faccia cheti restar, come mai furo.
Va con baldanza e sicurtà di core
di riportarne il trionfale onore.
Rinaldo, al contrario, si avvia al duello fiducioso e lieto: spera finalmente di cancellare l'ingiusta accusa di codardia e di vincere davanti ai testimoni del proprio onore.
Ottava 110
Poi che l’un quinci e l’altro quindi giunto
fu quasi a un tempo in su la chiara fonte,
875s’accarezzaro, e fero a punto a punto
così serena ed amichevol fronte,
come di sangue e d’amistà congiunto
fosse Gradasso a quel di Chiaramonte.
Ma come poi s’andassero a ferire,
880vi voglio a un’altra volta differire.
I due avversari arrivano quasi contemporaneamente alla fonte e si salutano cordialmente, come se fossero parenti o amici. Il narratore interrompe però la vicenda prima che inizino a colpirsi e rinvia il duello al canto successivo.