L’Orlando furioso · Ludovico Ariosto
Canto ventottesimo
Testo originale e parafrasi
Ogni ottava affianca il testo originale alla parafrasi in italiano contemporaneo.
| Testo originale | Parafrasi |
|---|---|
| Ottava 1 1Donne, e voi che le donne avete in pregio, per Dio, non date a questa istoria orecchia, a questa che l’ostier dire in dispregio e in vostra infamia e biasmo s’apparecchia; 5ben che né macchia vi può dar né fregio lingua sì vile, e sia l’usanza vecchia che ’l volgare ignorante ognun riprenda, e parli più di quel che meno intenda. | Il poeta si rivolge alle donne e a chi le rispetta, invitandoli a non ascoltare il racconto offensivo che l'oste sta per narrare. Precisa che le parole di un uomo rozzo non possono intaccare il valore delle donne e critica chi giudica ciò che conosce poco. |
| Ottava 2 Lasciate questo canto, che senza esso 10può star l’istoria, e non sarà men chiara. Mettendolo Turpino, anch’io l’ho messo, non per malivolenza né per gara. Ch’io v’ami, oltre mia lingua che l’ha espresso, che mai non fu di celebrarvi avara, 15n’ho fatto mille prove; e v’ho dimostro ch’io son, né potrei esser se non vostro. | Ariosto suggerisce di saltare l'episodio, perché la trama principale resterà comprensibile. Dice di averlo riportato perché presente nella fonte attribuita a Turpino, non per ostilità verso le donne; ricorda anzi di aver dimostrato più volte la propria ammirazione nei loro confronti. |
| Ottava 3 Passi, chi vuol, tre carte o quattro, senza leggerne verso, e chi pur legger vuole, gli dia quella medesima credenza 20che si suol dare a finzioni e a fole. Ma tornando al dir nostro, poi ch’udienza apparecchiata vide a sue parole, e darsi luogo incontra al cavalliero, così l’istoria incominciò l’ostiero. | Chi non vuole leggere il racconto può oltrepassare alcune pagine; chi lo legge deve considerarlo una finzione, non una verità generale. L'oste, vedendo gli ascoltatori pronti e lo spazio lasciato al cavaliere, comincia la sua storia. |
| Ottava 4 25– Astolfo, re de’ Longobardi, quello a cui lasciò il fratel monaco il regno, fu ne la giovinezza sua sì bello, che mai poch’altri giunsero a quel segno. N’avria a fatica un tal fatto a penello 30Apelle, o Zeusi, o se v’è alcun più degno. Bello era, ed a ciascun così parea: ma di molto egli ancor più si tenea. | L'oste racconta di Astolfo, re dei Longobardi dopo che il fratello si era fatto monaco. Da giovane Astolfo era di una bellezza eccezionale, difficile da riprodurre perfino per i grandi pittori dell'antichità; lui stesso, però, aveva di sé un'opinione ancora più alta. |
| Ottava 5 Non stimava egli tanto per l’altezza del grado suo, d’avere ognun minore; 35né tanto, che di genti e di ricchezza, di tutti i re vicini era il maggiore; quanto che di presenza e di bellezza avea per tutto ’l mondo il primo onore. Godea di questo, udendosi dar loda, 40quanto di cosa volentier più s’oda. | Astolfo si considerava superiore agli altri non tanto per la dignità regale, l'esercito o le ricchezze, quanto per la bellezza del proprio aspetto. Essere riconosciuto come l'uomo più bello del mondo gli procurava una soddisfazione superiore a ogni altra lode. |
| Ottava 6 Tra gli altri di sua corte avea assai grato Fausto Latini, un cavallier romano: con cui sovente essendosi lodato or del bel viso or de la bella mano, 45ed avendolo un giorno domandato se mai veduto avea, presso o lontano, altro uom di forma così ben composto; contra quel che credea, gli fu risposto. | Il re era affezionato a Fausto Latini, un cavaliere romano della sua corte. Dopo essersi spesso vantato con lui del proprio volto e delle proprie mani, gli chiese se avesse mai visto un uomo altrettanto armonioso; ricevette una risposta che non si aspettava. |
| Ottava 7 – Dico (rispose Fausto) che secondo 50ch’io veggo e che parlarne odo a ciascuno, ne la bellezza hai pochi pari al mondo; e questi pochi io li restringo in uno. Quest’uno è un fratel mio, detto Iocondo. Eccetto lui, ben crederò ch’ognuno 55di beltà molto a dietro tu ti lassi; ma questo sol credo t’adegui e passi. – | Fausto riconobbe che Astolfo aveva pochissimi rivali in bellezza, ma indicò un'eccezione precisa: suo fratello Iocondo, che a suo giudizio lo eguagliava e forse lo superava. Il re non accolse facilmente l'idea di avere un concorrente. |
| Ottava 8 Al re parve impossibil cosa udire, che sua la palma infin allora tenne; e d’aver conoscenza alto desire 60di sì lodato giovene gli venne. Fe’ sì con Fausto, che di far venire quivi il fratel prometter gli convenne; ben ch’a poterlo indur che ci venisse, saria fatica, e la cagion gli disse: | Astolfo, fino a quel momento convinto della propria superiorità, volle conoscere subito il giovane lodato da Fausto. Ottenne che il cortigiano promettesse di condurre il fratello a corte, sebbene Fausto avvertisse che convincerlo sarebbe stato difficile. |
| Ottava 9 65che ’l suo fratello era uom che mosso il piede mai non avea di Roma alla sua vita, che del ben che Fortuna gli concede, tranquilla e senza affanni avea notrita: la roba di che ’l padre il lasciò erede, 70né mai cresciuta avea né minuita; e che parrebbe a lui Pavia lontana più che non parria a un altro ire alla Tana. | Fausto spiegò che Iocondo non aveva mai lasciato Roma: conduceva una vita tranquilla, contento dell'eredità paterna, che non cercava né di aumentare né di diminuire. Per lui raggiungere Pavia sarebbe sembrato un viaggio smisurato, quasi andare in un paese remotissimo. |
| Ottava 10 E la difficultà saria maggiore a poterlo spiccar da la mogliere, 75con cui legato era di tanto amore, che non volendo lei, non può volere. Pur per ubbidir lui che gli è signore, disse d’andare e fare oltre il potere. Giunse il re a’ prieghi tali offerte e doni, 80che di negar non gli lasciò ragioni. | A rendere il viaggio ancora più difficile era il fortissimo legame di Iocondo con la moglie, senza il cui consenso egli difficilmente avrebbe deciso di partire. Fausto si impegnò comunque per obbedire al re; Astolfo aggiunse promesse e doni tali da rendere arduo il rifiuto. |
| Ottava 11 Partisse, e in pochi giorni ritrovosse dentro di Roma alle paterne case. Quivi tanto pregò, che ’l fratel mosse sì ch’a venire al re gli persuase; 85e fece ancor (ben che difficil fosse) che la cognata tacita rimase, proponendole il ben che n’usciria, oltre ch’obligo sempre egli l’avria. | Fausto raggiunse Roma e insistette tanto da persuadere il fratello a visitare la corte longobarda. Riuscì anche a placare le obiezioni della cognata, facendo leva sui vantaggi del viaggio e sulla gratitudine che Iocondo gli avrebbe dovuto. |
| Ottava 12 Fisse Iocondo alla partita il giorno: 90trovò cavalli e servitori intanto; vesti fe’ far per comparire adorno, che talor cresce una beltà un bel manto. La notte a lato, e ’l dì la moglie intorno, con gli occhi ad or ad or pregni di pianto, 95gli dice che non sa come patire potrà tal lontananza e non morire; | Iocondo fissò la partenza, procurò cavalli e servitori e ordinò abiti eleganti, convinto che un bel vestito valorizzi l'aspetto. La moglie restava continuamente accanto a lui e piangeva, sostenendo di non poter sopportare una separazione così lunga. |
| Ottava 13 che pensandovi sol, da la radice sveller si sente il cor nel lato manco. – Deh, vita mia, non piagnere (le dice 100Iocondo, e seco piagne egli non manco); così mi sia questo camin felice, come tornar vo’ fra duo mesi almanco: né mi faria passar d’un giorno il segno, se mi donasse il re mezzo il suo regno.- | La donna diceva di sentire il cuore strapparsi dal petto al solo pensiero dell'assenza. Iocondo, piangendo a sua volta, la rassicurava: sarebbe tornato entro due mesi e non avrebbe ritardato neppure in cambio di metà del regno di Astolfo. |
| Ottava 14 105Né la donna perciò si riconforta: dice che troppo termine si piglia; e s’al ritorno non la trova morta, esser non può se non gran maraviglia. Non lascia il duol che giorni e notte porta, 110che gustar cibo, e chiuder possa ciglia; tal che per la pietà Iocondo spesso si pente ch’al fratello abbia promesso. | Quelle promesse non consolarono la moglie, che riteneva già eccessivi due mesi e temeva di morire prima del suo ritorno. Il dolore le impediva di mangiare e dormire, tanto che Iocondo, mosso a compassione, si pentiva di aver promesso il viaggio. |
| Ottava 15 Dal collo un suo monile ella si sciolse, ch’una crocetta avea ricca di gemme, 115e di sante reliquie che raccolse in molti luoghi un peregrin boemme; ed il padre di lei, ch’in casa il tolse tornando infermo, di Ierusalemme, venendo a morte poi ne lasciò erede: 120questa levossi ed al marito diede. | La donna si tolse dal collo un prezioso monile con una piccola croce, ornata di gemme e contenente reliquie raccolte da un pellegrino boemo. Quel pellegrino era stato ospitato da suo padre dopo un viaggio a Gerusalemme e gli aveva lasciato l'oggetto in eredità. |
| Ottava 16 E che la porti per suo amore al collo lo prega, sì che ognor gli ne sovenga. Piacque il dono al marito, ed accettollo; non perché dar ricordo gli convenga: 125che né tempo né assenza mai dar crollo, né buona o ria fortuna che gli avenga, potrà a quella memoria salda e forte c’ha di lei sempre, e avrà dopo la morte. | La moglie pregò Iocondo di portare la croce per ricordarsi di lei. Lui accolse il dono, ma rispose che non ne aveva bisogno per conservarne la memoria: né la lontananza né la sorte favorevole o avversa avrebbero potuto cancellare il suo amore. |
| Ottava 17 La notte ch’andò inanzi a quella aurora 130che fu il termine estremo alla partenza, al suo Iocondo par ch’in braccio muora la moglie, che n’ha tosto da star senza. Mai non si dorme; e inanzi al giorno un’ora viene il marito all’ultima licenza. 135Montò a cavallo e si partì in effetto; e la moglier si ricorcò nel letto. | Nell'ultima notte prima della partenza, i coniugi rimasero svegli, disperati per l'imminente separazione. Prima dell'alba Iocondo salutò la moglie, montò a cavallo e partì; lei tornò a coricarsi. |
| Ottava 18 Iocondo ancor duo miglia ito non era, che gli venne la croce raccordata, ch’avea sotto il guancial messo la sera, 140poi per oblivion l’avea lasciata. – Lasso! (dicea tra sé) di che maniera troverò scusa che mi sia accettata, che mia moglie non creda che gradito poco da me sia l’amor suo infinito? – | Dopo appena due miglia Iocondo ricordò di aver dimenticato la croce sotto il cuscino. Si preoccupò che la moglie interpretasse la dimenticanza come prova di scarso affetto e cominciò a cercare una scusa convincente. |
| Ottava 19 145Pensa la scusa, e poi gli cade in mente che non sarà accettabile né buona, mandi famigli, mandivi altra gente, s’egli medesmo non vi va in persona. Si ferma, e al fratel dice: – Or pianamente 150fin a Baccano al primo albergo sprona; che dentro a Roma è forza ch’io rivada: e credo anco di giugnerti per strada. | Pensò che nessuna giustificazione sarebbe bastata se avesse mandato un servitore a recuperare il dono. Fermò dunque il fratello, chiedendogli di procedere lentamente fino alla prima locanda di Baccano, perché doveva tornare personalmente a Roma e contava di raggiungerlo presto. |
| Ottava 20 Non potria fare altri il bisogno mio: né dubitar, ch’io sarò tosto teco. – 155voltò il ronzin di trotto, e disse a Dio; né de’ famigli suoi volse alcun seco. Già cominciava, quando passò il rio, dinanzi al sole a fuggir l’aer cieco. Smonta in casa, va al letto, e la consorte 160quivi ritrova addormentata forte. | Iocondo assicurò che si trattava di una faccenda che nessun altro poteva sbrigare, poi tornò indietro da solo. Allo spuntare del giorno entrò silenziosamente in casa e si avvicinò alla stanza dove la moglie sembrava dormire profondamente. |
| Ottava 21 La cortina levò senza far motto, e vide quel che men veder credea: che la sua casta e fedel moglie, sotto la coltre, in braccio a un giovene giacea. 165Riconobbe l’adultero di botto, per la pratica lunga che n’avea; ch’era de la famiglia sua un garzone, allevato da lui, d’umil nazione. | Sollevando la tenda del letto, Iocondo vide la moglie, che aveva creduto fedelissima, abbracciata a un giovane. Riconobbe subito l'amante: era un servitore di umili origini, cresciuto proprio nella sua casa. |
| Ottava 22 S’attonito restasse e malcontento, 170meglio è pensarlo e farne fede altrui, ch’esserne mai per far l’esperimento che con suo gran dolor ne fe’ costui. Da lo sdegno assalito, ebbe talento di trar la spada e uccidergli ambedui: 175ma da l’amor che porta, al suo dispetto, all’ingrata moglier, gli fu interdetto. | Lo spettacolo lo sconvolse. Preso dalla rabbia, avrebbe voluto estrarre la spada e uccidere entrambi, ma l'amore che provava ancora per la moglie gli impedì di compiere quel gesto. |
| Ottava 23 Né lo lasciò questo ribaldo Amore (vedi se sì l’avea fatto vasallo) destarla pur, per non le dar dolore 180che fosse da lui colta in sì gran fallo. Quanto poté più tacito uscì fuore, scese le scale, e rimontò a cavallo; e punto egli d’amor, così lo punse, ch’all’albergo non fu, che ’l fratel giunse. | Il suo attaccamento era tanto forte che non volle nemmeno svegliarla e affrontarla, per risparmiarle la vergogna di essere sorpresa. Uscì in silenzio, risalì a cavallo e raggiunse Fausto alla locanda, tormentato dalla scoperta. |
| Ottava 24 185Cambiato a tutti parve esser nel volto; vider tutti che ’l cor non avea lieto. ma non v’è chi s’apponga già di molto, e possa penetrar nel suo secreto. Credeano che da lor si fosse tolto 190per gire a Roma, e gito era a Corneto. Ch’amor sia del mal causa ognun s’avisa; ma non è già chi dir sappia in che guisa. | Il suo volto era cambiato così profondamente che tutti notarono la tristezza, ma nessuno ne comprese la causa. Si attribuiva la sua sofferenza alla separazione dalla moglie, non al tradimento appena scoperto. |
| Ottava 25 Estimasi il fratel, che dolor abbia d’aver la moglie sua sola lasciata; 195e pel contrario duolsi egli ed arrabbia che rimasa era troppo accompagnata. Con fronte crespa e con gonfiate labbia sta l’infelice, e sol la terra guata. Fausto ch’a confortarlo usa ogni prova, 200perché non sa la causa, poca giova. | Anche Fausto pensava che il fratello fosse addolorato per aver lasciato sola la consorte. In realtà Iocondo soffriva proprio perché lei non era rimasta sola. Camminava cupo, con il viso contratto e gli occhi bassi; i tentativi di conforto del fratello erano inutili. |
| Ottava 26 Di contrario liquor la piaga gli unge, e dove tor dovria, gli accresce doglie; dove dovria saldar, più l’apre e punge: questo gli fa col ricordar la moglie. 205Né posa dì né notte: il sonno lunge fugge col gusto, e mai non si raccoglie: e la faccia, che dianzi era sì bella, si cangia sì, che più non sembra quella. | Senza conoscere la verità, Fausto aggravava la sofferenza di Iocondo ricordandogli continuamente la moglie. Il giovane non riusciva più a dormire o mangiare, e il dolore trasformò rapidamente la bellezza del suo volto. |
| Ottava 27 Par che gli occhi se ascondin ne la testa; 210cresciuto il naso par nel viso scarno: de la beltà sì poca gli ne resta, che ne potrà far paragone indarno. Col duol venne una febbre sì molesta, che lo fe’ soggiornar all’Arbia e all’Arno: 215e se di bello avea serbata cosa, tosto restò come al sol colta rosa. | Il dimagrimento gli infossò gli occhi e rese il naso più evidente. A quelle sofferenze si aggiunse una febbre che lo costrinse a fermarsi lungo il viaggio, nelle terre dell'Arbia e dell'Arno. La sua avvenenza svanì come una rosa appassita dal sole. |
| Ottava 28 Oltre ch’a Fausto incresca del fratello che veggia a simil termine condutto, via più gl’incresce che bugiardo a quello 220principe, a chi lodollo, parrà in tutto: mostrar di tutti gli uomini il più bello gli avea promesso, e mostrerà il più brutto. Ma pur continuando la sua via, seco lo trasse al fin dentro a Pavia. | Fausto era addolorato per il male del fratello, ma anche preoccupato che il re lo credesse bugiardo: aveva promesso di presentargli un uomo bellissimo e stava portando a corte una persona ormai sfigurata dalla malattia. Continuò comunque il viaggio fino a Pavia. |
| Ottava 29 225Già non vuol che lo vegga il re improviso, per non mostrarsi di giudicio privo: ma per lettere inanzi gli dà aviso che ’l suo fratel ne viene a pena vivo; e ch’era stato all’aria del bel viso 230un affanno di cor tanto nocivo, accompagnato da una febbre ria, che più non parea quel ch’esser solia. | Per non sembrare incapace di giudicare la bellezza, Fausto avvisò Astolfo per lettera che Iocondo era arrivato quasi in fin di vita. Spiegò che una sofferenza interiore e una grave febbre avevano mutato completamente il suo aspetto. |
| Ottava 30 Grata ebbe la venuta di Iocondo quanto potesse il re d’amico avere; 235che non avea desiderato al mondo cosa altretanto, che di lui vedere. Né gli spiace vederselo secondo, e di bellezza dietro rimanere; ben che conosca, se non fosse il male, 240che gli saria superiore o uguale. | Astolfo accolse con piacere Iocondo, che desiderava conoscere da tempo. Non gli dispiaceva vederlo meno bello di sé, ma comprese che, senza la malattia, il giovane avrebbe potuto eguagliarlo o superarlo. |
| Ottava 31 Giunto, lo fa alloggiar nel suo palagio, lo visita ogni giorno, ogni ora n’ode; fa gran provision che stia con agio, e d’onorarlo assai si studia e gode. 245Langue Iocondo, che ’l pensier malvagio c’ha de la ria moglier, sempre lo rode: né ’l veder giochi, né musici udire, dramma del suo dolor può minuire. | Il re lo ospitò nel palazzo, lo visitò spesso e gli procurò ogni comodità e divertimento. Nulla, però, alleviava il tormento di Iocondo, continuamente ossessionato dal tradimento della moglie. |
| Ottava 32 Le stanze sue, che sono appresso al tetto 250l’ultime, inanzi hanno una sala antica. Quivi solingo (perche ogni diletto, perch’ogni compagnia prova nimica) si ritraea, sempre aggiungendo al petto di più gravi pensier nuova fatica: 255e trovò quivi (or chi lo crederia?) chi lo sanò de la sua piaga ria. | Le camere assegnate a Iocondo erano ai piani più alti, accanto a una sala antica. Egli vi si ritirava per stare solo, perché ogni compagnia gli era diventata insopportabile. Proprio in quella sala scoprì, in modo inatteso, qualcosa che attenuò il suo dolore. |
| Ottava 33 In capo de la sala, ove è più scuro (che non vi s’usa le finestre aprire,) vede che ’l palco mal si giunge al muro, 260e fa d’aria più chiara un raggio uscire. Pon l’occhio quindi, e vede quel che duro a creder fôra a chi l’udisse dire: non l’ode egli d’altrui, ma se lo vede; ed anco agli occhi suoi propri non crede. | In un angolo buio della sala notò una fessura fra il soffitto e il muro, dalla quale filtrava luce. Guardandovi attraverso, assistette a una scena tanto incredibile da dubitare dei propri occhi. |
| Ottava 34 265Quindi scopria de la regina tutta la più secreta stanza e la più bella, ove persona non verria introdutta, se per molto fedel non l’avesse ella. Quindi mirando vide in strana lutta 270ch’un nano aviticchiato era con quella: ed era quel piccin stato sì dotto, che la regina avea messa di sotto. | La fessura permetteva di osservare la stanza più riservata della regina, accessibile soltanto a persone di estrema fiducia. Iocondo vide la sovrana in intimità con un nano, che era riuscito a diventare il suo amante. |
| Ottava 35 Attonito Iocondo e stupefatto, e credendo sognarsi, un pezzo stette; 275e quando vide pur che gli era in fatto e non in sogno, a se stesso credette. – A uno sgrignuto mostro e contrafatto dunque (disse) costei si sottomette, che ’l maggior re del mondo ha per marito, 280più bello e più cortese? oh che appetito! – | Sorpreso, Iocondo stentava ad accettare ciò che vedeva: la regina, pur sposata al re più potente, bello e cortese, gli era infedele con un uomo di aspetto che egli giudicava sgradevole. |
| Ottava 36 E de la moglie sua, che così spesso più d’ogn’altra biasmava, ricordosse, perché ’l ragazzo s’avea tolto appresso: ed or gli parve che escusabil fosse. 285Non era colpa sua più che del sesso, che d’un solo uomo mai non contentosse: e s’han tutte una macchia d’uno inchiostro, almen la sua non s’avea tolto un mostro. | Il ricordo del proprio tradimento gli apparve meno doloroso al confronto. Iocondo formulò allora una generalizzazione misogina: secondo lui, se persino la regina si comportava così, la moglie non era peggiore delle altre; almeno il suo amante non aveva l'aspetto del nano. |
| Ottava 37 Il dì seguente, alla medesima ora, 290al medesimo loco fa ritorno; e la regina e il nano vede ancora, che fanno al re pur il medesmo scorno. Trova l’altro dì ancor che si lavora, e l’altro; e al fin non si fa festa giorno: 295e la regina (che gli par più strano) sempre si duol che poco l’ami il nano. | Tornò più giorni alla fessura e vide ripetersi gli incontri fra la regina e il nano. Gli sembrava particolarmente sorprendente che fosse lei a lamentarsi della scarsa attenzione che l'amante le riservava. |
| Ottava 38 Stette fra gli altri un giorno a veder, ch’ella era turbata e in gran malenconia, che due volte chiamar per la donzella 300il nano fatto avea, n’ancor venìa. Mandò la terza volta, ed udì quella, che: – Madonna, egli giuoca (riferia); e per non stare in perdita d’un soldo, a voi niega venire il manigoldo. – | Un giorno la regina apparve irritata perché aveva mandato due volte a chiamare il nano senza che si presentasse. Alla terza richiesta seppe da una servitrice che lui stava giocando e non voleva allontanarsi neppure rischiando di perdere una moneta. |
| Ottava 39 305A sì strano spettacolo Iocondo raserena la fronte e gli occhi e il viso; e quale in nome, diventò giocondo d’effetto ancora, e tornò il pianto in riso. Allegro torna e grasso e rubicondo, 310che sembra un cherubin del paradiso; che ’l re, il fratello e tutta la famiglia di tal mutazion si maraviglia. | Lo spettacolo sciolse la tristezza di Iocondo, che tornò finalmente a sorridere: il suo nome sembrò rispecchiare di nuovo il suo carattere. Recuperò appetito, salute e colore, sorprendendo il re, il fratello e l'intera corte. |
| Ottava 40 Se da Iocondo il re bramava udire onde venisse il subito conforto, 315non men Iocondo lo bramava dire, e fare il re di tanta ingiuria accorto; ma non vorria che, più di sé, punire volesse il re la moglie di quel torto; sì che per dirlo e non far danno a lei, 320il re fece giurar su l’agnusdei. | Astolfo desiderava sapere la causa di quella guarigione improvvisa, e Iocondo avrebbe voluto rivelargliela. Temeva però che il re punisse violentemente la moglie, così pretese prima una promessa solenne davanti a un oggetto sacro. |
| Ottava 41 Giurar lo fe’ che né per cosa detta, né che gli sia mostrata che gli spiaccia, ancor ch’egli conosca che diretta- mente a sua Maestà danno si faccia, 325tardi o per tempo mai farà vendetta; e di più vuole ancor che se ne taccia, sì che né il malfattor giamai comprenda in fatto o in detto, che ’l re il caso intenda. | Iocondo fece giurare ad Astolfo che, qualunque cosa avesse saputo o visto, non avrebbe cercato vendetta né nell'immediato né in futuro. Gli chiese inoltre di mantenere il segreto, affinché i responsabili non scoprissero di essere stati smascherati. |
| Ottava 42 Il re, ch’ogn’altra cosa, se non questa, 330creder potria, gli giurò largamente. Iocondo la cagion gli manifesta, ond’era molti dì stato dolente: perché trovata avea la disonesta sua moglie in braccio d’un suo vil sergente; 335e che tal pena al fin l’avrebbe morto, se tardato a venir fosse il conforto. | Il re, non immaginando un tradimento della propria moglie, promise senza riserve. Iocondo gli raccontò allora di aver sorpreso la consorte con un servitore e spiegò che quella scoperta lo aveva quasi ucciso di dolore. |
| Ottava 43 Ma in casa di sua Altezza avea veduto cosa che molto gli scemava il duolo; che se bene in obbrobrio era caduto, 340era almen certo di non v’esser solo. Così dicendo, e al bucolin venuto, gli dimostrò il bruttissimo omiciuolo che la giumenta altrui sotto si tiene, tocca di sproni e fa giuocar di schene. | Aggiunse che nel palazzo reale aveva visto qualcosa di capace di ridimensionare la propria vergogna: non era il solo marito tradito. Conducendo Astolfo alla fessura, gli mostrò la regina insieme al nano. |
| Ottava 44 345Se parve al re vituperoso l’atto, lo crederete ben, senza ch’io ’l giuri. Ne fu per arrabbiar, per venir matto; ne fu per dar del capo in tutti i muri; fu per gridar, fu per non stare al patto: 350ma forza è che la bocca al fin si turi, e che l’ira trangugi amara ed acra, poi che giurato avea su l’ostia sacra. | La scena esasperò il re, che avrebbe voluto gridare, infuriarsi e vendicarsi immediatamente. Dovette però trattenersi e soffocare la rabbia, perché aveva pronunciato un giuramento solenne. |
| Ottava 45 – Che debbo far, che mi consigli, frate, (disse a Iocondo), poi che tu mi tolli 355che con degna vendetta e crudeltate questa giustissima ira io non satolli? – – Lasciàn (disse Iocondo) queste ingrate, e proviam se son l’altre così molli: facciàn de le lor femine ad altrui 360quel ch’altri de le nostre han fatto a nui. | Astolfo chiese a Iocondo cosa avrebbe dovuto fare, dato che la promessa gli impediva di punire la moglie. Iocondo suggerì allora di partire insieme e cercare avventure amorose con altre donne, per vendicare simbolicamente il tradimento subito. |
| Ottava 46 Ambi gioveni siamo, e di bellezza, che facilmente non troviamo pari. Qual femina sarà che n’usi asprezza, se contra i brutti ancor non han ripari? 365Se beltà non varrà né giovinezza, varranne almen l’aver con noi danari. Non vo’ che torni, che non abbi prima di mille moglie altrui la spoglia opima. | Iocondo osservò che erano entrambi giovani e belli, quindi difficilmente sarebbero stati respinti; se l'aspetto non fosse bastato, avrebbero potuto ricorrere alla ricchezza. Propose al re di non tornare prima di aver sedotto moltissime donne sposate. |
| Ottava 47 La lunga assenza, il veder vari luoghi, 370praticare altre femine di fuore, par che sovente disacerbi e sfoghi de l’amorose passioni il core. – Lauda il parer, né vuol che si proròghi il re l’andata; e fra pochissime ore, 375con due scudieri, oltre alla compagnia del cavallier roman, si mette in via. | Secondo Iocondo, viaggiare e incontrare persone nuove avrebbe alleggerito le sofferenze amorose. Astolfo approvò immediatamente e si mise in viaggio con lui, due scudieri e la compagnia del cavaliere romano. |
| Ottava 48 Travestiti cercaro Italia, Francia, le terre de’ Fiaminghi e de l’Inglesi; e quante ne vedean di bella guancia, 380trovavan tutte ai prieghi lor cortesi. Davano, e dato loro era la mancia; e spesso rimetteano i danar spesi. Da loro pregate foro molte, e foro anch’altretante che pregaron loro. | Viaggiarono sotto mentite spoglie per l'Italia, la Francia, le Fiandre e l'Inghilterra, intrecciando numerose relazioni con donne che incontravano. Scambiavano doni e favori, e talvolta erano le donne stesse a cercare la loro compagnia. |
| Ottava 49 385In questa terra un mese, in quella dui soggiornando, accertarsi a vera prova che non men ne le lor, che ne l’altrui femine, fede e castità si trova. Dopo alcun tempo increbbe ad ambedui 390di sempre procacciar di cosa nuova; che mal poteano entrar ne l’altrui porte, senza mettersi a rischio de la morte. | Fermandosi per settimane o mesi in luoghi diversi, i due credettero di aver verificato che l'infedeltà non era rara. Col tempo, però, si stancarono di inseguire sempre nuovi rapporti e di esporsi ai pericoli che comportava entrare di nascosto nelle case altrui. |
| Ottava 50 Gli è meglio una trovarne che di faccia e di costumi ad ambi grata sia; 395che lor communemente sodisfaccia, e non n’abbin d’aver mai gelosia. – E perché (dicea il re) vo’ che mi spiaccia aver più te ch’un altro in compagnia? So ben ch’in tutto il gran femineo stuolo 400una non è che stia contenta a un solo. | Decisero che sarebbe stato più comodo trovare una sola donna piacevole a entrambi, con la quale condividere stabilmente una relazione senza gelosia. Astolfo sosteneva di non aver ragione di essere geloso dell'amico, convinto, secondo il proprio pregiudizio, che nessuna donna si accontentasse di un solo uomo. |
| Ottava 51 Una, senza sforzar nostro potere, ma quando il natural bisogno inviti, in festa goderemoci e in piacere, che mai contese non avren né liti. 405Né credo che si debba ella dolere: che s’anco ogn’altra avesse duo mariti, più ch’ad un solo, a duo saria fedele; né forse s’udirian tante querele. – | Astolfo immaginava che una sola compagna, condivisa liberamente nei momenti desiderati da entrambi, avrebbe evitato litigi e gelosie. Sosteneva inoltre che una donna con due uomini avrebbe potuto essere fedele a entrambi; è la logica paradossale del personaggio, non una conclusione del poeta. |
| Ottava 52 Di quel che disse il re, molto contento 410rimaner parve il giovine romano. Dunque fermati in tal proponimento, cercar molte montagne e molto piano: trovaro al fin, secondo il loro intento, una figliuola d’uno ostiero ispano, 415che tenea albergo al porto di Valenza, bella di modi e bella di presenza. | Iocondo si mostrò soddisfatto della proposta. I due attraversarono molte regioni alla ricerca della persona adatta e infine individuarono una ragazza di bell'aspetto e modi gentili: era la figlia di un oste spagnolo che gestiva una locanda nel porto di Valenza. |
| Ottava 53 Era ancor sul fiorir di primavera sua tenerella e quasi acerba etade. Di molti figli il padre aggravat’era, 420e nimico mortal di povertade; sì ch’a disporlo fu cosa leggiera, che desse lor la figlia in potestade; ch’ove piacesse lor potesson trarla, poi che promesso avean di ben trattarla. | La ragazza era giovanissima. Suo padre aveva molti figli e viveva in ristrettezze, perciò fu facile convincerlo ad affidarla ai due viaggiatori, che promisero di trattarla bene e di occuparsi di lei. |
| Ottava 54 425Pigliano la fanciulla, e piacer n’hanno or l’un or l’altro in caritade e in pace, come a vicenda i mantici che danno, or l’uno or l’altro, fiato alla fornace. Per veder tutta Spagna indi ne vanno, 430e passar poi nel regno di Siface; e ’l dì che da Valenza si partiro, ad albergare a Zattiva veniro. | I due partirono con la giovane, dividendo consensualmente la sua compagnia secondo il loro accordo. Decisero di visitare la Spagna e poi attraversare il mare verso l'Africa; lasciata Valenza, raggiunsero per la notte la città di Xàtiva. |
| Ottava 55 I patroni a veder strade e palazzi ne vanno, e lochi publici e divini; 435ch’usanza han di pigliar simil solazzi in ogni terra ove entran peregrini; e la fanciulla resta coi ragazzi. Altri i letti, altri acconciano i ronzini, altri hanno cura che sia alla tornata 440dei signor lor la cena apparecchiata. | Come facevano in ogni nuova città, Astolfo e Iocondo uscirono a visitare le strade, gli edifici e i luoghi di culto. La ragazza rimase nella locanda con i servitori, impegnati a sistemare i letti, accudire i cavalli e preparare la cena. |
| Ottava 56 Ne l’albergo un garzon stava per fante, ch’in casa de la giovene già stette a’ servigi del padre, e d’essa amante fu da’ primi anni, e del suo amor godette. 445Ben s’adocchiar, ma non ne fer sembiante, ch’esser notato ognun di lor temette: ma tosto ch’i patroni e la famiglia lor dieron luogo, alzar tra lor le ciglia. | Fra i dipendenti della locanda c'era un giovane che in passato aveva servito il padre della ragazza ed era stato suo amante. Quando i due si riconobbero evitarono di mostrare apertamente familiarità, temendo di attirare l'attenzione degli altri. |
| Ottava 57 Il fante domandò dove ella gisse, 450e qual dei duo signor l’avesse seco. A punto la Fiammetta il fatto disse (così avea nome, e quel garzone il Greco). – Quando sperai che ’l tempo ohimè! venisse (il Greco le dicea) di viver teco, 455Fiammetta, anima mia, tu te ne vai, e non so più di rivederti mai. | Rimasti in condizione di parlarsi, il giovane, soprannominato il Greco, chiese alla ragazza, di nome Fiammetta, dove stesse andando e quale dei due signori l'accompagnasse. Lei raccontò l'accaduto; lui si disperò perché aveva sperato di vivere insieme a lei. |
| Ottava 58 Fannosi i dolci miei disegni amari, poi che sei d’altri, e tanto mi ti scosti. Io disegnava, avendo alcun’ danari 460con gran fatica e gran sudor riposti, ch’avanzato m’avea de’ miei salari e de le bene andate di molti osti, di tornare a Valenza, e domandarti al padre tuo per moglie, e di sposarti. – | Il Greco spiegò che stava risparmiando da tempo i soldi guadagnati lavorando per diversi osti. Il suo progetto era tornare a Valenza e chiedere Fiammetta in sposa al padre; ora vedeva svanire quella speranza perché lei era partita con altri uomini. |
| Ottava 59 465La fanciulla negli omeri si stringe, e risponde che fu tardo a venire. Piange il Greco e sospira, e parte finge: – Vuommi (dice) lasciar così morire? Con le tuo braccia i fianchi almen mi cinge, 470lasciami disfogar tanto desire: ch’inanzi che tu parta, ogni momento che teco io stia mi fa morir contento. – | Fiammetta gli rispose che avrebbe dovuto farsi avanti prima. Lui pianse, sospirò e la supplicò di abbracciarlo almeno una volta, sostenendo che ogni istante trascorso con lei gli avrebbe dato sollievo, anche se presto si sarebbero separati. |
| Ottava 60 La pietosa fanciulla rispondendo: – Credi (dicea) che men di te nol bramo; 475ma né luogo né tempo ci comprendo qui, dove in mezzo di tanti occhi siamo. – Il Greco soggiungea: – Certo mi rendo, che s’un terzo ami me di quel ch’io t’amo, in questa notte almen troverai loco 480che ci potren godere insieme un poco. – | La ragazza ammise di desiderare a sua volta quell'incontro, ma osservò che mancavano tempo e un luogo appartato, perché era circondata dai servitori. Il Greco insistette: se davvero lo amava, avrebbe trovato un modo per vederlo quella notte. |
| Ottava 61 – Come potrò (diceagli la fanciulla), che sempre in mezzo a duo la notte giaccio? e meco or l’uno or l’altro si trastulla, e sempre a l’un di lor mi trovo in braccio? – 485– Questo ti fia (suggiunse il Greco) nulla; che ben ti saprai tor di questo impaccio, e uscir di mezzo lor, pur che tu voglia: e déi voler, quando di me ti doglia. – | Fiammetta spiegò il problema: dormiva sempre fra Astolfo e Iocondo, e uno dei due la teneva di solito abbracciata. Il Greco ribatté che, se lo avesse voluto davvero, sarebbe riuscita a superare anche quell'ostacolo. |
| Ottava 62 Pensa ella alquanto, e poi dice che vegna 490quando creder potrà ch’ognuno dorma; e pianamente come far convegna, e de l’andare e del tornar l’informa. Il Greco, sì come ella gli disegna, quando sente dormir tutta la torma, 495viene all’uscio e lo spinge, e quel gli cede: entra pian piano, e va a tenton col piede. | Dopo aver riflettuto, Fiammetta elaborò un piano: il giovane doveva entrare quando tutti dormivano. Gli spiegò con precisione come raggiungere il letto e poi allontanarsi. Di notte il Greco aprì silenziosamente la porta e avanzò a tentoni nell'oscurità. |
| Ottava 63 Fa lunghi i passi, e sempre in quel di dietro tutto si ferma, e l’altro par che muova a guisa che di dar tema nel vetro, 500non che ’l terreno abbia a calcar, ma l’uova; e tien la mano inanzi simil metro, va brancolando infin che ’l letto trova: e di là dove gli altri avean le piante, tacito si cacciò col capo inante. | Il giovane procedeva con estrema cautela, posando i piedi quasi temesse di rompere delle uova. Teneva le mani avanti per orientarsi e, raggiunto il letto, vi si introdusse dal lato dei piedi per non svegliare gli uomini. |
| Ottava 64 505Fra l’una e l’altra gamba di Fiammetta, che supina giacea, diritto venne; e quando le fu a par, l’abbracciò stretta, e sopra lei sin presso al dì si tenne. Cavalcò forte, e non andò a staffetta; 510che mai bestia mutar non gli convenne: che questa pare a lui che sì ben trotte, che scender non ne vuol per tutta notte. | Il Greco raggiunse Fiammetta, distesa fra i due compagni, e trascorse con lei quasi tutta la notte. La metafora del cavallo e della cavalcata allude scherzosamente al lungo rapporto amoroso dei due giovani. |
| Ottava 65 Avea Iocondo ed avea il re sentito il calpestio che sempre il letto scosse; 515e l’uno e l’altro, d’uno error schernito, s’avea creduto che ’l compagno fosse. Poi ch’ebbe il Greco il suo camin fornito, sì come era venuto, anco tornosse. Saettò il sol da l’orizzonte i raggi; 520sorse Fiammetta, e fece entrare i paggi. | Astolfo e Iocondo sentirono muovere il letto, ma ciascuno credette che fosse l'altro a stare con Fiammetta. Al termine dell'incontro il Greco uscì senza essere scoperto. All'alba la ragazza si alzò e fece entrare i servitori. |
| Ottava 66 Il re disse al compagno motteggiando: – Frate, molto camin fatto aver déi; e tempo è ben che ti riposi, quando stato a cavallo tutta notte sei. – 525Iocondo a lui rispose di rimando, e disse: – Tu di’ quel ch’io a dire avrei. A te tocca posare, e pro ti faccia, che tutta notte hai cavalcato a caccia. – | Il re, convinto che fosse stato Iocondo a trascorrere la notte con la giovane, lo prese in giro per la sua intensa attività. Iocondo, persuaso dell'esatto contrario, rispose che era il re a dover riposare dopo tanto movimento. |
| Ottava 67 – Anch’io (suggiunse il re) senza alcun fallo 530lasciato avria il mio can correre un tratto, se m’avessi prestato un po’ il cavallo, tanto che ’l mio bisogno avessi fatto. – Iocondo replicò: – Son tuo vasallo, e puoi far meco e rompere ogni patto: 535sì che non convenia tal cenni usare; ben mi potevi dir: lasciala stare. – | Astolfo proseguì scherzando: anche lui avrebbe partecipato, se Iocondo gli avesse lasciato Fiammetta per un po'. L'amico interpretò quelle parole come un'accusa e replicò che, essendo Astolfo il sovrano, avrebbe potuto chiedergli direttamente di farsi da parte. |
| Ottava 68 Tanto replica l’un, tanto soggiunge l’altro, che sono a grave lite insieme. Vengon da’ motti ad un parlar che punge, 540ch’ad amenduo l’esser beffato preme. Chiaman Fiammetta (che non era lunge, e de la fraude esser scoperta teme) per fare in viso l’uno all’altro dire quel che negando ambi parean mentire. | Le battute diventarono accuse reciproche e il diverbio si fece serio, perché ciascuno riteneva che l'altro lo stesse prendendo in giro. Chiamarono allora Fiammetta, che nel frattempo temeva di vedere scoperto il proprio inganno. |
| Ottava 69 545– Dimmi (le disse il re con fiero sguardo), e non temer di me né di costui; chi tutta notte fu quel sì gagliardo, che ti godé senza far parte altrui? – Credendo l’un provar l’altro bugiardo, 550la risposta aspettavano ambedui. Fiammetta a’ piedi lor si gittò, incerta di viver più, vedendosi scoperta. | Con sguardo severo, Astolfo domandò alla ragazza chi fosse l'uomo che aveva trascorso con lei l'intera notte senza dividerne la compagnia. Entrambi aspettavano una risposta capace di smascherare il compagno; Fiammetta, spaventata, si gettò ai loro piedi. |
| Ottava 70 Domandò lor perdono, che d’amore ch’a un giovinetto avea portato, spinta, 555e da pietà d’un tormentato core che molto avea per lei patito, vinta, caduta era la notte in quello errore; e seguitò, senza dir cosa finta, come tra lor con speme si condusse, 560ch’ambi credesson che ’l compagno fusse. | La ragazza chiese perdono e confessò la verità: aveva incontrato un giovane che amava da tempo e, commossa dalle sue sofferenze, lo aveva introdotto nel letto. Spiegò sinceramente come avesse approfittato dell'equivoco perché ciascuno dei due signori credesse che il movimento provenisse dall'altro. |
| Ottava 71 Il re e Iocondo si guardaro in viso, di maraviglia e di stupor confusi; né d’aver anco udito lor fu aviso, ch’altri duo fusson mai così delusi. 565Poi scoppiaro ugualmente in tanto riso, che con la bocca aperta e gli occhi chiusi, potendo a pena il fiato aver del petto, a dietro si lasciar cader sul letto. | Astolfo e Iocondo si guardarono increduli, rendendosi conto di essere stati ingannati contemporaneamente. Poi scoppiarono in una risata così violenta da perdere quasi il fiato e lasciarsi cadere all'indietro sul letto. |
| Ottava 72 Poi ch’ebbon tanto riso, che dolere 570se ne sentiano il petto, e pianger gli occhi, disson tra lor: – Come potremo avere guardia, che la moglier non ne l’accocchi, se non giova tra duo questa tenere, e stretta sì, che l’uno e l’altro tocchi? 575Se più che crini avesse occhi il marito, non potria far che non fosse tradito. | Quando riuscirono a smettere di ridere, conclusero che nessuna sorveglianza avrebbe impedito un tradimento, se perfino condividere il letto con la stessa donna non li aveva protetti. Nelle loro parole l'episodio diventa il pretesto per una generalizzazione sulle donne. |
| Ottava 73 Provate mille abbiamo, e tutte belle; né di tante una è ancor che ne contraste. Se provian l’altre, fian simili anch’elle; 580ma per ultima prova costei baste. Dunque possiamo creder che più felle non sien le nostre, o men de l’altre caste: e se son come tutte l’altre sono, che torniamo a godercile fia buono. – | Ricordarono le molte avventure del viaggio e decisero che non valeva la pena tentare altre prove. Convinti, secondo la mentalità dei due protagonisti, che le loro mogli non fossero peggiori delle altre, conclusero che fosse preferibile tornare a casa e riprendere la vita coniugale. |
| Ottava 74 585Conchiuso ch’ebbon questo, chiamar fero per Fiammetta medesima il suo amante; e in presenza di molti gli la diero per moglie, e dote gli fu bastante. Poi montaro a cavallo, e il lor sentiero 590ch’era a ponente, volsero a levante; ed alle mogli lor se ne tornaro, di ch’affanno mai più non si pigliaro. – | Prima di partire fecero chiamare l'amante di Fiammetta e la diedero in moglie a lui davanti a numerosi testimoni, assegnando alla coppia una dote sufficiente. Poi invertirono la direzione del viaggio e tornarono dalle rispettive mogli, decidendo di non tormentarsi più per i tradimenti. |
| Ottava 75 L’ostier qui fine alla sua istoria pose, che fu con molta attenzione udita. 595Udilla il Saracin, né gli rispose parola mai, fin che non fu finita. Poi disse: – Io credo ben che de l’ascose feminil frode sia copia infinita; né si potria de la millesma parte 600tener memoria con tutte le carte. – | A questo punto l'oste terminò la novella, ascoltata da tutti con attenzione. Rodomonte rimase in silenzio fino alla fine, poi disse di credere che gli inganni femminili fossero così numerosi da non poter essere elencati neppure in un numero infinito di libri. |
| Ottava 76 Quivi era un uom d’età, ch’avea più retta opinion degli altri, e ingegno e ardire; e non potendo ormai, che sì negletta ogni femina fosse, più patire, 605si volse a quel ch’avea l’istoria detta, e gli disse: – Assai cose udimo dire, che veritade in sé non hanno alcuna: e ben di queste è la tua favola una. | Fra gli ascoltatori c'era però un uomo anziano, più riflessivo degli altri, che non sopportava di sentire disprezzare tutte le donne. Si rivolse all'oste e contestò apertamente il racconto: molte storie che si raccontano, disse, non sono vere, e quella gli sembrava una di esse. |
| Ottava 77 A chi te la narrò non do credenza, 610s’evangelista ben fosse nel resto; ch’opinione, più ch’esperienza ch’abbia di donne, lo facea dir questo. L’avere ad una o due malivolenza, fa ch’odia e biasma l’altre oltre all’onesto; 615ma se gli passa l’ira, io vo’ tu l’oda, più ch’ora biasmo, anco dar lor gran loda. | L'anziano affermò che non avrebbe creduto alla novella nemmeno se provenisse da un testimone generalmente attendibile. Secondo lui era frutto di pregiudizi più che di esperienza: chi ha sofferto per colpa di una o due donne finisce talvolta per accusarle tutte, salvo poi tornare a lodarle quando passa la rabbia. |
| Ottava 78 E se vorrà lodarne, avra maggiore il campo assai, ch’a dirne mal non ebbe: di cento potrà dir degne d’onore 620verso una trista che biasmar si debbe. Non biasmar tutte, ma serbarne fuore la bontà d’infinite si dovrebbe; e se ’l Valerio tuo disse altrimente, disse per ira, e non per quel che sente. | Proseguì sostenendo che ci sarebbero molti più esempi di donne oneste da celebrare che di donne scorrette da biasimare. Non si deve condannare un intero sesso per la condotta di poche persone; anche le invettive degli autori ostili alle donne, disse, possono nascere dall'ira e non da un giudizio ponderato. |
| Ottava 79 625Ditemi un poco: è di voi forse alcuno ch’abbia servato alla sua moglie fede? che nieghi andar, quando gli sia oportuno, all’altrui donna, e darle ancor mercede? credete in tutto ’l mondo trovarne uno? 630chi ’l dice, mente; e folle è ben chi ’l crede. Trovatene vo’ alcuna che vi chiami? (non parlo de le publiche ed infami). | L'uomo invitò gli ascoltatori a esaminare la propria condotta: quanti mariti, chiese, erano davvero fedeli alle mogli e rifiutavano un'occasione di tradimento? A suo giudizio quasi nessuno poteva vantarsi di quella virtù, e sarebbe stato ipocrita giudicare più severamente le donne. |
| Ottava 80 Conoscete alcun voi, che non lasciasse la moglie sola, ancor che fosse bella, 635per seguire altra donna, se sperasse in breve e facilmente ottener quella? Che farebbe egli, quando lo pregasse o desse premio a lui donna o donzella? Credo, per compiacere or queste or quelle, 640che tutti lasciaremmovi la pelle. | Chiese ancora quanti uomini rinuncerebbero a corteggiare un'altra donna, pur avendo una moglie bella, se credessero di conquistarla facilmente. Secondo lui gli uomini sarebbero pronti a correre rischi e a spendere energie per soddisfare nuovi desideri, e non avevano quindi titolo per proclamarsi superiori. |
| Ottava 81 Quelle che i lor mariti hanno lasciati, le più volte cagione avuta n’hanno. Del suo di casa, li veggon svogliati, e che fuor, de l’altrui bramosi, vanno. 645Dovriano amar, volendo essere amati, e tor con la misura ch’a lor danno. Io farei (se a me stesse il darla e torre) tal legge, ch’uom non vi potrebbe opporre. | L'anziano osservò che spesso una moglie si allontana perché il marito la trascura in casa mentre cerca piaceri altrove. Chi vuole ricevere amore dovrebbe offrirne a sua volta e accettare di essere giudicato con lo stesso criterio che applica alla compagna. |
| Ottava 82 Saria la legge, ch’ogni donna colta 650in adulterio, fosse messa a morte, se provar non potesse ch’una volta avesse adulterato il suo consorte: se provar lo potesse, andrebbe asciolta, né temeria il marito né la corte. 655Cristo ha lasciato nei precetti suoi: non far altrui quel che patir non vuoi. | Propose provocatoriamente una legge: una donna sorpresa in adulterio dovrebbe essere punita soltanto se non potesse dimostrare che anche il marito l'aveva tradita; se invece lui fosse stato infedele, lei non dovrebbe subire la pena. Richiamò il principio morale di non fare agli altri ciò che non si desidera subire. |
| Ottava 83 La incontinenza è quanto mal si puote imputar lor, non già a tutto lo stuolo. Ma in questo chi ha di noi più brutte note? 660che continente non si trova un solo. E molto più n’ha ad arrossir le gote, quando bestemmia, ladroneccio, dolo, usura ed omicidio, e se v’è peggio, raro, se non dagli uomini, far veggio. – | La mancanza di continenza, disse l'anziano, può essere rimproverata a singole donne, non a tutte; del resto gli uomini non risultano migliori. Aggiunse che colpe gravi come bestemmia, furto, frode, usura e omicidio sono spesso attribuite agli uomini, che avrebbero quindi motivi ancora maggiori di vergognarsi. |
| Ottava 84 665Appresso alle ragioni avea il sincero e giusto vecchio in pronto alcuno esempio di donne, che né in fatto né in pensiero mai di lor castità patiron scempio. Ma il Saracin, che fuggia udire il vero, 670lo minacciò con viso crudo ed empio, sì che lo fece per timor tacere; ma già non lo mutò di suo parere. | L'uomo stava per citare esempi di donne irreprensibili, ma Rodomonte, che non voleva ascoltare un discorso contrario alle proprie convinzioni, lo minacciò con espressione feroce. Il vecchio tacque per paura, senza per questo cambiare opinione. |
| Ottava 85 Posto ch’ebbe alle liti e alle contese termine il re pagan, lasciò la mensa; 675indi nel letto per dormir si stese fin al partir de l’aria scura e densa: ma de la notte, a sospirar l’offese più de la donna ch’a dormir, dispensa. Quindi parte all’uscir del nuovo raggio, 680e far disegna in nave il suo viaggio. | Rodomonte, dopo aver interrotto la discussione, si alzò da tavola e andò a letto. Trascorse però gran parte della notte sospirando e rimuginando sul torto ricevuto dalla donna amata; all'alba si preparò a ripartire, progettando di viaggiare in barca. |
| Ottava 86 Però ch’avendo tutto quel rispetto ch’a buon cavallo dee buon cavalliero, a quel suo bello e buono, ch’a dispetto tenea di Sacripante e di Ruggiero; 685vedendo per duo giorni averlo stretto più che non si dovria sì buon destriero, lo pon, per riposarlo, e lo rassetta in una barca, e per andar più in fretta. | Il cavaliere voleva risparmiare al proprio eccellente destriero ulteriori fatiche, poiché lo aveva cavalcato duramente per due giorni. Sistemò quindi il cavallo su una barca, nella speranza che il viaggio lungo il fiume fosse più rapido e meno pesante per l'animale. |
| Ottava 87 Senza indugio al nocchier varar la barca, 690e dar fa i remi all’acqua da la sponda. Quella, non molto grande e poco carca, se ne va per la Sonna giù a seconda. Non fugge il suo pensier né se ne scarca Rodomonte per terra né per onda: 695lo trova in su la proda e in su la poppa; e se cavalca, il porta dietro in groppa. | Rodomonte ordinò al barcaiolo di staccarsi dalla riva. La piccola imbarcazione scese lungo la Saona, ma il cavaliere non riuscì a lasciare alle spalle il pensiero della donna che lo aveva ferito: lo tormentava tanto sull'acqua quanto sulla terraferma. |
| Ottava 88 Anzi nel capo, o sia nel cor gli siede, e di fuor caccia ogni conforto e serra. Di ripararsi il misero non vede, 700da poi che gli nimici ha ne la terra. Non sa da chi sperar possa mercede, se gli fanno i domestici suoi guerra: la notte e ’l giorno e sempre è combattuto da quel crudel che dovria dargli aiuto. | Il ricordo dell'offesa dominava tutta la sua mente e non lasciava spazio ad alcuna consolazione. Rodomonte si sentiva assediato perfino da chi avrebbe dovuto sostenerlo, e non sapeva più da dove aspettarsi conforto, perché l'amore stesso era diventato il suo nemico. |
| Ottava 89 705Naviga il giorno e la notte seguente Rodomonte col cor d’affanni grave; e non si può l’ingiuria tor di mente, che da la donna e dal suo re avuto have; e la pena e il dolor medesmo sente, 710che sentiva a cavallo, ancora in nave: né spegner può, per star ne l’acqua, il fuoco, né può stato mutar, per mutar loco. | Il saraceno navigò per un giorno e la notte successiva senza riuscire a dimenticare il torto ricevuto dalla donna e dal proprio re. Il dolore rimaneva identico a quello provato a cavallo: l'acqua del fiume non spegneva l'ardore della sofferenza e il cambiamento di luogo non modificava il suo stato d'animo. |
| Ottava 90 Come l’infermo, che dirotto e stanco di febbre ardente, va cangiando lato; 715o sia su l’uno o sia su l’altro fianco spera aver, se si volge, miglior stato; né sul destro riposa né sul manco, e per tutto ugualmente è travagliato: così il pagano al male ond’era infermo 720mal trova in terra e male in acqua schermo. | Il poeta paragona Rodomonte a un malato con la febbre che cambia continuamente posizione nel letto sperando di soffrire meno, ma non trova sollievo da nessuna parte. Allo stesso modo il cavaliere non trova pace né sulla terra né sul fiume. |
| Ottava 91 Non puote in nave aver più pazienza, e si fa porre in terra Rodomonte. Lion passa e Vienna, indi Valenza e vede in Avignone il ricco ponte; 725che queste terre ed altre ubidienza, che son tra il fiume e ’l celtibero monte, rendean al re Agramante e al re di Spagna dal dì che fur signor de la campagna. | Stanco di navigare, Rodomonte fece fermare la barca e riprese il viaggio via terra. Attraversò località come Lione, Vienne e Valence, fino a vedere il ponte di Avignone, in territori che la guerra aveva posto sotto l'autorità dei sovrani saraceni. |
| Ottava 92 Verso Acquamorta a man dritta si tenne 730con animo in Algier passare in fretta; e sopra un fiume ad una villa venne e da Bacco e da Cerere diletta, che per le spesse ingiurie, che sostenne dai soldati, a votarsi fu costretta. 735Quinci il gran mare, e quindi ne l’apriche valli vede ondeggiar le bionde spiche. | Rodomonte si diresse verso la zona di Aigues-Mortes, pensando di imbarcarsi per Algeri. Raggiunse però un villaggio vicino a un fiume, un tempo prospero grazie ai campi coltivati ma quasi disabitato per le continue incursioni dei soldati; intorno si vedevano il mare e le spighe mature. |
| Ottava 93 Quivi ritrova una piccola chiesa di nuovo sopra un monticel murata, che poi ch’intorno era la guerra accesa, 740i sacerdoti vota avean lasciata. Per stanza fu da Rodomonte presa; che pel sito, e perch’era sequestrata dai campi, onde avea in odio udir novella, gli piacque sì, che mutò Algieri in quella. | Su un'altura trovò una piccola chiesa da poco costruita, abbandonata dai sacerdoti a causa della guerra. La posizione isolata, lontana dalle notizie degli eserciti che egli detestava, gli piacque così tanto che decise di fermarsi lì anziché tornare in Africa. |
| Ottava 94 745Mutò d’andare in Africa pensiero, sì commodo gli parve il luogo e bello. Famigli e carriaggi e il suo destriero seco alloggiar fe’ nel medesmo ostello. Vicino a poche leghe a Mompoliero 750e ad alcun altro ricco e buon castello siede il villaggio allato alla riviera; sì che d’avervi ogn’agio il modo v’era. | Il luogo gli sembrò comodo e gradevole, e Rodomonte vi sistemò i servi, i bagagli e il cavallo. Il villaggio era abbastanza vicino a Montpellier e ad altri centri abitati per procurarsi ciò che occorreva, ma abbastanza appartato da assicurargli la solitudine desiderata. |
| Ottava 95 Standovi un giorno il Saracin pensoso (come pur era il più del tempo usato), 755vide venir per mezzo un prato erboso, che d’un piccol sentiero era segnato, una donzella di viso amoroso in compagnia d’un monaco barbato; e si traeano dietro un gran destriero 760sotto una soma coperta di nero. | Un giorno, mentre Rodomonte era immerso nei suoi pensieri, vide arrivare lungo un sentiero erboso una giovane di straordinaria bellezza, accompagnata da un monaco anziano. Li seguiva un grosso cavallo che trasportava un carico coperto da un drappo nero. |
| Ottava 96 Chi la donzella, chi ’l monaco sia, chi portin seco, vi debbe esser chiaro. Conoscere Issabella si dovria, che ’l corpo avea del suo Zerbino caro. 765Lasciai che vêr Provenza ne venìa sotto la scorta del vecchio preclaro, che le avea persuaso tutto il resto dicare a Dio del suo vivere onesto. | Il narratore chiarisce che i viandanti sono Isabella e il monaco che la accompagna. Sotto il drappo vi è il corpo di Zerbino, l'uomo amato da Isabella. Il religioso l'aveva convinta a dedicare a Dio il resto della propria vita dopo quella perdita. |
| Ottava 97 Come ch’in viso pallida e smarrita 770sia la donzella ed abbia i crini inconti; e facciano i sospir continua uscita del petto acceso, e gli occhi sien duo fonti; ed altri testimoni d’una vita misera e grave in lei si veggan pronti; 775tanto però di bello anco le avanza, che con le Grazie Amor vi può aver stanza. | Isabella era pallida, trascurata e consumata dal lutto; sospirava continuamente e piangeva senza sosta. Nonostante quelle sofferenze, conservava una bellezza così notevole da sembrare ancora degna di ospitare insieme l'Amore e le Grazie. |
| Ottava 98 Tosto che ’l Saracin vide la bella donna apparir, messe il pensiero al fondo, ch’avea di biasmar sempre e d’odiar quella 780schiera gentil che pur adorna il mondo. E ben gli par dignissima Issabella, in cui locar debba il suo amor secondo, e spenger totalmente il primo, a modo che da l’asse si trae chiodo con chiodo. | Appena Rodomonte la vide, dimenticò tutte le invettive che aveva pronunciato contro le donne. Pensò che Isabella fosse la persona giusta per un nuovo amore e sperò di cancellare il sentimento precedente sostituendolo con un altro, come si scaccia un chiodo con un secondo chiodo. |
| Ottava 99 785Incontra se le fece, e col più molle parlar che seppe, e col miglior sembiante, di sua condizione domandolle; ed ella ogni pensier gli spiegò inante; come era per lasciare il mondo folle, 790e farsi amica a Dio con opre sante. Ride il pagano altier ch’in Dio non crede, d’ogni legge nimico e d’ogni fede. | Rodomonte le andò incontro con parole insolitamente gentili e le chiese chi fosse e dove si dirigesse. Isabella gli spiegò che intendeva abbandonare la vita mondana e consacrarsi a Dio. Il saraceno, che non rispettava la fede religiosa, accolse con derisione il suo progetto. |
| Ottava 100 E chiama intenzione erronea e lieve, e dice che per certo ella troppo erra; 795né men biasmar che l’avaro si deve, che ’l suo ricco tesor metta sotterra: alcuno util per sé non ne riceve, e da l’uso degli altri uomini il serra. Chiuder leon si denno, orsi e serpenti, 800e non le cose belle ed innocenti. | Rodomonte sostenne che rinunciare alla bellezza di Isabella sarebbe stato uno spreco simile a quello di un avaro che sotterra un tesoro impedendo a tutti di utilizzarlo. Secondo lui si dovevano rinchiudere creature pericolose, non persone belle e innocenti. |
| Ottava 101 Il monaco, ch’a questo avea l’orecchia, e per soccorrer la giovane incauta, che ritratta non sia per la via vecchia, sedea al governo qual pratico nauta, 805quivi di spiritual cibo apparecchia tosto una mensa sontuosa e lauta. Ma il Saracin, che con mal gusto nacque, non pur la saporò, che gli dispiacque: | Il monaco ascoltò le sue parole e cercò di proteggere Isabella dal rischio di essere distolta dalla decisione religiosa. Cominciò quindi a rispondere con argomenti spirituali, ma Rodomonte, ostile a quel genere di discorso, ne fu infastidito. |
| Ottava 102 e poi ch’invano il monaco interroppe, 810e non poté mai far sì che tacesse, e che di pazienza il freno roppe, le mani adosso con furor gli messe. Ma le parole mie parervi troppe potriano omai, se più se ne dicesse: 815sì che finirò il canto; e mi fia specchio quel che per troppo dire accade al vecchio. | Il religioso continuò a parlare malgrado i tentativi di interromperlo. Rodomonte perse infine la pazienza e lo aggredì fisicamente. Il narratore interrompe qui il canto, scherzando sul pericolo di parlare troppo e alludendo alla sorte del monaco, che verrà raccontata in seguito. |