L’Orlando furioso · Ludovico Ariosto
Canto ventiquattresimo
Testo originale e parafrasi
Ogni ottava affianca il testo originale alla parafrasi in italiano contemporaneo.
| Testo originale | Parafrasi |
|---|---|
| Ottava 1 1Chi mette il piè su l’amorosa pania, cerchi ritrarlo, e non v’inveschi l’ale; che non è in somma amor, se non insania, a giudizio de’ savi universale: 5e se ben come Orlando ognun non smania, suo furor mostra a qualch’altro segnale. E quale è di pazzia segno più espresso che, per altri voler, perder se stesso? | Chi rimane intrappolato nell'amore dovrebbe cercare di liberarsene prima di esserne completamente preso: secondo i saggi l'amore è una forma di follia. Non tutti diventano furiosi come Orlando, ma chiunque rinunci a sé stesso per soddisfare un'altra persona mostra di aver perso il senno. |
| Ottava 2 Vari gli effetti son, ma la pazzia 10è tutt’una però, che li fa uscire. Gli è come una gran selva, ove la via conviene a forza, a chi vi va, fallire: chi su, chi giù, chi qua, chi là travia. Per concludere in somma, io vi vo’ dire: 15a chi in amor s’invecchia, oltr’ogni pena, si convengono i ceppi e la catena. | La follia amorosa assume forme differenti, ma è sempre la stessa malattia. L'amore è come una foresta intricata in cui ciascuno smarrisce la strada in modo diverso. Per chi non sa liberarsene, conclude ironicamente il poeta, sarebbero appropriate perfino catene e prigione. |
| Ottava 3 Ben mi si potria dir: – Frate, tu vai l’altrui mostrando, e non vedi il tuo fallo. – Io vi rispondo che comprendo assai, 20or che di mente ho lucido intervallo; ed ho gran cura (e spero farlo ormai) di riposarmi e d’uscir fuor di ballo: ma tosto far, come vorrei, nol posso; che ’l male è penetrato infin all’osso. | Qualcuno potrebbe accusare Ariosto di criticare negli altri un errore che commette lui stesso. Il poeta risponde di rendersene conto quando attraversa qualche momento di lucidità e di volersi sottrarre all'amore, anche se non ci riesce subito, perché ne è ormai profondamente segnato. |
| Ottava 4 25Signor, ne l’altro canto io vi dicea che ’l forsennato e furioso Orlando trattesi l’arme e sparse al campo avea, squarciati i panni, via gittato il brando, svelte le piante, e risonar facea 30i cavi sassi e l’alte selve; quando alcun’ pastori al suon trasse in quel lato lor stella, o qualche lor grave peccato. | Il narratore riprende la storia: Orlando, fuori di sé, si è spogliato dell'armatura, ha gettato la spada, strappato i vestiti e sradicato gli alberi, facendo risuonare tutta la foresta. Alcuni pastori sono accorsi, per sfortuna o per punizione dei loro peccati, a vedere da dove venisse quel rumore. |
| Ottava 5 Viste del pazzo l’incredibil prove poi più d’appresso e la possanza estrema, 35si voltan per fuggir, ma non sanno ove, sì come avviene in subitana tema. Il pazzo dietro lor ratto si muove: uno ne piglia, e del capo lo scema con la facilità che torria alcuno 40da l’arbor pome, o vago fior dal pruno. | Quando si avvicinano e vedono la forza prodigiosa del paladino impazzito, i pastori cercano di scappare, ma il terrore li disorienta. Orlando li insegue e stacca la testa a uno di loro con la stessa facilità con cui si coglie un frutto da un albero. |
| Ottava 6 Per una gamba il grave tronco prese, e quello usò per mazza adosso al resto: in terra un paio addormentato stese, ch’al novissimo dì forse fia desto. 45Gli altri sgombraro subito il paese, ch’ebbono il piede e il buono aviso presto. Non saria stato il pazzo al seguir lento, se non ch’era già volto al loro armento. | Orlando afferra il corpo dell'uomo per una gamba e lo usa come una mazza contro gli altri, abbattendone due. Gli altri fuggono rapidamente e si salvano perché il paladino, anziché inseguirli, rivolge la propria furia agli animali del loro gregge. |
| Ottava 7 Gli agricultori, accorti agli altru’esempli, 50lascian nei campi aratri e marre e falci: chi monta su le case e chi sui templi (poi che non son sicuri olmi né salci), onde l’orrenda furia si contempli, ch’a pugni, ad urti, a morsi, a graffi, a calci, 55cavalli e buoi rompe, fraccassa e strugge; e ben è corridor chi da lui fugge. | I contadini, avvertiti dalla sorte dei pastori, lasciano gli attrezzi e cercano riparo sui tetti delle case e delle chiese, perché gli alberi non sono sicuri. Da lassù guardano Orlando che distrugge cavalli e buoi a pugni, morsi, calci e graffi: si salva soltanto chi riesce a fuggire in fretta. |
| Ottava 8 Già potreste sentir come ribombe l’alto rumor ne le propinque ville d’urli e di corni, rusticane trombe. 60e più spesso che d’altro, il suon di squille; e con spuntoni ed archi e spiedi e frombe veder dai monti sdrucciolarne mille, ed altritanti andar da basso ad alto, per fare al pazzo un villanesco assalto. | Nei villaggi vicini risuonano grida, corni e soprattutto campane d'allarme. Folle di contadini scendono dai colli e risalgono le valli, armate di archi, lance improvvisate e fionde, per tentare un assalto collettivo contro Orlando. |
| Ottava 9 65Qual venir suol nel salso lito l’onda mossa da l’austro ch’a principio scherza, che maggior de la prima è la seconda, e con più forza poi segue la terza; ed ogni volta più l’umore abonda, 70e ne l’arena più stende la sferza: tal contra Orlando l’empia turba cresce, che giù da balze scende e di valli esce. | La folla dei contadini cresce continuamente, proprio come le onde del mare quando il vento le sospinge verso la spiaggia: ogni ondata è più forte e più estesa della precedente. Così nuovi uomini si aggiungono da ogni valle alla massa diretta contro il paladino. |
| Ottava 10 Fece morir diece persone e diece, che senza ordine alcun gli andaro in mano: 75e questo chiaro esperimento fece, ch’era assai più sicur starne lontano. Trar sangue da quel corpo a nessun lece, che lo fere e percuote il ferro invano. Al conte il re del ciel tal grazia diede, 80per porlo a guardia di sua santa fede. | Orlando uccide molti di quelli che gli si avvicinano senza ordine, dimostrando che è più prudente stargli lontani. Nessuna arma riesce a fargli uscire sangue: Dio gli aveva concesso l'invulnerabilità perché fosse difensore della fede cristiana. |
| Ottava 11 Era a periglio di morire Orlando, se fosse di morir stato capace. Potea imparar ch’era a gittare il brando, e poi voler senz’arme essere audace. 85La turba già s’andava ritirando, vedendo ogni suo colpo uscir fallace. Orlando, poi che più nessun l’attende, verso un borgo di case il camin prende. | Orlando avrebbe potuto morire, se la sua natura gli avesse permesso di essere ferito: è tanto incosciente da gettare le armi e affrontare la folla a mani nude. I contadini, vedendo inutili tutti i loro colpi, si ritirano; lui allora si dirige verso un villaggio. |
| Ottava 12 Dentro non vi trovò piccol né grande, 90che ’l borgo ognun per tema avea lasciato. v’erano in copia povere vivande, convenienti a un pastorale stato. Senza pane di scerner da le giande, dal digiuno e da l’impeto cacciato, 95le mani e il dente lasciò andar di botto in quel che trovò prima, o crudo o cotto. | Nel villaggio non trova nessuno: gli abitanti sono fuggiti per paura. Ci sono soltanto provviste povere, come quelle dei pastori; spinto dalla fame e dalla follia, Orlando divora tutto ciò che trova senza distinguere il pane dalle ghiande o il cibo crudo da quello cotto. |
| Ottava 13 E quindi errando per tutto il paese, dava la caccia e agli uomini e alle fere; e scorrendo pei boschi, talor prese 100i capri isnelli e le damme leggiere. Spesso con orsi e con cingiai contese, e con man nude li pose a giacere: e di lor carne con tutta la spoglia più volte il ventre empì con fiera voglia. | Il paladino vaga per il paese inseguendo uomini e animali. Nei boschi cattura cervi e capri e affronta perfino orsi e cinghiali, abbattendoli a mani nude; poi ne mangia avidamente la carne, senza preoccuparsi neppure di toglierne la pelle. |
| Ottava 14 105Di qua, di là, di su, di giù discorre per tutta Francia; e un giorno a un ponte arriva, sotto cui largo e pieno d’acqua corre un fiume d’alta e di scoscesa riva. Edificato accanto avea una torre 110che d’ogn’intorno e di lontan scopriva. Quel che fe’ quivi, avete altrove a udire; che di Zerbin mi convien prima dire. | Orlando percorre senza meta la Francia finché giunge presso un ponte su un grande fiume dalle rive scoscese, accanto a una torre che domina il paesaggio. Il narratore rinvia a un altro momento ciò che accadrà lì e torna a raccontare di Zerbino. |
| Ottava 15 Zerbin, da poi ch’Orlando fu partito, dimorò alquanto, e poi prese il sentiero 115che ’l paladino inanzi gli avea trito, e mosse a passo lento il suo destriero. Non credo che duo miglia anco fosse ito, che trar vide legato un cavalliero sopra un picciol ronzino, e d’ogni lato 120la guardia aver d’un cavalliero armato. | Dopo essersi separato da Orlando, Zerbino aspetta un poco e poi ne segue lentamente il percorso. Prima di aver fatto due miglia incontra un cavaliere legato su un povero cavallo, scortato da due uomini armati. |
| Ottava 16 Zerbin questo prigion conobbe tosto che gli fu appresso, e così fe’ lssabella: era Odorico il Biscaglin, che posto fu come lupo a guardia de l’agnella. 125L’avea a tutti gli amici suoi preposto Zerbino in confidargli la donzella, sperando che la fede che nel resto sempre avea avuta, avesse ancora in questo. | Zerbino e Isabella riconoscono immediatamente il prigioniero: è Odorico di Biscaglia, a cui Zerbino aveva affidato la ragazza come a un amico fidatissimo. Aveva però scelto, senza saperlo, un lupo a custodia di un'agnella. |
| Ottava 17 Come era a punto quella cosa stata, 130venìa Issabella raccontando allotta: come nel palischermo fu salvata, prima ch’avesse il mar la nave rotta; la forza che l’avea Odorico usata; e come tratta poi fosse alla grotta. 135Né giunt’era anco al fin di quel sermone, che trarre il malfattor vider prigione. | Proprio in quel momento Isabella stava raccontando come si fosse salvata dal naufragio, come Odorico avesse cercato di usarle violenza e come fosse finita nella grotta. Non ha ancora concluso la storia quando vede comparire il suo aggressore in catene. |
| Ottava 18 I duo ch’in mezzo avean preso Odorico, d’Issabella notizia ebbeno vera; e s’avisaro esser di lei l’amico, 140e ’l signor lor, colui ch’appresso l’era; ma più, che ne lo scudo il segno antico vider dipinto di sua stirpe altiera: e trovar poi, che guardar meglio al viso, che s’era al vero apposto il loro aviso. | I due uomini che conducono Odorico riconoscono in Isabella la donna che cercavano; comprendono quindi che il cavaliere che l'accompagna è il loro signore Zerbino. Ne hanno conferma dall'emblema di famiglia dipinto sullo scudo e dai tratti del suo volto. |
| Ottava 19 145Saltaro a piedi, e con aperte braccia correndo se n’andar verso Zerbino, e l’abbracciaro ove il maggior s’abbraccia, col capo nudo e col ginocchio chino. Zerbin, guardando l’uno e l’altro in faccia, 150vide esser l’un Corebo il Biscaglino, Almonio l’altro, ch’egli avea mandati con Odorico in sul navilio armati. | I due scendono da cavallo, corrono verso Zerbino e gli si inginocchiano davanti abbracciandolo con rispetto. Zerbino riconosce Corebo e Almonio, i compagni che aveva mandato armati sulla nave insieme a Odorico. |
| Ottava 20 Almonio disse: – Poi che piace a Dio (la sua mercé) che sia Issabella teco, 155io posso ben comprender, signor mio, che nulla cosa nuova ora t’arreco, s’io vo’ dir la cagion che questo rio fa che cosi legato vedi meco; che da costei, che più sentì l’offesa, 160a punto avrai tutta l’istoria intesa. | Almonio ringrazia Dio per avergli permesso di ritrovare Isabella con Zerbino. Dice che la ragazza avrà già narrato le ragioni dell'arresto di Odorico e che quindi il suo racconto aggiungerebbe poco su quanto lei ha subito. |
| Ottava 21 Come dal traditore io fui schernito quando da sé levommi, saper déi; e come poi Corebo fu ferito, ch’a difender s’avea tolto costei. 165Ma quanto al mio ritorno sia seguito, né veduto né inteso fu da lei, che te l’abbia potuto riferire: di questa parte dunque io ti vo’ dire. | Almonio osserva che Zerbino conosce probabilmente già l'inganno con cui Odorico lo aveva allontanato e il ferimento di Corebo mentre difendeva Isabella. Deve però ancora sapere cosa accadde dopo il ritorno di Almonio, perché Isabella non aveva potuto assistervi. |
| Ottava 22 Da la cittade al mar ratto io veniva 170con cavalli ch’in fretta avea trovati, sempre con gli occhi intenti s’io scopriva costor che molto a dietro eran restati. Io vengo inanzi, io vengo in su la riva del mare, al luogo ove io gli avea lasciati; 175io guardo, né di loro altro ritrovo, che ne l’arena alcun vestigio nuovo. | Almonio racconta di essere tornato in fretta dalla città verso la costa con alcuni cavalli, scrutando continuamente la strada alla ricerca dei compagni. Quando raggiunse il luogo dell'appuntamento, trovò soltanto tracce recenti lasciate sulla sabbia. |
| Ottava 23 La pesta seguitai, che mi condusse nel bosco fier; né molto adentro fui, che, dove il suon l’orecchie mi percusse, 180giacere in terra ritrovai costui. Gli domandai che de la donna fusse, che d’Odorico, e chi aveva offeso lui. Io me n’andai, poi che la cosa seppi, il traditor cercando per quei greppi. | Seguendo quelle impronte, Almonio entrò nel bosco e, attirato da alcuni rumori, trovò Corebo ferito a terra. Gli chiese dove fossero Isabella e Odorico e chi lo avesse aggredito; dopo aver appreso la verità, si mise a cercare il traditore. |
| Ottava 24 185Molto aggirando vommi, e per quel giorno altro vestigio ritrovar non posso. Dove giacea Corebo al fin ritorno, che fatto appresso avea il terren sì rosso, che poco più che vi facea soggiorno, 190gli saria stato di bisogno il fosso e i preti e i frati più per sotterrarlo, ch’i medici e che ’l letto per sanarlo. | Almonio perlustrò a lungo il territorio senza trovare Odorico e tornò da Corebo. Il ferito aveva perso tanto sangue che, se fosse rimasto là ancora, avrebbe avuto bisogno di un funerale piuttosto che di cure mediche. |
| Ottava 25 Dal bosco alla città feci portallo, e posi in casa d’uno ostier mio amico, 195che fatto sano in poco termine hallo per cura ed arte d’un chirurgo antico. Poi d’arme proveduti e di cavallo Corebo ed io cercammo d’Odorico, ch’in corte del re Alfonso di Biscaglia 200trovammo; e quivi fui seco a battaglia. | Almonio portò Corebo in città, nella locanda di un amico, dove un chirurgo esperto lo guarì. I due si procurarono poi armi e cavalli, cercarono Odorico e lo trovarono alla corte del re Alfonso di Biscaglia, dove Almonio lo affrontò in duello. |
| Ottava 26 La giustizia del re, che il loco franco de la pugna mi diede, e la ragione, ed oltre alla ragion la Fortuna anco, che spesso la vittoria, ove vuol, pone, 205mi giovar sì, che di me poté manco il traditore; onde fu mio prigione. Il re, udito il gran fallo, mi concesse di poter farne quanto mi piacesse. | Il re garantì che lo scontro si svolgesse regolarmente; la giustizia della sua causa e anche la fortuna permisero ad Almonio di sconfiggere Odorico e farlo prigioniero. Appresa la gravità del tradimento, il sovrano gli concesse di deciderne la sorte. |
| Ottava 27 Non l’ho voluto uccider né lasciarlo, 210ma, come vedi, trarloti in catena; perché vo’ ch’a te stia di giudicarlo, se morire o tener si deve in pena. L’avere inteso ch’eri appresso a Carlo, e ’l desir di trovarti qui mi mena. 215Ringrazio Dio che mi fa in questa parte, dove lo sperai meno, ora trovarte. | Almonio non volle uccidere Odorico né liberarlo: preferì condurlo incatenato a Zerbino, al quale spetta decidere se farlo morire o punirlo diversamente. Sapendo che il proprio signore si trovava presso Carlo, era partito a cercarlo e ora ringrazia Dio per l'incontro inatteso. |
| Ottava 28 Ringraziolo anco, che la tua Issabella io veggo (e non so come) che teco hai; di cui, per opera del fellon, novella 220pensai che non avessi ad udir mai. – Zerbino ascolta Almonio e non favella, fermando gli occhi in Odorico assai; non sì per odio, come che gl’incresce ch’a sì mal fin tanta amicizia gli esce. | Almonio si rallegra anche di rivedere Isabella, che dopo il tradimento credeva perduta. Zerbino ascolta in silenzio fissando Odorico: soffre più per l'amarezza di un'amicizia finita nel tradimento che per l'odio verso il colpevole. |
| Ottava 29 225Finito ch’ebbe Almonio il suo sermone, Zerbin riman gran pezzo sbigottito, che chi d’ogn’altro men n’avea cagione, sì espressamente il possa aver tradito. Ma poi che d’una lunga ammirazione 230fu, sospirando, finalmente uscito, al prigion domandò se fosse vero quel ch’avea di lui detto il cavalliero. | Quando Almonio tace, Zerbino resta a lungo sconvolto: proprio l'amico dal quale meno si aspettava un simile gesto lo ha tradito così gravemente. Infine si riprende, sospira e chiede direttamente al prigioniero se le accuse siano vere. |
| Ottava 30 Il disleal con le ginocchia in terra lasciò cadersi, e disse: – Signor mio, 235ognun che vive al mondo pecca ed erra: né differisce in altro il buon dal rio, se non che l’uno è vinto ad ogni guerra che gli vien mossa da un piccol disio; l’altro ricorre all’arme e si difende, 240ma se ’l nimico è forte, anco ei si rende. | Odorico cade in ginocchio e ammette implicitamente la propria colpa. Cerca però di giustificarsi sostenendo che tutti sbagliano: una persona forte resiste ai desideri, ma anche chi prova a difendersi può cedere quando la tentazione diventa troppo potente. |
| Ottava 31 Se tu m’avessi posto alla difesa d’una tua rocca, e ch’al primiero assalto alzate avessi, senza far contesa, degl’inimici le bandiere in alto; 245di viltà, o tradimento, che più pesa, sugli occhi por mi si potria uno smalto: ma s’io cedessi a forza, son ben certo che biasmo non avrei, ma gloria e merto. | Per farsi capire, Odorico propone un paragone militare: se avesse consegnato senza combattere una fortezza affidatagli, meriterebbe l'accusa di tradimento; se invece fosse stato costretto a cedere a un assalto irresistibile, la sua resistenza dovrebbe essere riconosciuta. |
| Ottava 32 Sempre che l’inimico è più possente, 250più chi perde accettabile ha la scusa. Mia fé guardar dovea non altrimente ch’una fortezza d’ogn’intorno chiusa: così, con quanto senno e quanta mente da la somma Prudenza m’era infusa, 255io mi sforzai guardarla; ma al fin vinto da intolerando assalto, ne fui spinto. – | Odorico spiega di aver cercato di custodire la fedeltà dovuta a Zerbino come una fortezza ben difesa. Dice di aver impiegato tutta la prudenza possibile, ma di essere stato infine sopraffatto dall'assalto del desiderio per Isabella. |
| Ottava 33 Così disse Odorico, e poi soggiunse (che saria lungo a ricontarvi il tutto) mostrando che gran stimolo lo punse, 260e non per lieve sferza s’era indutto. Se mai per prieghi ira di cor si emunse, s’umiltà di parlar fece mai frutto, quivi far lo dovea; che ciò che muova di cor durezza, ora Odorico trova. | Il prigioniero continua a supplicare Zerbino e a descrivere la forza della passione che lo ha travolto. Il narratore non ripete ogni sua parola, ma sottolinea che Odorico usa tutti gli argomenti, la preghiera e l'umiltà capaci di commuovere un cuore offeso. |
| Ottava 34 265Pigliar di tanta ingiuria alta vendetta, tra il sì Zerbino e il no resta confuso: il vedere il demerito lo alletta a far che sia il fellon di vita escluso; il ricordarsi l’amicizia stretta 270ch’era stata tra lor per sì lungo uso, con l’acqua di pietà l’accesa rabbia nel cor gli spegne, e vuol che mercé n’abbia. | Zerbino è diviso fra il desiderio di vendicare una colpa tanto grave e il ricordo della loro lunga amicizia. La rabbia lo spinge a condannare a morte Odorico, ma la pietà spegne poco a poco quella decisione e lo induce a risparmiarlo. |
| Ottava 35 Mentre stava così Zerbino in forse di liberare, o di menar captivo, 275o pur il disleal dagli occhi torse per morte, o pur tenerlo in pena vivo; quivi rignando il palafreno corse, che Mandricardo avea di briglia privo; e vi portò la vecchia che vicino 280a morte dianzi avea tratto Zerbino. | Mentre Zerbino esita tra uccidere, imprigionare o liberare il traditore, sopraggiunge un cavallo sfuggito a Mandricardo perché privo di briglia. Porta in groppa la vecchia Gabrina, che in precedenza aveva quasi causato la morte di Zerbino. |
| Ottava 36 Il palafren, ch’udito di lontano avea quest’altri, era tra lor venuto, e la vecchia portatavi, ch’invano venìa piangendo e domandando aiuto. 285Come Zerbin lei vide, alzò la mano al ciel che sì benigno gli era suto, che datogli in arbitrio avea que’ dui che soli odiati esser dovean da lui. | Il cavallo si è avvicinato attirato dal rumore degli altri animali, mentre Gabrina piange e invoca inutilmente aiuto. Zerbino, riconoscendola, ringrazia il cielo perché gli ha consegnato nello stesso momento le due persone che più aveva motivo di odiare. |
| Ottava 37 Zerbin fa ritener la mala vecchia, 290tanto che pensi quel che debba farne: tagliarle il naso e l’una e l’altra orecchia pensa, ed esempio a’ malfattori darne; poi gli par assai meglio, s’apparecchia un pasto agli avoltoi di quella carne. 295Punizion diversa tra sé volve; e così finalmente si risolve. | Zerbino fa trattenere Gabrina e riflette sulla punizione da infliggerle: pensa di mutilarla, di lasciarla morire o di abbandonarne il corpo agli avvoltoi. Esamina diverse possibilità, finché prende una decisione particolare. |
| Ottava 38 Si rivolta ai compagni, e dice: – Io sono di lasciar vivo il disleal contento; che s’in tutto non merita perdono, 300non merita anco sì crudel tormento. Che viva e che slegato sia gli dono, però ch’esser d’Amor la colpa sento; e facilmente ogni scusa s’ammette, quando in Amor la colpa si reflette. | Rivolgendosi ai compagni, Zerbino dichiara di voler risparmiare Odorico. Nonostante la gravità del tradimento, ritiene eccessiva una condanna crudele: l'amore, sostiene, può diventare un'attenuante che permette di comprendere almeno in parte la sua debolezza. |
| Ottava 39 305Amore ha volto sottosopra spesso senno più saldo che non ha costui, ed ha condotto a via maggiore eccesso di questo, ch’oltraggiato ha tutti nui. Ad Odorico debbe esser rimesso: 310punito esser debbo io, che cieco fui, cieco a dargline impresa, e non por mente che ’l fuoco arde la paglia facilmente. – | Zerbino osserva che la passione ha fatto perdere la ragione anche a uomini più saggi di Odorico e li ha spinti a colpe peggiori. Rimprovera inoltre sé stesso per aver affidato Isabella a un uomo esposto alla tentazione, come se avesse accostato una fiamma alla paglia. |
| Ottava 40 Poi mirando Odorico: – Io vo’ che sia (gli disse) del tuo error la penitenza, 315che la vecchia abbi un anno in compagnia, né di lasciarla mai ti sia licenza; ma notte e giorno, ove tu vada o stia, un’ora mai non te ne trovi senza; e fin a morte sia da te difesa 320contra ciascun che voglia farle offesa. | Come penitenza, Zerbino ordina a Odorico di restare per un anno intero accanto a Gabrina senza abbandonarla nemmeno per un'ora, di giorno o di notte. Dovrà proteggerla da chiunque tenti di farle del male, persino mettendo a rischio la propria vita. |
| Ottava 41 Vo’, se da lei ti sarà commandato, che pigli contra ognun contesa e guerra: vo’ in questo tempo, che tu sia ubligato tutta Francia cercar di terra in terra. – 325Così dicea Zerbin; che pel peccato meritando Odorico andar sotterra, questo era porgli inanzi un’alta fossa, che fia gran sorte che schivar la possa. | Odorico dovrà inoltre battersi con chiunque Gabrina glielo chieda e percorrere con lei tutta la Francia. Zerbino sa che la punizione è insidiosa: la vecchia ha tanti nemici che proteggerla espone il cavaliere a pericoli quasi mortali. |
| Ottava 42 Tante donne, tanti uomini traditi 330avea la vecchia, e tanti offesi e tanti, che chi sarà con lei, non senza liti potrà passar de’ cavallieri erranti. Così di par saranno ambi puniti: ella de’ suoi commessi errori inanti, 335egli di torne la difesa a torto; né molto potrà andar che non sia morto. | Gabrina ha ingannato e offeso moltissime persone, perciò attraversare il paese al suo fianco significherà trovarsi continuamente coinvolti in litigi e duelli. Entrambi saranno così puniti: lei per i torti commessi, lui per l'obbligo di difenderla anche quando ha torto. |
| Ottava 43 Di dover servar questo, Zerbin diede ad Odorico un giuramento forte, con patto che se mai rompe la fede, 340e ch’inanzi gli capiti per sorte, senza udir prieghi e averne più mercede, lo debba far morir di cruda morte. Ad Almonio e a Corebo poi rivolto, fece Zerbin che fu Odorico sciolto. | Zerbino fa giurare a Odorico di rispettare la pena e lo avverte che, se infrangerà il patto e sarà ritrovato, verrà ucciso senza più misericordia. Poi ordina ad Almonio e Corebo di sciogliere il prigioniero. |
| Ottava 44 345Corebo, consentendo Almonio, sciolse il traditore al fin, ma non in fretta; ch’all’uno e all’altro esser turbato dolse da sì desiderata sua vendetta. Quindi partissi il disleale, e tolse 350in compagnia la vecchia maledetta. Non si legge in Turpin che n’avvenisse; ma vidi già un autor che più ne scrisse. | I due liberano Odorico con riluttanza perché avrebbero preferito vendicarsi. Il cavaliere parte con Gabrina. Ariosto osserva che la cronaca attribuita a Turpino non racconta che cosa accadde loro, ma cita un altro autore che avrebbe riferito il seguito. |
| Ottava 45 Scrive l’autore, il cui nome mi taccio, che non furo lontani una giornata, 355che per torsi Odorico quello impaccio, contra ogni patto ed ogni fede data, al collo di Gabrina gittò un laccio, e che ad un olmo la lasciò impiccata; e ch’indi a un anno (ma non dice il loco) 360Almonio a lui fece il medesmo giuoco. | Secondo quell'altro racconto, dopo meno di un giorno Odorico, per liberarsi della sgradita compagnia, impiccò Gabrina a un olmo violando il giuramento. Circa un anno dopo Almonio avrebbe fatto subire a Odorico la stessa sorte. |
| Ottava 46 Zerbin che dietro era venuto all’orma del paladin, né perder la vorrebbe, manda a dar di sé nuove alla sua torma, che star senza gran dubbio non ne debbe: 365Almonio manda, e di più cose informa, che lungo il tutto a ricontar sarebbe; Almonio manda, e a lui Corebo appresso; né tien, fuor ch’Issabella, altri con esso. | Zerbino vuole continuare a seguire le tracce di Orlando, ma manda i due compagni a informare il proprio esercito, che sarà in ansia per lui. Affida ad Almonio numerose comunicazioni e lo fa partire insieme a Corebo, restando soltanto con Isabella. |
| Ottava 47 Tant’era l’amor grande che Zerbino, 370e non minor del suo quel che Issabella portava al virtuoso paladino; tanto il desir d’intender la novella ch’egli avesse trovato il Saracino che del destrier lo trasse con la sella; 375che non farà all’esercito ritorno, se non finito che sia il terzo giorno; | Zerbino e Isabella ammirano tanto Orlando e desiderano così intensamente sapere come finirà lo scontro con il saraceno che gli ha sottratto il cavallo, da decidere di non tornare all'esercito prima del termine di tre giorni stabilito dal paladino. |
| Ottava 48 il termine ch’Orlando aspettar disse il cavallier ch’ancor non porta spada. Non è alcun luogo dove il conte gisse, 380che Zerbin pel medesimo non vada. Giunse al fin tra quegli arbori che scrisse l’ingrata donna, un poco fuor di strada; e con la fonte e col vicino sasso tutti li ritruovò messi in fracasso. | I due seguono tutte le tracce lasciate da Orlando finché raggiungono il luogo in cui Angelica e Medoro avevano inciso i loro nomi. Trovano la fonte, gli alberi e le rocce devastati dalla furia del paladino. |
| Ottava 49 385Vede lontan non sa che luminoso, e trova la corazza esser del conte; e trova l’elmo poi, non quel famoso ch’armò già il capo all’africano Almonte. Il destrier ne la selva più nascoso 390sente anitrire, e leva al suon la fronte; e vede Brigliador pascer per l’erba, che dall’arcion pendente il freno serba. | Zerbino vede brillare tra le piante un oggetto e riconosce la corazza di Orlando; poco dopo trova anche il suo elmo, che non è quello celebre appartenuto ad Almonte. Seguendo un nitrito, scopre Brigliadoro che pascola da solo con le briglie ancora appese alla sella. |
| Ottava 50 Durindana cercò per la foresta, e fuor la vide del fodero starse. 395Trovò, ma in pezzi, ancor la sopravesta ch’in cento lochi il miser conte sparse. Issabella e Zerbin con faccia mesta stanno mirando, e non san che pensarse: pensar potrian tutte le cose, eccetto 400che fosse Orlando fuor dell’intelletto. | Zerbino trova anche Durindana sguainata e la sopravveste di Orlando ridotta in pezzi. Lui e Isabella guardano gli oggetti sparsi senza capire cosa sia accaduto: potrebbero immaginare qualsiasi disgrazia, ma non che Orlando sia impazzito. |
| Ottava 51 Se di sangue vedessino una goccia, creder potrian che fosse stato morto. Intanto lungo la corrente doccia vider venire un pastorello smorto. 405Costui pur dianzi avea di su la roccia l’alto furor de l’infelice scorto, come l’arme gittò, squarciossi i panni, pastori uccise, e fe’ mill’altri danni. | Se avessero trovato del sangue, avrebbero potuto temere che il paladino fosse stato ucciso. Invece incontrano un pastore pallido e spaventato, che poco prima aveva osservato da una roccia Orlando gettare le armi, strapparsi le vesti, uccidere altri pastori e devastare il territorio. |
| Ottava 52 Costui, richiesto da Zerbin, gli diede 410vera informazion di tutto questo. Zerbin si maraviglia, e a pena il crede; e tuttavia n’ha indizio manifesto. Sia come vuole, egli discende a piede, pien di pietade, lacrimoso e mesto; 415e ricogliendo da diversa parte le reliquie ne va ch’erano sparte. | Interrogato da Zerbino, il pastore racconta fedelmente ciò che ha visto. Zerbino fatica a credergli, ma gli oggetti sparsi confermano la storia; addolorato, scende da cavallo e raccoglie le armi del paladino. |
| Ottava 53 Del palafren discende anco Issabella, e va quell’arme riducendo insieme. Ecco lor sopraviene una donzella 420dolente in vista, e di cor spesso geme. Se mi domanda alcun chi sia, perch’ella così s’affligge, e che dolor la preme, io gli risponderò che è Fiordiligi che de l’amante suo cerca i vestigi. | Anche Isabella scende per aiutarlo. In quel momento arriva una ragazza profondamente triste, che sospira continuamente: è Fiordiligi, impegnata a cercare le tracce del suo amato Brandimarte. |
| Ottava 54 425Da Brandimarte senza farle motto lasciata fu ne la città di Carlo, dov’ella l’aspettò sei mesi od otto; e quando al fin non vide ritornarlo, da un mare all’altro si mise, fin sotto 430Pirene e l’Alpe, e per tutto a cercarlo: l’andò cercando in ogni parte, fuore ch’al palazzo d’Atlante incantatore. | Brandimarte aveva lasciato Fiordiligi senza avvertirla nella città di Carlo. Lei lo aveva aspettato per sei o otto mesi, poi lo aveva cercato ovunque, attraversando la Francia e i territori vicini; non era però entrata nel palazzo incantato di Atlante. |
| Ottava 55 Se fosse stata a quell’ostel d’Atlante, veduto con Gradasso andare errando 435l’avrebbe, con Ruggier, con Bradamante, e con Ferraù prima e con Orlando; ma poi che cacciò Astolfo il negromante col suono del corno orribile e mirando, Brandimarte tornò verso Parigi: 440ma non sapea già questo Fiordiligi. | Se avesse visitato il palazzo di Atlante, Fiordiligi vi avrebbe visto Brandimarte aggirarsi insieme agli altri cavalieri intrappolati. Quando Astolfo disperse l'incanto con il suo corno, Brandimarte tornò verso Parigi; Fiordiligi, ignara di tutto, continuava a cercarlo altrove. |
| Ottava 56 Come io vi dico, sopraggiunta a caso a quei duo amanti Fiordiligi bella, conobbe l’arme, e Brigliador rimaso senza il patrone e col freno alla sella. 445Vide con gli occhi il miserabil caso, e n’ebbe per udita anco novella; che similmente il pastorel narrolle aver veduto Orlando correr folle. | Arrivata per caso presso Zerbino e Isabella, Fiordiligi riconosce le armi di Orlando e il suo cavallo rimasto senza padrone. Osserva i segni della devastazione e ascolta dal pastore il racconto del paladino che correva impazzito per la campagna. |
| Ottava 57 Quivi Zerbin tutte raguna l’arme, 450e ne fa come un bel trofeo su ’n pino; e volendo vietar che non se n’arme cavallier paesan né peregrino, scrive nel verde ceppo in breve carme: – Armatura d’Orlando paladino; – 455come volesse dir: nessun la muova, che star non possa con Orlando a prova. | Zerbino riunisce tutte le armi di Orlando e le dispone su un pino come un trofeo. Per impedire che un cavaliere se ne impossessi, incide sul tronco una scritta che le identifica come armatura di Orlando, il cui nome dovrebbe bastare a scoraggiare chiunque. |
| Ottava 58 Finito ch’ebbe la lodevol opra, tornava a rimontar sul suo destriero; ed ecco Mandricardo arrivar sopra, 460che visto il pin di quelle spoglie altiero, lo priega che la cosa gli discuopra: e quel gli narra, come ha inteso, il vero. Allora il re pagan lieto non bada, che viene al pino, e ne leva la spada, | Terminato il gesto, Zerbino sta per ripartire quando arriva Mandricardo, che nota le armi appese al pino e chiede spiegazioni. Appresa la vicenda, il re saraceno si rallegra, si avvicina subito all'albero e prende Durindana. |
| Ottava 59 465dicendo: – Alcun non me ne può riprendere; non è pur oggi ch’io l’ho fatta mia, ed il possesso giustamente prendere ne posso in ogni parte, ovunque sia. Orlando che temea quella difendere, 470s’ha finto pazzo, e l’ha gittata via; ma quando sua viltà pur così scusi, non debbe far ch’io mia ragion non usi. – | Mandricardo sostiene di avere già conquistato il diritto alla spada di Orlando e di potersene impossessare dovunque la trovi. Accusa il paladino di essersi finto pazzo per non difenderla; secondo lui, quella presunta vigliaccheria non può cancellare il suo diritto al possesso. |
| Ottava 60 Zerbino a lui gridava: – Non la torre, o pensa non l’aver senza questione. 475Se togliesti così l’arme d’Ettorre, tu l’hai di furto, più che di ragione. – Senz’altro dir l’un sopra l’altro corre, d’animo e di virtù gran paragone. Di cento colpi già rimbomba il suono, 480né bene ancor ne la battaglia sono. | Zerbino gli intima di lasciare la spada, dichiarando che per ottenerla dovrà prima combattere. Contesta anche la legittimità delle armi di Ettore di cui Mandricardo si vanta. Senza prolungare la discussione, i due si lanciano l'uno contro l'altro in un duello durissimo. |
| Ottava 61 Di prestezza Zerbin pare una fiamma a torsi ovunque Durindana cada: di qua di là saltar come una damma fa ’l suo destrier dove è miglior la strada. 485E ben convien che non ne perda dramma; ch’andrà, s’un tratto il coglie quella spada, a ritrovar gl’innamorati spirti ch’empion la selva degli ombrosi mirti. | Zerbino evita con estrema rapidità i colpi di Durindana, facendo muovere il cavallo in ogni direzione. Deve prestare la massima attenzione: un solo fendente della spada potrebbe ucciderlo e mandarlo tra gli spiriti dei morti. |
| Ottava 62 Come il veloce can che ’l porco assalta 490che fuor del gregge errar vegga nei campi, lo va aggirando, e quinci e quindi salta; ma quello attende ch’una volta inciampi: così, se vien la spada o bassa od alta, sta mirando Zerbin come ne scampi; 495come la vita e l’onor salvi a un tempo, tien sempre l’occhio, e fiere e fugge a tempo. | Il giovane combatte come un cane agile che gira intorno a un cinghiale per colpirlo senza esporsi alle zanne. Osserva ogni movimento di Mandricardo, schiva i colpi e cerca contemporaneamente di difendere la propria vita e il proprio onore. |
| Ottava 63 Da l’altra parte, ovunque il Saracino la fiera spada vibra o piena o vota, sembra fra due montagne un vento alpino 500ch’una frondosa selva il marzo scuota; ch’ora la caccia a terra a capo chino, or gli spezzati rami in aria ruota. Ben che Zerbin più colpi e fùggia e schivi, non può schivare al fin, ch’un non gli arrivi. | Mandricardo brandisce Durindana con una potenza simile a quella di un vento di montagna che piega e spezza gli alberi. Zerbino evita moltissimi fendenti, ma alla fine non riesce a sottrarsi a tutti. |
| Ottava 64 505Non può schivare al fine un gran fendente che tra ’l brando e lo scudo entra sul petto. Grosso l’usbergo, e grossa parimente era la piastra, e ’l panziron perfetto: pur non gli steron contra, ed ugualmente 510alla spada crudel dieron ricetto. Quella calò tagliando ciò che prese, la corazza e l’arcion fin su l’arnese. | Un colpo violentissimo penetra tra la spada e lo scudo di Zerbino e gli raggiunge il petto. Durindana taglia senza difficoltà le diverse protezioni dell'armatura, continuando la discesa fino ai finimenti della sella. |
| Ottava 65 E se non che fu scarso il colpo alquanto, permezzo lo fendea come una canna; 515ma penetra nel vivo a pena tanto, che poco più che la pelle gli danna: la non profunda piaga è lunga quanto non si misureria con una spanna. Le lucid’arme il caldo sangue irriga 520per sino al piè di rubiconda riga. | Il fendente non lo divide in due soltanto perché non lo colpisce in pieno: penetra poco nella carne, ma apre una ferita lunghissima. Il sangue scorre sulle armi lucenti e si allunga in una striscia rossa fino ai piedi. |
| Ottava 66 Così talora un bel purpureo nastro ho veduto partir tela d’argento da quella bianca man più ch’alabastro, da cui partire il cor spesso mi sento. 525Quivi poco a Zerbin vale esser mastro di guerra, ed aver forza e più ardimento; che di finezza d’arme e di possanza il re di Tartaria troppo l’avanza. | Ariosto paragona il sangue che attraversa l'armatura chiara a un nastro rosso cucito su una stoffa d'argento da una mano femminile bellissima. Poi osserva che l'abilità e il coraggio di Zerbino non bastano a compensare la maggiore forza e la superiorità dell'armatura del re tartaro. |
| Ottava 67 Fu questo colpo del pagan maggiore 530in apparenza, che fosse in effetto; tal ch’Issabella se ne sente il core fendere in mezzo all’agghiacciato petto. Zerbin pien d’ardimento e di valore tutto s’infiamma d’ira e di dispetto; 535e quanto più ferire a due man puote, in mezzo l’elmo il Tartaro percuote. | La ferita sembra peggiore di quanto sia, ma Isabella ne resta terrorizzata. Zerbino invece reagisce con rabbia e coraggio: impugna la spada con entrambe le mani e colpisce Mandricardo al centro dell'elmo. |
| Ottava 68 Quasi sul collo del destrier piegosse per l’aspra botta il Saracin superbo; e quando l’elmo senza incanto fosse, 540partito il capo gli avria il colpo acerbo. Con poco differir ben vendicosse, né disse: A un’altra volta io te la serbo: e la spada gli alzò verso l’elmetto, sperandosi tagliarlo infin al petto. | L'urto costringe Mandricardo a chinarsi quasi sul collo del cavallo; senza l'elmo incantato, il colpo gli avrebbe spaccato la testa. Il saraceno reagisce subito alzando Durindana per sferrare a Zerbino un fendente che spera arrivi fino al petto. |
| Ottava 69 545Zerbin che tenea l’occhio ove la mente, presto il cavallo alla man destra volse; non sì presto però, che la tagliente spada fuggisse, che lo scudo colse. Da sommo ad imo ella il partì ugualmente, 550e di sotto il braccial roppe e disciolse e lui ferì nel braccio, e poi l’arnese spezzògli, e ne la coscia anco gli scese. | Zerbino volta rapidamente il cavallo a destra, ma non evita del tutto la spada. Durindana gli divide lo scudo, spezza la protezione del braccio, lo ferisce e continua fino alla coscia, danneggiando anche il resto dell'equipaggiamento. |
| Ottava 70 Zerbin di qua di là cerca ogni via, né mai di quel che vuol, cosa gli avviene; 555che l’armatura sopra cui feria, un piccol segno pur non ne ritiene. Da l’altra parte il re di Tartaria sopra Zerbino a tal vantaggio viene, che l’ha ferito in sette parti o in otto, 560tolto lo scudo, e mezzo l’elmo rotto. | Zerbino cerca continuamente un punto debole nell'avversario, ma i suoi colpi non lasciano traccia sull'armatura di Mandricardo. Il re tartaro invece lo ha già ferito in sette o otto punti, gli ha distrutto lo scudo e danneggiato gravemente l'elmo. |
| Ottava 71 Quel tuttavia più va perdendo il sangue; manca la forza, e ancor par che nol senta: il vigoroso cor che nulla langue, val sì, che ’l debol corpo ne sostenta. 565La donna sua, per timor fatta esangue, intanto a Doralice s’appresenta, e la priega e la supplica per Dio, che partir voglia il fiero assalto e rio. | Il sangue continua a indebolire Zerbino, che resiste soltanto grazie al coraggio. Isabella, pallidissima per la paura, corre da Doralice e la supplica di far cessare lo scontro prima che il suo amato muoia. |
| Ottava 72 Cortese come bella, Doralice, 570né ben sicura come il fatto segua, fa volentier quel ch’Issabella dice, e dispone il suo amante a pace e a triegua. Così a’ prieghi de l’altra l’ira ultrice di cor fugge a Zerbino e si dilegua: 575ed egli, ove a lei par, piglia la strada, senza finir l’impresa de la spada. | Doralice, bella e cortese, accoglie la preghiera anche perché non è sicura che Mandricardo avrà la meglio. Convince il proprio amante ad accettare una tregua; Zerbino, a sua volta, si lascia persuadere da Isabella e si allontana senza recuperare Durindana. |
| Ottava 73 Fiordiligi, che mal vede difesa la buona spada del misero conte, tacita duolsi, e tanto le ne pesa, 580che d’ira piange e battesi la fronte. Vorria aver Brandimarte a quella impresa; e se mai lo ritrova e gli lo conte, non crede poi che Mandricardo vada lunga stagione altier di quella spada. | Fiordiligi soffre vedendo la spada di Orlando nelle mani del saraceno e piange di rabbia. Vorrebbe che Brandimarte fosse presente per recuperarla e pensa che, se lo ritroverà, Mandricardo non potrà vantarsi a lungo di quel possesso. |
| Ottava 74 585Fiordiligi cercando pure invano va Brandimarte suo matina e sera; e fa camin da lui molto lontano, da lui che già tornato a Parigi era. Tanto ella se n’andò per monte e piano, 590che giunse ove, al passar d’una riviera, vide e conobbe il miser paladino; ma diciàn quel ch’avvenne di Zerbino: | Fiordiligi riprende a cercare Brandimarte senza sapere che lui è già tornato a Parigi. Attraversa montagne e pianure fino a incontrare, presso un fiume, un paladino che riconosce; il narratore interrompe però la sua vicenda per tornare a Zerbino. |
| Ottava 75 che ’l lasciar Durindana sì gran fallo gli par, che più d’ogn’altro mal gl’incresce; 595quantunque a pena star possa a cavallo pel molto sangue che gli è uscito ed esce. Or poi che dopo non troppo intervallo cessa con l’ira il caldo, il dolor cresce: cresce il dolor sì impetuosamente, 600che mancarsi la vita se ne sente. | Zerbino considera una grave vergogna non aver difeso Durindana, ma a malapena riesce a restare a cavallo per il sangue perduto. Quando la rabbia dello scontro si spegne, il dolore delle ferite diventa così violento che sente abbandonarlo la vita. |
| Ottava 76 Per debolezza più non potea gire; sì che fermossi appresso una fontana. Non sa che far né che si debba dire per aiutarlo la donzella umana. 605Sol di disagio lo vede morire; che quindi è troppo ogni città lontana, dove in quel punto al medico ricorra, che per pietade o premio gli soccorra. | Troppo debole per proseguire, Zerbino si ferma vicino a una fontana. Isabella non sa come soccorrerlo: intorno non ci sono città né medici e assiste impotente al peggioramento del giovane. |
| Ottava 77 Ella non sa se non invan dolersi, 610chiamar fortuna e il cielo empio e crudele. – Perché, ahi lassa! (dicea) non mi sommersi quando levai ne l’Oceàn le vele? – Zerbin che i languidi occhi ha in lei conversi, sente più doglia ch’ella si querele, 615che de la passion tenace e forte che l’ha condutto omai vicino a morte. | Isabella piange e accusa la fortuna e il cielo di crudeltà, chiedendosi perché non sia morta durante il viaggio per mare. Zerbino la guarda e soffre più per il suo disperato dolore che per le proprie ferite mortali. |
| Ottava 78 – Così, cor mio, vogliate (le diceva), dopo ch’io sarò morto, amarmi ancora, come solo il lasciarvi è che m’aggreva 620qui senza guida, e non già perch’io mora: che se in sicura parte m’accadeva finir de la mia vita l’ultima ora, lieto e contento e fortunato a pieno morto sarei, poi ch’io vi moro in seno. | Zerbino chiede a Isabella di continuare ad amarlo anche dopo la sua morte. Non teme tanto di morire quanto di lasciarla sola e senza protezione; se lei fosse stata al sicuro, sarebbe stato felice perfino di morire fra le sue braccia. |
| Ottava 79 625Ma poi che ’l mio destino iniquo e duro vol ch’io vi lasci, e non so in man di cui; per questa bocca e per questi occhi giuro, per queste chiome onde allacciato fui, che disperato nel profondo oscuro 630vo de lo ’nferno, ove il pensar di vui ch’abbia così lasciata, assai più ria sarà d’ogn’altra pena che vi sia. – | Il giovane teme che Isabella resti esposta a nuove violenze e giura che, anche nell'inferno, il tormento più insopportabile sarebbe immaginarla abbandonata al pericolo. Questa angoscia, dice, supererebbe qualsiasi altra pena. |
| Ottava 80 A questo la mestissima Issabella, declinando la faccia lacrimosa 635e congiungendo la sua bocca a quella di Zerbin, languidetta come rosa, rosa non colta in sua stagion, sì ch’ella impallidisca in su la siepe ombrosa, disse: – Non vi pensate già, mia vita, 640far senza me quest’ultima partita. | Isabella, piangendo, china il viso e bacia le labbra ormai pallide di Zerbino, paragonate a una rosa che appassisce prima di essere colta. Gli dice che non deve pensare di compiere da solo il viaggio della morte. |
| Ottava 81 Di ciò, cor mio, nessun timor vi tocchi; ch’io vo’ seguirvi o in cielo o ne lo ’nferno. Convien che l’uno e l’altro spirto scocchi, insieme vada, insieme stia in eterno. 645Non sì tosto vedrò chiudervi gli occhi, o che m’ucciderà il dolore interno, o se quel non può tanto, io vi prometto con questa spada oggi passarmi il petto. | Isabella dichiara che lo seguirà in cielo o nell'inferno e che desidera restare unita a lui eternamente. Appena Zerbino chiuderà gli occhi, morirà dal dolore oppure si trafiggerà il petto con la spada. |
| Ottava 82 De’ corpi nostri ho ancor non poca speme, 650che me’ morti che vivi abbian ventura. Qui forse alcun capiterà, ch’insieme, mosso a pietà, darà lor sepoltura. – Così dicendo, le reliquie estreme de lo spirto vital che morte fura, 655va ricogliendo con le labra meste, fin ch’una minima aura ve ne reste. | Isabella spera che almeno i loro corpi, se non hanno avuto felicità in vita, possano trovare pace insieme nella stessa tomba. Mentre parla, raccoglie con le labbra gli ultimi respiri dell'amato, cercando disperatamente di trattenerli. |
| Ottava 83 Zerbin la debol voce riforzando, disse: – Io vi priego e supplico, mia diva, per quello amor che mi mostraste, quando 660per me lasciaste la paterna riva; e se commandar posso, io vel commando, che fin che piaccia a Dio, restiate viva; né mai per caso pogniate in oblio che quanto amar si può, v’abbia amato io. | Zerbino, recuperando un poco di voce, supplica Isabella in nome del loro amore di non uccidersi. Le ricorda che ha lasciato la patria per lui e le chiede, quasi le ordina, di vivere finché Dio lo vorrà, senza dimenticare quanto egli l'abbia amata. |
| Ottava 84 665Dio vi provederà d’aiuto forse, per liberarvi d’ogni atto villano, come fe’ quando alla spelonca torse, per indi trarvi, il senator romano. Così (la sua mercé) già vi soccorse 670nel mare e contra il Biscaglin profano: e se pure avverrà che poi si deggia morire, allora il minor mal s’elleggia. – | Zerbino le raccomanda di confidare nella provvidenza, che già l'ha salvata dal naufragio, dal tradimento di Odorico e dalla prigionia nella grotta grazie ad Astolfo. Se un giorno non potrà evitare la morte, dovrà almeno cercare di scegliere il male minore. |
| Ottava 85 Non credo che quest’ultime parole potesse esprimer sì, che fosse inteso; 675e finì come il debol lume suole, cui cera manchi od altro in che sia acceso. Chi potrà dire a pien come si duole, poi che si vede pallido e disteso, la giovanetta, e freddo come ghiaccio 680il suo caro Zerbin restare in braccio? | Le ultime parole di Zerbino diventano quasi impercettibili e la sua vita si spegne come una lampada rimasta senza olio o cera. Isabella si accorge che l'amato, disteso fra le sue braccia, è ormai pallido e freddo come ghiaccio, e il suo dolore è indescrivibile. |
| Ottava 86 Sopra il sanguigno corpo s’abbandona, e di copiose lacrime lo bagna, e stride sì, ch’intorno ne risuona a molte miglia il bosco e la campagna. 685Né alle guance né al petto si perdona, che l’uno e l’altro non percuota e fragna; e straccia a torto l’auree crespe chiome, chiamando sempre invan l’amato nome. | Isabella si getta sul corpo sanguinante di Zerbino, lo bagna di lacrime e grida tanto forte che il bosco risuona per miglia. Si colpisce il volto e il petto, si strappa i capelli e ripete invano il suo nome. |
| Ottava 87 In tanta rabbia, in tal furor sommersa 690l’avea la doglia sua, che facilmente avria la spada in se stessa conversa, poco al suo amante in questo ubidiente; s’uno eremita ch’alla fresca e tersa fonte avea usanza di tornar sovente 695da la sua quindi non lontana cella, non s’opponea, venendo, al voler d’ella. | Sopraffatta dal dolore, Isabella sta per trafiggersi con la spada, disubbidendo alla richiesta di Zerbino di continuare a vivere. La ferma però un eremita che è solito recarsi alla vicina fontana dalla propria cella. |
| Ottava 88 Il venerabile uom, ch’alta bontade avea congiunta a natural prudenza, ed era tutto pien di caritade, 700di buoni esempi ornato e d’eloquenza, alla giovan dolente persuade con ragioni efficaci pazienza; e inanzi le puon, come uno specchio, donne del Testamento e nuovo e vecchio. | L'eremita è buono, prudente e pieno di carità, oltre che capace di parlare con efficacia. Consola Isabella e la invita alla pazienza attraverso esempi di donne virtuose tratti dall'Antico e dal Nuovo Testamento. |
| Ottava 89 705Poi le fece veder, come non fusse alcun, se non in Dio, vero contento, e ch’eran l’altre transitorie e flusse speranze umane, e di poco momento; e tanto seppe dir, che la ridusse 710da quel crudele ed ostinato intento, che la vita sequente ebbe disio tutta al servigio dedicar di Dio. | L'uomo le spiega che soltanto Dio può offrire una felicità autentica, mentre le speranze terrene sono fragili e temporanee. Le sue parole convincono Isabella a rinunciare al suicidio e a desiderare di dedicare il resto della vita al servizio di Dio. |
| Ottava 90 Non che lasciar del suo signor voglia unque né ’l grand’amor, né le reliquie morte: 715convien che l’abbia ovunque stia ed ovunque vada, e che seco e notte e dì le porte. Quindi aiutando l’eremita dunque, ch’era de la sua età valido e forte, sul mesto suo destrier Zerbin posaro, 720e molti dì per quelle selve andaro. | Isabella non vuole tuttavia separarsi né dall'amore per Zerbino né dal suo corpo: intende portarne con sé le spoglie ovunque vada. Con l'aiuto dell'eremita, ancora vigoroso, carica il cadavere sul cavallo e attraversa per giorni le foreste. |
| Ottava 91 Non volse il cauto vecchio ridur seco, sola con solo, la giovane bella là dove ascosa in un selvaggio speco non lungi avea la solitaria cella; 725fra sé dicendo: – Con periglio arreco in una man la paglia e la facella. – Né si fida in sua età né in sua prudenza, che di sé faccia tanta esperienza. | L'eremita evita prudentemente di ospitare la ragazza nella propria cella isolata, dove sarebbero stati soli. Sa che la vicinanza fra un uomo e una donna giovane potrebbe diventare una tentazione e non vuole mettere alla prova neppure la propria saggezza. |
| Ottava 92 Di condurla in Provenza ebbe pensiero 730non lontano a Marsilia in un castello, dove di sante donne un monastero ricchissimo era, e di edificio bello: e per portarne il morto cavalliero, composto in una cassa aveano quello, 735che ’n un castel ch’era tra via, si fece lunga e capace, e ben chiusa di pece. | Decide di accompagnarla in Provenza, in un convento femminile vicino a Marsiglia. Per trasportare degnamente Zerbino, durante il viaggio fa preparare in un castello una cassa lunga e resistente, ben sigillata con pece. |
| Ottava 93 Più e più giorni gran spazio di terra cercaro, e sempre per lochi più inculti; che pieno essendo ogni cosa di guerra, 740voleano gir più che poteano occulti. Al fine un cavallier la via lor serra, che lor fe’ oltraggi e disonesti insulti; di cui dirò quando il suo loco fia; ma ritorno ora al re di Tartaria. | Isabella e l'eremita procedono per molti giorni attraverso zone disabitate, cercando di restare nascosti a causa della guerra. A un certo punto un cavaliere blocca loro la strada e li offende; Ariosto rinvia il seguito e torna alla storia del re tartaro. |
| Ottava 94 745Avuto ch’ebbe la battaglia il fine che già v’ho detto, il giovin si raccolse alle fresche ombre e all’onde cristalline; ed al destrier la sella e ’l freno tolse, e lo lasciò per l’erbe tenerine 750del prato andar pascendo ove egli volse: ma non ste’ molto, che vide lontano calar dal monte un cavalliero al piano. | Terminato il combattimento con Zerbino, Mandricardo si riposa presso una sorgente, toglie sella e briglia al cavallo e lo lascia pascolare. Poco dopo vede un cavaliere scendere da un monte verso la pianura. |
| Ottava 95 Conobbel, come prima alzò la fronte, Doralice, e mostrollo a Mandricardo, 755dicendo: – Ecco il superbo Rodomonte, se non m’inganna di lontan lo sguardo. Per far teco battaglia cala il monte: or ti potrà giovar l’esser gagliardo. Perduta avermi a grande ingiuria tiene, 760ch’era sua sposa, e a vendicar si viene. – | Doralice riconosce l'uomo in lontananza e avverte Mandricardo: è Rodomonte, che la considerava promessa sposa e viene a vendicare l'affronto di averla perduta. Ora, gli dice, Mandricardo dovrà dimostrare quanto vale in battaglia. |
| Ottava 96 Qual buono astor che l’anitra o l’acceggia, starna o colombo o simil altro augello venirsi incontra di lontano veggia, leva la testa e si fa lieto e bello; 765tal Mandricardo, come certo deggia di Rodomonte far strage e macello, con letizia e baldanza il destrier piglia, le staffe ai piedi, e dà alla man la briglia. | Mandricardo si rallegra per l'arrivo del rivale, come un falcone che avvista la preda. Sicuro di poter uccidere Rodomonte, sale rapidamente a cavallo e si prepara allo scontro con entusiasmo. |
| Ottava 97 Quando vicini fur sì, ch’udir chiare 770tra lor poteansi le parole altiere, con le mani e col capo a minacciare incominciò gridando il re d’Algiere, ch’a penitenza gli faria tornare che per un temerario suo piacere 775non avesse rispetto a provocarsi lui ch’altamente era per vendicarsi. | Quando i due sono abbastanza vicini da sentirsi, Rodomonte comincia a minacciare Mandricardo con gesti e grida: lo accusa di aver osato sottrargli la donna e promette di fargli pagare una provocazione tanto arrogante. |
| Ottava 98 Rispose Mandricardo: – Indarno tenta chi mi vuol impaurir per minacciarme: così fanciulli o femine spaventa, 780o altri che non sappia che sieno arme; me non, cui la battaglia più talenta d’ogni riposo; e son per adoprarme a piè, a cavallo, armato e disarmato, sia alla campagna, o sia ne lo steccato. – | Mandricardo risponde che le minacce possono spaventare bambini o persone inesperte, non lui, che preferisce il combattimento al riposo. È pronto a battersi a piedi o a cavallo, con o senza armatura, in campo aperto o in un recinto. |
| Ottava 99 785Ecco sono agli oltraggi, al grido, all’ire, al trar de’ brandi, al crudel suon de’ ferri; come vento che prima a pena spire, poi cominci a crollar frassini e cerri, ed indi oscura polve in cielo aggire, 790indi gli arbori svella e case atterri, sommerga in mare, e porti ria tempesta che ’l gregge sparso uccida alla foresta. | Dalle minacce e dagli insulti i due passano immediatamente alle spade. La violenza dello scontro cresce come un vento che prima soffia leggero, poi scuote gli alberi e infine diventa una tempesta capace di abbattere case e foreste. |
| Ottava 100 De’ duo pagani, senza pari in terra, gli audacissimi cor, le forze estreme 795parturiscono colpi, ed una guerra conveniente a sì feroce seme. Del grande e orribil suon triema la terra, quando le spade son percosse insieme: gettano l’arme insin al ciel scintille, 800anzi lampadi accese a mille a mille. | I due re saraceni, entrambi fortissimi e coraggiosi, si scambiano colpi spaventosi. Quando le spade si urtano, la terra sembra tremare e dalle armi sprizzano scintille come migliaia di piccole fiamme. |
| Ottava 101 Senza mai riposarsi o pigliar fiato dura fra quei duo re l’aspra battaglia, tentando ora da questo, or da quel lato aprir le piastre e penetrar la maglia. 805Né perde l’un, né l’altro acquista il prato, ma come intorno sian fosse o muraglia, o troppo costi ogn’oncia di quel loco, non si parton d’un cerchio angusto e poco. | Il duello continua senza pause: ciascuno cerca di trovare uno spiraglio nell'armatura dell'altro, ma nessuno guadagna terreno. Restano a combattere in uno spazio ristretto, come se fosse circondato da fossati o mura. |
| Ottava 102 Fra mille colpi il Tartaro una volta 810colse a duo mani in fronte il re d’Algiere; che gli fece veder girare in volta quante mai furon fiacole e lumiere. Come ogni forza all’African sia tolta, le groppe del destrier col capo fere: 815perde la staffa, ed è, presente quella che cotant’ama, per uscir di sella. | Mandricardo colpisce Rodomonte con entrambe le mani sulla fronte e lo stordisce al punto da fargli vedere lampi e luci. Il re d'Algeri ricade all'indietro sul cavallo e rischia di cadere di sella proprio davanti a Doralice. |
| Ottava 103 Ma come ben composto e valido arco di fino acciaio in buona somma greve, quanto si china più, quanto è più carco, 820e più lo sforzan martinelli e lieve; con tanto più furor, quanto è poi scarco, ritorna, e fa più mal che non riceve: così quello African tosto risorge, e doppio il colpo all’inimico porge. | Rodomonte si riprende subito e reagisce come un robusto arco d'acciaio che, più è stato piegato, più violentemente scatta quando viene liberato. Con forza raddoppiata restituisce il colpo a Mandricardo. |
| Ottava 104 825Rodomonte a quel segno ove fu colto, colse a punto il figliol del re Agricane. Per questo non poté nuocergli al volto, ch’in difesa trovò l’arme troiane; ma stordì in modo il Tartaro, che molto 830non sapea s’era vespero o dimane. L’irato Rodomonte non s’arresta, che mena l’altro, e pur segna alla testa. | Rodomonte colpisce il tartaro proprio dove era stato colpito lui. L'elmo troiano protegge il volto di Mandricardo, ma il fendente lo lascia talmente confuso da non distinguere il giorno dalla sera; Rodomonte continua ad attaccare alla testa. |
| Ottava 105 Il cavallo del Tartaro, ch’aborre la spada che fischiando cala d’alto, 835al suo signor con suo gran mal soccorre, perché s’arretra, per fuggir, d’un salto: il brando in mezzo il capo gli trascorre, ch’al signor, non a lui, movea l’assalto. Il miser non avea l’elmo di Troia, 840come il patrone; onde convien che muoia. | Il cavallo di Mandricardo, spaventato dalla lama che scende dall'alto, arretra improvvisamente e intercetta il colpo destinato al padrone. Non essendo protetto dall'elmo incantato, viene ferito mortalmente alla testa. |
| Ottava 106 Quel cade, e Mandricardo in piedi guizza, non più stordito, e Durindana aggira. Veder morto il cavallo entro gli adizza, e fuor divampa un grave incendio d’ira. 845L’African, per urtarlo, il destrier drizza; ma non più Mandricardo si ritira, che scoglio far soglia da l’onde: e avvenne che ’l destrier cadde, ed egli in piè si tenne. | Mandricardo balza in piedi dal cavallo caduto e, vedendolo morto, si infuria ancor più. Rodomonte lo investe a cavallo, ma il tartaro rimane fermo come uno scoglio contro le onde: il cavallo di Rodomonte finisce a terra, mentre Mandricardo resiste. |
| Ottava 107 L’African che mancarsi il destrier sente, 850lascia le staffe e sugli arcion si ponta, e resta in piedi e sciolto agevolmente: così l’un l’altro poi di pari affronta. La pugna più che mai ribolle ardente, e l’odio e l’ira e la superbia monta: 855ed era per seguir; ma quivi giunse in fretta un messagger che gli disgiunse. | Rodomonte, sentendo cedere la cavalcatura, abbandona le staffe e balza agilmente a terra. I due si affrontano ora ad armi pari, con odio e superbia crescenti; un messaggero, però, arriva in fretta e interrompe il duello. |
| Ottava 108 Vi giunse un messagger del popul Moro, di molti che per Francia eran mandati a richiamare agli stendardi loro 860i capitani e i cavallier privati; perché l’imperator dai gigli d’oro gli avea gli alloggiamenti già assediati; e se non è il soccorso a venir presto, l’eccidio suo conosce manifesto. | Il messaggero è uno dei molti inviati dai saraceni per richiamare i comandanti dispersi. Porta notizie terribili: Carlo Magno sta assediando il campo di Agramante e, senza soccorsi immediati, i mori rischiano la distruzione. |
| Ottava 109 865Riconobbe il messaggio i cavallieri, oltre all’insegne, oltre alle sopraveste, al girar de le spade, e ai colpi fieri ch’altre man non farebbeno che queste. Tra lor però non osa entrar, che speri 870che fra tant’ira sicurtà gli preste l’esser messo del re; né si conforta per dir ch’imbasciator pena non porta. | Il messaggero riconosce i combattenti dagli emblemi e soprattutto dai colpi straordinari, che nessun altro cavaliere saprebbe sferrare. Non osa però entrare fra loro, temendo che la furia dei duellanti non rispetti neppure l'immunità di un ambasciatore. |
| Ottava 110 Ma viene a Doralice, ed a lei narra ch’Agramante, Marsilio e Stordilano, 875con pochi dentro a mal sicura sbarra sono assediati dal popul cristiano. Narrato il caso, con prieghi ne inarra che faccia il tutto ai duo guerrieri piano, e che gli accordi insieme, e per lo scampo 880del popul saracin li meni in campo. | L'inviato si rivolge allora a Doralice e le spiega che Agramante, Marsilio e Stordilano sono accerchiati con pochi uomini nel campo saraceno. La supplica di comunicare la gravità della situazione ai due cavalieri e di riconciliarli per salvare l'esercito. |
| Ottava 111 Tra i cavallier la donna di gran core si mette, e dice loro: – Io vi comando, per quanto so che mi portate amore, che riserbiate a miglior uso il brando, 885e ne vegnate subito in favore del nostro campo saracino, quando si trova ora assediato ne le tende, e presto aiuto, o gran ruina attende. – | Doralice si mette coraggiosamente fra i due combattenti e, facendo leva sull'amore che entrambi provano per lei, ordina loro di interrompere il duello. Devono usare subito le armi per aiutare i saraceni assediati, anziché distruggersi a vicenda. |
| Ottava 112 lndi il messo soggiunse il gran periglio 890dei Saracini, e narrò il fatto a pieno; e diede insieme lettere del figlio del re Troiano al figlio d’Ulieno. Si piglia finalmente per consiglio che i duo guerrier, deposto ogni veneno, 895facciano insieme triegua fin al giorno che sia tolto l’assedio ai Mori intorno; | Il messaggero racconta personalmente tutti i pericoli del campo e consegna anche lettere di Agramante. I due guerrieri decidono allora di deporre temporaneamente l'odio e di mantenere la tregua finché l'assedio cristiano non sarà stato respinto. |
| Ottava 113 e senza più dimora, come pria liberato d’assedio abbian lor gente, non s’intendano aver più compagnia, 900ma crudel guerra e inimicizia ardente, fin che con l’arme diffinito sia chi la donna aver de’ meritamente. Quella, ne le cui man giurato fue, fece la sicurtà per amendue. | Si accordano che, una volta salvato l'esercito, torneranno nemici e combatteranno fino a stabilire chi meriti Doralice. La donna riceve il loro giuramento e diventa garante dell'accordo. |
| Ottava 114 905Quivi era la Discordia impaziente, inimica di pace e d’ogni triegua; e la Superbia v’è, che non consente né vuol patir che tale accordo segua. Ma più di lor può Amor quivi presente, 910di cui l’alto valor nessuno adegua; e fe’ ch’indietro, a colpi di saette, e la Discordia e la Superbia stette. | Discordia e Superbia, presenti sulla scena, vorrebbero impedire la tregua. Ma Amore è più potente di entrambe e le respinge simbolicamente con le proprie frecce, riuscendo a far prevalere per il momento la concordia. |
| Ottava 115 Fu conclusa la triegua fra costoro sì come piacque a chi di lor potea. 915Vi mancava uno dei cavalli loro, che morto quel del Tartaro giacea: però vi venne a tempo Brigliadoro, che le fresche erbe lungo il rio pascea. Ma al fin del canto io mi trovo esser giunto; 920sì ch’io farò, con vostra grazia, punto. | La tregua viene conclusa secondo il desiderio di Doralice. Poiché il cavallo di Mandricardo è morto, il gruppo trova provvidenzialmente Brigliadoro, che stava pascolando vicino al fiume. Il narratore interrompe qui il canto e rimanda il seguito. |