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L’Orlando furioso · Ludovico Ariosto

Canto trentesimo

Testo originale e parafrasi

Ogni ottava affianca il testo originale alla parafrasi in italiano contemporaneo.

Testo originaleParafrasi
Ottava 1
1Quando vincer da l’impeto e da l’ira
si lascia la ragion, né si difende,
e che ’l cieco furor sì inanzi tira
o mano o lingua, che gli amici offende;
5se ben dipoi si piange e si sospira,
non è per questo che l’error s’emende.
Lasso! io mi doglio e affliggo invan di quanto
dissi per ira al fin de l’altro canto.
Quando la ragione cede alla rabbia, si finisce per dire o fare cose offensive persino verso gli amici. Il pentimento successivo non cancella il male compiuto: per questo il poeta si rammarica delle parole ingiuste pronunciate contro le donne alla fine del canto precedente.
Ottava 2
Ma simile son fatto ad uno infermo,
10che dopo molta pazienza e molta,
quando contra il dolor non ha più schermo,
cede alla rabbia e a bestemmiar si volta.
Manca il dolor, né l’impeto sta fermo,
che la lingua al dir mal facea sì sciolta;
15e si ravvede e pente e n’ha dispetto:
ma quel c’ha detto, non può far non detto.
Ariosto si paragona a un malato che sopporta a lungo il dolore, poi perde la pazienza e bestemmia. Quando la sofferenza si attenua, comprende l'errore e se ne pente, ma ormai non può ritirare le parole pronunciate.
Ottava 3
Ben spero, donne, in vostra cortesia
aver da voi perdon, poi ch’io vel chieggio.
Voi scusarete, che per frenesia,
20vinto da l’aspra passion, vaneggio.
Date la colpa alla nimica mia,
che mi fa star, ch’io non potrei star peggio,
e mi fa dir quel di ch’io son poi gramo:
sallo Idio, s’ella ha il torto; essa, s’io l’amo.
Il narratore chiede perdono alle donne e confessa di aver parlato sotto l'effetto della passione amorosa, che gli fa perdere il controllo. Attribuisce il proprio tormento alla donna amata: Dio sa se lei abbia torto, e lei stessa sa quanto egli la ami.
Ottava 4
25Non men son fuor di me, che fosse Orlando;
e non son men di lui di scusa degno,
ch’or per li monti, or per le piagge errando,
scorse in gran parte di Marsilio il regno,
molti dì la cavalla strascinando
30morta, come era, senza alcun ritegno;
ma giunto ove un gran fiume entra nel mare,
gli fu forza il cadavero lasciare.
Ariosto si sente fuori di sé non meno di Orlando. Il paladino impazzito attraversa una parte della Spagna governata da Marsilio, trascinando per giorni la cavalla morta; quando raggiunge la foce di un grande fiume, deve infine abbandonare la carcassa.
Ottava 5
E perché sa nuotar come una lontra,
entra nel fiume, e surge all’altra riva.
35Ecco un pastor sopra un cavallo incontra,
che per abeverarlo al fiume arriva.
Colui, ben che gli vada Orlando incontra,
perché egli è solo e nudo, non lo schiva.
– Vorrei del tuo ronzin (gli disse il matto)
40con la giumenta mia far un baratto.
Orlando attraversa il fiume a nuoto con grande facilità e sulla riva opposta incontra un pastore arrivato per abbeverare il cavallo. Il pastore non teme quell'uomo nudo e solo, mentre Orlando gli propone di scambiare la sua cavalcatura con la cavalla morta.
Ottava 6
Io te la mostrerò di qui, se vuoi;
che morta là su l’altra ripa giace:
la potrai far tu medicar dipoi;
altro diffetto in lei non mi dispiace.
45Con qualche aggiunta il ronzin dar mi puoi:
smontane in cortesia, perché mi piace. –
Il pastor ride, e senz’altra risposta
va verso il guado, e dal pazzo si scosta.
Il paladino indica la carcassa lasciata sull'altra sponda e assicura assurdamente che basterà curarla, perché non ha altri difetti. Pretende anzi un compenso aggiuntivo nello scambio; il pastore ride e si allontana senza rispondere.
Ottava 7
– Io voglio il tuo cavallo: olà non odi? –
50suggiunse Orlando, e con furor si mosse.
Avea un baston con nodi spessi e sodi
quel pastor seco, e il paladin percosse.
La rabbia e l’ira passò tutti i modi
del conte; e parve fier più che mai fosse.
55Sul capo del pastore un pugno serra,
che spezza l’osso, e morto il caccia in terra.
Orlando insiste violentemente per ottenere il cavallo. Il pastore cerca di respingerlo colpendolo con un robusto bastone, ma il paladino, furibondo, gli fracassa il cranio con un pugno e lo uccide.
Ottava 8
Salta a cavallo, e per diversa strada
va discorrendo, e molti pone a sacco.
Non gusta il ronzin mai fieno né biada,
60tanto ch’in pochi dì ne riman fiacco:
ma non però ch’Orlando a piedi vada,
che di vetture vuol vivere a macco;
e quante ne trovò, tante ne mise
in uso, poi che i lor patroni uccise.
Salito sul cavallo rubato, Orlando attraversa il territorio devastandolo e saccheggiando gli abitanti. Non dà mai da mangiare all'animale, che si indebolisce presto; quando la cavalcatura non regge più, uccide altri proprietari per procurarsene una nuova.
Ottava 9
65Capitò al fin a Malega, e più danno
vi fece, ch’egli avesse altrove fatto:
che oltre che ponesse a saccomanno
il popul sì, che ne restò disfatto,
né si poté rifar quel né l’altr’anno;
70tanti n’uccise il periglioso matto,
vi spianò tante case e tante accese,
che disfe’ più che ’l terzo del paese.
Arrivato a Malaga, Orlando provoca distruzioni ancora peggiori: uccide numerosi abitanti, saccheggia la città, abbatte e incendia tante case da distruggerne più di un terzo. Il luogo non riesce a riprendersi neppure nell'anno successivo.
Ottava 10
Quindi partito, venne ad una terra,
Zizera detta, che siede allo stretto
75di Zibeltarro, o vuoi di Zibelterra,
che l’uno e l’altro nome le vien detto;
ove una barca che sciogliea da terra
vide piena di gente da diletto,
che solazzando all’aura matutina,
80gìa per la tranquillissima marina.
Lasciata Malaga, raggiunge la zona dello stretto di Gibilterra, presso una località chiamata Zizera. Qui vede una barca piena di persone che, nella quiete del mattino, stanno navigando per divertimento.
Ottava 11
Cominciò il pazzo a gridar forte: –Aspetta! –
che gli venne disio d’andare in barca.
Ma bene invano e i gridi e gli urli getta;
che volentier tal merce non si carca.
85Per l’acqua il legno va con quella fretta
che va per l’aria irondine che varca.
Orlando urta il cavallo e batte e stringe,
e con un mazzafrusto all’acqua spinge.
Orlando desidera salire a bordo e ordina ai naviganti di aspettarlo, ma quelli fuggono: nessuno vuole imbarcare un uomo tanto pericoloso. Il paladino allora sprona e percuote il cavallo, costringendolo a dirigersi verso l'acqua per inseguire la barca.
Ottava 12
Forza è ch’al fin nell’acqua il cavallo entre,
90ch’invan contrasta, e spende invano ogni opra:
bagna i genocchi, e poi la groppa e ’l ventre,
indi la testa, e a pena appar di sopra.
Tornare a dietro non si speri, mentre
la verga tra l’orecchie se gli adopra.
95Misero! o si convien tra via affogare,
o nel lito african passare il mare.
Nonostante la resistenza, il cavallo è spinto sempre più in profondità: prima si bagna le zampe, poi il ventre e infine la testa. Orlando continua a colpirlo, impedendogli di tornare indietro; l'animale rischia così di affogare nel tentativo di raggiungere l'Africa.
Ottava 13
Non vede Orlando più poppe né sponde
che tratto in mar l’avean dal lito asciutto;
che son troppo lontane, e le nasconde
100agli occhi bassi l’alto e mobil flutto:
e tuttavia il destrier caccia tra l’onde,
ch’andar di là dal mar dispone in tutto.
Il destrier, d’acqua pieno e d’alma voto,
finalmente finì la vita e il nuoto.
Le onde nascondono ormai alla vista di Orlando tanto la barca quanto la costa. Egli continua ostinatamente a spingere la cavalcatura al largo, deciso ad attraversare il mare; esausto e pieno d'acqua, il cavallo muore mentre nuota.
Ottava 14
105Andò nel fondo, e vi traea la salma,
se non si tenea Orlando in su le braccia.
Mena le gambe e l’una e l’altra palma,
e soffia, e l’onda spinge da la faccia.
Era l’aria soave e il mare in calma:
110e ben vi bisognò più che bonaccia;
ch’ogni poco che ’l mar fosse più sorto,
restava il paladin ne l’acqua morto.
Il cavallo sprofonda e trascinerebbe Orlando con sé se il paladino non cominciasse a nuotare con braccia e gambe. Il mare fortunatamente è calmo; con onde appena più forti, anche la sua straordinaria forza non lo avrebbe salvato.
Ottava 15
Ma la Fortuna, che dei pazzi ha cura,
del mar lo trasse nel lito di Setta,
115in una spiaggia, lungi da le mura
quanto sarian duo tratti di saetta.
Lungo il mar molti giorni alla ventura
verso levante andò correndo in fretta;
fin che trovò, dove tendea sul lito
120di nera gente esercito infinito.
La fortuna conduce Orlando sulla costa africana, presso Ceuta. Egli prosegue correndo verso oriente lungo la spiaggia per molti giorni, finché incontra un immenso esercito di uomini neri accampato in riva al mare.
Ottava 16
Lasciamo il paladin ch’errando vada:
ben di parlar di lui tornerà tempo.
Quanto, Signore, ad Angelica accada
dopo ch’uscì di man del pazzo a tempo;
125e come a ritornare in sua contrada
trovasse e buon navilio e miglior tempo,
e de l’India a Medor desse lo scettro,
forse altri canterà con miglior plettro.
Il poeta sospende il racconto di Orlando. Accenna al ritorno di Angelica in India con Medoro, al loro viaggio per mare e al regno che lei affida allo sposo, ma lascia ad altri l'eventuale narrazione dettagliata di quelle vicende.
Ottava 17
Io sono a dir tante altre cose intento,
130che di seguir più questa non mi cale.
Volger conviemmi il bel ragionamento
al Tartaro, che spinto il suo rivale,
quella bellezza si godea contento,
a cui non resta in tutta Europa uguale,
135poscia che se n’è Angelica partita,
e la casta Issabella al ciel salita.
Ci sono troppe altre storie da raccontare: Ariosto torna perciò a Mandricardo, il cavaliere tartaro che ha conquistato Doralice, ora considerata la donna più bella d'Europa dopo la partenza di Angelica e la morte di Isabella.
Ottava 18
De la sentenza Mandricardo altiero,
ch’in suo favor la bella donna diede,
non può fruir tutto il diletto intero;
140che contra lui son altre liti in piede.
L’una gli muove il giovene Ruggiero,
perché l’aquila bianca non gli cede;
l’altra il famoso re di Sericana,
che da lui vuol la spada Durindana.
Mandricardo è orgoglioso della decisione che gli ha assegnato Doralice, ma non può godersi tranquillamente la vittoria. Ruggiero lo sfida perché porta sullo scudo l'aquila bianca, mentre Gradasso pretende di sottrargli la spada Durindana.
Ottava 19
145S’affatica Agramante, né disciorre,
né Marsilio con lui, sa questo intrico:
né solamente non li può disporre
che voglia l’un de l’altro essere amico;
ma che Ruggiero a Mandricardo torre
150lasci lo scudo del Troiano antico,
o Gradasso la spada non gli vieti,
tanto che questa o quella lite accheti.
Agramante e Marsilio cercano inutilmente di conciliare i contendenti. Ruggiero non sopporta che Mandricardo conservi lo scudo con l'insegna contestata, e Gradasso non rinuncia a rivendicare Durindana: nessuno accetta un compromesso.
Ottava 20
Ruggier non vuol ch’in altra pugna vada
con lo suo scudo; né Gradasso vuole
155che, fuor che contra sé porti la spada
che ’l glorioso Orlando portar suole.
– Al fin veggiamo in cui la sorte cada
(disse Agramante), e non sian più parole;
veggiàn quel che Fortuna ne disponga,
160e sia preposto quel ch’ella preponga.
Ruggiero esige che Mandricardo non combatta più con quello scudo; Gradasso vuole che Durindana sia usata soltanto contro di lui. Per chiudere le discussioni, Agramante propone di affidare alla sorte la soluzione dei due conflitti.
Ottava 21
E se compiacer meglio mi volete,
onde d’aver ve n’abbia obligo ognora,
chi de’ di voi combatter, sortirete;
ma con patto, ch’al primo ch’esca fuora,
165amendue le querele in man porrete:
sì che, per sé vincendo, vinca ancora
pel compagno; e perdendo l’un di vui,
così perduto abbia per ambidui.
Il re suggerisce di estrarre a sorte quale dei due sfidanti, Ruggiero o Gradasso, dovrà combattere Mandricardo. Il risultato dell'unico duello dovrà valere per entrambe le controversie: chi verrà scelto rappresenterà anche l'altro, qualunque sia l'esito.
Ottava 22
Tra Gradasso e Ruggier credo che sia
170di valor nulla o poca differenza;
e di lor qual si vuol venga fuor pria,
so ch’in arme farà per eccellenza.
Poi la vittoria da quel canto stia,
che vorrà la divina providenza.
175Il cavallier non avrà colpa alcuna,
ma il tutto imputerassi alla Fortuna. –
Agramante osserva che Ruggiero e Gradasso sono quasi uguali per valore e che nessuno potrà rimproverare loro di aver ceduto per debolezza. La vittoria sarà attribuita alla volontà della Provvidenza o alla fortuna, non all'eventuale scelta del re.
Ottava 23
Steron taciti al detto d’Agramante
e Ruggiero e Gradasso; ed accordarsi
che qualunque di loro uscirà inante,
180e l’una briga e l’altra abbia a pigliarsi.
Così in duo brevi, ch’avean simigliante
ed ugual forma, i nomi lor notarsi;
e dentro un’urna quelli hanno rinchiusi,
versati molto, e sozzopra confusi.
Ruggiero e Gradasso accettano la proposta senza protestare. I loro nomi sono scritti su due foglietti identici, riposti in un'urna e mescolati accuratamente, così che l'estrazione sia imparziale.
Ottava 24
185Un semplice fanciul nell’urna messe
la mano, e prese un breve; e venne a caso
ch’in questo il nome di Ruggier si lesse,
essendo quel del Serican rimaso.
Non si può dir quanta allegrezza avesse,
190quando Ruggier si sentì trar del vaso,
e d’altra parte il Sericano doglia;
ma quel che manda il ciel, forza è che toglia.
Un bambino prende uno dei biglietti: esce il nome di Ruggiero. Il giovane è felicissimo di poter combattere, mentre Gradasso soffre per essere stato escluso, pur dovendo accettare il risultato del sorteggio.
Ottava 25
Ogni suo studio il Sericano, ogni opra
a favorire, ad aiutar converte
195perché Ruggiero abbia a restar di sopra:
e le cose in suo pro, ch’avea già esperte,
come or di spada, or di scudo si cuopra,
qual sien botte fallaci e qual sien certe,
quando tentar, quando schivar fortuna
200si dee, gli torna a mente ad una ad una.
Gradasso decide di fare tutto il possibile per aiutare Ruggiero a vincere. Ripensa ai propri combattimenti e ai consigli che potrebbe dargli sull'uso della spada, della difesa e sul momento giusto per attaccare o evitare un colpo.
Ottava 26
Il resto di quel dì, che da l’accordo
e dal trar de le sorti sopravanza,
è speso dagli amici in dar ricordo,
chi a l’un guerrier chi all’altro, come è usanza.
205Il popul, di veder la pugna ingordo,
s’affretta a gara d’occupar la stanza:
né basta a molti inanzi giorno andarvi,
che voglion tutta notte anco veggiarvi.
Il resto della giornata viene impiegato dai sostenitori dei due avversari per distribuire raccomandazioni. Intanto la folla, ansiosa di vedere lo scontro, occupa gli spazi migliori attorno al campo, e qualcuno rimane sul posto anche durante la notte.
Ottava 27
La sciocca turba disiosa attende
210ch’i duo buon cavallier vengano in prova;
che non mira più lungi né comprende
di quel ch’inanzi agli occhi si ritrova.
Ma Sobrino e Marsilio, e chi più intende
e vede ciò che nuoce e ciò che giova,
215biasma questa battaglia, ed Agramante,
che voglia comportar che vada inante.
Il pubblico desidera lo spettacolo senza pensare alle conseguenze politiche. Sobrino, Marsilio e gli altri consiglieri più prudenti, invece, criticano Agramante per aver consentito un duello tra due guerrieri indispensabili all'esercito saraceno.
Ottava 28
Né cessan raccordargli il grave danno
che n’ha d’avere il popul saracino,
muora Ruggiero o il tartaro tiranno,
220quel che prefisso è dal suo fier destino:
d’un sol di lor via più bisogno avranno
per contrastare al figlio di Pipino,
che di dieci altri mila che ci sono,
tra’ quai fatica è ritrovare un buono.
I consiglieri spiegano che, qualunque sia il vincitore, l'esercito perderà uno dei suoi combattenti più preziosi. Contro Carlo Magno, ciascuno di quei due cavalieri sarebbe più utile di migliaia di soldati ordinari.
Ottava 29
225Conosce il re Agramante che gli è vero,
ma non può più negar ciò c’ha promesso.
Ben prega Mandricardo e il buon Ruggiero,
che gli ridonin quel c’ha lor concesso;
e tanto più che ’l lor litigio è un zero,
230né degno in prova d’arme esser rimesso:
e s’in ciò pur nol vogliono ubbidire,
voglino almen la pugna differire.
Agramante riconosce che il ragionamento è corretto, ma ormai ha dato la sua parola. Supplica allora Ruggiero e Mandricardo di rinunciare a una lite così poco importante, o almeno di rinviare lo scontro.
Ottava 30
Cinque o sei mesi il singular certame,
o meno o più, si differisca, tanto
235che cacciato abbin Carlo del reame,
tolto lo scettro, la corona e il manto.
Ma l’un e l’altro, ancor che voglia e brame
il re ubbidir, pur sta duro da canto;
che tale accordo obbrobrioso stima
240a chi ’l consenso suo vi darà prima,
Il re propone di rimandare il duello di cinque o sei mesi, fino alla conquista della Francia e alla sconfitta di Carlo Magno. Nessuno dei due avversari, però, vuole essere il primo a cedere, perché considera umiliante dare il proprio consenso.
Ottava 31
Ma più del re, ma più d’ognun ch’invano
spenda a placare il Tartaro parole,
la bella figlia del re Stordilano
supplice il priega, e si lamenta e duole:
245lo prega che consenta al re africano
e voglia quel che tutto il campo vuole;
si lamenta e si duol che per lui sia
timida sempre e piena d’angonia.
Doralice si unisce più di tutti alle preghiere rivolte a Mandricardo. Lo supplica di seguire il desiderio di Agramante e di tutto l'esercito, lamentando che la sua continua inclinazione ai duelli la costringe a vivere nell'angoscia.
Ottava 32
– Lassa! (dicea) che ritrovar poss’io
250rimedio mai ch’a riposar mi vaglia,
s’or contra questo, or quel, nuovo disio
vi trarrà sempre a vestir piastra e maglia?
C’ha potuto giovare al petto mio
il gaudio che sia spenta la battaglia
255per me da voi contra quell’altro presa,
se un’altra non minor se n’è già accesa?
La giovane gli domanda come potrebbe mai trovare pace se ogni nuova rivalità lo spingerà a rischiare la vita. Appena concluso lo scontro combattuto per lei, Mandricardo è già pronto a impegnarsi in una battaglia altrettanto pericolosa.
Ottava 33
Ohimè! ch’invano i’ me n’andava altiera
ch’un re sì degno, un cavallier sì forte
per me volesse in perigliosa e fiera
260battaglia porsi al risco de la morte;
ch’or veggo per cagion tanto leggiera
non meno esporvi alla medesma sorte.
Fu natural ferocità di core
ch’a quella v’istigò, più che ’l mio amore.
Doralice confessa di essersi inizialmente sentita onorata perché un re valoroso era pronto a rischiare la vita per conquistarla. Ora capisce però che Mandricardo combatte con la stessa ostinazione per un motivo insignificante: più che l'amore, lo guida un carattere aggressivo.
Ottava 34
265Ma se gli è ver che ’l vostro amor sia quello
che vi sforzate di mostrarmi ognora,
per lui vi prego, e per quel gran flagello
che mi percuote l’alma e che m’accora,
che non vi caglia se ’l candido augello
270ha ne lo scudo quel Ruggiero ancora.
Utile o danno a voi non so ch’importi,
che lasci quella insegna o che la porti.
Se Mandricardo la ama davvero, dovrebbe ascoltare la sua richiesta e non preoccuparsi dell'aquila bianca dipinta sullo scudo di Ruggiero. Che quel cavaliere porti o meno l'insegna non comporta alcun vantaggio o danno concreto per lui.
Ottava 35
Poco guadagno, e perdita uscir molta
de la battaglia può, che per far sète:
275quando abbiate a Ruggier l’aquila tolta,
poca mercé d’un gran travaglio avrete;
ma se Fortuna le spalle vi volta
(che non però nel crin presa tenete),
causate un danno, ch’a pensarvi solo
280mi sento il petto già sparrar di duolo.
Il duello può offrire una ricompensa minima e causare una perdita enorme. Anche se Mandricardo conquistasse l'insegna, otterrebbe poco; se invece morisse, Doralice perderebbe tutto, e il solo pensiero la fa soffrire.
Ottava 36
Quando la vita a voi per voi non sia
cara, e più amate un’aquila dipinta,
vi sia almen cara per la vita mia:
non sarà l’una senza l’altra estinta.
285Non già morir con voi grave mi fia:
son di seguirvi in vita e in morte accinta;
ma non vorrei morir sì malcontenta
come io morrò, se dopo voi son spenta. –
Doralice gli chiede di attribuire valore alla propria vita almeno per amore di lei. Non teme di seguirlo nella morte, ma non vuole morire dopo averlo perduto per una controversia tanto assurda.
Ottava 37
Con tai parole e simili altre assai,
290che le lacrime accompagnano e sospiri,
pregar non cessa tutta notte mai
perch’alla pace il suo amator ritiri;
e quel, suggendo dagli umidi rai
quel dolce pianto, e quei dolci martiri
295da le vermiglie labra più che rose,
lacrimando egli ancor, così rispose:
La giovane insiste tutta la notte, piangendo, sospirando e baciando Mandricardo mentre cerca di convincerlo alla pace. Commosso dalle sue lacrime e dal suo affetto, anche il cavaliere piange e prova a rassicurarla.
Ottava 38
– Deh, vita mia, non vi mettete affanno,
deh non, per Dio, di così lieve cosa;
che se Carlo e ’l re d’Africa, e ciò c’hanno
300qui di gente moresca e di franciosa,
spiegasson le bandiere in mio sol danno,
voi pur non ne dovreste esser pensosa.
Ben mi mostrate in poco conto avere,
se per me un Ruggier sol vi fa temere.
Mandricardo le chiede di non preoccuparsi: si sente così potente che, persino se Carlo, Agramante e tutti i loro eserciti lo attaccassero insieme, non dovrebbe temere. Il fatto che Doralice abbia paura di un solo Ruggiero gli sembra una sottovalutazione del suo valore.
Ottava 39
305E vi dovria pur ramentar che, solo
(e spada io non avea né scimitarra),
con un troncon di lancia a un grosso stuolo
d’armati cavallier tolsi la sbarra.
Gradasso, ancor che con vergogna e duolo
310lo dica, pure, a chi ’l domanda, narra
che fu in Soria a un castel mio prigioniero;
ed è pur d’altra fama che Ruggiero.
Le ricorda di aver sconfitto da solo un gran numero di cavalieri armati usando soltanto un pezzo di lancia. Perfino Gradasso, guerriero celebre, dovrebbe ammettere di essere stato suo prigioniero in un castello della Siria.
Ottava 40
Non niega similmente il re Gradasso,
e sallo Isolier vostro e Sacripante,
315io dico Sacripante, il re circasso,
e ’l famoso Grifone ed Aquilante,
cent’altri e più, che pure a questo passo
stati eran presi alcuni giorni inante,
macometani e gente di battesmo,
320che tutti liberai quel dì medesmo.
Secondo Mandricardo, anche Sacripante, Isoliero, Grifone, Aquilante e molti altri combattenti possono testimoniare quella prova, perché erano stati catturati e lui li aveva liberati nello stesso giorno.
Ottava 41
Non cessa ancor la maraviglia loro
de la gran prova ch’io feci quel giorno,
maggior, che se l’esercito del Moro
e del Franco inimici avessi intorno.
325Ed or potrà Ruggier, giovine soro,
farmi da solo a solo o danno o scorno?
Ed or c’ho Durindana e l’armatura
d’Ettòr, vi de’ Ruggier metter paura?
Tutti ricordano ancora con meraviglia la sua impresa, che Mandricardo considera più straordinaria di una battaglia contro due eserciti. Ora possiede anche Durindana e l'armatura di Ettore: perciò trova ridicolo che Doralice lo creda minacciato da Ruggiero.
Ottava 42
Deh, perché dianzi in prova non venni io,
330se far di voi con l’arme io potea acquisto?
So che v’avrei sì aperto il valor mio,
ch’avresti il fin già di Ruggier previsto.
Asciugate le lacrime, e, per Dio,
non mi fate uno augurio così tristo;
335e siate certa che ’l mio onor m’ha spinto,
non ne lo scudo il bianco augel dipinto. –
Mandricardo afferma che avrebbe dimostrato il proprio valore con le armi anche per conquistare Doralice, e avrebbe certamente prevalso. La invita ad asciugare le lacrime e spiega che vuole battersi non per il disegno sull'insegna, ma per difendere il suo onore.
Ottava 43
Così disse egli; e molto ben risposto
gli fu da la mestissima sua donna,
che non pur lui mutato di proposto,
340ma di luogo avria mossa una colonna.
Ella era per dover vincer lui tosto,
ancor ch’armato, e ch’ella fosse in gonna;
e l’avea indutto a dir, se ’l re gli parla
d’accordo più, che volea contentarla.
Doralice risponde con argomenti tanto convincenti che sembra sul punto di far cambiare idea all'amato. Mandricardo arriva a promettere che, se il re tornerà a parlare di una soluzione pacifica, sarà disposto ad assecondarla.
Ottava 44
345E lo facea; se non, tosto ch’al Sole
la vaga Aurora fe’ l’usata scorta,
l’animoso Ruggier, che mostrar vuole
che con ragion la bella aquila porta,
per non udir più d’atti e di parole
350dilazion, ma far la lite corta,
dove circonda il popul lo steccato,
sonando il corno s’appresenta armato.
Ma all'alba Ruggiero, impaziente di rivendicare l'aquila bianca e di evitare altri rinvii, si presenta armato presso il campo del duello e suona il corno per sfidare pubblicamente Mandricardo.
Ottava 45
Tosto che sente il Tartaro superbo,
ch’alla battaglia il suono altier lo sfida,
355non vuol più de l’accordo intender verbo,
ma si lancia del letto, ed arme grida;
e si dimostra sì nel viso acerbo,
che Doralice istessa non si fida
di dirgli più di pace né di triegua:
360e forza è infin che la battaglia segua.
Quando sente la sfida, Mandricardo dimentica il compromesso promesso a Doralice. Si alza, chiede le armi e mostra un'espressione così minacciosa che la giovane non osa più parlargli di tregua o di pace.
Ottava 46
Subito s’arma, ed a fatica aspetta
da’ suoi scudieri i debiti servigi;
poi monta sopra il buon cavallo in fretta,
che del gran difensor fu di Parigi;
365e vien correndo invêr la piazza eletta
a terminar con l’arme i gran litigi.
Vi giunse il re e la corte allora allora;
sì ch’all’assalto fu poca dimora.
Mandricardo indossa rapidamente l'armatura, monta sul cavallo già appartenuto a Orlando e corre verso il luogo stabilito per il combattimento. Anche il re e la corte arrivano, e il duello può iniziare senza altri ritardi.
Ottava 47
Posti lor furo ed allacciati in testa
370i lucidi elmi, e date lor le lance.
Siegue la tromba a dare il segno presta,
che fece a mille impallidir le guance.
Posero l’aste i cavallieri in resta,
e i corridori punsero alle pance;
375e venner con tale impeto a ferirsi,
che parve il ciel cader, la terra aprirsi.
Ai contendenti vengono allacciati gli elmi e consegnate le lance. Al suono delle trombe, i due spronano i cavalli e si scontrano con una violenza così straordinaria da sembrare capace di scuotere cielo e terra.
Ottava 48
Quinci e quindi venir si vede il bianco
augel che Giove per l’aria sostenne;
come ne la Tessalia si vide anco
380venir più volte, ma con altre penne.
Quanto sia l’uno e l’altro ardito e franco,
mostra il portar de le massicce antenne;
e molto più, ch’a quello incontro duro,
quai torri ai venti, o scogli all’onde furo.
Su entrambi gli scudi compare l'aquila bianca, la stessa insegna che ha originato la disputa. I cavalieri affrontano l'urto con grande coraggio e resistono saldamente in sella, come torri contro il vento o scogli contro le onde.
Ottava 49
385I tronchi fin al ciel ne sono ascesi:
scrive Turpin, verace in questo loco,
che dui o tre giù ne tornaro accesi,
ch’eran saliti alla sfera del fuoco.
I cavallieri i brandi aveano presi:
390e come quei che si temeano poco,
si ritornaro incontra; e a prima giunta
ambi alla vista si ferir di punta.
Le lance si spezzano e le schegge volano altissime; Ariosto scherza sull'autorità di Turpino, secondo il quale alcune sarebbero ricadute addirittura infuocate. I combattenti sguainano quindi le spade e tornano all'assalto mirando entrambi al volto.
Ottava 50
Ferirsi alla visiera al primo tratto;
e non miraron, per mettersi in terra,
395dare ai cavalli morte, ch’è mal atto,
perch’essi non han colpa de la guerra.
Chi pensa che tra lor fosse tal patto,
non sa l’usanza antiqua, e di molto erra:
senz’altro patto, era vergogna e fallo
400e biasmo eterno a chi feria il cavallo.
I due si colpiscono alle visiere, ma evitano deliberatamente di ferire i cavalli. Il poeta spiega che nell'antica cavalleria colpire una bestia innocente della lite era considerato vergognoso, anche senza un accordo esplicito.
Ottava 51
Ferirsi alla visiera, ch’era doppia,
ed a pena anco a tanta furia resse.
L’un colpo appresso all’altro si raddoppia:
le botte più che grandine son spesse,
405che spezza fronde e rami e grano e stoppia,
e uscir invan fa la sperata messe.
Se Durindana e Balisarda taglia,
sapete, e quanto in queste mani vaglia.
I colpi sulle visiere sono così forti da mettere a dura prova le protezioni metalliche. Le spade si abbattono senza sosta, fitte come una grandinata distruttiva: si tratta di Durindana e di Balisarda, entrambe armi famose e formidabili.
Ottava 52
Ma degno di sé colpo ancor non fanno,
410sì l’uno e l’altro ben sta su l’aviso.
Uscì da Mandricardo il primo danno,
per cui fu quasi il buon Ruggiero ucciso:
d’uno di quei gran colpi che far sanno,
gli fu lo scudo pel mezzo diviso,
415e la corazza apertagli di sotto;
e fin sul vivo il crudel brando ha rotto.
Per un po' nessuno trova un'apertura, perché entrambi combattono con attenzione. Mandricardo riesce per primo a ferire seriamente Ruggiero: gli spacca lo scudo, rompe la corazza e lo colpisce fin quasi a ucciderlo.
Ottava 53
L’aspra percossa agghiacciò il cor nel petto,
per dubbio di Ruggiero, ai circostanti,
nel cui favor si conoscea lo affetto
420dei più inchinar, se non di tutti quanti.
E se Fortuna ponesse ad effetto
quel che la maggior parte vorria inanti,
già Mandricardo saria morto o preso:
sì che ’l suo colpo ha tutto il campo offeso.
Gli spettatori rimangono paralizzati dal timore per Ruggiero, verso il quale è rivolta la simpatia della maggior parte dei presenti. Se il favore del pubblico potesse decidere il risultato, Mandricardo sarebbe già sconfitto.
Ottava 54
425Io credo che qualche agnol s’interpose
per salvar da quel colpo il cavalliero.
Ma ben senza più indugio gli rispose,
terribil più che mai fosse, Ruggiero.
La spada in capo a Mandricardo pose;
430ma sì lo sdegno fu subito e fiero,
e tal fretta gli fe’, ch’io men l’incolpo
se non mandò a ferir di taglio il colpo.
Il narratore immagina che un angelo abbia protetto Ruggiero. Il cavaliere reagisce subito con un colpo violentissimo alla testa di Mandricardo; agisce però con tanta furia da non riuscire a orientare perfettamente la lama.
Ottava 55
Se Balisarda lo giungea pel dritto,
l’elmo d’Ettorre era incantato invano.
435Fu sì del colpo Mandricardo afflitto,
che si lasciò la briglia uscir di mano.
D’andar tre volte accenna a capo fitto,
mentre scorrendo va d’intorno il piano
quel Brigliador che conoscete al nome,
440dolente ancor de le mutate some.
Se Balisarda avesse colpito con il taglio giusto, nemmeno l'elmo incantato di Ettore avrebbe salvato Mandricardo. Il tartaro rimane comunque stordito, perde le redini e vacilla mentre il cavallo Brigliadoro gira sul campo.
Ottava 56
Calcata serpe mai tanto non ebbe,
né ferito leon, sdegno e furore,
quanto il Tartaro, poi che si riebbe
dal colpo che di sé lo trasse fuore.
445E quanto l’ira e la superbia crebbe,
tanto e più crebbe in lui forza e valore:
fece spiccare a Brigliadoro un salto
verso Ruggiero, e alzò la spada in alto.
Quando riprende conoscenza, Mandricardo si infuria ancora più di un serpente calpestato o di un leone ferito. Sprona Brigliadoro verso Ruggiero e solleva la spada per infliggergli un colpo decisivo.
Ottava 57
Levossi in su le staffe, ed all’elmetto
450segnolli; e si credette veramente
partirlo a quella volta fin al petto:
ma fu di lui Ruggier più diligente;
che, pria che ’l braccio scenda al duro effetto,
gli caccia sotto la spada pungente,
455e gli fa ne la maglia ampla finestra,
che sotto difendea l’ascella destra.
Mandricardo si alza sulle staffe per calare Durindana sull'elmo dell'avversario. Ruggiero è più rapido: prima che la spada scenda, gli infila la propria lama sotto il braccio destro, aprendo una ferita attraverso le maglie dell'armatura.
Ottava 58
E Balisarda al suo ritorno trasse
di fuori il sangue tiepido e vermiglio,
e vietò a Durindana che calasse
460impetuosa con tanto periglio;
ben che fin su la groppa si piegasse
Ruggiero, e per dolor strignesse il ciglio:
e s’elmo in capo avea di peggior tempre,
gli era quel colpo memorabil sempre.
Ruggiero ritrae Balisarda coperta di sangue; il dolore e la ferita fanno perdere forza al colpo di Mandricardo. Durindana raggiunge comunque Ruggiero, che si piega fin sulla groppa del cavallo: un elmo meno resistente non avrebbe retto all'urto.
Ottava 59
465Ruggier non cessa, e spinge il suo cavallo,
e Mandricardo al destro fianco trova.
Quivi scelta finezza di metallo
e ben condutta tempra poco giova
contra la spada che non scende in fallo,
470che fu incantata non per altra prova,
che per far ch’a’ suoi colpi nulla vaglia
piastra incantata ed incantata maglia.
Ruggiero incalza senza fermarsi e colpisce Mandricardo al fianco destro. L'armatura, anche se magicamente protetta, non può resistere a Balisarda, una spada incantata proprio per superare simili difese.
Ottava 60
Taglionne quanto ella ne prese, e insieme
lasciò ferito il Tartaro nel fianco,
475che ’l ciel bestemmia, e di tant’ira freme,
che ’l tempestoso mare è orribil manco.
Or s’apparecchia a por le forze estreme:
lo scudo ove in azzurro è l’augel bianco,
vinto da sdegno, si gittò lontano,
480e messe al brando e l’una e l’altra mano.
La lama apre una nuova ferita nel fianco del tartaro, che bestemmia per la rabbia. Mandricardo decide allora di usare tutta la sua forza: getta via lo scudo con l'aquila bianca e impugna Durindana con entrambe le mani.
Ottava 61
– Ah (disse a lui Ruggier), senza più basti
a mostrar che non merti quella insegna,
ch’or tu la getti, e dianzi la tagliasti;
né potrai dir mai più che ti convegna. –
485Così dicendo, forza è che egli attasti
con quanta furia Durindana vegna;
che sì gli grava e sì gli pesa in fronte,
che più leggier potea cadervi un monte.
Ruggiero gli fa notare che buttando lo scudo sta dimostrando da sé di non meritare quell'insegna, dopo averne già danneggiata un'altra. Mentre lo provoca, deve però fronteggiare un colpo di Durindana pesante come una montagna.
Ottava 62
E per mezzo gli fende la visiera;
490buon per lui che dal viso si discosta:
poi calò su l’arcion che ferrato era,
né lo difese averne doppia crosta:
giunse al fin su l’arnese, e come cera
l’aperse con la falda sopraposta;
495e ferì gravemente ne la coscia
Ruggier, sì ch’assai stette a guarir poscia.
La spada di Mandricardo attraversa la visiera dell'elmo di Ruggiero senza raggiungere il volto, poi scende sulla sella e sulle difese del fianco. Nonostante le protezioni, ferisce gravemente Ruggiero alla coscia, causandogli una lunga convalescenza.
Ottava 63
De l’un, come de l’altro, fatte rosse
il sangue l’arme avea con doppia riga;
tal che diverso era il parer, chi fosse
500di lor, ch’avesse il meglio in quella briga.
Ma quel dubbio Ruggier tosto rimosse
con la spada che tanti ne castiga:
mena di punta, e drizza il colpo crudo
onde gittato avea colui lo scudo.
Entrambi sono ormai coperti di sangue, e gli spettatori non capiscono chi stia prevalendo. Ruggiero approfitta però del fatto che Mandricardo ha gettato lo scudo e indirizza un preciso affondo verso il lato rimasto indifeso.
Ottava 64
505Fora de la corazza il lato manco,
e di venire al cor trova la strada,
che gli entra più d’un palmo sopra il fianco:
sì che convien che Mandricardo cada
d’ogni ragion che può ne l’augel bianco,
510o che può aver ne la famosa spada;
e da la cara vita cada insieme,
che, più che spada e scudo, assai gli preme.
Balisarda perfora la corazza sul fianco sinistro di Mandricardo e penetra fino al cuore. Il tartaro perde così il diritto di rivendicare scudo e spada, ma soprattutto perde la vita, assai più preziosa di quei trofei.
Ottava 65
Non morì quel meschin senza vendetta;
ch’a quel medesmo tempo che fu colto,
515la spada, poco sua, menò di fretta;
ed a Ruggier avria partito il volto,
se già Ruggier non gli avesse intercetta
prima la forza, e assai del vigor tolto:
di forza e di vigor troppo gli tolse
520dianzi, che sotto il destro braccio il colse.
Mandricardo riesce ancora a sferrare un ultimo colpo mentre viene ferito mortalmente. Avrebbe tagliato in due il volto di Ruggiero, se la precedente ferita sotto il braccio non gli avesse già sottratto gran parte della forza.
Ottava 66
Da Mandricardo fu Ruggier percosso
nel punto ch’egli a lui tolse la vita;
tal ch’un cerchio di ferro, anco che grosso,
e una cuffia d’acciar ne fu partita.
525Durindana tagliò cotenna ed osso,
e nel capo a Ruggiero entrò due dita.
Ruggier stordito in terra si riversa,
e di sangue un ruscel dal capo versa.
Durindana rompe le protezioni del capo di Ruggiero e penetra nell'osso per circa due dita. Il cavaliere crolla a terra stordito, mentre dalla ferita esce una grande quantità di sangue.
Ottava 67
Il primo fu Ruggier, ch’andò per terra;
530e dipoi stette l’altro a cader tanto,
che quasi crede ognun che de la guerra
riporti Mandricardo il pregio e il vanto:
e Doralice sua, che con gli altri erra,
e che quel dì più volte ha riso e pianto,
535Dio ringraziò con mani al ciel supine,
ch’avesse avuta la pugna tal fine.
Ruggiero cade prima del suo avversario; Mandricardo resta in sella abbastanza a lungo da far credere al pubblico che abbia vinto. Doralice, che durante il duello ha alternato speranza e disperazione, ringrazia il cielo pensando che l'amato sia salvo.
Ottava 68
Ma poi ch’appare a manifesti segni
vivo chi vive, e senza vita il morto,
nei petti dei fautor mutano regni:
540di là mestizia, e di qua vien conforto.
I re, i signori, i cavallier più degni,
con Ruggier ch’a fatica era risorto,
a rallegrarsi ed abbracciarsi vanno,
e gloria senza fine e onor gli danno.
Quando risulta chiaro che Ruggiero è vivo e Mandricardo è morto, le reazioni si rovesciano. I sostenitori di Ruggiero lo abbracciano e gli rendono onore, mentre dall'altra parte prevale il dolore.
Ottava 69
545Ognun s’allegra con Ruggiero, e sente
il medesmo nel cor, c’ha ne la bocca.
Sol Gradasso il pensiero ha differente
tutto da quel che fuor la lingua scocca:
mostra gaudio nel viso; e occultamente
550del glorioso acquisto invidia il tocca;
e maledice o sia destino o caso,
il qual trasse Ruggier prima del vaso.
Gradasso si congratula esteriormente con Ruggiero, ma in realtà è roso dall'invidia perché il giovane ha conquistato i trofei che desiderava lui. Rimpiange il sorteggio che lo ha escluso dal combattimento.
Ottava 70
Che dirò del favor, che de le tante
carezze e tante, affettuose e vere,
555che fece a quel Ruggiero il re Agramante,
senza il qual dare al vento le bandiere,
né volse muover d’Africa le piante,
né senza lui si fidò in tante schiere?
Or che del re Agricane ha spento il seme,
560prezza più lui, che tutto il mondo insieme.
Agramante dimostra una gioia e un affetto sinceri per Ruggiero, sul cui valore aveva tanto contato da non voler intraprendere la spedizione in Europa senza di lui. Dopo la vittoria sul discendente di Agricane, lo considera più prezioso di qualunque altra risorsa.
Ottava 71
Né di tal volontà gli uomini soli
eran verso Ruggier, ma le donne anco,
che d’Africa e di Spagna fra gli stuoli
eran venute al tenitorio franco.
565E Doralice istessa, che con duoli
piangea l’amante suo pallido e bianco,
forse con l’altre ita sarebbe in schiera,
se di vergogna un duro fren non era.
Non sono soltanto gli uomini a lodare Ruggiero: anche le donne giunte con gli eserciti africani e spagnoli gli mostrano ammirazione. Il poeta suggerisce, con ironia, che perfino Doralice potrebbe unirsi a loro, se non fosse frenata dal pudore per la morte dell'amato.
Ottava 72
Io dico forse, non ch’io ve l’accerti,
570ma potrebbe esser stato di leggiero:
tal la bellezza e tali erano i merti,
i costumi e i sembianti di Ruggiero.
Ella, per quel che già ne siamo esperti,
sì facile era a variar pensiero,
575che per non si veder priva d’amore,
avria potuto in Ruggier porre il core.
Ariosto precisa che si tratta di una supposizione, ma ricorda quanto Ruggiero sia bello, nobile e valoroso. Inoltre Doralice ha già dimostrato di mutare facilmente i propri sentimenti e potrebbe innamorarsi di lui pur di non restare sola.
Ottava 73
Per lei buono era vivo Mandricardo:
ma che ne volea far dopo la morte?
Proveder le convien d’un che gagliardo
580sia notte e dì ne’ suoi bisogni, e forte.
Non era stato intanto a venir tardo
il più perito medico di corte,
che di Ruggier veduta ogni ferita,
già l’avea assicurato de la vita.
Finché Mandricardo viveva, Doralice aveva in lui un compagno; dopo la sua morte, il narratore ironizza sulla possibilità che lei ne cerchi rapidamente un altro. Intanto il medico di corte visita le ferite di Ruggiero e assicura che sopravvivrà.
Ottava 74
585Con molta diligenza il re Agramante
fece colcar Ruggier ne le sue tende;
che notte e dì veder sel vuole inante:
sì l’ama, sì di lui cura si prende.
Lo scudo al letto e l’arme tutte quante,
590che fur di Mandricardo, il re gli appende;
tutte le appende, eccetto Durindana,
che fu lasciata al re di Sericana.
Agramante fa trasportare Ruggiero nella propria tenda, perché vuole tenerlo vicino e assisterlo giorno e notte. Gli vengono assegnate le armi e lo scudo di Mandricardo; Durindana, però, è riconosciuta come spettante a Gradasso.
Ottava 75
Con l’arme l’altre spoglie a Ruggier sono
date di Mandricardo, e insieme dato
595gli è Brigliador, quel destrier bello e buono,
che per furore Orlando avea lasciato.
Poi quello al re diede Ruggiero in dono,
che s’avide ch’assai gli saria grato.
Non più di questo; che tornar bisogna
600a chi Ruggiero invan sospira e agogna.
Ruggiero riceve anche gli altri beni del rivale, fra cui Brigliadoro, il cavallo che Orlando aveva abbandonato durante la follia. Per riconoscenza dona la cavalcatura ad Agramante; il narratore passa quindi a raccontare le pene d'amore di Bradamante.
Ottava 76
Gli amorosi tormenti che sostenne
Bradamante aspettando, io v’ho da dire.
A Montalbano Ippalca a lei rivenne
e nuova le arrecò del suo desire.
605Prima, di quanto di Frontin le avenne
con Rodomonte, l’ebbe a riferire;
poi di Ruggier, che ritrovò alla fonte
con Ricciardetto e’ frati d’Agrismonte:
Bradamante aspetta invano Ruggiero nel castello di Montalbano. Ippalca ritorna e le porta notizie: prima racconta che Rodomonte le aveva rubato il cavallo Frontino, poi descrive come abbia incontrato Ruggiero alla fonte insieme a Ricciardetto e ai frati d'Agrismonte.
Ottava 77
e che con esso lei s’era partito
610con speme di trovare il Saracino,
e punirlo di quanto avea fallito
d’aver tolto a una donna il suo Frontino;
e che ’l disegno poi non gli era uscito,
perché diverso avea fatto il camino.
615La cagione anco, perché non venisse
a Montalban Ruggier, tutta le disse;
Ippalca spiega che Ruggiero l'aveva accompagnata con l'intenzione di punire Rodomonte per il furto, ma in seguito aveva preso un'altra strada. Riferisce inoltre la ragione per cui il cavaliere non si è presentato a Montalbano.
Ottava 78
e riferille le parole a pieno,
ch’in sua scusa Ruggier le avea commesse.
Poi si trasse la lettera di seno,
620ch’egli le diè, perch’ella a lei la desse.
Con viso più turbato che sereno
prese la carta Bradamante, e lesse;
che, se non fosse la credenza stata
già di veder Ruggier, fôra più grata.
La messaggera ripete fedelmente le parole con cui Ruggiero aveva giustificato il ritardo e consegna la sua lettera. Bradamante la prende turbata: sarebbe stata felice del messaggio, se non si fosse già convinta di poter incontrare l'amato di persona.
Ottava 79
625L’aver Ruggiero ella aspettato, e invece
di lui vedersi ora appagar d’un scritto,
del bel viso turbar l’aria le fece
di timor, di cordoglio e di despitto.
Baciò la carta diece volte e diece,
630avendo a chi la scrisse il cor diritto.
Le lacrime vietar, che su vi sparse,
che con sospiri ardenti ella non l’arse.
Vedere una lettera invece di Ruggiero le provoca paura, tristezza e delusione. Tuttavia bacia ripetutamente il foglio, perché ama chi lo ha scritto, e lo bagna con tante lacrime da rischiare di rovinarlo.
Ottava 80
Lesse la carta quattro volte e sei,
e volse ch’altretante l’imbasciata
635replicata le fosse da colei
che l’una e l’altra avea quivi arrecata,
pur tuttavia piangendo: e crederei
che mai non si saria più racchetata,
se non avesse avuto pur conforto
640di riveder il suo Ruggier di corto.
Bradamante rilegge più volte il messaggio e chiede a Ippalca di ripetere ancora il racconto. Continua a piangere, e soltanto la promessa di rivedere presto Ruggiero riesce a darle un po' di conforto.
Ottava 81
Termine a ritornar quindici o venti
giorni avea Ruggier tolto, ed affermato
l’avea ad Ippalca poi con giuramenti
da non temer che mai fosse mancato.
645– Chi m’assicura, ohimè, degli accidenti
(ella dicea), c’han forza in ogni lato,
ma ne le guerre più, che non distorni
alcun tanto Ruggier, che più non torni?
Ruggiero aveva promesso di tornare entro quindici o venti giorni, confermando con giuramenti l'impegno. Bradamante teme però che le numerose imprevedibili sciagure della guerra possano trattenerlo o impedirgli definitivamente di rientrare.
Ottava 82
Ohimè! Ruggiero, ohimè! chi arìa creduto
650ch’avendoti amato io più di me stessa,
tu più di me, non ch’altri, ma potuto
abbi amar gente tua inimica espressa?
A chi opprimer dovresti, doni aiuto:
chi tu dovresti aitare, è da te oppressa.
655Non so se biasmo o laude esser ti credi,
ch’al premiar e al punir sì poco vedi.
La giovane si lamenta perché Ruggiero, pur essendo amato da lei più della sua stessa vita, continua a sostenere persone nemiche della sua famiglia. Secondo Bradamante, il suo amato aiuta chi dovrebbe combattere e danneggia chi dovrebbe proteggere.
Ottava 83
Fu morto da Troian (non so se ’l sai)
il padre tuo; ma fin ai sassi il sanno:
e tu del figlio di Troian cura hai
660che non riceva alcun disnor né danno.
È questa la vendetta che ne fai,
Ruggiero? e a quei che vendicato l’hanno,
rendi tal premio, che del sangue loro
me fai morir di strazio e di martoro? –
Bradamante ricorda che Troiano uccise il padre di Ruggiero, ma quest'ultimo protegge Agramante, figlio di Troiano, invece di vendicarsi. Lei giudica ingiusto che la fedeltà di Ruggiero verso i nemici conduca tanto dolore a chi lo ama.
Ottava 84
665Dicea la donna al suo Ruggiero assente
queste parole ed altre, lacrimando,
non una sola volta, ma sovente.
Ippalca la venìa pur confortando,
che Ruggier servarebbe interamente
670sua fede, e ch’ella l’aspettasse, quando
altro far non potea, fin a quel giorno
ch’avea Ruggier prescritto al suo ritorno.
La giovane rivolge spesso queste accuse all'amato assente, piangendo. Ippalca tenta di rassicurarla: Ruggiero manterrà la promessa e lei deve soltanto attendere il giorno fissato per il ritorno.
Ottava 85
I conforti d’Ippalca, e la speranza
che degli amanti suole esser compagna,
675alla tema e al dolor tolgon possanza
di far che Bradamante ognora piagna;
in Montalban senza mutar mai stanza
voglion che fin al termine rimagna,
fino al promesso termine e giurato,
680che poi fu da Ruggier male osservato.
Le parole di Ippalca e la speranza che accompagna ogni innamorato impediscono a Bradamante di lasciarsi sopraffare completamente dalla disperazione. Decide di restare a Montalbano fino alla scadenza stabilita da Ruggiero.
Ottava 86
Ma ch’egli alla promessa sua mancasse
non però debbe aver la colpa affatto;
ch’una causa ed un’altra sì lo trasse,
che gli fu forza preterire il patto.
685Convenne che nel letto si colcasse,
e più d’un mese si stesse di piatto
in dubbio di morir, sì il dolor crebbe
dopo la pugna che col Tartaro ebbe.
Ruggiero mancherà tuttavia all'appuntamento, ma non per una scelta volontaria. Dopo lo scontro con Mandricardo, le ferite lo costringono a restare a letto per oltre un mese, in pericolo di vita.
Ottava 87
L’innamorata giovane l’attese
690tutto quel giorno e desiollo invano,
né mai ne seppe, fuor quanto ne ’ntese
ora da Ippalca, e poi dal suo germano,
che le narrò che Ruggier lui difese,
e Malagigi liberò e Viviano.
695Questa novella, ancor ch’avesse grata,
pur di qualche amarezza era turbata:
Bradamante attende inutilmente il giorno promesso. In seguito riceve notizie anche da suo fratello, che le racconta come Ruggiero abbia protetto Ricciardetto e contribuito alla liberazione di Malagigi e Viviano: la notizia le fa piacere, ma non la tranquillizza del tutto.
Ottava 88
che di Marfisa in quel discorso udito
l’alto valore e le bellezze avea:
udì come Ruggier s’era partito
700con esso lei, e che d’andar dicea
là dove con disagio in debol sito
malsicuro Agramante si tenea.
Sì degna compagnia la donna lauda
ma non che se n’allegri, o che l’applauda.
Nel racconto del fratello Bradamante sente lodare anche il valore e la bellezza di Marfisa, con cui Ruggiero si sarebbe allontanato verso il campo di Agramante. La giovane riconosce i meriti di quella compagna d'armi, ma non prova affatto gioia.
Ottava 89
705Né picciolo è il sospetto che la preme;
che se Marfisa è bella, come ha fama,
e che fin a quel dì sien giti insieme,
è maraviglia se Ruggier non l’ama.
Pur non vuol creder anco, e spera e teme:
710e ’l giorno che la può far lieta e grama,
misera aspetta; e sospirando stassi,
da Montalban mai non movendo i passi.
Bradamante teme che Ruggiero possa innamorarsi di Marfisa, tanto famosa per la bellezza, dopo aver viaggiato insieme a lei. Cerca di non credere ai propri sospetti, ma oscilla continuamente tra speranza e paura mentre attende invano il ritorno dell'amato.
Ottava 90
Stando ella quivi, il principe, il signore
del bel castello, il primo de’ suoi frati
715(io non dico d’etade, ma d’onore,
che di lui prima dui n’erano nati),
Rinaldo, che di gloria e di splendore
gli ha, come il sol le stelle, illuminati,
giunse al castello un giorno in su la nona;
720né, fuor ch’un paggio, era con lui persona.
Mentre Bradamante rimane nel castello, vi arriva Rinaldo, il più illustre dei suoi fratelli. Egli giunge verso metà pomeriggio, accompagnato soltanto da un paggio.
Ottava 91
Cagion del suo venir fu, che da Brava
ritornandosi un dì verso Parigi
(come v’ho detto che sovente andava
per ritrovar d’Angelica vestigi),
725avea sentita la novella prava
del suo Viviano e del suo Malagigi,
ch’eran per essere dati al Maganzese;
e perciò ad Agrismonte la via prese.
Rinaldo stava tornando verso Parigi dopo aver cercato Angelica nei dintorni di Brava. Venuto a sapere che Malagigi e Viviano erano in pericolo e rischiavano di essere consegnati ai Maganzesi, aveva deviato il proprio viaggio verso Agrismonte.
Ottava 92
Dove intendendo poi ch’eran salvati,
730e gli aversari lor morti e distrutti,
e Marfisa e Ruggiero erano stati,
che gli aveano a quei termini ridutti;
e suoi fratelli e suoi cugin tornati
a Montalbano insieme erano tutti;
735gli parve un’ora un anno di trovarsi
con esso lor là dentro ad abbracciarsi.
Qui Rinaldo scopre che i prigionieri sono già stati liberati e che gli avversari sono stati sconfitti grazie soprattutto a Marfisa e Ruggiero. Sapendo che fratelli e cugini si trovano tutti a Montalbano, desidera immediatamente raggiungerli e riabbracciarli.
Ottava 93
Venne Rinaldo a Montalbano, e quivi
madre, moglie abbracciò, figli e fratelli,
e i cugini che dianzi eran captivi;
740e parve, quando egli arrivò tra quelli,
dopo gran fame irondine ch’arrivi
col cibo in bocca ai pargoletti augelli.
E poi ch’un giorno vi fu stato o dui,
partissi, e fe’ partire altri con lui.
A Montalbano Rinaldo ritrova la madre, la moglie, i figli, i fratelli e i cugini salvati. Il suo ritorno è accolto con gioia, come quello di una rondine che porta il cibo ai piccoli affamati. Dopo uno o due giorni decide di ripartire.
Ottava 94
745Ricciardo, Alardo, Ricciardetto, e d’essi
figli d’Amone, il più vecchio Guicciardo,
Malagigi e Vivian, si furon messi
in arme dietro al paladin gagliardo.
Bradamante aspettando che s’appressi
750il tempo ch’al disio suo ne vien tardo,
inferma disse agli fratelli ch’era,
e non volse con lor venire in schiera.
Rinaldo riparte in armi con Ricciardo, Alardo, Ricciardetto, Guicciardo, Malagigi e Viviano. Bradamante, impegnata ad aspettare Ruggiero, dice di essere malata e sceglie di non unirsi alla spedizione dei fratelli.
Ottava 95
E ben lor disse il ver, ch’ella era inferma,
ma non per febbre o corporal dolore:
755era il disio che l’alma dentro inferma,
e le fa alterazion patir d’amore.
Rinaldo in Montalban più non si ferma,
e seco mena di sua gente il fiore.
Come a Parigi appropinquosse, e quanto
760Carlo aiutò, vi dirà l’altro canto.
La sua malattia è vera, ma non riguarda il corpo: è l'amore e l'attesa angosciosa a tormentarla. Rinaldo lascia Montalbano con i migliori guerrieri della famiglia; il racconto di come giungerà a Parigi e aiuterà Carlo è rinviato al canto seguente.