L’Orlando furioso · Ludovico Ariosto
Canto ventisettesimo
Testo originale e parafrasi
Ogni ottava affianca il testo originale alla parafrasi in italiano contemporaneo.
| Testo originale | Parafrasi |
|---|---|
| Ottava 1 1Molti consigli de le donne sono meglio improviso, ch’a pensarvi, usciti; che questo è speziale e proprio dono fra tanti e tanti lor dal ciel largiti. 5Ma può mal quel degli uomini esser buono, che maturo discorso non aiti, ove non s’abbia a ruminarvi sopra speso alcun tempo e molto studio ed opra. | Ariosto osserva che le donne spesso riescono a dare buoni consigli spontaneamente, mentre gli uomini di solito devono riflettere e studiare a lungo prima di prendere decisioni sagge. |
| Ottava 2 Parve, e non fu però buono il consiglio 10di Malagigi, ancor che (come ho detto) per questo di grandissimo periglio liberassi il cugin suo Ricciardetto. A levare indi Rodomonte e il figlio del re Agrican, lo spirto avea costretto, 15non avvertendo che sarebbon tratti dove i cristian ne rimarrian disfatti. | Il consiglio di Malagigi di far fuggire il cavallo di Doralice salvò Ricciardetto, ma fu imprudente: fece infatti inseguire la donna a due fra i più forti cavalieri saraceni, destinandoli a raggiungere il fronte contro i cristiani. |
| Ottava 3 Ma se spazio a pensarvi avesse avuto, creder si può che dato similmente al suo cugino avria debito aiuto, 20né fatto danno alla cristiana gente. Commandare allo spirto avria potuto, ch’alla via di levante o di ponente sì dilungata avesse la donzella, che non n’udisse Francia più novella. | Con più tempo per riflettere, Malagigi avrebbe potuto salvare ugualmente il cugino ordinando al demonio di portare Doralice molto lontano, a oriente o a occidente, dove non sarebbe più giunta notizia di lei. |
| Ottava 4 25Così gli amanti suoi l’avrian seguìta, come a Parigi, anco in ogn’altro loco; ma fu questa avvertenza inavvertita da Malagigi, per pensarvi poco: e la Malignità dal ciel bandita, 30che sempre vorria sangue e strage e fuoco, prese la via donde più Carlo afflisse, poi che nessuna il mastro gli prescrisse. | Rodomonte e Mandricardo avrebbero seguito Doralice dovunque fosse andata; invece Malagigi lasciò libero il demonio di scegliere il percorso. Lo spirito maligno prese quindi la strada più dannosa per Carlo Magno e i cristiani. |
| Ottava 5 Il palafren ch’avea il demonio al fianco, portò la spaventata Doralice, 35che non poté arrestarla fiume, e manco fossa, bosco, palude, erta o pendice; fin che per mezzo il campo inglese e franco, e l’altra moltitudine fautrice de l’insegne di Cristo, rassegnata 40non l’ebbe al padre suo re di Granata. | Il cavallo posseduto attraversa senza fermarsi fiumi, fossati, boschi e paludi, trasportando la terrorizzata Doralice attraverso il campo cristiano fino a consegnarla al padre, re di Granada. |
| Ottava 6 Rodomonte col figlio d’Agricane la seguitaro il primo giorno un pezzo, che le vedean le spalle, ma lontane: di vista poi perderonla da sezzo, 45e venner per la traccia, come il cane la lepre o il capriol trovare avezzo; né si fermar, che furo in parte, dove di lei ch’era col padre ebbono nuove. | Rodomonte e Mandricardo seguono a lungo Doralice mantenendola in vista, poi la perdono. Continuano però a inseguirne le tracce come cani da caccia finché scoprono che è tornata dal padre. |
| Ottava 7 Guardati, Carlo, che ’l ti viene addosso 50tanto furor, ch’io non ti veggo scampo: né questi pur, ma ’l re Gradasso è mosso con Sacripante a danno del tuo campo. Fortuna, per toccarti fin all’osso, ti tolle a un tempo l’uno e l’altro lampo 55di forza e di saper, che vivea teco; e tu rimaso in tenebre sei cieco. | Il narratore avverte Carlo che grandi forze saracene stanno arrivando: non solo Rodomonte e Mandricardo, ma anche Gradasso e Sacripante. Nel frattempo l'imperatore è rimasto privo dei due sostegni principali del suo esercito. |
| Ottava 8 Io ti dico d’Orlando e di Rinaldo; che l’uno al tutto furioso e folle, al sereno, alla pioggia, al freddo, al caldo, 60nudo va discorrendo il piano e ’l colle: l’altro, con senno non troppo più saldo, d’appresso al gran bisogno ti si tolle; che non trovando Angelica in Parigi, si parte, e va cercandone vestigi. | I due guerrieri mancanti sono Orlando, che vaga nudo e impazzito per i boschi, e Rinaldo, che abbandona il campo per inseguire Angelica, mostrando anch'egli una ragione dominata dalla passione. |
| Ottava 9 65Un fraudolente vecchio incantatore gli fe’ (come a principio vi si disse) creder per un fantastico suo errore, che con Orlando Angelica venisse: ondè di gelosia tocco nel core, 70de la maggior ch’amante mai sentisse, venne a Parigi, e come apparve in corte, d’ire in Bretagna gli toccò per sorte. | Un vecchio incantatore aveva fatto credere a Rinaldo che Angelica fosse fuggita con Orlando; spinto da una gelosia violentissima, il paladino era tornato a Parigi e poi era stato inviato a combattere in Bretagna. |
| Ottava 10 Or fatta la battaglia onde portonne egli l’onor d’aver chiuso Agramante, 75tornò a Parigi, e monister di donne e case e rocche cercò tutte quante. Se murata non è tra le colonne, l’avria trovata il curioso amante. Vedendo al fin ch’ella non v’è né Orlando, 80amenduo va con gran disio cercando. | Dopo aver ottenuto una vittoria sui saraceni e contribuito all'assedio di Agramante, Rinaldo torna a Parigi e cerca Angelica in conventi, case e castelli. Non trovando né lei né Orlando, riparte alla loro ricerca. |
| Ottava 11 Pensò che dentro Anglante o dentro a Brava se la godesse Orlando in festa e in giuoco; e qua e là per ritrovarla andava, né in quel la ritrovò né in questo loco. 85A Parigi di nuovo ritornava, pensando che tardar dovesse poco di capitare il paladino al varco; che ’l suo star fuor non era senza incarco. | Rinaldo immagina che Orlando tenga Angelica nascosta nei suoi possedimenti di Anglante o Brava, ma non la trova in nessuno dei due. Torna a Parigi pensando che prima o poi il cugino vi ricomparirà. |
| Ottava 12 Un giorno o duo ne la città soggiorna 90Rinaldo; e poi ch’Orlando non arriva, or verso Anglante, or verso Brava torna, cercando se di lui novella udiva. Cavalca e quando annotta e quando aggiorna, alla fresca alba e all’ardente ora estiva; 95e fa al lume del sole e de la luna dugento volte questa via, non ch’una. | Rinaldo resta qualche giorno in città e poi riprende a percorrere senza tregua le strade fra Parigi, Anglante e Brava, sia di giorno sia di notte, ripetendo il viaggio innumerevoli volte. |
| Ottava 13 Ma l’antiquo aversario, il qual fece Eva all’interdetto pome alzar la mano, a Carlo un giorno i lividi occhi leva, 100che ’l buon Rinaldo era da lui lontano; e vedendo la rotta che poteva darsi in quel punto al populo cristiano, quanta eccellenza d’arme al mondo fusse fra tutti i Saracini, ivi condusse. | Il demonio, l'antico tentatore di Eva, osserva che Carlo è rimasto senza Rinaldo e individua il momento ideale per farlo sconfiggere. Decide quindi di riunire contro i cristiani tutti i cavalieri saraceni più valorosi. |
| Ottava 14 105Al re Gradasso e al buon re Sacripante, ch’eran fatti compagni all’uscir fuore de la piena d’error casa d’Atlante, di venire in soccorso messe in core alle genti assediate d’Agramante, 110e a distruzion di Carlo imperatore: ed egli per l’incognite contrade fe’ lor la scorta e agevolò le strade. | Lo spirito persuade Gradasso e Sacripante, usciti dal palazzo incantato di Atlante, a soccorrere Agramante e combattere Carlo. Li guida per sentieri poco conosciuti e rende più facile il loro viaggio. |
| Ottava 15 Ed ad un altro suo diede negozio d’affrettar Rodomonte e Mandricardo 115per le vestigie donde l’altro sozio a condur Doralice non è tardo. Ne manda ancora un altro, perché in ozio non stia Marfisa né Ruggier gagliardo; ma chi guidò l’ultima coppia tenne 120la briglia più, né quando gli altri venne. | Un altro demonio affretta Rodomonte e Mandricardo lungo il cammino di Doralice, mentre un terzo si occupa di Ruggiero e Marfisa. Quest'ultima coppia, però, arriverà un poco dopo le altre. |
| Ottava 16 La coppia di Marfisa e di Ruggiero di mezza ora più tarda si condusse; però ch’astutamente l’angel nero, volendo agli cristian dar de le busse, 125provide che la lite del destriero per impedire il suo desir non fusse, che rinovata si saria, se giunto fosse Ruggiero e Rodomonte a un punto. | Il ritardo di Ruggiero e Marfisa è voluto dal demonio: se fossero arrivati contemporaneamente a Rodomonte, sarebbe immediatamente ricominciata la lite per Frontino, ostacolando l'attacco saraceno. |
| Ottava 17 I quattro primi si trovaro insieme 130onde potean veder gli alloggiamenti de l’esercito oppresso e di chi ’l preme, e le bandiere in che feriano i venti. Si consigliaro alquanto; e fur l’estreme conclusion dei lor ragionamenti 135di dare aiuto, mal grado di Carlo, al re Agramante, e de l’assedio trarlo. | Rodomonte, Mandricardo, Gradasso e Sacripante arrivano insieme presso il campo di Agramante e vedono i soldati cristiani che lo assediano. Dopo una rapida consultazione decidono di aprirsi un varco combattendo. |
| Ottava 18 Stringonsi insieme, e prendono la via per mezzo ove s’alloggiano i cristiani, gridando Africa e Spagna tuttavia; 140e si scopriro in tutto esser pagani. Pel campo, arme, arme risonar s’udia; ma menar si sentir prima le mani: e de la retroguardia una gran frotta, non ch’assalita sia, ma fugge in rotta. | I quattro si stringono in gruppo e attraversano con violenza il campo cristiano gridando i nomi dell'Africa e della Spagna. Le guardie posteriori fuggono ancor prima di essere veramente investite. |
| Ottava 19 145L’esercito cristian mosso a tumulto sozzopra va senza sapere il fatto. Estima alcun che sia un usato insulto che Svizzari o Guasconi abbino fatto. Ma perch’alla più parte è il caso occulto, 150s’aduna insieme ogni nazion di fatto, altri a suon di tamburo, altri di tromba: grande è ’l rumore, e fin al ciel rimbomba. | L'esercito di Carlo precipita nel disordine senza capire che cosa accada. Alcuni credono a una rissa fra mercenari svizzeri o guasconi; le diverse compagnie si radunano al suono di tamburi e trombe, mentre cresce il frastuono. |
| Ottava 20 Il magno imperator, fuor che la testa, è tutto armato, e i paladini ha presso; 155e domandando vien che cosa è questa che le squadre in disordine gli ha messo; e minacciando, or questi or quelli arresta; e vede a molti il viso o il petto fesso, ad altri insanguinare o il capo o il gozzo, 160alcun tornar con mano o braccio mozzo. | Carlo esce armato, accompagnato dai paladini, e domanda la causa del tumulto. Ferma e rimprovera i soldati in fuga, molti dei quali sono feriti, insanguinati o mutilati. |
| Ottava 21 Giunge più inanzi, e ne ritrova molti giacere in terra, anzi in vermiglio lago nel proprio sangue orribilmente involti, né giovar lor può medico né mago; 165e vede dagli busti i capi sciolti e braccia e gambe con crudele imago; e ritrova dai primi alloggiamenti agli ultimi per tutto uomini spenti. | Avanzando nel campo, l'imperatore trova uomini morti e corpi mutilati immersi nel sangue. La strage si estende dai primi agli ultimi alloggiamenti e nessun soccorso medico può ormai salvarne le vittime. |
| Ottava 22 Dove passato era il piccol drappello, 170di chiara fama eternamente degno, per lunga riga era rimaso quello al mondo sempre memorabil segno. Carlo mirando va il crudel macello, maraviglioso, e pien d’ira e di sdegno, 175come alcun, in cui danno il fulgur venne, cerca per casa ogni sentier che tenne. | Lungo il percorso seguito dai quattro saraceni rimane una striscia continua di cadaveri. Carlo osserva sconvolto il massacro, come qualcuno che cerchi per casa i danni provocati da un fulmine. |
| Ottava 23 Non era agli ripari anco arrivato del re african questo primiero aiuto, che con Marfisa fu da un altro lato 180l’animoso Ruggier sopravenuto. Poi ch’una volta o due l’occhio aggirato ebbe la degna coppia, e ben veduto qual via più breve per soccorrer fosse l’assediato signor, ratto si mosse. | Prima che i quattro arrivino al campo assediato, Ruggiero e Marfisa attaccano da un altro lato. Osservano la disposizione dei soldati cristiani, scelgono il percorso più breve per raggiungere Agramante e partono all'assalto. |
| Ottava 24 185Come quando si dà fuoco alla mina, pel lungo solco de la negra polve licenziosa fiamma arde e camina sì ch’occhio a dietro a pena se le volve; e qual si sente poi l’alta ruina 190che ’l duro sasso o il grosso muro solve: così Ruggiero e Marfisa veniro, e tai ne la battaglia si sentiro. | La violenza del loro attacco è paragonata all'esplosione di una mina: una fiamma corre rapida lungo la polvere e provoca una rovina improvvisa capace di spezzare le mura. |
| Ottava 25 Per lungo e per traverso a fender teste incominciaro, e tagliar braccia e spalle 195de le turbe che male erano preste ad espedire e sgombrar loro il calle. C’ha notato il passar de le tempeste, ch’una parte d’un monte o d’una valle offende, e l’altra lascia, s’appresenti 200la via di questi duo fra quelle genti. | Ruggiero e Marfisa abbattono soldati in ogni direzione, tagliando teste e braccia e aprendo un corridoio fra le schiere. Lasciano dietro di sé devastazioni simili ai danni concentrati lungo il percorso di una tempesta. |
| Ottava 26 Molti che dal furor di Rodomonte e di quegli altri primi eran fuggiti, Dio ringraziavan ch’avea lor sì pronte gambe concesse, e piedi sì spediti; 205e poi, dando del petto e de la fronte in Marfisa e in Ruggier, vedean scherniti, come l’uom né per star né per fuggire, al suo fisso destin può contradire. | Molti cristiani, lieti di essere fuggiti ai colpi di Rodomonte e degli altri, incontrano invece Ruggiero e Marfisa e vengono uccisi. Ariosto osserva che nessuno può sottrarsi al destino soltanto cambiando strada. |
| Ottava 27 Chi fugge l’un pericolo, rimane 210ne l’altro, e paga il fio d’ossa e di polpe. Così cader coi figli in bocca al cane suol, sperando fuggir, timida volpe, poi che la caccia de l’antique tane il suo vicin che le dà mille colpe, 215e cautamente con fumo e con fuoco turbata l’ha da non temuto loco. | La sorte di quei soldati somiglia a quella di una volpe che esce dalla tana per sfuggire al fumo e al fuoco e finisce con i cuccioli nelle fauci dei cani appostati all'uscita. |
| Ottava 28 Negli ripari entrò de’ Saracini Marfisa con Ruggiero a salvamento. Quivi tutti con gli occhi al ciel supini 220Dio ringraziar del buono avvenimento. Or non v’è più timor de’ paladini: il più tristo pagan ne sfida cento; ed è concluso che senza riposo si torni a fare il campo sanguinoso. | Ruggiero e Marfisa entrano salvi nel campo saraceno, dove tutti ringraziano il cielo per l'aiuto. I mori, rinfrancati dalla presenza di guerrieri così forti, perdono la paura dei paladini e decidono di riprendere subito l'offensiva. |
| Ottava 29 225Corni, bussoni, timpani moreschi empieno il ciel di formidabil suoni: ne l’aria tremolare ai venti freschi si veggon le bandiere e i gonfaloni. Da l’altra parte i capitan carleschi 230stringon con Alamanni e con Britoni quei di Francia, d’Italia e d’Inghilterra; e si mesce aspra e sanguinosa guerra. | Corni, tamburi e strumenti militari saraceni risuonano, mentre le insegne sventolano nel vento. Dall'altra parte i comandanti cristiani raccolgono francesi, tedeschi, inglesi e italiani; ricomincia così una battaglia sanguinosissima. |
| Ottava 30 La forza del terribil Rodomonte, quella di Mandricardo furibondo, 235quella del buon Ruggier, di virtù fonte, del re Gradasso, sì famoso al mondo, e di Marfisa l’intrepida fronte, col re circasso a nessun mai secondo, feron chiamar san Gianni e san Dionigi 240al re di Francia, e ritrovar Parigi. | La forza di Rodomonte, Mandricardo, Ruggiero, Gradasso, Marfisa e Sacripante mette Carlo in gravissima difficoltà. L'imperatore è costretto a invocare i santi protettori e a cercare scampo verso Parigi. |
| Ottava 31 Di questi cavallieri e di Marfisa l’ardire invitto e la mirabil possa non fu, Signor, di sorte, non fu in guisa ch’imaginar, non che descriver possa. 245Quindi si può stimar che gente uccisa fosse quel giorno, e che crudel percossa avesse Carlo. Arroge poi con loro, con Ferraù più d’un famoso Moro. | Il coraggio e la potenza di questi combattenti sono, dice Ariosto, quasi impossibili da descrivere. Il danno inflitto ai cristiani diventa enorme, anche perché fra i saraceni combattono altri guerrieri celebri, come Ferraù. |
| Ottava 32 Molti per fretta s’affogaro in Senna 250(che ’l ponte non potea supplire a tanti), e desiar, come Icaro, la penna, perché la morte avean dietro e davanti. Eccetto Uggieri e il marchese di Vienna, i paladin fur presi tutti quanti. 255Olivier ritornò ferito sotto la spalla destra, Uggier col capo rotto. | Molti soldati in fuga si annegano nella Senna perché il ponte è troppo stretto; vorrebbero poter volare come Icaro. Quasi tutti i paladini sono catturati, tranne Uggieri e il marchese di Vienna; Oliviero e lo stesso Uggieri tornano gravemente feriti. |
| Ottava 33 E se, come Rinaldo e come Orlando, lasciato Brandimarte avesse il giuoco, Carlo n’andava di Parigi in bando, 260se potea vivo uscir di sì gran fuoco. Ciò che poté, fe’ Brandimarte, e quando non poté più, diede alla furia loco. Così Fortuna ad Agramante arrise, ch’un’altra volta a Carlo assedio mise. | Senza Brandimarte, rimasto a proteggere Carlo nonostante l'assenza di Orlando e Rinaldo, l'imperatore sarebbe stato scacciato da Parigi, forse ucciso. Brandimarte resiste finché può, ma alla fine deve ritirarsi; Agramante riprende il vantaggio e torna ad assediare Carlo. |
| Ottava 34 265Di vedovelle i gridi e le querele, e d’orfani fanciulli e di vecchi orbi, ne l’eterno seren dove Michele sedea, salir fuor di questi aer torbi; e gli fecion veder come il fedele 270popul preda de’ lupi era e de’ corbi, di Francia, d’Inghilterra e di Lamagna, che tutta avea coperta la campagna. | Le grida di vedove, orfani e anziani feriti salgono fino al cielo e raggiungono l'arcangelo Michele. Egli vede la popolazione cristiana devastata dalla guerra e le campagne coperte di soldati caduti. |
| Ottava 35 Nel viso s’arrossì l’angel beato, parendogli che mal fosse ubidito 275al Creatore, e si chiamò ingannato da la Discordia perfida e tradito. D’accender liti tra i pagani dato le avea l’assunto, e mal era esequito; anzi tutto il contrario al suo disegno 280parea aver fatto, a chi guardava al segno. | Michele si vergogna e si sente ingannato dalla Discordia, alla quale aveva ordinato di provocare contrasti fra i saraceni. Invece le sue manovre hanno portato, almeno per il momento, a un attacco devastante contro i cristiani. |
| Ottava 36 Come servo fedel, che più d’amore che di memoria abondi, e che s’aveggia aver messo in oblio cosa ch’a core quanto la vita e l’anima aver deggia, 285studia con fretta d’emendar l’errore, né vuol che prima il suo signor lo veggia: così l’angelo a Dio salir non volse, se de l’obligo prima non si sciolse. | Come un servitore fedele che si accorge di aver trascurato un ordine importante e vuole rimediare prima di presentarsi al padrone, Michele decide di correggere il proprio errore prima di tornare davanti a Dio. |
| Ottava 37 Al monister, dove altre volte avea 290la Discordia veduta, drizzò l’ali. Trovolla ch’in capitulo sedea a nuova elezion degli ufficiali; e di veder diletto si prendea, volar pel capo a’ frati i breviali. 295Le man le pose l’angelo nel crine, e pugna e calci le diè senza fine. | L'arcangelo vola al monastero dove aveva trovato Discordia in precedenza. La sorprende mentre si diverte a far litigare i frati durante una riunione e la afferra per i capelli, colpendola ripetutamente. |
| Ottava 38 Indi le roppe un manico di croce per la testa, pel dosso e per le braccia. Mercé grida la misera a gran voce, 300e le genocchia al divin nunzio abbraccia. Michel non l’abandona, che veloce nel campo del re d’Africa la caccia; e poi le dice: – Aspettati aver peggio, se fuor di questo campo più ti veggio. – | Michele rompe sul corpo di Discordia il manico di una croce, ignorandone le suppliche, e la trascina nel campo di Agramante. Qui le ordina di restare a seminare contese, minacciandola di nuove percosse se la troverà altrove. |
| Ottava 39 305Come che la Discordia avesse rotto tutto il dosso e le braccia, pur temendo un’altra volta ritrovarsi sotto a quei gran colpi, a quel furor tremendo, corre a pigliare i mantici di botto, 310ed agli accesi fuochi esca aggiungendo, ed accendendone altri, fa salire da molti cori un alto incendio d’ire. | Dolorante e spaventata, Discordia obbedisce: soffia sui contrasti già presenti fra i saraceni, aggiunge nuove ragioni di odio e riaccende un violento desiderio di combattere fra i capitani. |
| Ottava 40 E Rodomonte e Mandricardo e insieme Ruggier n’infiamma sì, che inanzi al Moro 315li fa tutti venire, or che non preme Carlo i pagani, anzi il vantaggio è loro. Le differenze narrano, ed il seme fanno saper, da cui produtte foro; poi del re si rimettono al parere, 320chi di lor prima il campo debba avere. | Rodomonte, Mandricardo e Ruggiero, resi furiosi da Discordia, si presentano ad Agramante e gli spiegano le origini delle loro controversie. Chiedono al sovrano di stabilire chi debba avere per primo il diritto di combattere. |
| Ottava 41 Marfisa del suo caso anco favella, e dice che la pugna vuol finire, che cominciò col Tartaro; perch’ella provocata da lui vi fu a venire: 325né, per dar loco all’altre, volea quella un’ora, non che un giorno, differire; ma d’esser prima fa l’instanza grande, ch’alla battaglia il Tartaro domande. | Anche Marfisa rivendica il proprio duello contro Mandricardo, che l'aveva provocata pretendendo di conquistarla. Non vuole aspettare né un giorno né un'ora e chiede di essere la prima a combattere. |
| Ottava 42 Non men vuol Rodomonte il primo campo 330da terminar col suo rival l’impresa, che per soccorrer l’africano campo ha già interrotta, e fin a qui sospesa. Mette Ruggier le sue parole a campo, e dice che patir troppo gli pesa 335che Rodomonte il suo destrier gli tenga, e ch’a pugna con lui prima non venga. | Rodomonte reclama la precedenza per concludere il duello interrotto con Mandricardo per Doralice. Ruggiero interviene, ricordando che Rodomonte continua a possedere il suo cavallo e che non sopporterà ulteriori ritardi. |
| Ottava 43 Per più intricarla il Tartaro viene anche, e niega che Ruggiero ad alcun patto debba l’aquila aver da l’ale bianche; 340e d’ira e di furore è così matto, che vuol, quando dagli altri tre non manche, combatter tutte le querele a un tratto. Né più dagli altri ancor saria mancato, se ’l consenso del re vi fosse stato. | Mandricardo rivendica anche l'aquila bianca sullo scudo di Ruggiero e, accecato dall'ira, dichiara di voler affrontare tutti i contendenti nello stesso momento. Gli altri sarebbero pronti ad accettare se il re lo permettesse. |
| Ottava 44 345Con prieghi il re Agramante e buon ricordi fa quanto può, perché la pace segua; e quando al fin tutti li vede sordi non volere assentire a pace o a triegua, va discorrendo come almen gli accordi 350sì, che l’un dopo l’altro il campo assegua: e pel miglior partito al fin gli occorre ch’ognuno a sorte il campo s’abbia a torre. | Agramante prova a persuaderli a fare la pace o almeno una tregua; nessuno però vuole cedere. Il sovrano cerca allora un criterio imparziale per stabilire l'ordine dei duelli e decide di affidarsi al sorteggio. |
| Ottava 45 Fe’ quattro brevi porre: un Mandricardo e Rodomonte insieme scritto avea; 355ne l’altro era Ruggiero e Mandricardo. Rodomonte e Ruggier l’altro dicea; dicea l’altro Marfisa e Mandricardo. Indi all’arbitrio de l’instabil dea li fece trarre: e ’l primo fu il signore 360di Sarza a uscir con Mandricardo fuore. | Fa preparare quattro biglietti, uno per ciascun confronto: Rodomonte contro Mandricardo, Ruggiero contro Mandricardo, Ruggiero contro Rodomonte e Marfisa contro Mandricardo. La sorte sceglie come primo il duello fra Rodomonte e Mandricardo. |
| Ottava 46 Mandricardo e Ruggier fu nel secondo; nel terzo fu Ruggiero e Rodomonte; restò Marfisa e Mandricardo in fondo, di che la donna ebbe turbata fronte. 365Né Ruggier più di lei parve giocondo: sa che le forze dei duo primi pronte han tra lor da finir le liti in guisa, che non ne fia per sé né per Marfisa. | Il secondo combattimento estratto è fra Mandricardo e Ruggiero, il terzo fra Ruggiero e Rodomonte, l'ultimo fra Marfisa e Mandricardo. Ruggiero e Marfisa sono scontenti perché temono che i due guerrieri del primo incontro si uccidano, lasciando irrisolte le loro dispute. |
| Ottava 47 Giacea non lungi da Parigi un loco, 370che volgea un miglio o poco meno intorno: lo cingea tutto un argine non poco sublime, a guisa d’un teatro adorno. Un castel già vi fu, ma a ferro e a fuoco le mura e i tetti ed a ruina andorno. 375Un simil può vederne in su la strada, qual volta a Borgo il Parmigiano vada. | Vicino a Parigi si trova un grande spazio circolare circondato da un terrapieno rialzato, simile a un anfiteatro. Vi sorgeva un castello, ormai distrutto; Ariosto lo paragona a un edificio in rovina visibile sulla strada per Borgo. |
| Ottava 48 In questo loco fu la lizza fatta, di brevi legni d’ogn’intorno chiusa, per giusto spazio quadra, al bisogno atta, 380con due capaci porte, come s’usa. Giunto il dì ch’al re par che si combatta tra i cavallier che non ricercan scusa, furo appresso alle sbarre in ambi i lati contra i rastrelli i padiglion tirati. | In quel luogo viene preparata una lizza quadrata, delimitata da palizzate di legno e dotata di due porte. Nel giorno stabilito si montano tende ai lati per i due combattenti. |
| Ottava 49 385Nel padiglion ch’è più verso ponente sta il re d’Algier, c’ha membra di gigante. Gli pon lo scoglio indosso del serpente l’ardito Ferraù con Sacripante. Il re Gradasso e Falsiron possente 390sono in quell’altro al lato di levante, e metton di sua man l’arme troiane indosso al successor del re Agricane. | Rodomonte si prepara nella tenda occidentale, assistito da Ferraù e Sacripante, che lo aiutano a indossare l'armatura del suo antenato Nembrot. Nella tenda orientale Gradasso e Falsirone armano Mandricardo con le armi troiane. |
| Ottava 50 Sedeva in tribunale amplo e sublime il re d’Africa, e seco era l’Ispano; 395poi Stordilano, e l’altre genti prime che riveria l’esercito pagano. Beato a chi pôn dare argini e cime d’arbori stanza che gli alzi dal piano! Grande è la calca, e grande in ogni lato 400populo ondeggia intorno al gran steccato. | Agramante siede su una tribuna elevata con Marsilio, Stordilano e gli altri grandi signori saraceni. La folla circonda l'arena e cerca qualunque punto rialzato da cui assistere al combattimento. |
| Ottava 51 Eran con la regina di Castiglia regine e principesse e nobil donne d’Aragon, di Granata e di Siviglia, e fin di presso all’atlantee colonne: 405tra quai di Stordilan sedea la figlia, che di duo drappi avea le ricche gonne, l’un d’un rosso mal tinto, e l’altro verde; ma ’l primo quasi imbianca e il color perde. | Fra le spettatrici ci sono regine e principesse di Castiglia, Aragona, Granada e Siviglia. Doralice, figlia di Stordilano, indossa due stoffe ricche, una rossa e una verde; Ariosto nota il pallore del primo colore, quasi scolorito dall'emozione. |
| Ottava 52 In abito succinta era Marfisa, 410qual si convenne a donna ed a guerriera. Termoodonte forse a quella guisa vide Ippolita ornarsi e la sua schiera. Già, con la cotta d’arme alla divisa del re Agramante, in campo venut’era 415l’araldo a far divieto e metter leggi, che né in fatto né in detto alcun parteggi. | Marfisa indossa abiti adatti sia a una dama sia a una guerriera, ricordando le Amazzoni. Un araldo di Agramante entra in campo per proclamare le regole del duello e vietare a chiunque di favorire uno dei contendenti. |
| Ottava 53 La spessa turba aspetta disiando la pugna, e spesso incolpa il venir tardo dei duo famosi cavallieri; quando 420s’ode dal padiglion di Mandricardo alto rumor che vien moltiplicando. Or sappiate, Signor, che ’l re gagliardo di Sericana e ’l Tartaro possente fanno il tumulto e ’l grido che si sente. | La folla attende impaziente l'inizio del duello, ma nella tenda di Mandricardo scoppia un forte tumulto. Il narratore spiega che il contrasto è nato fra il re tartaro e Gradasso, sovrano di Sericana. |
| Ottava 54 425Avendo armato il re di Sericana di sua man tutto il re di Tartaria, per porgli al fianco la spada soprana che già d’Orlando fu, se ne venìa; quando nel pome scritto Durindana 430vide, e ’l quartier ch’Almonte aver solia, ch’a quel meschin fu tolto ad una fonte dal giovenetto Orlando in Aspramonte. | Gradasso sta completando l'armatura di Mandricardo e vuole cingergli Durindana. Leggendo il nome sulla spada e riconoscendone le insegne, si rende conto che è l'arma appartenuta a Orlando dopo la vittoria su Almonte in Aspromonte. |
| Ottava 55 Vedendola, fu certo ch’era quella tanto famosa del signor d’Anglante, 435per cui con grande armata, e la più bella che giamai si partisse di Levante, soggiogato avea il regno di Castella, e Francia vinta esso pochi anni inante: ma non può imaginarsi come avenga 440ch’or Mandricardo in suo poter la tenga. | Gradasso riconosce la spada che aveva cercato per anni, arrivando con una grande flotta a conquistare terre di Castiglia e ad attaccare la Francia. Si stupisce che ora sia nelle mani di Mandricardo e chiede spiegazioni. |
| Ottava 56 E dimandògli se per forza o patto l’avesse tolta al conte, e dove e quando. E Mandricardo disse ch’avea fatto gran battaglia per essa con Orlando; 445e come finto quel s’era poi matto, così coprire il suo timor sperando, ch’era d’aver continua guerra meco, fin che la buona spada avesse seco. | Mandricardo afferma di aver combattuto a lungo con Orlando per conquistarla. Sostiene, falsamente, che Orlando si sia finto pazzo e abbia abbandonato la spada per evitare una guerra continua contro di lui. |
| Ottava 57 E dicea ch’imitato avea il castore, 450il qual si strappa i genitali sui, vedendosi alle spalle il cacciatore, che sa che non ricerca altro da lui. Gradasso non udì tutto il tenore, che disse: – Non vo’ darla a te né altrui: 455tanto oro, tanto affanno e tanta gente ci ho speso, che è ben mia debitamente. | Il tartaro paragona Orlando al castoro che, inseguito dai cacciatori, si libera degli organi che essi cercano. Gradasso interrompe il racconto: dopo tanti sforzi per ottenere Durindana, dichiara che la spada gli spetta di diritto. |
| Ottava 58 Cercati pur fornir d’un’altra spada, ch’io voglio questa, e non ti paia nuovo. Pazzo o saggio ch’Orlando se ne vada, 460averla intendo, ovunque io la ritrovo. Tu senza testimoni in su la strada te l’usurpasti: io qui lite ne muovo. La mia ragion dirà mia scimitarra, e faremo il giudicio ne la sbarra. | Gradasso ordina a Mandricardo di procurarsi un'altra spada, perché intende tenere Durindana ovunque la trovi. Contesta il possesso del tartaro, acquisito senza testimoni, e propone che siano le armi a decidere la disputa. |
| Ottava 59 465Prima, di guadagnarla t’apparecchia, che tu l’adopri contra a Rodomonte. Di comprar prima l’arme è usanza vecchia, ch’alla battaglia il cavallier s’affronte. – – Più dolce suon non mi viene all’orecchia 470(rispose alzando il Tartaro la fronte), che quando di battaglia alcun mi tenta; ma fa che Rodomonte lo consenta. | Gradasso sostiene che un cavaliere deve prima conquistare la propria arma e solo dopo usarla in un duello. Mandricardo risponde di amare le sfide, ma chiede che Rodomonte consenta a rinviare il combattimento già stabilito. |
| Ottava 60 Fa che sia tua la prima, e che si tolga il re di Sarza la tenzon seconda: 475e non ti dubitar ch’io non mi volga, e ch’a te ed ad ogni altro io non risponda. – Ruggier gridò: – Non vo’ che si disciolga il patto, o più la sorte si confonda: o Rodomonte in campo prima saglia, 480o sia la sua dopo la mia battaglia. | Mandricardo propone che Gradasso combatta per primo e Rodomonte aspetti. Ruggiero interviene immediatamente, rifiutando che l'ordine del sorteggio venga cambiato a danno della sua stessa contesa. |
| Ottava 61 Se di Gradasso la ragion prevale, prima acquistar che porre in opra l’arme; né tu l’aquila mia da le bianche ale prima usar déi, che non me ne disarme: 485ma poi ch’è stato il mio voler già tale, di mia sentenza non voglio appellarme, che sia seconda la battaglia mia, quando del re d’Algier la prima sia. | Ruggiero fa notare che, se Gradasso pretende la spada prima di ogni altra battaglia, Mandricardo dovrebbe ugualmente rinunciare all'aquila bianca finché non l'avrà conquistata da lui. Tuttavia Ruggiero non vuole modificare il sorteggio già accettato. |
| Ottava 62 Se turbarete voi l’ordine in parte, 490io totalmente turbarollo ancora. Io non intendo il mio scudo lasciarte, se contra me non lo combatti or ora. – – Se l’uno e l’altro di voi fosse Marte (rispose Mandricardo irato allora), 495non saria l’un né l’altro atto a vietarme la buona spada o quelle nobili arme. – | Ruggiero minaccia di rifiutare ogni accordo se gli altri cambieranno l'ordine. Mandricardo reagisce con arroganza: nessuno, neppure se fosse il dio Marte, riuscirebbe a sottrargli Durindana e le armi troiane. |
| Ottava 63 E tratto da la colera, aventosse col pugno chiuso al re di Sericana; e la man destra in modo gli percosse, 500ch’abandonar gli fece Durindana. Gradasso, non credendo ch’egli fosse di così folle audacia e così insana, colto improviso fu, che stava a bada, e tolta si trovò la buona spada. | Furioso, Mandricardo colpisce Gradasso con un pugno tanto forte da fargli lasciare Durindana. Il sovrano di Sericana, sorpreso da un gesto tanto improvviso e insolente, viene disarmato. |
| Ottava 64 505Così scornato, di vergogna e d’ira nel viso avampa, e par che getti fuoco; e più l’affligge il caso e lo martira, poi che gli accade in sì palese loco. Bramoso di vendetta si ritira, 510a trar la scimitarra, a dietro un poco. Mandricardo in sé tanto si confida, che Ruggiero anco alla battaglia sfida. | Gradasso arrossisce per la vergogna e la rabbia di essere stato umiliato davanti a tutti e si prepara a estrarre la scimitarra. Mandricardo, sicuro della propria forza, provoca contemporaneamente anche Ruggiero. |
| Ottava 65 – Venite pure inanzi amenduo insieme, e vengane pel terzo Rodomonte, 515Africa e Spagna e tutto l’uman seme; ch’io son per sempremai volger la fronte. – Così dicendo, quel che nulla teme, mena d’intorno la spada d’Almonte; lo scudo imbraccia, disdegnoso e fiero, 520contra Gradasso e contra il buon Ruggiero. | Mandricardo sfida a combattere lui, Gradasso e Rodomonte, e perfino tutti gli uomini del mondo. Brandisce Durindana e imbraccia lo scudo troiano pronto a fronteggiare gli avversari. |
| Ottava 66 – Lascia la cura a me (dicea Gradasso), ch’io guarisca costui de la pazzia. – – Per Dio (dicea Ruggier), non te la lasso, ch’esser convien questa battaglia mia. – 525– Va indietro tu! – Vavvi pur tu! – né passo però tornando, gridan tuttavia; ed attaccossi la battaglia in terzo, ed era per uscirne un strano scherzo, | Gradasso e Ruggiero litigano su chi debba affrontare per primo Mandricardo, ordinandosi a vicenda di farsi da parte. Ne nasce una mischia a tre che rischia di avere conseguenze gravissime. |
| Ottava 67 se molti non si fossero interposti 530a quel furor, non con troppo consiglio; ch’a spese lor quasi imparar che costi voler altri salvar con suo periglio. Né tutto ’l mondo mai gli avria composti, se non venia col re d’Ispagna il figlio 535del famoso Troiano, al cui cospetto tutti ebbon riverenza e gran rispetto. | Diversi cavalieri provano a separarli e rischiano a loro volta di essere colpiti. Soltanto l'arrivo di Agramante con Marsilio riesce a fermare i contendenti, che rispettano l'autorità del sovrano. |
| Ottava 68 Si fe’ Agramante la cagione esporre di questa nuova lite così ardente: poi molto affaticossi per disporre 540che per quella giornata solamente a Mandricardo la spada d’Ettorre concedesse Gradasso umanamente, tanto ch’avesse fin l’aspra contesa ch’avea già incontra a Rodomonte presa. | Agramante ascolta le ragioni della nuova lite e cerca faticosamente di convincere Gradasso a lasciare Durindana a Mandricardo almeno per la giornata, affinché il duello già stabilito con Rodomonte possa svolgersi. |
| Ottava 69 545Mentre studia placarli il re Agramante, ed or con questo ed or con quel ragiona; da l’altro padiglion tra Sacripante e Rodomonte un’altra lite suona. Il re circasso (come è detto inante) 550stava di Rodomonte alla persona, ed egli e Ferraù gli aveano indotte l’arme del suo progenitor Nembrotte. | Mentre il re cerca di pacificare quei guerrieri, nella tenda opposta scoppia una nuova discussione fra Sacripante e Rodomonte. Sacripante aveva appena aiutato il re d'Algeri a indossare l'armatura del suo antenato. |
| Ottava 70 Ed eran poi venuti ove il destriero facea, mordendo, il ricco fren spumoso; 555io dico il buon Frontin, per cui Ruggiero stava iracondo e più che mai sdegnoso. Sacripante ch’a por tal cavalliero in campo avea, mirava curioso se ben ferrato e ben guernito e in punto 560era il destrier, come doveasi a punto. | I due si sono avvicinati a Frontino, il magnifico cavallo che Rodomonte ha sottratto a Ippalca. Sacripante lo esamina con attenzione, per controllare se sia ben ferrato e pronto al duello. |
| Ottava 71 E venendo a guardargli più a minuto i segni, le fattezze isnelle ed atte, ebbe, fuor d’ogni dubbio, conosciuto che questo era il destrier suo Frontalatte, 565che tanto caro già s’avea tenuto, per cui già avea mille querele fatte; e poi che gli fu tolto, un tempo volse sempre ire a piedi: in modo gliene dolse. | Osservando meglio le caratteristiche dell'animale, Sacripante riconosce senza dubbio Frontalatte, il proprio amatissimo cavallo perduto tempo prima, per il quale aveva già sofferto e fatto numerose ricerche. |
| Ottava 72 Inanzi Albracca glie l’avea Brunello 570tolto di sotto quel medesmo giorno ch’ad Angelica ancor tolse l’annello, al conte Orlando Balisarda e ’l corno, e la spada a Marfisa: ed avea quello, dopo che fece in Africa ritorno, 575con Balisarda insieme a Ruggier dato, il qual l’avea Frontin poi nominato. | Sacripante ricorda che Brunello glielo aveva rubato vicino ad Albracca, nello stesso giorno in cui aveva sottratto l'anello ad Angelica e varie armi ad altri paladini. In seguito il ladro aveva consegnato il cavallo a Ruggiero, che lo aveva ribattezzato Frontino. |
| Ottava 73 Quando conobbe non si apporre in fallo, disse il Circasso, al re d’Algier rivolto: – Sappi, signor, che questo è mio cavallo, 580ch’ad Albracca di furto mi fu tolto. Bene avrei testimoni da provallo; ma perché son da noi lontani molto, s’alcun lo niega, io gli vo’ sostenere con l’arme in man le mie parole vere. | Sacripante dichiara a Rodomonte che il cavallo è suo e che può dimostrarlo con testimoni, anche se lontani. Se qualcuno lo negherà, è pronto a sostenere la proprietà con le armi. |
| Ottava 74 585Ben son contento, per la compagnia in questi pochi dì stata fra noi, che prestato il cavallo oggi ti sia, ch’io veggo ben che senza far non puoi; però con patto, se per cosa mia 590e prestata da me conoscer vuoi: altrimente d’averlo non far stima, o se non lo combatti meco prima. – | In nome della recente amicizia, Sacripante si dice disposto a prestare il cavallo a Rodomonte per il duello imminente, purché riconosca esplicitamente che è un prestito. Altrimenti gli impone di restituirlo o affrontarlo. |
| Ottava 75 Rodomonte, del quale un più orgoglioso non ebbe mai tutto il mestier de l’arme; 595al quale in esser forte e coraggioso alcuno antico d’uguagliar non parme; rispose: – Sacripante, ogn’altro ch’oso, fuor che tu, fosse in tal modo a parlarme, con suo mal si saria tosto avveduto 600che meglio era per lui di nascer muto. | Rodomonte, orgoglioso e insofferente alle minacce, risponde che chiunque altro gli avesse parlato così ne avrebbe pagato subito le conseguenze. Risparmia per il momento Sacripante soltanto per l'amicizia fra loro. |
| Ottava 76 Ma per la compagnia che, come hai detto, novellamente insieme abbiamo presa, ti son contento aver tanto rispetto, ch’io t’ammonisca a tardar questa impresa, 605fin che de la battaglia veggi effetto, che fra il Tartaro e me tosto fia accesa: dove porti uno esempio inanzi spero, ch’avrai di grazia a dirmi: Abbi il destriero. – | Rodomonte invita Sacripante ad aspettare l'esito dello scontro con Mandricardo, sperando che la dimostrazione della sua forza basti a farlo rinunciare spontaneamente alla richiesta del cavallo. |
| Ottava 77 Gli è teco cortesia l’esser villano 610(disse il Circasso pien d’ira e di isdegno); ma più chiaro ti dico ora e più piano, che tu non faccia in quel destrier disegno: che te lo defendo io, tanto ch’in mano questa vindice mia spada sostegno; 615e metteròvi insino l’ugna e il dente, se non potrò difenderlo altrimente. – | Sacripante interpreta la risposta come una nuova offesa e ribadisce che Frontino gli appartiene. Promette di difenderne il possesso con la spada e, se necessario, persino con le unghie e i denti. |
| Ottava 78 Venner da le parole alle contese, ai gridi, alle minacce, alla battaglia, che per molt’ira in più fretta s’accese, 620che s’accendesse mai per fuoco paglia. Rodomonte ha l’osbergo ed ogni arnese, Sacripante non ha piastra né maglia; ma par (sì ben con lo schermir s’adopra) che tutto con la spada si ricuopra. | La discussione degenera immediatamente in un duello. Rodomonte è completamente armato, mentre Sacripante non ha corazza, ma si difende con tale abilità da sembrare protetto dalla stessa spada. |
| Ottava 79 625Non era la possanza e la fierezza di Rodomonte, ancor ch’era infinita, più che la providenza e la destrezza con che sue forze Sacripante aita. Non voltò ruota mai con più prestezza 630il macigno sovran che ’l grano trita, che faccia Sacripante or mano or piede di qua di là, dove il bisogno vede. | La potenza di Rodomonte è immensa, ma Sacripante la compensa con rapidità, prudenza e destrezza. Si muove continuamente con mani e piedi, schivando i colpi del gigante saraceno. |
| Ottava 80 Ma Ferraù, ma Serpentino arditi trasson le spade, e si cacciar tra loro, 635dal re Grandonio, da Isolier seguiti, da molt’altri signor del popul Moro. Questi erano i romori, i quali uditi ne l’altro padiglion fur da costoro, quivi per accordar venuti invano 640col Tartaro, Ruggiero e ’l Sericano. | Ferraù e Serpentino intervengono con le spade, seguiti da Grandonio, Isoliero e altri signori mori. Il rumore della lotta raggiunge anche l'altra tenda, dove Agramante sta ancora cercando di pacificare Gradasso, Ruggiero e Mandricardo. |
| Ottava 81 Venne chi la novella al re Agramante riportò certa, come pel destriero avea con Rodomonte Sacripante incominciato un aspro assalto e fiero. 645Il re, confuso di discordie tante, disse a Marsilio: – Abbi tu qui pensiero che fra questi guerrier non segua peggio, mentre all’altro disordine io proveggio. – | Un messaggero avverte Agramante che Rodomonte e Sacripante si stanno battendo per il cavallo. Il re, esasperato dai contrasti interni, chiede a Marsilio di sorvegliare i contendenti nella prima tenda e corre a fermare la nuova lite. |
| Ottava 82 Rodomonte, che ’l re, suo signor, mira, 650frena l’orgoglio, e torna indietro il passo; né con minor rispetto si ritira al venir d’Agramante il re circasso. Quel domanda la causa di tant’ira con real viso e parlar grave e basso: 655e cerca, poi che n’ha compreso il tutto, porli d’accordo; e non vi fa alcun frutto. | Alla vista di Agramante, Rodomonte e Sacripante si ritirano per rispetto del sovrano. Il re domanda la causa del litigio e cerca di conciliarli, ma non riesce a ottenere alcun risultato. |
| Ottava 83 Il re circasso il suo destrier non vuole ch’al re d’Algier più lungamente resti, se non s’umilia tanto di parole, 660che lo venga a pregar che glie lo presti. Rodomonte, superbo come suole, gli risponde: – Né ’l ciel, né tu faresti che cosa che per forza aver potessi, da altri, che da me, mai conoscessi. – | Sacripante rifiuta di lasciare Frontino a Rodomonte, a meno che questi lo riconosca come legittimo proprietario e glielo chieda in prestito. Rodomonte dichiara che non riconoscerà mai come concessione altrui qualcosa che può tenere con la forza. |
| Ottava 84 665Il re chiede al Circasso, che ragione ha nel cavallo, e come gli fu tolto: e quel di parte in parte il tutto espone, ed esponendo s’arrossisce in volto, quando gli narra che ’l sottil ladrone, 670ch’in un alto pensier l’aveva colto, la sella su quattro aste gli suffolse, e di sotto il destrier nudo gli tolse. | Agramante chiede a Sacripante di raccontare come abbia perduto il cavallo. Il re circasso lo spiega in dettaglio, arrossendo di vergogna quando ricorda l'inganno con cui Brunello aveva sollevato la sella su quattro aste e gli aveva sottratto la cavalcatura. |
| Ottava 85 Marfisa che tra gli altri al grido venne, tosto che ’l furto del cavallo udì, 675in viso si turbò, che le sovenne che perdé la sua spada ella quel dì: e quel destrier che parve aver le penne da lei fuggendo, riconobbe qui: riconobbe anco il buon re Sacripante, 680che non avea riconosciuto inante. | Marfisa, attirata dal tumulto, ascolta la storia e ricorda che Brunello le aveva rubato la spada nello stesso giorno. Riconosce anche il cavallo del furto e finalmente identifica Sacripante, che prima non aveva riconosciuto. |
| Ottava 86 Gli altri ch’erano intorno, e che vantarsi Brunel di questo aveano udito spesso, verso lui cominciaro a rivoltarsi, e far palesi cenni ch’era desso; 685Marfisa sospettando, ad informarsi da questo e da quell’altro ch’avea appresso, tanto che venne a ritrovar che quello che le tolse la spada era Brunello: | Alcuni presenti ricordano che Brunello aveva spesso vantato quei furti e lo indicano con gli sguardi. Marfisa domanda informazioni e scopre che il responsabile della sottrazione della propria spada è proprio il piccolo Brunello. |
| Ottava 87 e seppe che pel furto onde era degno 690che gli annodasse il collo un capestro unto, dal re Agramante al tingitano regno fu, con esempio inusitato, assunto. Marfisa, rinfrescando il vecchio sdegno, disegnò vendicarsene a quel punto, 695e punir scherni e scorni che per strada fatti l’avea sopra la tolta spada. | Marfisa apprende inoltre che Agramante ha ricompensato Brunello, nonostante i furti, affidandogli il governo del regno di Tingitana. La notizia riaccende la sua rabbia e la spinge a vendicare immediatamente l'affronto subito. |
| Ottava 88 Dal suo scudier l’elmo allacciar si fece; che del resto de l’arme era guernita. Senza osbergo io non trovo che mai diece 700volte fosse veduta alla sua vita, dal giorno ch’a portarlo assuefece la sua persona, oltre ogni fede ardita. Con l’elmo in capo andò dove fra i primi Brunel sedea negli argini sublimi. | La guerriera fa allacciare l'elmo dall'armigero: per il resto indossa già l'armatura, che quasi mai abbandona. Va quindi verso il posto elevato dove Brunello siede fra i nobili del campo. |
| Ottava 89 705Gli diede a prima giunta ella di piglio in mezzo il petto, e da terra levollo, come levar suol col falcato artiglio talvolta la rapace aquila il pollo; e là dove la lite inanzi al figlio 710era del re Troian, così portollo. Brunel, che giunto in male man si vede, pianger non cessa e domandar mercede. | Marfisa afferra Brunello al petto e lo solleva da terra come un'aquila che ghermisca un pulcino. Lo trascina davanti ad Agramante, mentre il piccolo ladro piange e implora pietà. |
| Ottava 90 Sopra tutti i rumor, strepiti e gridi, di che ’l campo era pien quasi ugualmente, 715Brunel, ch’ora pietade ora sussidi domandando venìa, così si sente, ch’al suono de’ ramarichi e de’ stridi si fa d’intorno accor tutta la gente. Giunta inanzi al re d’Africa, Marfisa 720con viso altier gli dice in questa guisa: | Le urla di Brunello sovrastano perfino il clamore del campo e attirano una folla di curiosi. Arrivata davanti al sovrano africano, Marfisa comincia a parlare con estrema fermezza. |
| Ottava 91 – Io voglio questo ladro tuo vasallo con le mie mani impender per la gola, perché il giorno medesmo che ’l cavallo a costui tolle, a me la spada invola. 725Ma se gli è alcun che voglia dir ch’io fallo, facciasi inanzi e dica una parola; ch’in tua presenza gli vo’ sostenere che se ne mente, e ch’io fo il mio dovere. | Marfisa dichiara di voler impiccare Brunello perché ha rubato la sua spada nello stesso giorno in cui sottrasse il cavallo a Sacripante. Sfida chiunque voglia accusarla di ingiustizia a dimostrarlo con le armi davanti al re. |
| Ottava 92 Ma perché si potria forse imputarme 730c’ho atteso a farlo in mezzo a tante liti, mentre che questi più famosi in arme d’altre querele son tutti impediti; tre giorni ad impiccarlo io vo’ indugiarme: intanto o vieni, o manda chi l’aiti; 735che dopo, se non fia chi me lo vieti, farò di lui mille uccellacci lieti. | Per evitare che qualcuno dica di aver approfittato del fatto che i migliori guerrieri sono occupati, Marfisa decide di rimandare di tre giorni l'esecuzione. In quel periodo Agramante potrà mandare un difensore o intervenire personalmente a salvare Brunello. |
| Ottava 93 Di qui presso a tre leghe a quella torre che siede inanzi ad un piccol boschetto, senza più compagnia mi vado a porre, 740che d’una mia donzella e d’un valletto. S’alcuno ardisce di venirmi a torre questo ladron, là venga, ch’io l’aspetto. – Così disse ella; e dove disse, prese tosto la via, né più risposta attese. | La guerriera annuncia che aspetterà presso una torre distante tre leghe, accompagnata soltanto da una damigella e da un paggio. Invita chiunque voglia liberare il prigioniero a raggiungerla lì e parte senza aspettare risposta. |
| Ottava 94 745Sul collo inanzi del destrier si pone Brunel, che tuttavia tien per le chiome. Piange il misero e grida, e le persone, in che sperar solìa, chiama per nome. Resta Agramante in tal confusione 750di questi intrichi, che non vede come poterli sciorre; e gli par via più greve che Marfisa Brunel così gli leve. | Marfisa trascina Brunello sul cavallo tenendolo per i capelli, mentre lui continua a piangere e invocare aiuto. Agramante rimane confuso e avvilito davanti all'ennesima controversia che rischia di sconvolgere il suo esercito. |
| Ottava 95 Non che l’apprezzi o che gli porti amore, anzi più giorni son che l’odia molto; 755e spesso ha d’impiccarlo avuto in core, dopo che gli era stato l’annel tolto. Ma questo atto gli par contra il suo onore, sì che n’avampa di vergogna in volto. Vuole in persona egli seguirla in fretta, 760e a tutto suo poter farne vendetta. | Il sovrano non ama Brunello e aveva pensato di punirlo in passato per il furto dell'anello; tuttavia considera umiliante che una guerriera si impossessi con la forza di un suo vassallo. Per difendere l'onore vorrebbe inseguirla personalmente. |
| Ottava 96 Ma il re Sobrino, il quale era presente, da questa impresa molto il dissuade, dicendogli che mal conveniente era all’altezza di sua maestade, 765se ben avesse d’esserne vincente ferma speranza e certa sicurtade: più ch’onor, gli fia biasmo, che si dica ch’abbia vinta una femina a fatica. | Il saggio re Sobrino lo dissuade: anche una vittoria contro Marfisa darebbe ad Agramante poco onore e molto rischio, perché si direbbe che il sovrano ha dovuto faticare per sconfiggere una donna. |
| Ottava 97 Poco l’onore, e molto era il periglio 770d’ogni battaglia che con lei pigliasse; e che gli dava per miglior consiglio, che Brunello alle forche aver lasciasse; e se credesse ch’uno alzar di ciglio a torlo dal capestro gli bastasse, 775non dovea alzarlo, per non contradire che s’abbia la giustizia ad esequire. | Sobrino aggiunge che sarebbe meglio lasciar morire Brunello anziché affrontare Marfisa. Se Agramante si limitasse a chiedere clemenza, mostrerebbe di ostacolare una punizione che il ladro potrebbe meritare. |
| Ottava 98 – Potrai mandare un che Marfisa prieghi (dicea) ch’in questo giudice ti faccia, con promission ch’al ladroncel si leghi 780il laccio al collo, e a lei si sodisfaccia; e quando anco ostinata te lo nieghi, se l’abbia, e il suo desir tutto compiaccia: pur che da tua amicizia non si spicchi, Brunello e gli altri ladri tutti impicchi. – | Il consigliere propone al massimo di mandare un intermediario a chiedere che il re venga riconosciuto come giudice; potrebbe promettere una punizione per Brunello. Ma, se Marfisa rifiutasse, sarebbe preferibile lasciarla fare, pur di conservarne l'amicizia. |
| Ottava 99 785Il re Agramante volentier s’attenne al parer di Sobrin discreto e saggio; e Marfisa lasciò, che non le venne, né patì ch’altri andasse a farle oltraggio, né di farla pregare anco sostenne: 790e tolerò, Dio sa con che coraggio, per poter acchetar liti maggiori, e del suo campo tor tanti romori. | Agramante accetta il consiglio di Sobrino: non rincorre Marfisa né permette ad altri di offenderla. Sopporta con difficoltà l'umiliazione, sperando così di poter finalmente risolvere le contese più gravi che tormentano il campo. |
| Ottava 100 Di ciò si ride la Discordia pazza, che pace o triegua ormai più teme poco. 795Scorre di qua e di là tutta la piazza, né può trovar per allegrezza loco. La Superbia con lei salta e gavazza, e legne ed esca va aggiungendo al fuoco: e grida sì, che fin ne l’alto regno 800manda a Michel de la vittoria segno. | Discordia ride soddisfatta del caos provocato e corre attraverso il campo insieme a Superbia, che alimenta continuamente le offese. Il loro grido di trionfo è così forte da arrivare idealmente fino all'arcangelo Michele. |
| Ottava 101 Tremò Parigi e turbidossi Senna all’alta voce, a quello orribil grido; rimbombò il suon fin alla selva Ardenna sì che lasciar tutte le fiere il nido. 805Udiron l’Alpi e il monte di Gebenna, di Blaia e d’Arli e di Roano il lido; Rodano e Sonna udì, Garonna e il Reno: si strinsero le madri i figli al seno. | La voce di Discordia risuona tanto forte da far tremare Parigi, agitare la Senna e raggiungere foreste, montagne e fiumi lontanissimi. Lo spavento si diffonde dappertutto, al punto che le madri stringono i figli al petto. |
| Ottava 102 Son cinque cavallier c’han fisso il chiodo 810d’essere i primi a terminar sua lite, l’una ne l’altra aviluppata in modo, che non l’avrebbe Apolline espedite. Commincia il re Agramante a sciorre il nodo de le prime tenzon ch’aveva udite, 815che per la figlia del re Stordilano eran tra il re di Scizia e il suo Africano. | Cinque cavalieri continuano a pretendere di risolvere per primi i loro duelli, intrecciati in modo quasi impossibile da sciogliere. Agramante decide di cominciare dalla rivalità fra Rodomonte e Mandricardo per Doralice. |
| Ottava 103 Il re Agramante andò per porre accordo di qua e di là più volte a questo e a quello, e a questo e a quel più volte diè ricordo 820da signor giusto e da fedel fratello: e quando parimente trova sordo l’un come l’altro, indomito e rubello di volere esser quel che resti senza la donna da cui vien lor differenza; | Agramante parla più volte con entrambi, offrendo consigli equi e cercando una soluzione. Nessuno vuole essere il cavaliere che rinuncia alla donna, e la disputa resta insanabile. |
| Ottava 104 825s’appiglia al fin, come a miglior partito, di che amendui si contentar gli amanti, che de la bella donna sia marito l’uno de’ duo, quel che vuole essa inanti; e da quanto per lei sia stabilito, 830più non si possa andar dietro né avanti. All’uno e all’altro piace il compromesso, sperando ch’esser debbia a favor d’esso. | Il re propone infine che Doralice scelga liberamente chi desidera come marito. I contendenti accettano di sottostare alla decisione irrevocabile della ragazza, perché ciascuno è convinto che lei preferirà proprio lui. |
| Ottava 105 Il re di Sarza, che gran tempo prima di Mandricardo amava Doralice, 835ed ella l’avea posto in su la cima d’ogni favor ch’a donna casta lice; che debba in util suo venire estima la gran sentenza che ’l può far felice: né egli avea questa credenza solo, 840ma con lui tutto il barbaresco stuolo. | Rodomonte è sicurissimo di vincere: ha amato Doralice per molto tempo e lei gli aveva mostrato tutti i segni d'affetto compatibili con l'onore di una dama. Anche gli altri guerrieri africani credono che la scelta cadrà su di lui. |
| Ottava 106 Ognun sapea ciò ch’egli avea già fatto per essa in giostre, in torniamenti, in guerra; e che stia Mandricardo a questo patto, dicono tutti che vaneggia ed erra. 845Ma quel che più fiate e più di piatto con lei fu mentre il sol stava sotterra, e sapea quanto avea di certo in mano, ridea del popular giudicio vano. | Tutti ricordano le imprese compiute da Rodomonte per Doralice e ritengono folle la speranza di Mandricardo. Quest'ultimo, però, ha trascorso diverse notti da solo con la ragazza e sa di avere motivi concreti per essere fiducioso. |
| Ottava 107 Poi lor convenzion ratificaro 850in man del re quei duo prochi famosi, ed indi alla donzella se n’andaro. Ed ella abbassò gli occhi vergognosi, e disse che più il Tartaro avea caro: di che tutti restar maravigliosi; 855Rodomonte sì attonito e smarrito, che di levar non era il viso ardito. | I due confermano davanti ad Agramante l'accordo. Doralice abbassa gli occhi per pudore e dichiara di preferire Mandricardo. La folla resta incredula e Rodomonte è tanto mortificato da non riuscire quasi a sollevare il viso. |
| Ottava 108 Ma poi che l’usata ira cacciò quella vergogna che gli avea la faccia tinta, ingiusta e falsa la sentenza appella; 860e la spada impugnando, ch’egli ha cinta, dice, udendo il re e gli altri, che vuol ch’ella gli dia perduta questa causa o vinta, e non l’arbitrio di femina lieve che sempre inchina a quel che men far deve. | Quando la vergogna lascia spazio all'ira, Rodomonte definisce ingiusta la decisione e pretende di risolvere con la spada ciò che non vuole più affidare al giudizio di una donna, accusandola di volubilità. |
| Ottava 109 865Di nuovo Mandricardo era risorto, dicendo: – Vada pur come ti pare: – sì che prima che ’l legno entrasse in porto, v’era a solcare un gran spazio di mare: se non che ’l re Agramante diede torto 870a Rodomonte, che non può chiamare più Mandricardo per quella querela; e fe’ cadere a quel furor la vela. | Mandricardo accetta anche la nuova sfida, ma Agramante interviene e dà torto a Rodomonte: avendo accettato la scelta di Doralice, non può più riaprire la lite per la stessa ragione. |
| Ottava 110 Or Rodomonte che notar si vede dinanzi a quei signor di doppio scorno, 875dal suo re, a cui per riverenza cede, e da la donna sua, tutto in un giorno, quivi non volse più fermare il piede; e de la molta turba ch’avea intorno seco non tolse più che duo sergenti, 880ed uscì dei moreschi alloggiamenti. | Rodomonte si sente umiliato due volte, dalla donna che lo ha rifiutato e dal re che gli ha dato torto. Decide quindi di lasciare immediatamente il campo saraceno, portando con sé soltanto due servitori. |
| Ottava 111 Come, partendo, afflitto tauro suole, che la giuvenca al vincitor cesso abbia, cercar le selve e le rive più sole lungi dai paschi, o qualche arrida sabbia; 885dove muggir non cessa all’ombra e al sole, né però scema l’amorosa rabbia: così sen va di gran dolor confuso il re d’Algier da la sua donna escluso. | Il guerriero si allontana come un toro sconfitto che, dopo aver perduto la compagna, si ritira in luoghi deserti e continua a muggire per dolore. Così Rodomonte vaga, tormentato dalla passione non ricambiata. |
| Ottava 112 Per riavere il buon destrier si mosse 890Ruggier, che già per questo s’era armato; ma poi di Mandricardo ricordasse, a cui de la battaglia era ubligato: non seguì Rodomonte, e ritornosse per entrar col re tartaro in steccato 895prima che ’ntrasse il re di Sericana, che l’altra lite avea di Durindana. | Ruggiero vorrebbe partire subito per recuperare Frontino, ma ricorda di essere obbligato a sostenere il duello con Mandricardo prima che tocchi a Gradasso disputare Durindana. Per questo rinuncia temporaneamente a inseguire Rodomonte. |
| Ottava 113 Veder torsi Frontin troppo gli pesa dinanzi agli occhi, e non poter vietarlo; ma dato ch’abbia fine a questa impresa, 900ha ferma intenzion di ricovrarlo. Ma Sacripante, che non ha contesa, come Ruggier, che possa distornarlo, e che non ha da far altro che questo, per l’orme vien di Rodomonte presto. | Ruggiero soffre nel veder portar via il proprio cavallo, ma decide di riprenderlo una volta conclusa l'altra contesa. Sacripante invece, non avendo impegni che lo trattengano, si mette immediatamente sulle tracce di Rodomonte. |
| Ottava 114 905E tosto l’avria giunto, se non era un caso strano che trovò tra via, che lo fe’ dimorar fin alla sera, e perder le vestigie che seguia. Trovò una donna che ne la riviera 910di Senna era caduta, e vi peria, s’a darle tosto aiuto non veniva: saltò ne l’acqua e la ritrasse a riva. | Sacripante lo avrebbe raggiunto presto, ma lungo la strada vede una donna che sta annegando nella Senna e si getta nell'acqua per salvarla, trascinandola sulla riva. |
| Ottava 115 Poi quando in sella volse risalire, aspettato non fu dal suo destriero, 915che fin a sera si fece seguire, e non si lasciò prender di leggiero: preselo al fin, ma non seppe venire più, donde s’era tolto dal sentiero: ducento miglia errò tra piano e monte, 920prima che ritrovasse Rodomonte. | Quando Sacripante vuole ripartire, il proprio cavallo gli sfugge e si lascia inseguire fino a sera. Il cavaliere finisce per perdere la strada giusta e percorre altre duecento miglia prima di ritrovare Rodomonte. |
| Ottava 116 Dove trovollo, e come fu conteso con disvantaggio assai di Sacripante, come perdé il cavallo e restò preso, or non dirò; c’ho da narrarvi inante 925di quanto sdegno e di quanta ira acceso contra la donna e contra il re Agramante del campo Rodomonte si partisse, e ciò che contra all’uno e all’altro disse. | Ariosto rinvia il racconto del nuovo incontro, in cui Sacripante perderà il cavallo e sarà catturato in condizioni svantaggiose. Preferisce tornare al dolore e all'ira con cui Rodomonte ha lasciato il campo, accusando Agramante e Doralice. |
| Ottava 117 Di cocenti sospir l’aria accendea 930dovunque andava il Saracin dolente: Ecco per la pietà che gli n’avea, da’ cavi sassi rispondea sovente. – Oh feminile ingegno (egli dicea), come ti volgi e muti facilmente, 935contrario oggetto proprio de la fede! Oh infelice, oh miser chi ti crede! | Rodomonte cavalca sospirando così ardentemente che persino le rocce sembrano rispondergli. Nel suo lamento accusa le donne in generale di cambiare facilmente sentimento e considera sfortunato chi si fida di loro. |
| Ottava 118 Né lunga servitù, né grand’amore che ti fu a mille prove manifesto, ebbono forza di tenerti il core, 940che non fossi a cangiarsi almen sì presto. Non perch’a Mandricardo inferiore io ti paressi, di te privo resto; né so trovar cagione ai casi miei, se non quest’una, che femina sei. | Il saraceno rimprovera Doralice di aver dimenticato rapidamente tutte le prove del suo amore. Non trova una spiegazione diversa dalla sua generalizzazione ingiusta: la ragazza lo ha abbandonato, pensa, semplicemente perché è donna. |
| Ottava 119 945Credo che t’abbia la Natura e Dio produtto, o scelerato sesso, al mondo per una soma, per un grave fio de l’uom, che senza te saria giocondo: come ha produtto anco il serpente rio 950e il lupo e l’orso, e fa l’aer fecondo e di mosche e di vespe e di tafani, e loglio e avena fa nascer tra i grani. | Rodomonte arriva a sostenere che le donne sarebbero state create come un peso per gli uomini, paragonandole ad animali dannosi e alle erbe infestanti. Sono parole pronunciate nella furia del suo dolore, non un giudizio condiviso dal narratore. |
| Ottava 120 Perché fatto non ha l’alma Natura, che senza te potesse nascer l’uomo, 955come s’inesta per umana cura l’un sopra l’altro il pero, il corbo e ’l pomo? Ma quella non può far sempre a misura: anzi, s’io vo’ guardar come io la nomo, veggo che non può far cosa perfetta, 960poi che Natura femina vien detta. | Il guerriero si chiede perché gli uomini non possano nascere senza le donne, come le piante possono essere propagate mediante innesti. Spinge l'insulto fino a giocare sul nome femminile della stessa Natura, dichiarandola incapace di perfezione. |
| Ottava 121 Non siate però tumide e fastose, donne, per dir che l’uom sia vostro figlio; che de le spine ancor nascon le rose, e d’una fetida erba nasce il giglio: 965importune, superbe, dispettose, prive d’amor, di fede e di consiglio, temerarie, crudeli, inique, ingrate, per pestilenza eterna al mondo nate. – | Rodomonte continua il suo sfogo con una serie di accuse: sostiene che le donne non dovrebbero vantarsi di essere madri degli uomini e le definisce senza fedeltà, ingrate, crudeli e superbe. |
| Ottava 122 Con queste ed altre er infinite appresso 970querele il re di Sarza se ne giva, or ragionando in un parlar sommesso, quando in un suon che di lontan s’udiva, in onta e in biasmo del femineo sesso: e certo da ragion si dipartiva; 975che per una o per due che trovi ree, che cento buone sien creder si dee. | Ariosto interrompe le invettive per prendere le distanze da Rodomonte: egli sta chiaramente perdendo la misura e non è giusto condannare tutte le donne perché una o due si sono comportate male. |
| Ottava 123 Se ben di quante io n’abbia fin qui amate, non n’abbia mai trovata una fedele, perfide tutte io non vo’ dir né ingrate, 980ma darne colpa al mio destin crudele. Molte or ne sono, e più già ne son state, che non dan causa ad uom che si querele; ma mia fortuna vuol che s’una ria ne sia tra cento, io di lei preda sia. | Anche il poeta ammette ironicamente di aver avuto esperienze amorose deludenti, ma non per questo vuole chiamare infedeli tutte le donne. Attribuisce le proprie disavventure alla cattiva fortuna e riconosce che molte sono degne di fiducia. |
| Ottava 124 985Pur vo’ tanto cercar prima ch’io mora, anzi prima che ’l crin più mi s’imbianchi, che forse dirò un dì, che per me ancora alcuna sia che di sua fé non manchi. Se questo avvien (che di speranza fuora 990io non ne son), non fia mai ch’io mi stanchi di farla, a mia possanza, gloriosa con lingua e con inchiostro, e in verso e in prosa. | Ariosto spera di incontrare un giorno una donna fedele che gli dimostri di essere stato troppo sfortunato in passato. Se la troverà, promette di celebrarne le qualità e la gloria in poesia e in prosa. |
| Ottava 125 Il Saracin non avea manco sdegno contra il suo re, che contra la donzella; 995e così di ragion passava il segno, biasmando lui, come biasmando quella. Ha disio di veder che sopra il regno gli cada tanto mal, tanta procella, ch’in Africa ogni casa si funesti, 1000né pietra salda sopra pietra resti; | Rodomonte è furioso con Agramante quanto con Doralice: desidera che il regno del sovrano venga devastato, che ogni casa africana cada in rovina e che il re perda ogni ricchezza. |
| Ottava 126 e che spinto del regno, in duolo e in lutto viva Agramante misero e mendico: e ch’esso sia che poi gli renda il tutto, e lo riponga nel suo seggio antico, 1005e de la fede sua produca il frutto; e gli faccia veder ch’un vero amico a dritto e a torto esser dovea preposto, se tutto ’l mondo se gli fosse opposto. | Paradossalmente Rodomonte immagina poi di essere proprio lui a restituire ad Agramante il trono perduto, per dimostrargli che avrebbe dovuto preferire la fedeltà di un amico e vassallo a qualsiasi altra considerazione. |
| Ottava 127 E così quando al re, quando alla donna 1010volgendo il cor turbato, il Saracino cavalca a gran giornate, e non assonna, e poco riposar lascia Frontino. Il dì seguente o l’altro in su la Sonna si ritrovò, ch’avea dritto il camino 1015verso il mar di Provenza, con disegno di navigare in Africa al suo regno. | Alternando pensieri contro Doralice e contro Agramante, Rodomonte cavalca a lungo e lascia poco riposo a Frontino. Dopo uno o due giorni raggiunge la Somme, dirigendosi verso il mare della Provenza con l'intenzione di tornare in Africa. |
| Ottava 128 Di barche e di sottil legni era tutto fra l’una ripa e l’altra il fiume pieno, ch’ad uso de l’esercito condutto 1020da molti lochi vettovaglie avieno; perché in poter de’ Mori era ridutto, venendo da Parigi al lito ameno d’Acquamorta, e voltando invêr la Spagna, ciò che v’è da man destra di campagna. | Il fiume è pieno di barche che trasportano viveri per l'esercito saraceno; i mori controllano una vasta parte del territorio fra Parigi e le regioni meridionali della Francia. |
| Ottava 129 1025Le vettovaglie in carra ed in iumenti, tolte fuor de le navi, erano carche, e tratte con la scorta de le genti, ove venir non si potea con barche. Avean piene le ripe i grassi armenti 1030quivi condotti da diverse marche; e i conduttori intorno alla riviera per vari tetti albergo avean la sera. | Le provviste scaricate dalle navi vengono caricate su carri e animali da soma e scortate verso l'esercito dove non è possibile navigare. Lungo le rive sostano grandi mandrie e molti conducenti si sono costruiti ripari per trascorrervi la notte. |
| Ottava 130 Il re d’Algier, perché gli sopravenne quivi la notte e l’aer nero e cieco, 1035d’un ostier paesan lo ’nvito tenne, che lo pregò che rimanesse seco. Adagiato il destrier, la mensa venne di vari cibi e di vin corso e greco; che ’l Saracin nel resto alla moresca 1040ma volse far nel bere alla francesca. | Poiché si fa buio, Rodomonte accetta l'invito di un oste locale a fermarsi da lui. Dopo aver sistemato Frontino, si siede a una tavola ricca di cibi e vini; pur vivendo da saraceno, questa volta beve secondo l'abitudine francese. |
| Ottava 131 L’oste con buona mensa e miglior viso studiò di fare a Rodomonte onore; che la presenza gli diè certo aviso ch’era uomo illustre e pien d’alto valore: 1045ma quel che da se stesso era diviso, né quella sera avea ben seco il core (che mal suo grado s’era ricondotto alla donna già sua), non facea motto. | L'oste cerca di onorare il suo ospite, intuendo dall'aspetto che è un guerriero importante. Rodomonte, però, è così assorbito dal ricordo di Doralice da restare silenzioso e incapace di partecipare alla conversazione. |
| Ottava 132 Il buon ostier, che fu dei diligenti 1050che mai si sien per Francia ricordati, quando tra le nimiche e strane genti l’albergo e’ beni suoi s’avea salvati, per servir, quivi, alcuni suoi parenti, a tal servigio pronti, avea chiamati; 1055de’ quai non era alcun di parlar oso, vedendo il Saracin muto e pensoso. | L'oste è un uomo accorto, capace di salvare i propri beni anche durante la guerra, e ha chiamato alcuni parenti ad aiutarlo a servire il cavaliere. Nessuno osa parlare per primo davanti al suo aspetto cupo. |
| Ottava 133 Di pensiero in pensiero andò vagando da se stesso lontano il pagan molto, col viso a terra chino, né levando 1060sì gli occhi mai, ch’alcun guardasse in volto. Dopo un lungo star cheto, suspirando, sì come d’un gran sonno allora sciolto, tutto si scosse, e insieme alzò le ciglia, e voltò gli occhi all’oste e alla famiglia. | Rodomonte rimane a lungo a testa china, prigioniero dei propri pensieri. Alla fine sospira profondamente, sembra risvegliarsi da un sonno e solleva gli occhi verso l'oste e gli altri presenti. |
| Ottava 134 1065Indi roppe il silenzio, e con sembianti più dolci un poco e viso men turbato, domandò all’oste e agli altri circostanti se d’essi alcuno avea mogliere a lato. Che l’oste e che quegli altri tutti quanti 1070l’aveano, per risposta gli fu dato. Domanda lor quel che ciascun si crede de la sua donna nel servargli fede. | Con voce più calma domanda all'oste e ai suoi familiari se siano sposati e se credano che le rispettive mogli siano fedeli. Tutti rispondono di avere una moglie e di fidarsi della sua virtù. |
| Ottava 135 Eccetto l’oste, fer tutti risposta, che si credeano averle e caste e buone. 1075Disse l’oste: – Ognun pur creda a sua posta; ch’io so ch’avete falsa opinione. Il vostro sciocco credere vi costa ch’io stimi ognun di voi senza ragione; e così far questo signor deve anco, 1080se non vi vuol mostrar nero per bianco. | L'oste solo rifiuta di esprimere la medesima fiducia e dichiara che gli altri si illudono. Ritiene sciocco chi crede ciecamente nella fedeltà della moglie e invita Rodomonte a condividere il suo giudizio. |
| Ottava 136 Perché, sì come è sola la fenice, né mai più d’una in tutto il mondo vive, così né mai più d’uno esser si dice, che de la moglie i tradimenti schive. 1085Ognun si crede d’esser quel felice, d’esser quel sol ch’a questa palma arrive. Come è possibil che v’arrivi ognuno, se non ne può nel mondo esser più d’uno? | L'oste sostiene, con una similitudine paradossale, che una moglie perfettamente fedele sia rara come la fenice, di cui si crede esista un solo esemplare al mondo. Se ciascun marito pensa di essere l'unico fortunato, ragiona, i loro giudizi non possono essere tutti veri. |
| Ottava 137 Io fui già ne l’error che siete voi, 1090che donna casta anco più d’una fusse. Un gentilomo di Vinegia poi, che qui mia buona sorte già condusse, seppe far sì con veri esempi suoi, che fuor de l’ignoranza mi ridusse. 1095Gian Francesco Valerio era nomato; che ’l nome suo non mi s’è mai scordato. | Racconta di aver creduto anch'egli che esistessero molte donne caste, ma che un gentiluomo veneziano chiamato Gian Francesco Valerio, capitato un giorno nella sua locanda, lo abbia convinto del contrario. |
| Ottava 138 Le fraudi che le mogli e che l’amiche sogliano usar, sapea tutte per conto: e sopra ciò moderne istorie e antiche, 1100e proprie esperienze avea sì in pronto, che mi mostrò che mai donne pudiche non si trovaro, o povere o di conto; e s’una casta più de l’altra parse, venìa, perché più accorta era a celarse. | Secondo il racconto dell'oste, il veneziano conosceva moltissimi inganni attribuiti alle mogli e alle amanti e citava episodi antichi e recenti. Sosteneva che le donne apparentemente più virtuose fossero soltanto più abili a nascondere i tradimenti. |
| Ottava 139 1105E fra l’altre (che tante me ne disse, che non ne posso il terzo ricordarmi), sì nel capo una istoria mi si scrisse, che non si scrisse mai più saldo in marmi: e ben parria a ciascuno che l’udisse, 1110di queste rie quel ch’a me parve e parmi. E se, signor, a voi non spiace udire, a lor confusion ve la vo’ dire. – | Fra tante storie, l'oste ne ricorda una che lo ha colpito profondamente e che, a suo giudizio, dimostrerebbe l'infedeltà femminile. Propone di raccontarla a Rodomonte, se questi desidera ascoltare. |
| Ottava 140 Rispose il Saracin: – Che puoi tu farmi, che più al presente mi diletti e piaccia, 1115che dirmi istoria e qualche esempio darmi che con l’opinion mia si confaccia? Perch’io possa udir meglio, e tu narrarmi, siedemi incontra, ch’io ti vegga in faccia. – Ma nel canto che segue io v’ho da dire 1120quel che fe’ l’oste a Rodomonte udire. | Rodomonte accetta entusiasticamente, perché una storia del genere confermerebbe i suoi pregiudizi nel momento della delusione amorosa. Invita l'oste a sedergli davanti per narrarla con calma; Ariosto rinvia il racconto al canto successivo. |