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L’Orlando furioso · Ludovico Ariosto

Canto ventinovesimo

Testo originale e parafrasi

Ogni ottava affianca il testo originale alla parafrasi in italiano contemporaneo.

Testo originaleParafrasi
Ottava 1
1O degli uomini inferma e instabil mente!
come siàn presti a variar disegno!
Tutti i pensier mutamo facilmente,
più quei che nascon d’amoroso sdegno.
5Io vidi dianzi il Saracin sì ardente
contra le donne, e passar tanto il segno,
che non che spegner l’odio, ma pensai
che non dovesse intiepidirlo mai.
Il poeta osserva quanto siano instabili le decisioni umane, soprattutto quelle nate dalla gelosia. Poco prima Rodomonte sembrava nutrire un odio eterno verso tutte le donne; ora sta per cambiare completamente atteggiamento.
Ottava 2
Donne gentil, per quel ch’a biasmo vostro
10parlò contra il dover, sì offeso sono,
che sin che col suo mal non gli dimostro
quanto abbia fatto error, non gli perdono.
Io farò sì con penna e con inchiostro,
ch’ognun vedrà che gli era utile e buono
15aver taciuto, e mordersi anco poi
prima la lingua, che dir mal di voi.
Ariosto si rivolge alle donne, dichiarandosi indignato per le offese pronunciate dal saraceno. Promette di mostrare attraverso il racconto quanto Rodomonte si sia sbagliato e quanto avrebbe fatto meglio a tacere.
Ottava 3
Ma che parlò come ignorante e sciocco,
ve lo dimostra chiara esperienza.
Incontra tutte trasse fuor lo stocco
20de l’ira, senza farvi differenza:
poi d’Issabella un sguardo sì l’ha tocco,
che subito gli fa mutar sentenza.
Già in cambio di quell’altra la disia,
l’ha vista a pena, e non sa ancor chi sia.
L'incoerenza di Rodomonte è evidente: aveva condannato tutte le donne senza distinzione, ma è bastato uno sguardo a Isabella per fargli cambiare idea. Già desidera dimenticare l'amante precedente, pur conoscendo appena la giovane.
Ottava 4
25E come il nuovo amor lo punge e scalda,
muove alcune ragion di poco frutto,
per romper quella mente intera e salda
ch’ella avea fissa al Creator del tutto.
Ma l’eremita che l’è scudo e falda,
30perché il casto pensier non sia distrutto,
con argumenti più validi e fermi,
quanto più può, le fa ripari e schermi.
Spinto dal nuovo desiderio, Rodomonte cerca con argomenti deboli di allontanare Isabella dal proposito di consacrarsi a Dio. Il monaco, che la accompagna e la protegge, risponde con ragioni più solide per difendere la scelta della ragazza.
Ottava 5
Poi che l’empio pagan molto ha sofferto
con lunga noia quel monaco audace,
35e che gli ha detto invan ch’al suo deserto
senza lei può tornar quando gli piace;
e che nuocer si vede a viso aperto,
e che seco non vuol triegua né pace:
la mano al mento con furor gli stese,
40e tanto ne pelò, quanto ne prese.
Rodomonte sopporta per un po' il discorso del religioso e gli ordina inutilmente di andarsene da solo. Vedendo che il monaco non tace e continua a contraddirlo, perde il controllo, lo afferra per la barba e gliene strappa una parte.
Ottava 6
E sì crebbe la furia, che nel collo
con man lo stringe a guisa di tanaglia;
e poi ch’una e due volte raggirollo,
da sé per l’aria e verso il mar lo scaglia.
45Che n’avenisse, né dico né sollo:
varia fama è di lui, né si raguaglia.
Dice alcun che sì rotto a un sasso resta,
che ’l piè non si discerne da la testa;
La furia del saraceno aumenta: stringe il religioso per il collo, lo fa roteare e lo scaglia lontano in direzione del mare. Il narratore dichiara di non conoscere con certezza la sua sorte, perché circolano versioni contrastanti.
Ottava 7
ed altri, ch’a cadere andò nel mare,
50ch’era più di tre miglia indi lontano,
e che morì per non saper notare,
fatti assai prieghi e orazioni invano;
altri, ch’un santo lo venne aiutare,
lo trasse al lito con visibil mano.
55Di queste, qual si vuol, la vera sia:
di lui non parla più l’istoria mia.
Secondo alcuni, il monaco si sarebbe schiantato contro una roccia; secondo altri sarebbe caduto in mare e annegato; altri ancora raccontano che un santo lo avrebbe salvato. Ariosto non sceglie fra queste versioni e abbandona il personaggio.
Ottava 8
Rodomonte crudel, poi che levato
s’ebbe da canto il garrulo eremita,
si ritornò con viso men turbato
60verso la donna mesta e sbigottita;
e col parlar ch’è fra gli amanti usato,
dicea ch’era il suo core e la sua vita
e ’l suo conforto e la sua cara speme,
ed altri nomi tai che vanno insieme.
Liberatosi del monaco, Rodomonte torna da Isabella, sconvolta e spaventata, con un'espressione meno aggressiva. Le rivolge parole affettuose, chiamandola sua vita, suo conforto e sua speranza, come fanno gli innamorati.
Ottava 9
65E si mostrò sì costumato allora,
che non le fece alcun segno di forza.
Il sembiante gentil che l’innamora,
l’usato orgoglio in lui spegne ed ammorza:
e ben che ’l frutto trar ne possa fuora,
70passar non però vuole oltre a la scorza;
che non gli par che potesse esser buono,
quando da lei non lo accettasse in dono.
All'inizio Rodomonte si comporta con una cortesia inattesa e non tenta di costringere Isabella. La bellezza della giovane sembra frenare la sua consueta brutalità, e lui immagina di riuscire a conquistarne il consenso con le parole.
Ottava 10
E così di disporre a poco a poco
a’ suoi piaceri Issabella credea.
75Ella, che in sì solingo e strano loco,
qual topo in piede al gatto si vedea,
vorria trovarsi inanzi in mezzo il fuoco;
e seco tuttavolta rivolgea
s’alcun partito, alcuna via fosse atta
80a trarla quindi immaculata e intatta.
Isabella si sente invece in grave pericolo, come un topo davanti a un gatto, in un luogo isolato e privo di aiuti. Vorrebbe trovarsi ovunque tranne che lì e cerca disperatamente una via per conservare la propria libertà e la promessa fatta a Zerbino.
Ottava 11
Fa ne l’animo suo proponimento
di darsi con sua man prima la morte,
che ’l barbaro crudel n’abbia il suo intento,
e che le sia cagion d’errar sì forte
85contra quel cavallier ch’in braccio spento
l’avea crudele e dispietata sorte;
a cui fatto have col pensier devoto
de la sua castità perpetuo voto.
La giovane decide in cuor suo che preferirebbe morire piuttosto che subire la violenza del saraceno e venir meno alla fedeltà verso Zerbino, morto fra le sue braccia. Al ricordo dell'amato è legato anche il suo voto di castità.
Ottava 12
Crescer più sempre l’appetito cieco
90vede del re pagan, né sa che farsi.
Ben sa che vuol venire all’atto bieco,
ove i contrasti suoi tutti fien scarsi.
Pur discorrendo molte cose seco,
il modo trovò al fin di ripararsi,
95e di salvar la castità sua, come
io vi dirò, con lungo e chiaro nome.
Isabella si accorge che Rodomonte diventa sempre più insistente e teme che presto le sue proteste non servano a fermarlo. Dopo aver riflettuto su molte possibilità, concepisce un espediente per difendersi, di cui il narratore annuncia il racconto.
Ottava 13
Al brutto Saracin, che le venìa
già contra con parole e con effetti
privi di tutta quella cortesia
100che mostrata le avea ne’ primi detti:
– Se fate che con voi sicura io sia
del mio onor (disse) e ch’io non ne sospetti,
cosa all’incontro vi darò, che molto
più vi varrà, ch’avermi l’onor tolto.
Quando Rodomonte comincia ad abbandonare la cortesia iniziale e a manifestare intenzioni minacciose, Isabella gli propone uno scambio: se prometterà di non attentare al suo onore, lei gli offrirà qualcosa che vale molto più del piacere di possederla con la forza.
Ottava 14
105Per un piacer di sì poco momento,
di che n’ha sì abondanza tutto ’l mondo,
non disprezzate un perpetuo contento,
un vero gaudio a nullo altro secondo.
Potrete tuttavia ritrovar cento
110e mille donne di viso giocondo;
ma chi vi possa dar questo mio dono,
nessuno al mondo, o pochi altri ci sono.
Isabella gli spiega che un piacere momentaneo è comune e facilmente reperibile, mentre il dono che intende offrirgli procurerebbe un vantaggio duraturo e straordinario. Di donne belle ne incontrerà altre, ma difficilmente troverà qualcuno capace di fargli lo stesso regalo.
Ottava 15
Ho notizia d’un’erba, e l’ho veduta
venendo, e so dove trovarne appresso,
115che bollita con elera e con ruta
ad un fuoco di legna di cipresso,
e fra mano innocenti indi premuta,
manda un liquor, che, chi si bagna d’esso
tre volte il corpo, in tal modo l’indura,
120che dal ferro e dal fuoco l’assicura.
Fingendo di conoscere un segreto, Isabella descrive un'erba che, bollita con edera e ruta su legna di cipresso e poi spremuta da mani pure, produrrebbe un liquido capace di rendere il corpo invulnerabile al ferro e al fuoco se usato tre volte.
Ottava 16
Io dico, se tre volte se n’immolla,
un mese invulnerabile si trova.
Oprar conviensi ogni mese l’ampolla;
che sua virtù più termine non giova.
125Io so far l’acqua, ed oggi ancor farolla,
ed oggi ancor voi ne vedrete prova:
e vi può, s’io non fallo, esser più grata,
che d’aver tutta Europa oggi acquistata.
Aggiunge che il trattamento garantirebbe invulnerabilità per un mese e andrebbe poi ripetuto. Sostiene di conoscere perfettamente la preparazione e promette una dimostrazione immediata, presentando il dono come più prezioso della conquista di un intero continente.
Ottava 17
Da voi domando in guiderdon di questo,
130che su la fede vostra mi giuriate
che né in detto né in opera molesto
mai più sarete alla mia castitate. –
Così dicendo, Rodomonte onesto
fe’ ritornar; ch’in tanta voluntate
135venne ch’inviolabil si facesse,
che più ch’ella non disse, le promesse:
In cambio Isabella chiede soltanto un giuramento: Rodomonte non dovrà mai più minacciare la sua castità, né con le parole né con i fatti. Il saraceno, attratto dall'idea di diventare invincibile, promette perfino più di quanto lei gli domandi.
Ottava 18
e servaralle fin che vegga fatto
de la mirabil acqua esperienza;
e sforzerasse intanto a non fare atto,
140a non far segno alcun di violenza.
Ma pensa poi di non tenere il patto,
perché non ha timor né riverenza
di Dio o di santi; e nel mancar di fede
tutta a lui la bugiarda Africa cede.
Rodomonte pensa di rispettare la promessa soltanto fino alla verifica del preparato; in seguito intende infrangerla. Il narratore sottolinea la sua mancanza di scrupoli religiosi e la facilità con cui sarebbe pronto a violare il giuramento.
Ottava 19
145Ad Issabella il re d’Algier scongiuri
di non la molestar fe’ più di mille,
pur ch’essa lavorar l’acqua procuri,
che far lo può qual fu già Cigno e Achille.
Ella per balze e per valloni oscuri
150da le città lontana e da le ville
ricoglie di molte erbe; e il Saracino
non l’abandona, e l’è sempre vicino.
Per ottenere il liquido, Rodomonte ripete numerose rassicurazioni e accompagna Isabella nella ricerca delle erbe. La giovane si addentra fra balze e valli lontane dagli abitati, mentre lui la segue senza perderla di vista.
Ottava 20
Poi ch’in più parti quant’era a bastanza
colson de l’erbe e con radici e senza,
155tardi si ritornaro alla lor stanza;
dove quel paragon di continenza
tutta la notte spende, che l’avanza,
a bollir erbe con molta avertenza:
e a tutta l’opra e a tutti quei misteri
160si trova ognor presente il re d’Algieri.
Raccolta una quantità sufficiente di piante, i due tornano verso sera alla loro dimora. Isabella trascorre la notte a bollire le erbe con grande attenzione, e Rodomonte assiste a tutte le operazioni, convinto di prepararsi a diventare invulnerabile.
Ottava 21
Che producendo quella notte in giuoco
con quelli pochi servi ch’eran seco,
sentia, per lo calor del vicin fuoco
ch’era rinchiuso in quello angusto speco,
165tal sete, che bevendo or molto or poco,
duo baril votar pieni di greco,
ch’aveano tolto uno o duo giorni inanti
i suoi scudieri a certi viandanti.
Nel frattempo il saraceno gioca con i pochi servitori rimasti con lui. Il calore del fuoco acceso nell'ambiente ristretto gli fa venire molta sete, così beve abbondantemente da due barili di vino greco che i suoi uomini avevano preso a dei viandanti.
Ottava 22
Non era Rodomonte usato al vino,
170perché la legge sua lo vieta e danna:
e poi che lo gustò, liquor divino
gli par, miglior che ’l nettare o la manna;
e riprendendo il rito saracino,
gran tazze e pieni fiaschi ne tracanna.
175Fece il buon vino, ch’andò spesso intorno,
girare il capo a tutti come un torno.
Rodomonte non era abituato a bere vino, vietato dalla sua religione. Dopo averlo assaggiato, però, lo giudica delizioso e ne beve grandi quantità, disprezzando il divieto. Il vino finisce per ubriacare lui e anche gli uomini che lo accompagnano.
Ottava 23
La donna in questo mezzo la caldaia
dal fuoco tolse, ove quell’erbe cosse;
e disse a Rodomonte: – Acciò che paia
180che mie parole al vento non ho mosse,
quella che ’l ver da la bugia dispaia,
e che può dotte far le genti grosse,
te ne farò l’esperienza ancora,
non ne l’altrui, ma nel mio corpo or ora.
Isabella toglie la caldaia dal fuoco e annuncia che è il momento di distinguere il vero dal falso. Per dimostrare la validità del preparato, propone di provarlo prima su se stessa, invece che su qualcun altro.
Ottava 24
185Io voglio a far il saggio esser la prima
del felice liquor di virtù pieno,
acciò tu forse non facessi stima
che ci fosse mortifero veneno.
Di questo bagnerommi da la cima
190del capo giù pel collo e per lo seno:
tu poi tua forza in me prova e tua spada,
se questo abbia vigor, se quella rada.-
La giovane afferma di voler eliminare ogni sospetto che il liquido sia velenoso: si bagnerà il capo, il collo e il petto, poi Rodomonte potrà colpirla con la spada per constatare se la lama riesce a ferirla.
Ottava 25
Bagnossi, come disse, e lieta porse
all’incauto pagano il collo ignudo,
195incauto, e vinto anco dal vino forse,
incontra a cui non vale elmo né scudo.
Quel uom bestial le prestò fede, e scorse
sì con la mano e sì col ferro crudo,
che del bel capo, già d’Amore albergo,
200fe’ tronco rimanere il petto e il tergo.
Isabella si bagna e offre serenamente il collo scoperto. Rodomonte, ingannato dal suo racconto e reso ancora meno lucido dal vino, le crede e la colpisce con tale violenza da decapitarla. Il presunto preparato non ha alcun potere.
Ottava 26
Quel fe’ tre balzi; e funne udita chiara
voce, ch’uscendo nominò Zerbino,
per cui seguire ella trovò sì rara
via di fuggir di man del Saracino.
205Alma, ch’avesti più la fede cara,
e ’l nome quasi ignoto e peregrino
al tempo nostro, de la castitade,
che la tua vita e la tua verde etade,
Il capo reciso cade a terra e dalle labbra di Isabella esce il nome di Zerbino. La giovane ha scelto la morte come estrema via di fuga dalla minaccia di Rodomonte. Il narratore comincia a celebrare la fedeltà e la castità che, secondo l'ideale del racconto, lei ha anteposto alla vita.
Ottava 27
vattene in pace, alma beata e bella!
210Così i miei versi avesson forza, come
ben m’affaticherei con tutta quella
arte che tanto il parlar orna e come,
perché mille e mill’anni e più, novella
sentisse il mondo del tuo chiaro nome.
215Vattene in pace alla superna sede,
e lascia all’altre esempio di tua fede.
Ariosto si rivolge direttamente all'anima di Isabella, augurandole la pace celeste. Vorrebbe possedere un talento poetico sufficiente a far ricordare il suo nome per migliaia di anni e propone la sua fedeltà come esempio per le generazioni future.
Ottava 28
All’atto incomparabile e stupendo,
dal cielo il Creator giù gli occhi volse,
e disse: – Più di quella ti commendo,
220la cui morte a Tarquinio il regno tolse;
e per questo una legge fare intendo
tra quelle mie, che mai tempo non sciolse,
la qual per le inviolabil’acque giuro
che non muterà seculo futuro.
Il narratore immagina che Dio stesso osservi il sacrificio e giudichi Isabella ancora più degna di lode di Lucrezia, la cui morte portò alla caduta della monarchia romana. In suo onore decide di stabilire una ricompensa eterna.
Ottava 29
225Per l’avvenir vo’ che ciascuna ch’aggia
il nome tuo, sia di sublime ingegno,
e sia bella, gentil, cortese e saggia,
e di vera onestade arrivi al segno:
onde materia agli scrittori caggia
230di celebrare il nome inclito e degno;
tal che Parnasso, Pindo ed Elicone
sempre Issabella, Issabella risuone. –
La ricompensa immaginata da Dio è che ogni donna chiamata Isabella riceva grandi qualità: intelligenza, bellezza, gentilezza, saggezza e onestà. In questo modo i poeti avrebbero continuamente motivo di celebrare quel nome sulle montagne simboliche della poesia.
Ottava 30
Dio così disse, e fe’ serena intorno
l’aria, e tranquillo il mar più che mai fusse.
235Fe’ l’alma casta al terzo ciel ritorno,
e in braccio al suo Zerbin si ricondusse.
Rimase in terra con vergogna e scorno
quel fier senza pietà nuovo Breusse;
che poi che ’l troppo vino ebbe digesto,
240biasmò il suo errore, e ne restò funesto.
Dopo il decreto divino, il cielo e il mare si rasserenano e l'anima di Isabella raggiunge in cielo quella di Zerbino. Rodomonte rimane sulla terra, sconvolto e disonorato; quando svanisce l'ubriachezza, comprende l'errore commesso e ne prova un dolore profondo.
Ottava 31
Placare o in parte satisfar pensosse
a l’anima beata d’Issabella,
se, poi ch’a morte il corpo le percosse,
desse almen vita alla memoria d’ella.
245Trovò per mezzo, acciò che così fosse,
di convertirle quella chiesa, quella
dove abitava e dove ella fu uccisa,
in un sepolcro; e vi dirò in che guisa.
Per cercare di placare la memoria di Isabella, Rodomonte pensa di compensare l'uccisione assicurandole almeno una gloria duratura. Decide quindi di trasformare la piccola chiesa dove è avvenuto il delitto in un grandioso monumento funebre.
Ottava 32
Di tutti i lochi intorno fa venire
250mastri, chi per amore e chi per tema;
e fatto ben seimila uomini unire,
de’ gravi sassi i vicin monti scema,
e ne fa una gran massa stabilire,
che da la cima era alla parte estrema
255novanta braccia; e vi rinchiude dentro
la chiesa, che i duo amanti have nel centro.
Raduna dai dintorni artigiani e migliaia di lavoratori, alcuni convinti e altri intimoriti. Fa tagliare enormi quantità di pietra dalle montagne vicine e innalzare una costruzione gigantesca, che racchiude la chiesa e il luogo di sepoltura dei due innamorati.
Ottava 33
Imita quasi la superba mole
che fe’ Adriano all’onda tiberina.
Presso al sepolcro una torre alta vuole;
260ch’abitarvi alcun tempo si destina.
Un ponte stretto e di due braccia sole
fece su l’acqua che correa vicina.
Lungo il ponte, ma largo era sì poco,
che dava a pena a duo cavalli loco;
Il monumento ricorda per imponenza il mausoleo dell'imperatore Adriano a Roma. Rodomonte ordina di costruire anche una torre dove intende abitare e, sul fiume vicino, un ponte stretto, largo appena quanto basta al passaggio di due cavalli.
Ottava 34
265a duo cavalli che venuti a paro,
o ch’insieme si fossero scontrati:
e non avea né sponda né riparo,
e si potea cader da tutti i lati.
Il passar quindi vuol che costi caro
270a guerrieri o pagani o battezzati;
che de le spoglie lor mille trofei
promette al cimiterio di costei.
Il ponte è privo di parapetti, perciò chi lo attraversa rischia di cadere da entrambi i lati. Rodomonte decide che ogni cavaliere, cristiano o saraceno, dovrà affrontarlo in combattimento: le armi dei vinti diventeranno trofei destinati al sepolcro di Isabella.
Ottava 35
In dieci giorni e in manco fu perfetta
l’opra del ponticel che passa il fiume;
275ma non fu già il sepolcro così in fretta,
né la torre condutta al suo cacume:
pur fu levata sì, ch’alla veletta
starvi in cima una guardia avea costume,
che d’ogni cavallier che venìa al ponte,
280col corno facea segno a Rodomonte.
Il ponte viene completato rapidamente, in meno di dieci giorni; la torre e il mausoleo richiedono invece più tempo. Quando la torre è abbastanza alta, una sentinella vi si apposta per annunciare con un corno l'arrivo dei cavalieri.
Ottava 36
E quel s’armava, e se gli venìa a opporre
ora su l’una, ora su l’altra riva;
che se ’l guerrier venìa di vêr la torre,
su l’altra proda il re d’ Algier veniva.
285Il ponticello è il campo ove si corre;
e se ’l destrier poco del segno usciva,
cadea nel fiume, ch’alto era e profondo:
ugual periglio a quel non avea il mondo.
Al segnale Rodomonte si arma e attende il nuovo avversario dalla parte opposta del ponte. Il combattimento avviene su quello spazio strettissimo: basta deviare di poco la traiettoria del cavallo per cadere nel fiume profondo, rendendo la prova estremamente pericolosa.
Ottava 37
Aveasi imaginato il Saracino,
290che, per gir spesso a rischio di cadere
dal ponticel nel fiume a capo chino,
dove gli converria molt’acqua bere,
del fallo a che l’indusse il troppo vino,
dovesse netto e mondo rimanere;
295come l’acqua, non men che ’l vino, estingua
l’error che fa pel vino o mano o lingua.
Il saraceno immagina che affrontare spesso il rischio di cadere nell'acqua sia una forma di espiazione per il delitto commesso mentre era ubriaco. Crede quasi che l'acqua possa cancellare gli errori provocati dal vino.
Ottava 38
Molti fra pochi dì vi capitaro:
alcuni la via dritta vi condusse,
ch’a quei che verso Italia o Spagna andaro
300altra non era che più trita fusse;
altri l’ardire, e, più che vita caro,
l’onore, a farvi di sé prova indusse.
E tutti, ove acquistar credean la palma,
lasciavan l’arme, e molti insieme l’alma.
Nei giorni seguenti molti cavalieri arrivano al ponte: alcuni perché è una via frequentata per raggiungere l'Italia o la Spagna, altri perché desiderano mettere alla prova il proprio coraggio e difendere l'onore. Quasi tutti vengono sconfitti, perdendo le armi e, in molti casi, la vita.
Ottava 39
305Di quelli ch’abbattea, s’eran pagani,
si contentava d’aver spoglie ed armi;
e di chi prima furo, i nomi piani
vi facea sopra, e sospendeale ai marmi:
ma ritenea in prigion tutti i cristiani;
310e che in Algier poi li mandasse parmi.
Finita ancor non era l’opra, quando
vi venne a capitare il pazzo Orlando.
Quando sconfigge un pagano, Rodomonte si limita a prenderne le armi e a esporle sul monumento con il nome del proprietario. I cristiani, invece, vengono fatti prigionieri e destinati, secondo il narratore, a essere trasferiti ad Algeri. I lavori non sono ancora finiti quando arriva Orlando, ormai impazzito.
Ottava 40
A caso venne il furioso conte
a capitar su questa gran riviera,
315dove, come io vi dico, Rodomonte
fare in fretta facea, né finito era
la torre né il sepolcro, e a pena il ponte:
e di tutte arme, fuor che di visiera,
a quell’ora il pagan si trovò in punto,
320ch’Orlando al fiume e al ponte è sopragiunto.
Orlando giunge per caso presso il fiume mentre la torre e il sepolcro sono ancora in costruzione e il ponte è appena terminato. Rodomonte, già armato di tutto tranne che della visiera, si trova pronto ad affrontarlo.
Ottava 41
Orlando (come il suo furor lo caccia)
salta la sbarra e sopra il ponte corre.
Ma Rodomonte con turbata faccia,
a piè, com’era inanzi a la gran torre,
325gli grida di lontano e gli minaccia,
né se gli degna con la spada opporre:
Indiscreto villan, ferma le piante,
temerario, importuno ed arrogante!
Spinto dalla follia, Orlando supera la barriera e corre sul ponte. Rodomonte, che si trova a piedi presso la torre, lo minaccia e lo insulta da lontano; non pensa neppure di dover estrarre la spada contro un uomo che gli appare come un vagabondo privo di senno.
Ottava 42
Sol per signori e cavallieri è fatto
330il ponte, non per te, bestia balorda. –
Orlando, ch’era in gran pensier distratto,
vien pur inanzi e fa l’orecchia sorda.
– Bisogna ch’io castighi questo matto –
disse il pagano; e con la voglia ingorda
335venìa per traboccarlo giù ne l’onda,
non pensando trovar chi gli risponda.
Rodomonte grida che il ponte è riservato ai signori e ai cavalieri, non a una persona miserabile come Orlando. Quest'ultimo continua ad avanzare senza ascoltare. Il saraceno decide di punirlo gettandolo nel fiume, senza immaginare la forza dell'avversario.
Ottava 43
In questo tempo una gentil donzella,
per passar sovra il ponte, al fiume arriva,
leggiadramente ornata e in viso bella,
340e nei sembianti accortamente schiva.
Era (se vi ricorda, Signor) quella
che per ogni altra via cercando giva
di Brandimarte, il suo amator, vestigi,
fuor che, dove era, dentro da Parigi.
In quel momento arriva al ponte una giovane donna elegante e bella. È Fiordiligi, che cerca ovunque il suo amato Brandimarte, senza sapere che il cavaliere si trova a Parigi.
Ottava 44
345Ne l’arrivar di Fiordiligi al ponte
(che così la donzella nomata era),
Orlando s’attaccò con Rodomonte
che lo volea gittar ne la riviera.
La donna, ch’avea pratica del conte,
350subito n’ebbe conoscenza vera:
e restò d’alta maraviglia piena,
de la follia che così nudo il mena.
Mentre Fiordiligi si avvicina, Orlando e Rodomonte si afferrano e cominciano a lottare sul ponte. La donna riconosce Orlando, che conosceva già, e rimane sconvolta nel vederlo nudo e completamente fuori di sé.
Ottava 45
Fermasi a riguardar che fine avere
debba il furor dei duo tanti possenti.
355Per far del ponte l’un l’altro cadere
a por tutta lor forza sono intenti.
– Come è ch’un pazzo debba sì valere? –
seco il fiero pagan dice tra’ denti;
e qua e là si volge e si raggira,
360pieno di sdegno e di superbia e d’ira.
Fiordiligi si ferma a osservare lo scontro dei due guerrieri, entrambi dotati di una forza eccezionale e decisi a gettare l'altro nel fiume. Rodomonte non riesce a spiegarsi come un uomo che ritiene pazzo possa opporgli tanta resistenza e si infuria sempre di più.
Ottava 46
Con l’una e l’altra man va ricercando
far nuova presa, ove il suo meglio vede;
or tra le gambe, or fuor gli pone, quando
con arte il destro, e quando il manco piede.
365Simiglia Rodomonte intorno a Orlando
lo stolido orso che sveller si crede
l’arbor onde è caduto; e come n’abbia
quello ogni colpa, odio gli porta e rabbia.
Il saraceno cerca continuamente una presa migliore, usando mani e gambe nel tentativo di sbilanciare Orlando. Il poeta lo paragona a un orso furioso che tenta di sradicare l'albero contro cui è caduto, attribuendo a quell'albero la colpa dell'accaduto.
Ottava 47
Orlando, che l’ingegno avea sommerso,
370io non so dove, e sol la forza usava,
l’estrema forza a cui per l’universo
nessuno o raro paragon si dava,
cader del ponte si lasciò riverso
col pagano abbracciato come stava.
375Cadon nel fiume e vanno al fondo insieme:
ne salta in aria l’onda, e il lito geme.
Orlando, privo della ragione ma non della sua forza sovrumana, non tenta alcuna manovra raffinata. Lascia che entrambi cadano all'indietro, sempre abbracciati, dal ponte nel fiume, producendo un'enorme ondata.
Ottava 48
L’acqua gli fece distaccare in fretta.
Orlando è nudo, e nuota com’un pesce:
di qua le braccia, e di là i piedi getta,
380e viene a proda; e come di fuor esce,
correndo va, né per mirare aspetta,
se in biasmo o in loda questo gli riesce.
Ma il pagan, che da l’arme era impedito,
tornò più tardo e con più affanno al lito.
L'urto dell'acqua li separa. Orlando, completamente nudo, nuota con facilità fino alla riva e riparte di corsa senza preoccuparsi dell'esito dello scontro; Rodomonte, appesantito dall'armatura, raggiunge la sponda più lentamente e con maggiore fatica.
Ottava 49
385Sicuramente Fiordiligi intanto
avea passato il ponte e la riviera;
e guardato il sepolcro in ogni canto,
se del suo Brandimarte insegna v’era,
poi che né l’arme sue vede né il manto,
390di ritrovarlo in altra parte spera.
Ma ritorniamo a ragionar del conte,
che lascia a dietro e torre e fiume e ponte.
Nel frattempo Fiordiligi attraversa il ponte, approfittando dell'assenza dei due combattenti, e controlla il sepolcro nella speranza di riconoscere qualche oggetto appartenuto a Brandimarte. Non trovando nulla, riprende la ricerca altrove. Il narratore torna quindi a seguire Orlando.
Ottava 50
Pazzia sarà, se le pazzie d’Orlando
prometto raccontarvi ad una ad una;
395che tante e tante fur, ch’io non so quando
finir: ma ve n’andrò scegliendo alcuna
solenne ed atta da narrar cantando,
e ch’all’istoria mi parrà oportuna;
né quella tacerò miraculosa,
400che fu nei Pirenei sopra Tolosa.
Ariosto osserva che sarebbe impossibile narrare tutte le imprese compiute da Orlando nella sua follia, tanto sono numerose. Sceglierà soltanto gli episodi più straordinari e utili alla storia, fra cui uno accaduto nei Pirenei, nella regione vicina a Tolosa.
Ottava 51
Trascorso avea molto paese il conte,
come dal grave suo furor fu spinto;
ed al fin capitò sopra quel monte
per cui dal Franco è il Tarracon distinto;
405tenendo tuttavia volta la fronte
verso là dove il sol ne viene estinto:
e quivi giunse in uno angusto calle,
che pendea sopra una profonda valle.
Trascinato dalla sua agitazione, Orlando percorre grandi distanze fino a raggiungere i monti che separano la Francia dalla Spagna. Si dirige verso occidente e arriva a uno stretto sentiero sospeso sopra una valle profondissima.
Ottava 52
Si vennero a incontrar con esso al varco
410duo boscherecci gioveni, ch’inante
avean di legna un loro asino carco;
e perché ben s’accorsero al sembiante,
ch’avea di cervel sano il capo scarco,
gli gridano con voce minacciante,
415o ch’a dietro o da parte se ne vada,
e che si levi di mezzo la strada.
Sul passaggio incontra due giovani boscaioli con un asino carico di legna. Vedendo il suo aspetto e intuendo che non è lucido, gli gridano con tono minaccioso di spostarsi o tornare indietro per lasciarli passare.
Ottava 53
Orlando non risponde altro a quel detto,
se non che con furor tira d’un piede,
e giunge a punto l’asino nel petto
420con quella forza che tutte altre eccede;
ed alto il leva, sì, ch’uno augelletto
che voli in aria, sembra a chi lo vede.
Quel va a cadere alla cima d’un colle,
ch’un miglio oltre la valle il giogo estolle.
Orlando non risponde: colpisce invece l'asino al petto con un calcio di forza smisurata. L'animale viene scagliato così in alto e lontano da sembrare un uccello, prima di ricadere su un monte oltre la valle.
Ottava 54
425Indi verso i duo gioveni s’aventa,
dei quali un, più che senno, ebbe aventura,
che da la balza, che due volte trenta
braccia cadea, si gittò per paura.
A mezzo il tratto trovò molle e lenta
430una macchia di rubi e di verzura,
a cui bastò graffiargli un poco il volto:
del resto lo mandò libero e sciolto.
Poi il paladino si avventa contro i due boscaioli. Uno di loro, pur di sfuggirgli, salta da una rupe altissima; per fortuna atterra su cespugli e rovi che attutiscono la caduta, lasciandogli soltanto qualche graffio.
Ottava 55
L’altro s’attacca ad un scheggion ch’usciva
fuor de la roccia, per salirvi sopra;
435perché si spera, s’alla cima arriva,
di trovar via che dal pazzo lo cuopra.
Ma quel nei piedi (che non vuol che viva)
lo piglia, mentre di salir s’adopra:
e quanto più sbarrar puote le braccia,
440le sbarra sì, ch’in duo pezzi lo straccia;
L'altro boscaiolo tenta di arrampicarsi su uno sperone di roccia, sperando di sottrarsi all'aggressione. Orlando lo afferra però per i piedi e, allargando le braccia con forza smisurata, lo uccide squarciandone il corpo.
Ottava 56
a quella guisa che veggiàn talora
farsi d’uno aeron, farsi d’un pollo,
quando si vuol de le calde interiora
che falcone o ch’astor resti satollo.
445Quanto è bene accaduto che non muora
quel che fu a risco di fiaccarsi il collo!
ch’ad altri poi questo miracol disse,
sì che l’udì Turpino, e a noi lo scrisse.
Il narratore paragona l'atto alla violenza con cui si può strappare un animale per nutrire un rapace. Sottolinea che il boscaiolo sopravvissuto alla caduta ebbe una fortuna eccezionale: fu proprio lui a raccontare l'episodio, poi riportato da Turpino.
Ottava 57
E queste ed altre assai cose stupende
450fece nel traversar de la montagna.
Dopo molto cercare, al fin discende
verso meriggie alla terra di Spagna;
e lungo la marina il camin prende,
ch’intorno a Taracona il lito bagna:
455e come vuol la furia che lo mena,
pensa farsi uno albergo in quella arena,
Orlando compie molte altre azioni terribili attraversando le montagne. Infine scende verso la Spagna e raggiunge il litorale presso Tarragona, dove la sua mente confusa lo spinge a cercare un riparo improvvisato scavando nella sabbia.
Ottava 58
dove dal sole alquanto si ricuopra;
e nel sabbion si caccia arrido e trito.
Stando così, gli venne a caso sopra
460Angelica la bella e il suo marito,
ch’eran (sì come io vi narrai di sopra)
scesi dai monti in su l’ispano lito.
A men d’un braccio ella gli giunse appresso,
perché non s’era accorta ancora d’esso.
Orlando si infossa nella sabbia per proteggersi un poco dal sole. Proprio allora, passando lungo la costa spagnola, arrivano Angelica e suo marito Medoro, discesi dai monti. Angelica si avvicina a pochissima distanza senza accorgersi della presenza del paladino.
Ottava 59
465Che fosse Orlando, nulla le soviene:
troppo è diverso da quel ch’esser suole.
Da indi in qua che quel furor lo tiene,
è sempre andato nudo all’ombra e al sole:
se fosse nato all’aprica Siene,
470o dove Ammone il Garamante cole,
o presso ai monti onde il gran Nilo spiccia,
non dovrebbe la carne aver più arsiccia.
La giovane non riconosce Orlando, perché la follia lo ha trasformato completamente. Dopo aver vagato a lungo nudo sotto il sole e alle intemperie, il suo corpo appare bruciato e consumato come quello di chi vive nei deserti più aridi.
Ottava 60
Quasi ascosi avea gli occhi ne la testa,
la faccia macra, e come un osso asciutta,
475la chioma rabuffata, orrida e mesta,
la barba folta, spaventosa e brutta.
Non più a vederlo Angelica fu presta,
che fosse a ritornar, tremando tutta:
tutta tremando, e empiendo il ciel di grida,
480si volse per aiuto alla sua guida.
Orlando ha gli occhi infossati, il volto ossuto, i capelli arruffati e una barba folta e trascurata. Appena Angelica si accorge di lui, prova un terrore improvviso e fugge gridando e chiedendo aiuto a Medoro.
Ottava 61
Come di lei s’accorse Orlando stolto,
per ritenerla si levò di botto:
così gli piacque il delicato volto,
così ne venne immantinente giotto.
485D’averla amata e riverita molto
ogni ricordo era in lui guasto e rotto.
Gli corre dietro, e tien quella maniera
che terria il cane a seguitar la fera.
Orlando si alza di scatto, attratto dalla bellezza della donna, ma non ricorda più di averla amata e onorata. La insegue con l'istinto di un animale che corre dietro a una preda.
Ottava 62
Il giovine che ’l pazzo seguir vede
490la donna sua, gli urta il cavallo adosso,
e tutto a un tempo lo percuote e fiede,
come lo trova che gli volta il dosso.
Spiccar dal busto il capo se gli crede:
ma la pelle trovò dura come osso,
495anzi via più ch’acciar; ch’Orlando nato
impenetrabile era ed affatato.
Medoro, vedendo il folle inseguire Angelica, spinge il cavallo contro di lui e lo colpisce con la spada. Crede di potergli tagliare la testa, ma scopre che il corpo di Orlando è invulnerabile alle armi per una protezione straordinaria ricevuta fin dalla nascita.
Ottava 63
Come Orlando sentì battersi dietro,
girossi, e nel girare il pugno strinse,
e con la forza che passa ogni metro,
500ferì il destrier che ’l Saracino spinse.
Feril sul capo, e come fosse vetro,
lo spezzò sì, che quel cavallo estinse:
e rivoltosse in un medesmo istante
dietro a colei che gli fuggiva inante.
Sentendo il colpo alle spalle, Orlando si volta e sferra un pugno al cavallo di Medoro con tale violenza da fracassargli la testa e ucciderlo. Subito dopo riprende a inseguire Angelica, senza prestare altra attenzione al giovane saraceno.
Ottava 64
505Caccia Angelica in fretta la giumenta,
e con sferza e con spron tocca e ritocca;
che le parrebbe a quel bisogno lenta,
se ben volasse più che stral da cocca.
De l’annel c’ha nel dito si ramenta,
510che può salvarla, e se lo getta in bocca:
e l’annel, che non perde il suo costume,
la fa sparir come ad un soffio il lume.
Angelica frusta e sprona disperatamente la propria cavalla, che le sembra troppo lenta anche se corre veloce come una freccia. Poi ricorda di possedere l'anello magico e lo mette in bocca, diventando immediatamente invisibile.
Ottava 65
O fosse la paura, o che pigliasse
tanto disconcio nel mutar l’annello,
515o pur, che la giumenta traboccasse,
che non posso affermar questo né quello;
nel medesmo momento che si trasse
l’annello in bocca e celò il viso bello,
levò le gambe ed uscì de l’arcione,
520e si trovò riversa in sul sabbione.
Nel momento in cui scompare, Angelica cade dalla sella sulla sabbia. Il poeta non sa precisare se per la paura, per il gesto di prendere l'anello o per un inciampo della cavalla; racconta soltanto che la donna si ritrova a terra.
Ottava 66
Più corto che quel salto era dua dita,
aviluppata rimanea col matto,
che con l’urto le avria tolta la vita;
ma gran ventura l’aiutò a quel tratto.
525Cerchi pur, ch’altro furto le dia aita
d’un’altra bestia, come prima ha fatto;
che più non è per riaver mai questa
ch’inanzi al paladin l’arena pesta.
Un minimo scarto di posizione basta a salvarla: se fosse rimasta sulla traiettoria del cavaliere, Orlando l'avrebbe probabilmente travolta e uccisa. La donna invisibile potrà cercare un altro animale, ma perde definitivamente la cavalla, che continua a correre davanti al paladino.
Ottava 67
Non dubitate già ch’ella non s’abbia
530a provedere; e seguitiamo Orlando,
in cui non cessa l’impeto e la rabbia
perché si vada Angelica celando.
Segue la bestia per la nuda sabbia,
e se le vien più sempre approssimando:
535già già la tocca, ed ecco l’ha nel crine,
indi nel freno, e la ritiene al fine.
Ariosto rassicura il lettore che Angelica saprà cavarsela e torna a seguire Orlando. Non vedendo più la donna, il folle continua a inseguire l'animale lungo la spiaggia, guadagnando terreno finché lo afferra per la criniera e poi per le briglie.
Ottava 68
Con quella festa il paladin la piglia,
ch’un altro avrebbe fatto una donzella:
le rassetta le redine e la briglia,
540e spicca un salto ed entra ne la sella;
e correndo la caccia molte miglia,
senza riposo, in questa parte e in quella:
mai non le leva né sella né freno,
né le lascia gustare erba né fieno.
Orlando si impadronisce della cavalla con un entusiasmo che un altro uomo avrebbe riservato alla conquista dell'amata. Le sistema le redini, salta in sella e la costringe a correre per molte miglia, senza fermarsi per darle riposo, acqua o cibo.
Ottava 69
545Volendosi cacciare oltre una fossa,
sozzopra se ne va con la cavalla.
Non nocque a lui, né sentì la percossa;
ma nel fondo la misera si spalla.
Non vede Orlando come trar la possa;
550e finalmente se l’arreca in spalla,
e su ritorna, e va con tutto il carco,
quanto in tre volte non trarrebbe un arco.
Tentando di superare un fossato, Orlando cade insieme alla cavalla. Lui non si ferisce, ma l'animale si procura una grave lesione alla spalla e non riesce a rialzarsi. Il paladino lo prende sulle proprie spalle e continua a correre portandolo come un carico leggero.
Ottava 70
Sentendo poi che gli gravava troppo,
la pose in terra, e volea trarla a mano.
555Ella il seguia con passo lento e zoppo;
dicea Orlando: – Camina! – e dicea invano.
Se l’avesse seguito di galoppo,
assai non era al desiderio insano.
Al fin dal capo le levò il capestro,
560e dietro la legò sopra il piè destro;
Quando il peso comincia a stancarlo, Orlando posa la cavalla e cerca di trascinarla per le briglie. Poiché l'animale ferito lo segue zoppicando troppo lentamente, egli scioglie il capestro dal capo e lo lega alla zampa posteriore destra.
Ottava 71
e così la strascina, e la conforta
che lo potrà seguir con maggior agio.
Qual leva il pelo, e quale il cuoio porta,
dei sassi ch’eran nel camin malvagio.
565La mal condotta bestia restò morta
finalmente di strazio e di disagio.
Orlando non le pensa e non la guarda,
e via correndo il suo camin non tarda.
Il folle trascina quindi la cavalla per la zampa, credendo assurdamente di facilitarle il cammino. Le pietre del terreno le strappano il pelo e la pelle; alla fine l'animale muore, ma Orlando continua a correre senza accorgersi della sua sofferenza.
Ottava 72
Di trarla, anco che morta, non rimase,
570continoando il corso ad occidente;
e tuttavia saccheggia ville e case,
se bisogno di cibo aver si sente;
e frutte e carne e pan, pur ch’egli invase,
rapisce; ed usa forza ad ogni gente:
575qual lascia morto e qual storpiato lassa;
poco si ferma, e sempre inanzi passa.
Orlando prosegue verso occidente trascinando perfino il corpo ormai morto della cavalla. Quando ha fame, saccheggia case e villaggi per rubare pane, carne o frutta e aggredisce chi cerca di fermarlo, lasciando dietro di sé feriti e morti.
Ottava 73
Avrebbe così fatto, o poco manco,
alla sua donna, se non s’ascondea;
perché non discernea il nero dal bianco,
580e di giovar, nocendo si credea.
Deh maledetto sia l’annello ed anco
il cavallier che dato le l’avea!
che se non era, avrebbe Orlando fatto
di sé vendetta e di mill’altri a un tratto.
Il poeta osserva che Orlando, nella sua follia, avrebbe potuto trattare con la stessa violenza anche Angelica se non fosse scomparsa grazie all'anello. In modo amaramente paradossale impreca contro il dono magico, perché il paladino non distingue più fra il bene e il male.
Ottava 74
585Né questa sola, ma fosser pur state
in man d’Orlando quante oggi ne sono;
ch’ad ogni modo tutte sono ingrate,
né si trova tra loro oncia di buono.
Ma prima che le corde rallentate
590al canto disugual rendano il suono,
fia meglio differirlo a un’altra volta,
acciò men sia noioso a chi l’ascolta.
Il narratore, scivolando a sua volta in un'esagerazione polemica contro le donne, augura che Orlando le avesse tutte davanti; interrompe però il discorso prima che il tono diventi eccessivamente aspro. Rimanda il resto della vicenda al canto seguente.