L’Orlando furioso · Ludovico Ariosto
Canto ventitreesimo
Testo originale e parafrasi
Ogni ottava affianca il testo originale alla parafrasi in italiano contemporaneo.
| Testo originale | Parafrasi |
|---|---|
| Ottava 1 1Studisi ognun giovare altrui; che rade volte il ben far senza il suo premio fia: e se pur senza, almen non te ne accade morte né danno né ignominia ria. 5Chi nuoce altrui, tardi o per tempo cade il debito a scontar, che non s’oblia. Dice il proverbio, ch’a trovar si vanno gli uomini spesso, e i monti fermi stanno. | Ognuno dovrebbe impegnarsi a fare del bene agli altri: quasi sempre le buone azioni ricevono una ricompensa e, anche quando non succede, almeno non provocano danni né vergogna. Chi invece fa del male prima o poi deve pagarne le conseguenze: gli uomini, diversamente dalle montagne, possono sempre incontrarsi di nuovo. |
| Ottava 2 Or vedi quel ch’a Pinabello avviene 10per essersi portato iniquamente: è giunto in somma alle dovute pene, dovute e giuste alla sua ingiusta mente. E Dio, che le più volte non sostiene veder patire a torto uno innocente, 15salvò la donna; e salverà ciascuno che d’ogni fellonia viva digiuno. | La vicenda di Pinabello dimostra questa regola. Dopo essersi comportato in modo malvagio, il cavaliere subisce una punizione giusta. Dio ha protetto Bradamante, che Pinabello aveva cercato di uccidere, e protegge chi non commette tradimenti e ingiustizie. |
| Ottava 3 Credette Pinabel questa donzella già d’aver morta, e colà giù sepulta; né la pensava mai veder, non ch’ella 20gli avesse a tor degli error suoi la multa. Né il ritrovarsi in mezzo le castella del padre, in alcun util gli risulta. Quivi Altaripa era tra monti fieri vicina al tenitorio di Pontieri. | Pinabello credeva di avere ucciso Bradamante facendola precipitare e non immaginava né di rivederla né di essere punito da lei. Trovarsi vicino ai castelli di suo padre non lo salva. Il luogo è presso Altaripa, ai margini del territorio di Pontieri. |
| Ottava 4 25Tenea quell’Altaripa il vecchio conte Anselmo, di ch’uscì questo malvagio, che, per fuggir la man di Chiaramonte, d’amici e di soccorso ebbe disagio. La donna al traditore a piè d’un monte 30tolse l’indegna vita a suo grande agio; che d’altro aiuto quel non si provede, che d’alti gridi e di chiamar mercede. | Altaripa appartiene al vecchio conte Anselmo, padre di Pinabello. Il figlio, temendo i Chiaramonte, non ha con sé uomini che possano soccorrerlo. Bradamante lo raggiunge ai piedi di un monte e lo uccide; lui può soltanto gridare aiuto e implorare pietà. |
| Ottava 5 Morto ch’ella ebbe il falso cavalliero che lei voluto avea già porre a morte, 35volse tornare ove lasciò Ruggiero; ma non lo consentì sua dura sorte, che la fe’ traviar per un sentiero che la portò dov’era spesso e forte, dove più strano e più solingo il bosco, 40lasciando il sol già il mondo all’aer fosco. | Dopo aver punito l'uomo che aveva tentato di ucciderla, Bradamante vorrebbe tornare da Ruggiero. Ma imbocca un sentiero sbagliato, si perde in una zona fitta e solitaria del bosco e viene sorpresa dalla sera senza averlo ritrovato. |
| Ottava 6 Né sappiendo ella ove potersi altrove la notte riparar, si fermò quivi sotto le frasche in su l’erbette nuove, parte dormendo, fin che ’l giorno arrivi, 45parte mirando ora Saturno or Giove, Venere e Marte e gli altri erranti divi; ma sempre, o vegli o dorma, con la mente contemplando Ruggier come presente. | Non sapendo dove passare la notte, Bradamante si stende sull'erba sotto i rami. Alterna il sonno alla contemplazione degli astri, ma, tanto quando dorme quanto quando è sveglia, continua a pensare a Ruggiero come se fosse lì con lei. |
| Ottava 7 Spesso di cor profondo ella sospira, 50di pentimento e di dolor compunta, ch’abbia in lei, più ch’amor, potuto l’ira. – L’ira (dicea) m’ha dal mio amor disgiunta: almen ci avessi io posta alcuna mira, poi ch’avea pur la mala impresa assunta, 55di saper ritornar donde io veniva; che ben fui d’occhi e di memoria priva. – | Bradamante sospira e si rimprovera: la rabbia che l'ha spinta a inseguire Pinabello è stata più forte del desiderio di stare con Ruggiero. Se proprio doveva vendicarsi, avrebbe almeno dovuto ricordare la strada del ritorno; invece l'ira l'ha resa cieca e distratta. |
| Ottava 8 Queste ed altre parole ella non tacque, e molto più ne ragionò col core. Il vento intanto di sospiri, e l’acque 60di pianto facean pioggia di dolore. Dopo una lunga aspettazion pur nacque in oriente il disiato albore: ed ella prese il suo destrier ch’intorno giva pascendo, ed andò contra il giorno. | La guerriera esprime il rimorso a parole e, ancora di più, dentro di sé. I suoi sospiri e le sue lacrime sembrano un vento e una pioggia di dolore. Quando finalmente spunta l'alba, ritrova il cavallo che pascolava lì vicino e riprende il cammino verso il sole nascente. |
| Ottava 9 65Né molto andò, che si trovò all’uscita del bosco, ove pur dianzi era il palagio, là dove molti dì l’avea schernita con tanto error l’incantator malvagio. Ritrovò quivi Astolfo, che fornita 70la briglia all’ippogrifo avea a grande agio, e stava in gran pensier di Rabicano, per non sapere a chi lasciarlo in mano. | Dopo poco tempo Bradamante esce dal bosco nel luogo dove si trovava il palazzo incantato di Atlante, che l'aveva ingannata per giorni. Vi incontra Astolfo: il cavaliere ha appena preparato le briglie dell'ippogrifo e si domanda a chi affidare il proprio velocissimo cavallo Rabicano. |
| Ottava 10 A caso si trovò che fuor di testa l’elmo allor s’avea tratto il paladino; 75sì che tosto ch’uscì de la foresta, Bradamante conobbe il suo cugino. Di lontan salutollo, e con gran festa gli corse, e l’abbracciò poi più vicino; e nominossi, ed alzò la visiera, 80e chiaramente fe’ veder ch’ell’era. | Astolfo ha tolto l'elmo e Bradamante riconosce subito suo cugino. Lo saluta con gioia, gli corre incontro, lo abbraccia e, sollevata la visiera, gli mostra il volto e gli dice chi è, così che anche lui possa riconoscerla senza dubbio. |
| Ottava 11 Non potea Astolfo ritrovar persona a chi il suo Rabican meglio lasciasse, perché dovesse averne guardia buona e renderglielo poi come tornasse, 85de la figlia del duca di Dordona; e parvegli che Dio gli la mandasse. Vederla volentier sempre solea, ma pel bisogno or più ch’egli n’avea. | Astolfo non potrebbe affidare Rabicano a persona più affidabile della cugina Bradamante: sa che custodirà il cavallo e glielo restituirà al suo ritorno. È felice di vederla, come sempre, e ancor più perché questo incontro risolve il suo problema. |
| Ottava 12 Da poi che due o tre volte ritornati 90fraternamente ad abbracciar si foro, e si for l’uno a l’altro domandati con molta affezion de l’esser loro, Astolfo disse: – Ormai, se dei pennati vo’ ’l paese cercar, troppo dimoro: – 95ed aprendo alla donna il suo pensiero, veder le fece il volator destriero. | Dopo essersi abbracciati più volte e aver chiesto notizie l'uno dell'altra, Astolfo osserva che non può ritardare oltre il viaggio verso i paesi degli uccelli, cioè per le vie del cielo. Le rivela quindi la propria intenzione e le mostra l'ippogrifo alato. |
| Ottava 13 A lei non fu di molta maraviglia veder spiegare a quel destrier le penne; ch’altra volta, reggendogli la briglia 100Atlante incantator, contra le venne; e le fece doler gli occhi e le ciglia: sì fisse dietro a quel volar le tenne quel giorno, che da lei Ruggier lontano portato fu per camin lungo e strano. | Bradamante non si stupisce dell'ippogrifo, perché lo ha già visto quando Atlante portò via Ruggiero su quella creatura. Ricorda di aver seguito a lungo con lo sguardo il volo che le sottraeva l'amato, fino a provare dolore agli occhi. |
| Ottava 14 105Astolfo disse a lei, che le volea dar Rabican, che sì nel corso affretta, che, se scoccando l’arco si movea, si solea lasciar dietro la saetta; e tutte l’arme ancor, quante n’avea, 110che vuol che a Montalban gli le rimetta, e gli le serbi fin al suo ritorno; che non gli fanno or di bisogno intorno. | Astolfo offre a Bradamante Rabicano, tanto veloce da lasciare indietro perfino una freccia scoccata dall'arco, e le chiede di portare a Montalbano tutte le armi che non gli serviranno durante il volo, conservandole fino al suo ritorno. |
| Ottava 15 Volendosene andar per l’aria a volo, aveasi a far quanto potea più lieve. 115Tiensi la spada e ’l corno, ancor che solo bastargli il corno ad ogni risco deve. Bradamante la lancia che ’l figliuolo portò di Galafrone, anco riceve; la lancia che di quanti ne percuote 120fa le selle restar subito vote. | Per viaggiare nell'aria, Astolfo vuole ridurre al minimo il peso. Tiene soltanto la spada e il corno magico, che da solo potrebbe proteggerlo da qualsiasi pericolo. Affida a Bradamante anche la lancia incantata già appartenuta ad Argalia, figlio di Galafrone: chi ne viene colpito cade immediatamente di sella. |
| Ottava 16 Salito Astolfo sul destrier volante, lo fa mover per l’aria lento lento; indi lo caccia sì, che Bradamante ogni vista ne perde in un momento. 125Così si parte col pilota inante il nochier che gli scogli teme e ’l vento; e poi che ’l porto e i liti a dietro lassa, spiega ogni vela e inanzi ai venti passa. | Astolfo sale sull'ippogrifo: prima lo fa alzare lentamente, poi lo spinge a volare così veloce che Bradamante lo perde di vista. Ariosto lo paragona a un marinaio che esce con prudenza dal porto e spiega tutte le vele solo quando ha superato gli scogli. |
| Ottava 17 La donna, poi che fu partito il duca, 130rimase in gran travaglio de la mente; che non sa come a Montalban conduca l’armatura e il destrier del suo parente; però che ’l cuor le cuoce e le manuca l’ingorda voglia e il desiderio ardente 135di riveder Ruggier, che, se non prima, a Vallombrosa ritrovar lo stima. | Rimasta sola, Bradamante è preoccupata. Non sa come trasportare a Montalbano il cavallo e le armi del cugino, ma soprattutto vorrebbe correre da Ruggiero, che spera di incontrare a Vallombrosa secondo il loro accordo. |
| Ottava 18 Stando quivi suspesa, per ventura si vede inanzi giungere un villano, dal qual fa rassettar quella armatura, 140come si puote, e por su Rabicano; poi di menarsi dietro gli diè cura i duo cavalli, un carco e l’altro a mano: ella n’avea duo prima; ch’avea quello sopra il qual levò l’altro a Pinabello. | Mentre riflette, Bradamante vede arrivare un contadino. Gli fa sistemare le armi su Rabicano e lo incarica di condurre due cavalli, uno carico e uno libero. Lei possiede già la cavalcatura con cui era arrivata e quella sottratta a Pinabello. |
| Ottava 19 145Di Vallombrosa pensò far la strada, che trovar quivi il suo Ruggier ha speme; ma qual più breve o qual miglior vi vada, poco discerne, e d’ire errando teme. Il villan non avea de la contrada 150pratica molta; ed erreranno insieme. Pur andare a ventura ella si messe, dove pensò che ’l loco esser dovesse. | Bradamante vuole raggiungere Vallombrosa, dove pensa che Ruggiero la stia aspettando, ma non conosce la strada più breve e teme di perdersi. Neppure il contadino conosce bene la zona. Partono comunque insieme seguendo la direzione che giudicano più probabile. |
| Ottava 20 Di qua di là si volse, né persona incontrò mai da domandar la via. 155Si trovò uscir del bosco in su la nona dove un castel poco lontan scoprìa, il qual la cima a un monticel corona. Lo mira, e Montalban le par che sia: ed era certo Montalbano; e in quello 160avea la matre ed alcun suo fratello. | Dopo molte deviazioni e senza incontrare nessuno a cui domandare informazioni, verso metà pomeriggio Bradamante esce dal bosco e avvista un castello su un'altura. Riconosce Montalbano, la dimora in cui si trovano la madre e alcuni fratelli. |
| Ottava 21 Come la donna conosciuto ha il loco, nel cor s’attrista, e più ch’i’ non so dire: sarà scoperta, se si ferma un poco, né più le sarà lecito a partire; 165se non si parte, l’amoroso foco l’arderà sì, che la farà morire: non vedrà più Ruggier, né farà cosa di quel ch’era ordinato a Vallombrosa. | Alla vista della propria casa, Bradamante non si rallegra: teme che, se si fermerà, i familiari non le permetteranno di ripartire. Il desiderio di rivedere Ruggiero la tormenta e teme di perdere l'incontro a Vallombrosa e la possibilità di realizzare i loro progetti. |
| Ottava 22 Stette alquanto a pensar; poi si risolse 170di voler dar a Montalban le spalle: e verso la badia pur si rivolse, che quindi ben sapea qual era il calle. Ma sua fortuna, o buona o trista, volse che prima ch’ella uscisse de la valle, 175scontrasse Alardo, un de’ fratelli sui; né tempo di celarsi ebbe da lui. | Dopo aver riflettuto, Bradamante decide di non entrare a Montalbano e prende la strada dell'abbazia, che da lì conosce bene. Il caso però le fa incontrare nella valle il fratello Alardo prima che possa allontanarsi; non ha tempo di nascondersi. |
| Ottava 23 Veniva da partir gli alloggiamenti per quel contado a cavallieri e a fanti; ch’ad istanza di Carlo nuove genti 180fatto avea de le terre circostanti. I saluti e i fraterni abbracciamenti con le grate accoglienze andaro inanti; e poi, di molte cose a paro a paro tra lor parlando, in Montalban tornaro. | Alardo sta tornando dall'organizzazione degli alloggiamenti delle truppe che, per richiesta di Carlo Magno, ha raccolto nei territori vicini. I due fratelli si salutano e si abbracciano affettuosamente; poi, conversando, rientrano insieme a Montalbano. |
| Ottava 24 185Entrò la bella donna in Montalbano, dove l’avea con lacrimosa guancia Beatrice molto desiata invano, e fattone cercar per tutta Francia. Or quivi i baci e il giunger mano a mano 190di matre e di fratelli estimò ciancia verso gli avuti con Ruggier complessi, ch’avrà ne l’alma eternamente impressi. | Bradamante viene accolta con gioia dalla madre Beatrice, che l'aveva cercata a lungo in tutta la Francia, e dai fratelli. Ma gli abbracci familiari le sembrano poca cosa rispetto a quelli scambiati con Ruggiero, che ricorda e custodirà per sempre. |
| Ottava 25 Non potendo ella andar, fece pensiero ch’a Vallombrosa altri in suo nome andasse 195immantinente ad avisar Ruggiero de la cagion ch’andar lei non lasciasse; e lui pregar (s’era pregar mestiero) che quivi per suo amor si battezzasse, e poi venisse a far quanto era detto, 200sì che si desse al matrimonio effetto. | Impossibilitata a partire, Bradamante decide di inviare un messaggero a Vallombrosa per spiegare a Ruggiero perché non è arrivata. Vuole pregarlo di ricevere il battesimo per amor suo e poi di presentarsi come stabilito, affinché possano sposarsi. |
| Ottava 26 Pel medesimo messo fe’ disegno di mandar a Ruggiero il suo cavallo, che gli solea tanto esser caro: e degno d’essergli caro era ben senza fallo; 205che non s’avria trovato in tutto ’l regno dei Saracin, né sotto il signor Gallo, più bel destrier di questo o più gagliardo, eccetti Brigliador, soli, e Baiardo. | Bradamante decide anche di mandare a Ruggiero il suo cavallo Frontino, particolarmente bello e forte. Sarebbe difficile trovarne uno migliore fra cristiani e saraceni: solo Brigliadoro e Baiardo possono essergli paragonati. |
| Ottava 27 Ruggier, quel dì che troppo audace ascese 210su l’ippogrifo, e verso il ciel levosse, lasciò Frontino, e Bradamante il prese (Frontino, che ’l destrier così nomosse); mandollo a Montalbano, e a buone spese tener lo fece, e mai non cavalcosse, 215se non per breve spazio e a picciol passo; sì ch’era più che mai lucido e grasso. | Ruggiero aveva lasciato Frontino quando, con eccessiva fiducia, era salito sull'ippogrifo. Bradamante aveva recuperato il cavallo e lo aveva fatto custodire e nutrire con cura a Montalbano, cavalcandolo raramente e solo con passo tranquillo: ora è più robusto e lucente che mai. |
| Ottava 28 Ogni sua donna tosto, ogni donzella pon seco in opra, e con suttil lavoro fa sopra seta candida e morella 220tesser ricamo di finissimo oro; e di quel cuopre ed orna briglia e sella del buon destrier: poi sceglie una di loro figlia di Callitrefia sua nutrice, d’ogni secreto suo fida uditrice. | Bradamante incarica le sue dame di preparare ricchi ricami d'oro su seta bianca e scura, con cui ornare sella e briglie di Frontino. Poi sceglie come ambasciatrice una ragazza di fiducia, figlia della sua nutrice Callitrefia e depositaria dei suoi segreti. |
| Ottava 29 225Quanto Ruggier l’era nel core impresso, mille volte narrato avea a costei; la beltà, la virtude, i modi d’esso esaltato l’avea fin sopra i dei. A sé chiamolla, e disse: – Miglior messo 230a tal bisogno elegger non potrei; che di te né più fido né più saggio imbasciator, Ippalca mia, non aggio. – | Questa giovane conosce perfettamente l'amore di Bradamante per Ruggiero, perché la sua signora le ha descritto innumerevoli volte la bellezza, il valore e la cortesia del cavaliere. Bradamante la chiama e le dice che non potrebbe trovare una messaggera più fedele e prudente di lei: si chiama Ippalca. |
| Ottava 30 Ippalca la donzella era nomata. – Va, – le dice, e l’insegna ove de’ gire; 235e pienamente poi l’ebbe informata di quanto avesse al suo signore a dire; e far la scusa se non era andata al monaster: che non fu per mentire; ma che Fortuna, che di noi potea 240più che noi stessi, da imputar s’avea. | Bradamante indica a Ippalca il luogo dove deve andare e tutto ciò che dovrà riferire a Ruggiero. Deve chiarire che l'assenza di Bradamante dal monastero non dipende da una promessa infranta, ma dagli imprevisti della sorte, che talvolta decidono della vita più di quanto possano fare gli uomini. |
| Ottava 31 Montar la fece s’un ronzino, e in mano la ricca briglia di Frontin le messe: e se sì pazzo alcuno o sì villano trovasse, che levar le lo volesse; 245per fargli a una parola il cervel sano, di chi fosse il destrier sol gli dicesse; che non sapea sì ardito cavalliero, che non tremasse al nome di Ruggiero. | Bradamante fa montare Ippalca su un cavallo modesto e le consegna le preziose redini di Frontino. Se qualcuno tentasse di sottrarle il destriero, basterebbe dirgli che appartiene a Ruggiero: secondo Bradamante nessun guerriero sarebbe tanto audace da non temere quel nome. |
| Ottava 32 Di molte cose l’ammonisce e molte, 250che trattar con Ruggier abbia in sua vece; le qual poi ch’ebbe Ippalca ben raccolte, si pose in via, né più dimora fece. Per strade e campi e selve oscure e folte cavalcò de le miglia più di diece; 255che non fu a darle noia chi venisse, né a domandarla pur dove ne gisse. | Dopo molte altre istruzioni sui messaggi da portare a Ruggiero, Ippalca parte senza perdere tempo. Percorre più di dieci miglia fra strade, campi e boschi senza incontrare persone che la molestino o le chiedano dove sia diretta. |
| Ottava 33 A mezzo il giorno, nel calar d’un monte, in una stretta e malagevol via si venne ad incontrar con Rodomonte, 260ch’armato un piccol nano e a piè seguia. Il Moro alzò vêr lei 1’altiera fronte, e bestemmiò l’eterna Ierarchia, poi che sì bel destrier, sì bene ornato, non avea in man d’un cavallier trovato. | A mezzogiorno Ippalca scende lungo un passaggio montano stretto e difficile e incontra Rodomonte, accompagnato da un nano a piedi. Vedendo un cavallo tanto bello nelle mani di una giovane, il guerriero saraceno bestemmia furiosamente perché avrebbe preferito trovarlo in possesso di un cavaliere. |
| Ottava 34 265Avea giurato che ’l primo cavallo torria per forza, che tra via incontrasse. Or questo è stato il primo; e trovato hallo più bello e più per lui, che mai trovasse: ma torlo a una donzella gli par fallo; 270e pur agogna averlo, e in dubbio stasse. Lo mira, lo contempla, e dice spesso: – Deh perché il suo signor non è con esso! – | Rodomonte ha giurato di prendere con la forza il primo cavallo incontrato per strada. Frontino è proprio il primo e sarebbe perfetto per lui, ma sottrarlo a una ragazza gli sembra indegno. Combattuto fra desiderio e orgoglio, osserva l'animale e rimpiange che non vi sia il suo proprietario. |
| Ottava 35 – Deh ci fosse egli! (gli rispose Ippalca) che ti faria cangiar forse pensiero. 275Assai più di te val chi lo cavalca, né lo pareggia al mondo altro guerriero. – – Chi è (le disse il Moro) che sì calca l’onore altrui? – Rispose ella: – Ruggiero. – E quel suggiunse: – Adunque il destrier voglio, 280poi ch’a Ruggier, sì gran campion, lo toglio. | Ippalca replica che, se il padrone fosse presente, Rodomonte forse cambierebbe idea: il proprietario è un guerriero più forte di lui, senza pari al mondo. Alla domanda sul nome risponde «Ruggiero». Rodomonte decide allora di prendere il cavallo proprio perché appartiene a un campione tanto famoso. |
| Ottava 36 Il qual, se sarà ver, come tu parli, che sia sì forte, e più d’ogn’altro vaglia, non che il destrier, ma la vettura darli converrammi, e in suo albitrio fia la taglia. 285Che Rodomonte io sono, hai da narrarli, e che, se pur vorrà meco battaglia, mi troverà; ch’ovunque io vada o stia, mi fa sempre apparir la luce mia. | Rodomonte ordina alla ragazza di riferire a Ruggiero chi gli ha sottratto Frontino. Se Ruggiero sarà forte quanto si dice, potrà sconfiggerlo e riprenderselo, con tutto ciò che vorrà come risarcimento; ma prima dovrà misurarsi con Rodomonte, che si dichiara facilmente riconoscibile ovunque vada per la propria fama. |
| Ottava 37 Dovunque io vo, sì gran vestigio resta, 290che non lo lascia il fulmine maggiore. – Così dicendo, avea tornate in testa le redine dorate al corridore: sopra gli salta; e lacrimosa e mesta rimane Ippalca, e spinta dal dolore 295minaccia Rodomonte e gli dice onta: non l’ascolta egli, e su pel poggio monta. | Rodomonte si vanta di lasciare ovunque tracce impressionanti come quelle di un fulmine. Si impossessa delle redini dorate e monta Frontino. Ippalca, disperata e in lacrime, lo insulta e lo minaccia, ma il saraceno non la ascolta e risale il pendio. |
| Ottava 38 Per quella via dove lo guida il nano per trovar Mandricardo e Doralice, gli viene Ippalca dietro di lontano, 300e lo bestemmia sempre e maledice. Ciò che di questo avvenne, altrove è piano. Turpin, che tutta questa istoria dice, fa qui digresso, e torna in quel paese dove fu dianzi morto il Maganzese. | Rodomonte segue il nano, che lo guida alla ricerca di Mandricardo e Doralice. Ippalca lo segue a distanza maledicendolo. Il narratore rinvia le conseguenze dell'episodio e torna nel luogo dove è stato ucciso Pinabello, appartenente alla stirpe dei Maganzesi. |
| Ottava 39 305Dato avea a pena a quel loco le spalle la figliuola d’Amon, ch’in fretta gìa, che v’arrivò Zerbin per altro calle con la fallace vecchia in compagnia: e giacer vide il corpo ne la valle 310del cavallier, che non sa già chi sia; ma, come quel ch’era cortese e pio, ebbe pietà del caso acerbo e rio. | Poco dopo la partenza di Bradamante, Zerbino giunge nel luogo dell'uccisione con la perfida vecchia Gabrina. Vede il cadavere di un cavaliere che non riconosce e, mosso dal suo senso dell'onore e dalla compassione, si addolora per quella morte violenta. |
| Ottava 40 Giaceva Pinabello in terra spento, versando il sangue per tante ferite, 315ch’esser doveano assai, se più di cento spade in sua morte si fossero unite. Il cavallier di Scozia non fu lento per l’orme che di fresco eran scolpite a porsi in avventura, se potea 320saper chi l’omicidio fatto avea. | Pinabello giace a terra ricoperto di ferite, come se fosse stato colpito da moltissime spade. Zerbino, principe scozzese, decide di seguire le tracce ancora fresche nel tentativo di scoprire chi sia responsabile dell'uccisione. |
| Ottava 41 Ed a Gabrina dice che l’aspette; che senza indugio a lei farà ritorno. Ella presso al cadavero si mette, e fissamente vi pon gli occhi intorno; 325perché, se cosa v’ha che le dilette, non vuol ch’un morto invan più ne sia adorno, come colei che fu, tra l’altre note, quanto avara esser più femina puote. | Zerbino chiede a Gabrina di attendere accanto al cadavere, promettendo di tornare presto. La vecchia, anziché impietosirsi, esamina attentamente i beni del morto alla ricerca di oggetti di valore da rubare: è una donna estremamente avara. |
| Ottava 42 Se di portarne il furto ascosamente 330avesse avuto modo o alcuna speme, la sopravesta fatta riccamente gli avrebbe tolta, e le bell’arme insieme. Ma quel che può celarsi agevolmente, si piglia, e ’l resto fin al cor le preme. 335Fra l’altre spoglie un bel cinto levonne, e se ne legò i fianchi infra due gonne. | Gabrina prenderebbe anche il mantello prezioso e l'armatura, ma teme di essere scoperta. Si limita a sottrarre gli oggetti facili da nascondere e, fra questi, una bella cintura che si mette sotto le vesti, stretta intorno alla vita. |
| Ottava 43 Poco dopo arrivò Zerbin, ch’avea seguito invan di Bradamante i passi, perché trovò il sentier che si torcea 340in molti rami ch’ivano alti e bassi: e poco ormai del giorno rimanea, né volea al buio star fra quelli sassi; e per trovare albergo diè le spalle con l’empia vecchia alla funesta valle. | Zerbino torna senza avere rintracciato Bradamante: i sentieri si dividono in troppe direzioni. Poiché il giorno sta finendo e non vuole restare fra quelle montagne durante la notte, si allontana con Gabrina dalla valle del delitto per cercare un alloggio. |
| Ottava 44 345Quindi presso a dua miglia ritrovaro un gran castel che fu detto Altariva, dove per star la notte si fermaro, che già a gran volo inverso il ciel saliva. Non vi ster molto, ch’un lamento amaro 350l’orecchie d’ogni parte lor feriva; e veggon lacrimar da tutti gli occhi, come la cosa a tutto il popul tocchi. | Dopo circa due miglia arrivano al castello di Altaripa e decidono di passarvi la notte. Avvertono subito pianti e lamenti diffusi ovunque: tutti gli abitanti sembrano colpiti da una grande disgrazia. |
| Ottava 45 Zerbino dimandonne, e gli fu detto che venut’era al cont’Anselmo aviso, 355che fra duo monti in un sentiero istretto giacea il suo figlio Pinabello ucciso. Zerbin, per non ne dar di sé sospetto, di ciò si finge nuovo, e abbassa il viso; ma pensa ben, che senza dubbio sia 360quel ch’egli trovò morto in su la via. | Zerbino chiede cosa sia successo e apprende che il conte Anselmo ha ricevuto notizia dell'assassinio del figlio Pinabello, trovato in un passaggio fra due monti. Per evitare sospetti finge di non sapere nulla, ma comprende che il morto incontrato in viaggio era proprio lui. |
| Ottava 46 Dopo non molto la bara funèbre giunse, a splendor di torchi e di facelle, là dove fece le strida più crebre con un batter di man gire alle stelle, 365e con più vena fuor de le palpèbre le lacrime inundar per le mascelle: ma più de l’altre nubilose ed atre era la faccia del misero patre. | Arriva la bara di Pinabello, illuminata da torce. Si alzano urla, gesti di disperazione e lacrime; più di tutti soffre il padre Anselmo, il cui volto è oscurato dal dolore. |
| Ottava 47 Mentre apparecchio si facea solenne 370di grandi esequie e di funèbri pompe, secondo il modo ed ordine che tenne l’usanza antiqua e ch’ogni età corrompe; da parte del signore un bando venne, che tosto il popular strepito rompe, 375e promette gran premio a chi dia aviso chi stato sia che gli abbia il figlio ucciso. | Mentre si organizzano esequie solenni secondo le usanze antiche, Anselmo fa diffondere un bando: promette una grande ricompensa a chi sappia indicare l'assassino di suo figlio. L'annuncio interrompe il clamore della folla e si sparge per il castello. |
| Ottava 48 Di voce in voce e d’una in altra orecchia il grido e ’l bando per la terra scorse, fin che l’udì la scelerata vecchia 380che di rabbia avanzò le tigri e l’orse; e quindi alla ruina s’apparecchia di Zerbino, o per l’odio che gli ha forse, o per vantarsi pur, che sola priva d’umanitade in uman corpo viva; | La notizia della ricompensa raggiunge Gabrina, che è più crudele di una belva. La vecchia si prepara a rovinare Zerbino: forse perché lo odia, forse per vantarsi della propria malvagità o soltanto per ottenere il premio promesso. |
| Ottava 49 385o fosse pur per guadagnarsi il premio: a ritrovar n’andò quel signor mesto; e dopo un verisimil suo proemio, gli disse che Zerbin fatto avea questo: e quel bel cinto si levò di gremio, 390che ’l miser padre a riconoscer presto, appresso il testimonio e tristo uffizio de l’empia vecchia, ebbe per chiaro indizio. | Gabrina si presenta ad Anselmo e, dopo un discorso studiato per apparire credibile, accusa falsamente Zerbino dell'omicidio. Mostra come prova la cintura rubata al cadavere: il padre, riconoscendola e credendo alla testimonianza, la considera una conferma dell'accusa. |
| Ottava 50 E lacrimando al ciel leva le mani, che ’l figliuol non sarà senza vendetta. 395Fa circundar l’albergo ai terrazzani; che tutto ’l popul s’è levato in fretta. Zerbin che gli nimici aver lontani si crede, e questa ingiuria non aspetta, dal conte Anselmo, che si chiama offeso 400tanto da lui, nel primo sonno è preso; | Anselmo invoca vendetta per il figlio, ordina di circondare l'alloggio di Zerbino e mobilita gli abitanti. Il giovane scozzese, convinto che i propri nemici siano lontani e ignaro dell'inganno, viene catturato nel primo sonno con l'accusa di aver ucciso Pinabello. |
| Ottava 51 e quella notte in tenebrosa parte incatenato, e in gravi ceppi messo. Il sole ancor non ha le luci sparte, che l’ingiusto supplicio è già commesso; 405che nel loco medesimo si squarte, dove fu il mal c’hanno imputato ad esso. Altra esamina in ciò non si facea: bastava che ’l signor così credea. | Zerbino trascorre la notte incatenato e rinchiuso in una cella buia. Anselmo ha già deciso un supplizio ingiusto: vuole farlo squartare proprio nel luogo dove è stato ucciso Pinabello. Non viene svolta alcuna indagine, perché per la gente è sufficiente la convinzione del signore. |
| Ottava 52 Poi che l’altro matin la bella Aurora 410l’aer seren fe’ bianco e rosso e giallo, tutto ’l popul gridando: – Mora, mora, – vien per punir Zerbin del non suo fallo. Lo sciocco vulgo l’accompagna fuora, senz’ordine, chi a piede e chi a cavallo, 415e ’l cavallier di Scozia a capo chino ne vien legato in s’un piccol ronzino. | All'alba il popolo accorre gridando che Zerbino deve morire. La folla lo conduce al luogo dell'esecuzione in modo disordinato, alcuni a piedi e altri a cavallo; il giovane principe viene trasportato legato sopra un povero ronzino, con il capo chino, per un delitto che non ha commesso. |
| Ottava 53 Ma Dio, che spesso gl’innocenti aiuta, né lascia mai ch’in sua bontà si fida, tal difesa gli avea già proveduta, 420che non v’è dubbio più ch’oggi s’uccida. Quivi Orlando arrivò, la cui venuta alla via del suo scampo gli fu guida. Orlando giù nel pian vide la gente che trae a morte il cavallier dolente. | Dio però viene in soccorso di chi è innocente e confida nella sua giustizia: proprio mentre Zerbino sta per essere giustiziato, arriva Orlando. Dall'alto il paladino scorge la folla che accompagna il prigioniero alla morte e si prepara a intervenire. |
| Ottava 54 425Era con lui quella fanciulla, quella che ritrovò ne la selvaggia grotta, del re galego la figlia lssabella, in poter già de’ malandrin condotta, poi che lasciato avea ne la procella 430del truculento mar la nave rotta: quella che più vicino al core avea questo Zerbin, che l’alma onde vivea. | Orlando viaggia con Isabella, figlia del re di Galizia, che ha liberato dalla grotta dei briganti dopo il naufragio della nave sulla quale aveva viaggiato. Isabella è proprio la donna di cui Zerbino è profondamente innamorato: per lui vale più della vita. |
| Ottava 55 Orlando se l’avea fatta compagna, poi che de la caverna la riscosse. 435Quando costei li vide alla campagna, domandò Orlando, chi la turba fosse. – Non so, – diss’egli; e poi su la montagna lasciolla, e verso il pian ratto si mosse. Guardò Zerbino, ed alla vista prima 440lo giudicò baron di molta stima. | Isabella, che accompagna Orlando da quando è stata salvata, nota il gruppo di persone nella pianura e gli chiede chi siano. Orlando risponde di non saperlo, la lascia al sicuro sul colle e scende verso la folla. Al primo sguardo riconosce nel prigioniero un uomo dall'aspetto nobile e valoroso. |
| Ottava 56 E fattosegli appresso, domandollo per che cagione e dove il menin preso. Levò il dolente cavalliero il collo, e meglio avendo il paladino inteso, 445rispose il vero; e così ben narrollo, che meritò dal conte esser difeso. Bene avea il conte alle parole scorto ch’era innocente, e che moriva a torto. | Avvicinatosi, Orlando domanda a Zerbino perché sia stato arrestato e dove lo conducano. Il principe gli racconta con sincerità ciò che è accaduto. Orlando comprende dalle sue parole che è innocente e che sta per essere ucciso ingiustamente, e decide di difenderlo. |
| Ottava 57 E poi che ’ntese che commesso questo 450era dal conte Anselmo d’Altariva, fu certo ch’era torto manifesto; ch’altro da quel fellon mai non deriva. Ed oltre a ciò, l’uno era all’altro infesto per l’antiquissimo odio che bolliva 455tra il sangue di Maganza e di Chiarmonte; e tra lor eran morti e danni ed onte. | Quando scopre che l'esecuzione è stata ordinata da Anselmo di Altaripa, Orlando non ha più alcun dubbio sull'ingiustizia. Conosce la malvagità della stirpe maganzese e il vecchio odio che la contrappone alla famiglia dei Chiaramonte, un conflitto segnato da uccisioni, offese e vendette. |
| Ottava 58 – Slegate il cavallier (gridò), canaglia, (il conte a’ masnadieri), o ch’io v’uccido. – – Chi è costui che sì gran colpi taglia? 460(rispose un che parer volle il più fido). Se di cera noi fussimo o di paglia, e di fuoco egli, assai fôra quel grido. – E venne contra il paladin di Francia: Orlando contra lui chinò la lancia. | Orlando ordina agli uomini di Anselmo di liberare Zerbino, minacciando di ucciderli in caso contrario. Uno dei soldati lo deride, come se le sue minacce fossero esagerate. Il soldato lo affronta, ma Orlando abbassa immediatamente la lancia e carica contro di lui. |
| Ottava 59 465La lucente armatura il Maganzese, che levata la notte avea a Zerbino, e postasela indosso, non difese contro l’aspro incontrar del paladino. Sopra la destra guancia il ferro prese: 470l’elmo non passò già, perch’era fino; ma tanto fu de la percossa il crollo, che la vita gli tolse e roppe il collo. | Il Maganzese indossa proprio l'armatura sottratta a Zerbino durante la notte. Le armi non riescono però a salvarlo: Orlando lo colpisce violentemente al volto. Anche se l'elmo non viene perforato, l'urto gli spezza il collo e lo uccide. |
| Ottava 60 Tutto in un corso, senza tor di resta la lancia, passò un altro in mezzo ’l petto: 475quivi lasciolla, e la mano ebbe presta a Durindana; e nel drappel più stretto a chi fece due parti de la testa, a chi levò dal busto il capo netto; forò la gola a molti; e in un momento 480n’uccise e messe in rotta più di cento. | Senza fermarsi, Orlando trafigge un secondo avversario al petto con la lancia e la lascia conficcata nel corpo. Estrae Durindana e si scaglia contro il gruppo più fitto: decapita alcuni soldati, spacca il cranio ad altri e ne ferisce molti alla gola, uccidendone o mettendone in fuga più di cento. |
| Ottava 61 Più del terzo n’ha morto, e ’l resto caccia e taglia e fende e fiere e fora e tronca. Chi lo scudo, e chi l’elmo che lo ’mpaccia, e chi lascia lo spiedo e chi la ronca; 485chi al lungo, chi al traverso il camin spaccia; altri s’appiatta in bosco, altri in spelonca. Orlando, di pietà questo dì privo, a suo poter non vuol lasciarne un vivo. | Orlando ha già abbattuto una grande parte degli avversari e insegue senza pietà gli altri, colpendoli con la spada. I soldati abbandonano scudi, elmi e armi, fuggono in ogni direzione o si nascondono fra boschi e grotte. Quel giorno Orlando è deciso a non risparmiarne nessuno. |
| Ottava 62 Di cento venti (che Turpin sottrasse 490il conto), ottanta ne periro almeno. Orlando finalmente si ritrasse dove a Zerbin tremava il cor nel seno. S’al ritornar d’Orlando s’allegrasse, non si potria contare in versi a pieno. 495Se gli saria per onorar prostrato; ma si trovò sopra il ronzin legato. | Secondo il conteggio attribuito a Turpino, dei centoventi uomini mandati contro Zerbino ne muoiono almeno ottanta. Finita la strage, Orlando torna dal prigioniero. Zerbino è così felice di vederlo che vorrebbe inginocchiarsi per ringraziarlo, ma è ancora legato al ronzino. |
| Ottava 63 Mentre ch’Orlando, poi che lo disciolse, l’aiutava a ripor l’arme sue intorno, ch’al capitan de la sbirraglia tolse, 500che per suo mal se n’era fatto adorno; Zerbino gli occhi ad Issabella volse, che sopra il colle avea fatto soggiorno, e poi che de la pugna vide il fine, portò le sue bellezze più vicine. | Orlando scioglie Zerbino e lo aiuta a recuperare e indossare l'armatura sottratta al capo dei soldati ucciso. Nel frattempo Zerbino vede Isabella, rimasta sul colle durante lo scontro: dopo la battaglia la giovane scende verso di loro. |
| Ottava 64 505Quando apparir Zerbin si vide appresso la donna che da lui fu amata tanto, la bella donna che per falso messo credea sommersa, e n’ha più volte pianto; com’un ghiaccio nel petto gli sia messo, 510sente dentro aggelarsi, e triema alquanto: ma tosto il freddo manca, ed in quel loco tutto s’avampa d’amoroso fuoco. | Zerbino riconosce all'improvviso la donna che ha tanto amato e che, sulla base di una falsa notizia, credeva annegata. L'emozione lo paralizza: prima sente il sangue gelare e trema, poi la gioia e l'amore gli accendono il cuore. |
| Ottava 65 Di non tosto abbracciarla lo ritiene la riverenza del signor d’Anglante; 515perché si pensa, e senza dubbio tiene ch’Orlando sia de la donzella amante. Così cadendo va di pene in pene, e poco dura il gaudio ch’ebbe inante: il vederla d’altrui peggio sopporta, 520che non fe’ quando udì ch’ella era morta. | Zerbino vorrebbe correre ad abbracciare Isabella, ma si trattiene per rispetto verso Orlando: pensa che il paladino sia il suo nuovo innamorato. L'allegria lascia subito spazio alla gelosia. Gli sembra ancora più doloroso saperla di un altro che averla creduta morta. |
| Ottava 66 E molto più gli duol che sia in podesta del cavalliero a cui cotanto debbe; perché volerla a lui levar né onesta né forse impresa facile sarebbe. 525Nessuno altro da sé lassar con questa preda partir senza romor vorrebbe: ma verso il conte il suo debito chiede che se lo lasci por sul collo il piede. | Il dolore di Zerbino aumenta perché Orlando gli ha appena salvato la vita: sottrargli la donna sarebbe una grave ingratitudine, e forse sarebbe anche impossibile. Con un altro cavaliere combatterebbe pur di riavere Isabella, ma verso Orlando sente un debito che lo obbliga alla massima riconoscenza. |
| Ottava 67 Giunsero taciturni ad una fonte, 530dove smontaro e fer qualche dimora. Trassesi l’elmo il travagliato conte, ed a Zerbin lo fece trarre ancora. Vede la donna il suo amatore in fronte, e di subito gaudio si scolora; 535poi torna come fiore umido suole dopo gran pioggia all’apparir del sole. | Il gruppo raggiunge una fonte, si ferma e scende da cavallo. Orlando si toglie l'elmo e invita Zerbino a fare lo stesso. Isabella finalmente vede bene il volto dell'amato: impallidisce per l'emozione e poi torna a illuminarsi di felicità come un fiore bagnato dalla pioggia quando riappare il sole. |
| Ottava 68 E senza indugio e senza altro rispetto corre al suo caro amante, e il collo abbraccia; e non può trar parola fuor del petto, 540ma di lacrime il sen bagna e la faccia. Orlando attento all’amoroso affetto, senza che più chiarezza se gli faccia, vide a tutti gl’indizi manifesto ch’altri esser, che Zerbin, non potea questo. | Isabella corre immediatamente da Zerbino e lo abbraccia, senza riuscire a parlare; piange di commozione e gli bagna il viso e il petto. Orlando osserva il loro comportamento e capisce senza bisogno di spiegazioni che Zerbino è l'uomo amato dalla ragazza. |
| Ottava 69 545Come la voce aver poté Issabella, non bene asciutta ancor l’umida guancia, sol de la molta cortesia favella, che l’avea usata il paladin di Francia. Zerbino, che tenea questa donzella 550con la sua vita pare a una bilancia, si getta a’ piè del conte, e quello adora come a chi gli ha due vite date a un’ora. | Quando riesce a parlare, Isabella racconta con gratitudine come Orlando l'abbia salvata e trattata con generosità. Zerbino, che considera Isabella preziosa quanto la propria vita, si getta ai piedi del paladino: riconosce di aver ricevuto da lui, contemporaneamente, la salvezza propria e quella della donna amata. |
| Ottava 70 Molti ringraziamenti e molte offerte erano per seguir tra i cavallieri, 555se non udian sonar le vie coperte dagli arbori di frondi oscuri e neri. Presti alle teste lor, ch’eran scoperte, posero gli elmi, e presero i destrieri: ed ecco un cavalliero e una donzella 560lor sopravien, ch’a pena erano in sella. | I cavalieri stanno per scambiarsi altri ringraziamenti e promesse, ma sentono rumori provenire dai sentieri nascosti fra gli alberi. Si rimettono gli elmi, recuperano i cavalli e vedono arrivare un guerriero accompagnato da una donna. |
| Ottava 71 Era questo guerrier quel Mandricardo che dietro Orlando in fretta si condusse per vendicar Alzirdo e Manilardo, che ’l paladin con gran valor percusse: 565quantunque poi lo seguitò più tardo; che Doralice in suo poter ridusse, la quale avea con un troncon di cerro tolta a cento guerrier carchi di ferro. | Il cavaliere che arriva è Mandricardo. Sta inseguendo Orlando per vendicare Alzirdo e Manilardo, sconfitti dal paladino. Si è però attardato perché nel frattempo ha conquistato Doralice, strappandola a cento guerrieri armati grazie al proprio valore e a un grosso ramo usato come arma. |
| Ottava 72 Non sapea il Saracin però, che questo, 570ch’egli seguia, fosse il signor d’Anglante: ben n’avea indizio e segno manifesto ch’esser dovea gran cavalliero errante. A lui mirò più ch’a Zerbino, e presto gli andò con gli occhi dal capo alle piante; 575e i dati contrasegni ritrovando, disse: – Tu se’ colui ch’io vo cercando. | Mandricardo non sa che l'uomo davanti a lui è Orlando, ma lo giudica un importante cavaliere errante. Lo esamina attentamente dalla testa ai piedi e confronta il suo aspetto con la descrizione che ha ricevuto. Convinto di aver trovato la persona cercata, glielo annuncia. |
| Ottava 73 Sono omai dieci giorni (gli soggiunse) che di cercar non lascio i tuo’ vestigi: tanto la fama stimolommi e punse, 580che di te venne al campo di Parigi, quando a fatica un vivo sol vi giunse di mille che mandasti ai regni stigi; e la strage contò, che da te venne sopra i Norizi e quei di Tremisenne. | Mandricardo spiega che segue le sue tracce da dieci giorni, spinto dalla fama della strage compiuta nei pressi di Parigi. La notizia gli era arrivata quando un solo sopravvissuto aveva raccontato come Orlando avesse ucciso quasi mille guerrieri delle schiere di Norizia e Tremisenne. |
| Ottava 74 585Non fui, come lo seppi, a seguir lento, e per vederti e per provarti appresso: e perché m’informai del guernimento c’hai sopra l’arme, io so che tu sei desso; e se non l’avessi anco, e che fra cento 590per celarti da me ti fossi messo, il tuo fiero sembiante mi faria chiaramente veder che tu quel sia. – | Il saraceno dichiara di essersi messo immediatamente sulle tracce del cavaliere per conoscerlo e affrontarlo. Il suo equipaggiamento corrisponde alla descrizione ricevuta e, anche se cercasse di nascondersi fra cento uomini, il suo atteggiamento fiero basterebbe per identificarlo. |
| Ottava 75 – Non si può (gli rispose Orlando) dire che cavallier non sii d’alto valore; 595però che sì magnanimo desire non mi credo albergasse in umil core. Se ’l volermi veder ti fa venire, vo’ che mi veggi dentro, come fuore: mi leverò questo elmo da le tempie, 600acciò ch’a punto il tuo desire adempie. | Orlando riconosce il coraggio dell'avversario: soltanto un cavaliere di grande valore potrebbe desiderare così intensamente di incontrarlo. Per soddisfarlo, dichiara che gli mostrerà non soltanto l'armatura e il volto, ma anche quanto vale in battaglia; comincia togliendosi l'elmo. |
| Ottava 76 Ma poi che ben m’avrai veduto in faccia, all’altro desiderio ancora attendi: resta ch’alla cagion tu satisfaccia, che fa che dietro questa via mi prendi; 605che veggi se ’l valor mio si confaccia a quel sembiante fier che sì commendi. – – Orsù (disse il pagano), al rimanente; ch’al primo ho satisfatto interamente. – | Orlando aggiunge che, una volta visto il suo volto, Mandricardo dovrà soddisfare anche il secondo desiderio che l'ha spinto a cercarlo: metterlo alla prova combattendo, per sapere se il suo valore corrisponde all'aspetto. Mandricardo risponde che la prima curiosità è ormai soddisfatta e vuole passare alla seconda. |
| Ottava 77 Il conte tuttavia dal capo al piede 610va cercando il pagan tutto con gli occhi: mira ambi i fianchi, indi l’arcion; né vede pender né qua né là mazze né stocchi. Gli domanda di ch’arme si provede, s’avvien che con la lancia in fallo tocchi. 615Rispose quel: – Non ne pigliar tu cura: così a molt’altri ho ancor fatto paura. | Prima dello scontro Orlando osserva accuratamente le armi di Mandricardo. Non vede appese alla sella né spade né mazze e gli chiede con che cosa intenda difendersi se la lancia dovesse spezzarsi o mancare il bersaglio. Mandricardo risponde con arroganza che anche senza spada ha già fatto paura a molti. |
| Ottava 78 Ho sacramento di non cinger spada, fin ch’io non tolgo Durindana al conte; e cercando lo vo per ogni strada, 620acciò più d’una posta meco sconte. Lo giurai (se d’intenderlo t’aggrada) quando mi posi quest’elmo alla fronte, il qual con tutte l’altr’arme ch’io porto, era d’Ettòr, che già mill’anni è morto. | Mandricardo spiega di aver giurato di non portare una spada fino a quando non avrà conquistato Durindana, la spada di Orlando. Fece quel giuramento quando indossò l'elmo e le altre armi che, secondo la tradizione, erano appartenute all'eroe troiano Ettore. |
| Ottava 79 625La spada sola manca alle buone arme: come rubata fu, non ti so dire. Or che la porti il paladino, parme; e di qui vien ch’egli ha sì grande ardire. Ben penso, se con lui posso accozzarme, 630fargli il mal tolto ormai ristituire. Cercolo ancor, che vendicar disio il famoso Agrican genitor mio. | Dall'armatura di Ettore manca soltanto la spada, di cui Mandricardo non conosce la storia esatta. Sa che ora la possiede Orlando e attribuisce proprio a quell'arma il suo coraggio. Vuole strappargliela e vendicare anche Agricane, suo padre, che il paladino aveva ucciso. |
| Ottava 80 Orlando a tradimento gli diè morte: ben so che non potea farlo altrimente. – 635Il conte più non tacque, e gridò forte: – E tu e qualunque il dice, se ne mente. Ma quel che cerchi t’è venuto in sorte: io sono Orlando, e uccisil giustamente; e questa è quella spada che tu cerchi, 640che tua sarà, se con virtù la merchi. | Mandricardo accusa Orlando di aver ucciso Agricane con un tradimento. Il paladino non tollera l'offesa: lo smentisce energicamente, rivela di essere proprio Orlando e afferma di aver combattuto e ucciso Agricane lealmente. Mostra Durindana e dichiara che il saraceno potrà conquistarla soltanto dimostrando il proprio valore. |
| Ottava 81 Quantunque sia debitamente mia, tra noi per gentilezza si contenda: né voglio in questa pugna ch’ella sia più tua che mia; ma a un arbore s’appenda. 645Levala tu liberamente via, s’avvien che tu m’uccida o che mi prenda. – Così dicendo, Durindana prese, e ’n mezzo il campo a un arbuscel l’appese. | Benché Durindana gli appartenga legittimamente, Orlando propone un combattimento leale: la spada non sarà a disposizione di nessuno dei due mentre si affrontano. La appende a un alberello al centro del campo, e chi avrà la meglio potrà prenderla. |
| Ottava 82 Già l’un da l’altro è dipartito lunge, 650quanto sarebbe un mezzo tratto d’arco: già l’uno contra l’altro il destrier punge, né de le lente redine gli è parco: già l’uno e l’altro di gran colpo aggiunge dove per l’elmo la veduta ha varco. 655Parveno l’aste, al rompersi, di gielo; e in mille schegge andar volando al cielo. | I due cavalieri si allontanano a distanza sufficiente, poi lanciano i cavalli l'uno contro l'altro a tutta velocità. Si colpiscono presso le aperture degli elmi e le lance si frantumano in una pioggia di schegge, come se fossero state di ghiaccio. |
| Ottava 83 L’una e l’altra asta è forza che si spezzi; che non voglion piegarsi i cavallieri, i cavallier che tornano coi pezzi 660che son restati appresso i calci interi. Quelli, che sempre fur nel ferro avezzi, or, come duo villan per sdegno fieri nel partir acque o termini de prati, fan crudel zuffa di duo pali armati. | Entrambe le lance si spezzano perché nessuno dei due cede all'urto. I guerrieri tornano a colpirsi usando i tronconi rimasti e, benché siano combattenti di altissimo rango, sembrano due contadini furiosi che litigano colpendosi con bastoni per questioni di confini o di irrigazione. |
| Ottava 84 665Non stanno l’aste a quattro colpi salde, e mancan nel furor di quella pugna. Di qua e di là si fan l’ire più calde; né da ferir lor resta altro che pugna. Schiodano piastre, e straccian maglie e falde, 670pur che la man, dove s’aggraffi, giugna. Non desideri alcun, perché più vaglia, martel più grave o più dura tanaglia. | Dopo pochi altri colpi anche i pezzi delle lance si rompono. Rimasti senza armi, Orlando e Mandricardo passano ai pugni e alle prese, afferrandosi per l'armatura, strappando maglie e piastre e cercando di colpirsi con la forza delle mani meglio che con qualunque martello o tenaglia. |
| Ottava 85 Come può il Saracin ritrovar sesto di finir con suo onore il fiero invito? 675Pazzia sarebbe il perder tempo in questo, che nuoce al feritor più ch’al ferito. Andò alle strette l’uno e l’altro, e presto il re pagano Orlando ebbe ghermito: lo strigne al petto; e crede far le prove 680che sopra Anteo fe’ già il figliol di Giove. | Mandricardo comprende che un combattimento simile può durare a lungo e danneggiare entrambi. Decide allora di stringere Orlando corpo a corpo, lo afferra e tenta di schiacciarlo contro il petto come Ercole aveva fatto con il gigante Anteo. |
| Ottava 86 Lo piglia con molto impeto a traverso: quando lo spinge, e quando a sé lo tira; ed è ne la gran colera sì immerso, ch’ove resti la briglia poco mira. 685Sta in sé raccolto Orlando, e ne va verso il suo vantaggio, e alla vittoria aspira: gli pon la cauta man sopra le ciglia del cavallo, e cader ne fa la briglia. | Il saraceno spinge e tira Orlando con violenza, preso dall'ira e senza badare più alle redini. Orlando, invece, conserva lucidità e cerca un vantaggio. Allunga la mano sul capo del cavallo nemico e gli sfila la briglia. |
| Ottava 87 Il Saracino ogni poter vi mette, 690che lo soffoghi, o de l’arcion lo svella: negli urti il conte ha le ginocchia strette; né in questa parte vuol piegar né in quella. Per quel tirar che fa il pagan, costrette le cingie son d’abandonar la sella. 695Orlando è in terra, e a pena sel conosce: ch’i piedi ha in staffa, e stringe ancor le cosce. | Mandricardo continua a tentare di soffocare Orlando o strapparlo di sella. Il paladino tiene strette le ginocchia, ma la violenza delle prese tende talmente le cinghie che la sella si stacca: Orlando finisce a terra, ancora con i piedi nelle staffe e le gambe strette attorno alla sella. |
| Ottava 88 Con quel rumor ch’un sacco d’arme cade, risuona il conte, come il campo tocca. Il destrier c’ha la testa in libertade, 700quello a chi tolto il freno era di bocca, non più mirando i boschi che le strade, con ruinoso corso si trabocca, spinto di qua e di là dal timor cieco; e Mandricardo se ne porta seco. | Orlando cade con un grande fragore, come un sacco pieno di ferraglia. Il cavallo di Mandricardo, privato della briglia, si spaventa e parte al galoppo senza distinguere strade e boschi, trascinando con sé il padrone che non riesce più a controllarlo. |
| Ottava 89 705Doralice che vede la sua guida uscir dal campo e torlesi d’appresso, e mal restarne senza si confida, dietro, correndo, il suo ronzin gli ha messo. Il pagan per orgoglio al destrier grida, 710e con mani e con piedi il batte spesso; e, come non sia bestia, lo minaccia perché si fermi, e tuttavia più il caccia. | Doralice vede Mandricardo allontanarsi contro la sua volontà e, temendo di restare sola, lo segue sul proprio cavallo. Il saraceno grida, colpisce e minaccia inutilmente la sua cavalcatura, ma così non fa altro che agitarla e farla correre più velocemente. |
| Ottava 90 La bestia, ch’era spaventosa e poltra, sanza guardarsi ai piè, corre a traverso. 715Già corso avea tre miglia, e seguiva oltra, s’un fosso a quel desir non era avverso; che, sanza aver nel fondo o letto o coltra, riceve l’uno e l’altro in sé riverso. Diè Mandricardo in terra aspra percossa; 720né però si fiaccò né si roppe ossa. | Il cavallo impazzito attraversa il bosco senza guardare dove mette gli zoccoli. Dopo circa tre miglia cade dentro un fossato insieme a Mandricardo. Il guerriero batte violentemente a terra, ma non riporta fratture. |
| Ottava 91 Quivi si ferma il corridore al fine, ma non si può guidar, che non ha freno. Il Tartaro lo tien preso nel crine, e tutto è di furore e d’ira pieno. 725Pensa, e non sa quel che di far destine. – Pongli la briglia del mio palafreno (la donna gli dicea); che non è molto il mio feroce, o sia col freno o sciolto. – | Il cavallo si ferma finalmente, ma è impossibile guidarlo senza briglia. Mandricardo lo tiene per la criniera e non sa che cosa fare. Doralice gli suggerisce di usare le briglie del proprio ronzino, che, essendo docile, può essere condotto anche senza freno. |
| Ottava 92 Al Saracin parea discortesia 730la proferta accettar di Doralice; ma fren gli farà aver per altra via Fortuna a’ suoi disii molto fautrice. Quivi Gabrina scelerata invia, che, poi che di Zerbin fu traditrice, 735fuggia, come la lupa che lontani oda venire i cacciatori e i cani. | Mandricardo giudica sconveniente accettare l'offerta della donna, ma la sorte gli fa trovare un'altra soluzione. Proprio in quel punto arriva Gabrina, in fuga dopo aver tradito Zerbino, spaventata come una lupa che senta avvicinarsi i cacciatori e i cani. |
| Ottava 93 Ella avea ancora indosso la gonnella, e quei medesimi giovenili ornati che furo alla vezzosa damigella 740di Pinabel, per lei vestir, levati; ed avea il palafreno anco di quella, dei buon del mondo e degli avantaggiati. La vecchia sopra il Tartaro trovosse, ch’ancor non s’era accorta che vi fosse. | Gabrina indossa ancora gli abiti eleganti e giovanili rubati alla dama di Pinabello, e cavalca il bel palafreno sottratto alla stessa giovane. Si imbatte in Mandricardo, che non aveva ancora notato la sua presenza. |
| Ottava 94 745L’abito giovenil mosse la figlia di Stordilano, e Mandricardo a riso, vedendolo a colei che rassimiglia a un babuino, a un bertuccione in viso. Disegna il Saracin torle la briglia 750pel suo destriero, e riuscì l’aviso. Toltogli il morso, il palafren minaccia, gli grida, lo spaventa, e in fuga il caccia. | L'aspetto ridicolo di Gabrina, vecchia e brutta ma vestita come una fanciulla, fa ridere Mandricardo e Doralice. Il saraceno le toglie senza difficoltà le briglie del cavallo, poi spaventa l'animale con grida e minacce e lo manda via al galoppo. |
| Ottava 95 Quel fugge per la selva, e seco porta la quasi morta vecchia di paura 755per valli e monti e per via dritta e torta, per fossi e per pendici alla ventura. Ma il parlar di costei sì non m’importa, ch’io non debba d’Orlando aver più cura, ch’alla sua sella ciò ch’era di guasto, 760tutto ben racconciò sanza contrasto. | Il palafreno fugge attraverso boschi, valli, monti e fossati portando con sé Gabrina, ormai quasi morta di paura. Il narratore interrompe il racconto su di lei per tornare a Orlando, che intanto ha rimesso a posto la propria sella dopo la caduta. |
| Ottava 96 Rimontò sul destriero, e ste’ gran pezzo a riguardar che ’l Saracin tornasse. Nol vedendo apparir, volse da sezzo egli esser quel ch’a ritrovarlo andasse; 765ma, come costumato e bene avezzo, non prima il paladin quindi si trasse, che con dolce parlar grato e cortese buona licenza dagli amanti prese. | Orlando rimonta a cavallo e aspetta a lungo il ritorno di Mandricardo. Non vedendolo, decide di cercarlo personalmente. Prima di partire, secondo le regole della cavalleria, si congeda con parole gentili da Zerbino e Isabella. |
| Ottava 97 Zerbin di quel partir molto si dolse; 770di tenerezza ne piangea Issabella: voleano ir seco, ma il conte non volse lor compagnia, ben ch’era e buona e bella; e con questa ragion se ne disciolse, ch’a guerrier non è infamia sopra quella 775che, quando cerchi un suo nimico, prenda compagno che l’aiuti e che ’l difenda. | Zerbino si rattrista per la partenza e Isabella piange. Vorrebbero accompagnare Orlando, ma il paladino rifiuta, spiegando che sarebbe una vergogna per un guerriero avere compagni che lo proteggano mentre va a cercare un nemico per sfidarlo. |
| Ottava 98 Li pregò poi, che quando il Saracino, prima ch’in lui, si riscontrasse in loro, gli dicesser ch’Orlando avria vicino 780ancor tre giorni per quel tenitoro; ma dopo, che sarebbe il suo camino verso le ’nsegne dei bei gigli d’oro, per esser con l’esercito di Carlo, acciò, volendol, sappia onde chiamarlo. | Orlando chiede che, se i due incontreranno Mandricardo prima di lui, gli riferiscano che resterà in quelle terre ancora tre giorni. In seguito tornerà verso l'esercito di Carlo Magno, riconoscibile dagli stendardi con i gigli d'oro, dove l'avversario potrà trovarlo. |
| Ottava 99 785Quelli promiser farlo volentieri, e questa e ogn’altra cosa al suo comando. Feron camin diverso i cavallieri, di qua Zerbino, e di là il conte Orlando. Prima che pigli il conte altri sentieri, 790all’arbor tolse, e a sé ripose il brando; e dove meglio col pagan pensosse di potersi incontrare, il destrier mosse. | Zerbino e Isabella promettono di riferire il messaggio e di eseguire qualsiasi altra richiesta del paladino. Poi si separano: i due innamorati prendono una strada e Orlando un'altra. Prima di partire Orlando recupera Durindana dall'albero e si dirige dove pensa di poter incontrare Mandricardo. |
| Ottava 100 Lo strano corso che tenne il cavallo del Saracin pel bosco senza via, 795fece ch’Orlando andò duo giorni in fallo, né lo trovò, né poté averne spia. Giunse ad un rivo che parea cristallo, ne le cui sponde un bel pratel fioria, di nativo color vago e dipinto, 800e di molti e belli arbori distinto. | Poiché il cavallo del saraceno era fuggito senza seguire i sentieri, Orlando lo cerca per due giorni senza riuscire a trovarlo né a ottenere notizie. Arriva infine a un ruscello limpido come cristallo, circondato da un prato fiorito e da numerosi alberi. |
| Ottava 101 Il merigge facea grato l’orezzo al duro armento ed al pastore ignudo; sì che né Orlando sentia alcun ribrezzo, che la corazza avea, l’elmo e lo scudo. 805Quivi egli entrò per riposarvi in mezzo; e v’ebbe travaglioso albergo e crudo, e più che dir si possa empio soggiorno, quell’infelice e sfortunato giorno. | A mezzogiorno l'ombra degli alberi offre frescura perfino ai pastori e agli animali, e il luogo è piacevole anche per Orlando, che indossa un'armatura pesante. Si ferma dunque per riposare, senza sapere che proprio quel soggiorno diventerà per lui un'esperienza terribile e dolorosa. |
| Ottava 102 Volgendosi ivi intorno, vide scritti 810molti arbuscelli in su l’ombrosa riva. Tosto che fermi v’ebbe gli occhi e fitti, fu certo esser di man de la sua diva. Questo era un di quei lochi già descritti, ove sovente con Medor veniva 815da casa del pastore indi vicina la bella donna del Catai regina. | Guardandosi intorno, Orlando nota numerose scritte incise sui tronchi lungo la riva ombrosa. Le riconosce subito come opera di Angelica, di cui conosce bene la grafia. Si trova infatti in uno dei luoghi dove la principessa del Catai veniva spesso con Medoro dalla vicina casa del pastore. |
| Ottava 103 Angelica e Medor con cento nodi legati insieme, e in cento lochi vede. Quante lettere son, tanti son chiodi 820coi quali Amore il cor gli punge e fiede. Va col pensier cercando in mille modi non creder quel ch’al suo dispetto crede: ch’altra Angelica sia, creder si sforza, ch’abbia scritto il suo nome in quella scorza. | Orlando vede dappertutto i nomi di Angelica e Medoro uniti in incisioni amorose. Ogni lettera è per lui una ferita, come un chiodo conficcato nel cuore da Amore. Per non accettare ciò che vede cerca di convincersi che si tratti di un'altra donna chiamata Angelica. |
| Ottava 104 825Poi dice: – Conosco io pur queste note: di tal’io n’ho tante vedute e lette. Finger questo Medoro ella si puote: forse ch’a me questo cognome mette. – Con tali opinion dal ver remote 830usando fraude a sé medesmo, stette ne la speranza il malcontento Orlando, che si seppe a se stesso ir procacciando. | Il paladino pensa però di riconoscere perfettamente la scrittura dell'amata. Allora inventa una nuova spiegazione: «Medoro» potrebbe essere un soprannome scherzoso che Angelica ha dato proprio a lui. Si inganna volontariamente per conservare una speranza, benché ogni indizio la renda sempre meno credibile. |
| Ottava 105 Ma sempre più raccende e più rinuova, quanto spenger più cerca, il rio sospetto: 835come l’incauto augel che si ritrova in ragna o in visco aver dato di petto, quanto più batte l’ale e più si prova di disbrigar, più vi si lega stretto. Orlando viene ove s’incurva il monte 840a guisa d’arco in su la chiara fonte. | Più Orlando cerca di allontanare il sospetto e più questo diventa forte, come un uccello che, dibattendosi nella rete o nel vischio, finisce per rimanere maggiormente impigliato. Continuando a camminare, giunge davanti a una grotta scavata nel monte, vicino alla sorgente limpida. |
| Ottava 106 Aveano in su l’entrata il luogo adorno coi piedi storti edere e viti erranti. Quivi soleano al più cocente giorno stare abbracciati i duo felici amanti. 845V’aveano i nomi lor dentro e d’intorno, più che in altro dei luoghi circostanti, scritti, qual con carbone e qual con gesso, e qual con punte di coltelli impresso. | La grotta è circondata da edera e viti che si arrampicano sulle rocce. Angelica e Medoro vi si erano rifugiati abbracciati durante le ore più calde. I loro nomi sono scritti in gran numero sulle pareti e all'ingresso, con carbone, gesso o punte di coltello. |
| Ottava 107 Il mesto conte a piè quivi discese; 850e vide in su l’entrata de la grotta parole assai, che di sua man distese Medoro avea, che parean scritte allotta. Del gran piacer che ne la grotta prese, questa sentenza in versi avea ridotta. 855Che fosse culta in suo linguaggio io penso; ed era ne la nostra tale il senso: | Orlando scende da cavallo e vede all'ingresso della grotta alcuni versi incisi di recente dalla mano di Medoro. Il giovane li aveva scritti per ricordare la felicità vissuta lì con Angelica. Ariosto immagina che l'iscrizione fosse elegante nella lingua originale e ne rende il significato in italiano. |
| Ottava 108 – Liete piante, verdi erbe, limpide acque, spelunca opaca e di fredde ombre grata, dove la bella Angelica che nacque 860di Galafron, da molti invano amata, spesso ne le mie braccia nuda giacque; de la commodità che qui m’è data, io povero Medor ricompensarvi d’altro non posso, che d’ognor lodarvi: | Medoro si rivolge alle piante, all'erba, all'acqua limpida e alla grotta ombrosa, ringraziandole per aver accolto i suoi incontri intimi con Angelica, figlia di Galafrone, desiderata inutilmente da molti uomini. Pur essendo povero, Medoro ha potuto godere del suo amore e può ricompensare quel luogo soltanto lodandolo per sempre. |
| Ottava 109 865e di pregare ogni signore amante, e cavallieri e damigelle, e ognuna persona, o paesana o viandante, che qui sua volontà meni o Fortuna; ch’all’erbe, all’ombre, all’antro, al rio, alle piante 870dica: benigno abbiate e sole e luna, e de le ninfe il coro, che proveggia che non conduca a voi pastor mai greggia. – | Medoro chiede a tutti gli innamorati, ai cavalieri, alle donne e ai viaggiatori che passeranno di lì di augurare a piante, ombre, acque e grotta un sole e una luna favorevoli. Invoca anche le ninfe perché difendano quel posto dall'arrivo di greggi che potrebbero danneggiarlo. |
| Ottava 110 Era scritto in arabico, che ’l conte intendea così ben come latino: 875fra molte lingue e molte ch’avea pronte, prontissima avea quella il paladino; e gli schivò più volte e danni ed onte, che si trovò tra il popul saracino: ma non si vanti, se già n’ebbe frutto; 880ch’un danno or n’ha, che può scontargli il tutto. | L'iscrizione è in arabo, lingua che Orlando comprende bene quanto il latino e che spesso gli è stata utile durante le sue avventure fra i saraceni. Questa volta, però, conoscere l'arabo gli provoca un dolore così grande da cancellare il beneficio di tutte le volte in cui quella conoscenza lo aveva aiutato. |
| Ottava 111 Tre volte e quattro e sei lesse lo scritto quello infelice, e pur cercando invano che non vi fosse quel che v’era scritto; e sempre lo vedea più chiaro e piano: 885ed ogni volta in mezzo il petto afflitto stringersi il cor sentia con fredda mano. Rimase al fin con gli occhi e con la mente fissi nel sasso, al sasso indifferente. | Orlando rilegge l'iscrizione tre, quattro e perfino sei volte, cercando disperatamente di trovarvi un significato diverso. Ogni nuova lettura conferma invece senza dubbio l'amore fra Angelica e Medoro. Sente il cuore stringersi come stretto da una mano gelida e infine resta immobile, con gli occhi fissi sulla roccia. |
| Ottava 112 Fu allora per uscir del sentimento 890sì tutto in preda del dolor si lassa. Credete a chi n’ha fatto esperimento, che questo è ’l duol che tutti gli altri passa. Caduto gli era sopra il petto il mento, la fronte priva di baldanza e bassa; 895né poté aver (che ’l duol l’occupò tanto) alle querele voce, o umore al pianto. | Il dolore è tanto violento che Orlando rischia di perdere i sensi. L'autore descrive questa sofferenza come più grande di ogni altra. Il paladino china la testa e rimane senza forza; non riesce né a protestare né a piangere, perché lo sconvolgimento interiore lo paralizza completamente. |
| Ottava 113 L’impetuosa doglia entro rimase, che volea tutta uscir con troppa fretta. Così veggiàn restar l’acqua nel vase, 900che largo il ventre e la bocca abbia stretta; che nel voltar che si fa in su la base, l’umor che vorria uscir, tanto s’affretta, e ne l’angusta via tanto s’intrica, ch’a goccia a goccia fuore esce a fatica. | Il dolore di Orlando resta bloccato dentro di lui per la stessa violenza con cui vorrebbe uscire. Ariosto lo paragona all'acqua contenuta in un vaso dal corpo largo e dal collo stretto: se lo si rovescia, l'acqua si accalca all'apertura e fatica a uscire, scendendo solo a gocce. |
| Ottava 114 905Poi ritorna in sé alquanto, e pensa come possa esser che non sia la cosa vera: che voglia alcun così infamare il nome de la sua donna e crede e brama e spera, o gravar lui d’insopportabil some 910tanto di gelosia, che se ne pera; ed abbia quel, sia chi si voglia stato, molto la man di lei bene imitato. | Quando si riprende un poco, Orlando torna a cercare una spiegazione alternativa. Forse qualcuno ha voluto disonorare Angelica o farlo morire di gelosia imitando la sua scrittura. Il paladino si aggrappa a questa possibilità, anche se deve ammettere che il falsario avrebbe copiato molto bene le lettere della donna. |
| Ottava 115 In così poca, in così debol speme sveglia gli spiriti e gli rifranca un poco; 915indi al suo Brigliadoro il dosso preme, dando già il sole alla sorella loco. Non molto va, che da le vie supreme dei tetti uscir vede il vapor del fuoco, sente cani abbaiar, muggiare armento: 920viene alla villa, e piglia alloggiamento. | Questa debolissima speranza lo conforta per un istante. Orlando risale su Brigliadoro mentre cala la sera. Dopo poca strada vede il fumo uscire dai tetti di alcune case, sente abbaiare i cani e muggire il bestiame e raggiunge un'abitazione dove chiede ospitalità. |
| Ottava 116 Languido smonta, e lascia Brigliadoro a un discreto garzon che n’abbia cura; altri il disarma, altri gli sproni d’oro gli leva, altri a forbir va l’armatura. 925Era questa la casa ove Medoro giacque ferito, e v’ebbe alta avventura. Corcarsi Orlando e non cenar domanda, di dolor sazio e non d’altra vivanda. | Orlando scende da cavallo sfinito. I servi si occupano di Brigliadoro, gli tolgono le armi, gli sproni e si mettono a pulire l'armatura. Senza saperlo, il paladino è arrivato proprio nella casa del pastore che aveva ospitato e curato Medoro. Orlando rifiuta la cena e chiede soltanto di coricarsi, perché è già sazio di dolore. |
| Ottava 117 Quanto più cerca ritrovar quiete, 930tanto ritrova più travaglio e pena; che de l’odiato scritto ogni parete, ogni uscio, ogni finestra vede piena. Chieder ne vuol: poi tien le labra chete; che teme non si far troppo serena, 935troppo chiara la cosa che di nebbia cerca offuscar, perché men nuocer debbia. | Più Orlando cerca di riposarsi, più soffre. Gli sembra di vedere le scritte di Angelica e Medoro sulle porte, sulle finestre e sulle pareti. Vorrebbe chiedere informazioni, ma rinuncia per paura che la storia diventi ancora più evidente, mentre cerca di mantenerla incerta per soffrire un po' meno. |
| Ottava 118 Poco gli giova usar fraude a se stesso; che senza domandarne, è chi ne parla. Il pastor che lo vede così oppresso 940da sua tristizia, e che voria levarla, l’istoria nota a sé, che dicea spesso di quei duo amanti a chi volea ascoltarla, ch’a molti dilettevole fu a udire, gl’incominciò senza rispetto a dire: | I suoi tentativi di ingannarsi falliscono. Il pastore, vedendolo triste, vuole distrarlo raccontandogli una storia che ha già narrato molte volte e che di solito piace agli ascoltatori: senza sapere di ferirlo, comincia a parlare proprio dei due giovani innamorati. |
| Ottava 119 945come esso a prieghi d’Angelica bella portato avea Medoro alla sua villa, ch’era ferito gravemente; e ch’ella curò la piaga, e in pochi dì guarilla: ma che nel cor d’una maggior di quella 950lei ferì Amor; e di poca scintilla l’accese tanto e sì cocente fuoco, che n’ardea tutta, e non trovava loco: | Il pastore racconta che Angelica lo aveva pregato di ospitare Medoro, gravemente ferito, e lo aveva curato fino a guarirlo. Nel frattempo, però, la principessa era stata colpita nel cuore da una ferita ben più profonda: l'amore per il giovane, nato da una piccola scintilla e cresciuto fino a diventare una passione irresistibile. |
| Ottava 120 e sanza aver rispetto ch’ella fusse figlia del maggior re ch’abbia il Levante, 955da troppo amor costretta si condusse a farsi moglie d’un povero fante. All’ultimo l’istoria si ridusse, che ’l pastor fe’ portar la gemma inante, ch’alla sua dipartenza, per mercede 960del buono albergo, Angelica gli diede. | Il racconto prosegue: sebbene Angelica fosse figlia di uno dei più potenti re d'Oriente, l'amore l'aveva spinta a sposare Medoro, un semplice soldato povero. A conferma della storia, il pastore mostra a Orlando il gioiello che la principessa gli aveva lasciato come ricompensa per l'ospitalità ricevuta. |
| Ottava 121 Questa conclusion fu la secure che ’l capo a un colpo gli levò dal collo, poi che d’innumerabil battiture si vide il manigoldo Amor satollo. 965Celar si studia Orlando il duolo; e pure quel gli fa forza, e male asconder pòllo: per lacrime e suspir da bocca e d’occhi convien, voglia o non voglia, al fin che scocchi. | L'ultima rivelazione è per Orlando come un colpo d'ascia che gli recida la testa: Amore, dopo averlo tormentato tante volte, gli infligge una ferita definitiva. Orlando cerca di nascondere la sofferenza, ma non riesce a trattenere del tutto i sospiri e le lacrime. |
| Ottava 122 Poi ch’allargare il freno al dolor puote 970(che resta solo e senza altrui rispetto), giù dagli occhi rigando per le gote sparge un fiume di lacrime sul petto: sospira e geme, e va con spesse ruote di qua di là tutto cercando il letto; 975e più duro ch’un sasso, e più pungente che se fosse d’urtica, se lo sente. | Quando finalmente resta solo, Orlando non ha più bisogno di contenersi: piange a lungo, sospira e geme, agitandosi continuamente nel letto. Le lacrime gli scorrono lungo il viso e sul petto; quel letto gli sembra duro come una pietra e pungente come se fosse fatto di ortiche. |
| Ottava 123 In tanto aspro travaglio gli soccorre che nel medesmo letto in che giaceva, l’ingrata donna venutasi a porre 980col suo drudo più volte esser doveva. Non altrimenti or quella piuma abborre, né con minor prestezza se ne leva, che de l’erba il villan che s’era messo per chiuder gli occhi, e vegga il serpe appresso. | All'improvviso pensa che quello stesso letto possa aver accolto Angelica e Medoro durante i loro incontri amorosi. L'idea lo riempie di disgusto: balza via dalle coperte con la stessa rapidità con cui un contadino si rialza se, sdraiatosi nell'erba, si accorge di avere accanto un serpente. |
| Ottava 124 985Quel letto, quella casa, quel pastore immantinente in tant’odio gli casca, che senza aspettar luna, o che l’albore che va dinanzi al nuovo giorno nasca, piglia l’arme e il destriero, ed esce fuore 990per mezzo il bosco alla più oscura frasca; e quando poi gli è aviso d’esser solo, con gridi ed urli apre le porte al duolo. | Orlando prende in odio il letto, la casa e perfino il pastore. Senza aspettare l'alba né la luce della luna, riprende le armi e il cavallo e fugge nel punto più buio della foresta. Quando si sente finalmente solo, lascia esplodere la sofferenza con grida e urla disperate. |
| Ottava 125 Di pianger mai, mai di gridar non resta; né la notte né ’l dì si dà mai pace. 995Fugge cittadi e borghi, e alla foresta sul terren duro al discoperto giace. Di sé si meraviglia ch’abbia in testa una fontana d’acqua sì vivace, e come sospirar possa mai tanto; 1000e spesso dice a sé così nel pianto: | Orlando non smette mai di piangere o gridare e non conosce riposo né di giorno né di notte. Evita città e villaggi e dorme all'aperto sulla terra dura. Si meraviglia di avere ancora tante lacrime e tanti sospiri, e nel dolore comincia a rivolgersi a se stesso. |
| Ottava 126 – Queste non son più lacrime, che fuore stillo dagli occhi con sì larga vena. Non suppliron le lacrime al dolore: finir, ch’a mezzo era il dolore a pena. 1005Dal fuoco spinto ora il vitale umore fugge per quella via ch’agli occhi mena; ed è quel che si versa, e trarrà insieme e ’l dolore e la vita all’ore estreme. | Orlando afferma che ormai dagli occhi non escono vere lacrime: sono finite prima che il dolore giungesse a metà della sua intensità. Ciò che continua a scorrere, secondo la sua immagine, è l'umore vitale spinto fuori dal fuoco della sofferenza; quando sarà esaurito, si spegneranno insieme il dolore e la sua vita. |
| Ottava 127 Questi ch’indizio fan del mio tormento, 1010sospir non sono, né i sospir sono tali. Quelli han triegua talora; io mai non sento che ’l petto mio men la sua pena esali. Amor che m’arde il cor, fa questo vento, mentre dibatte intorno al fuoco l’ali. 1015Amor, con che miracolo lo fai, che ’n fuoco il tenghi, e nol consumi mai? | Orlando dice che neppure i suoi sono sospiri comuni: quelli degli altri si interrompono talvolta, mentre il tormento del suo petto non ha tregua. Immagina che sia Amore, agitando le ali intorno al cuore incendiato, a produrre quel soffio continuo, e si domanda come possa mantenere acceso un fuoco che non consuma ciò che brucia. |
| Ottava 128 Non son, non sono io quel che paio in viso: quel ch’era Orlando è morto ed è sotterra; la sua donna ingratissima l’ha ucciso: 1020sì, mancando di fé, gli ha fatto guerra. Io son lo spirto suo da lui diviso, ch’in questo inferno tormentandosi erra, acciò con l’ombra sia, che sola avanza, esempio a chi in Amor pone speranza. – | Orlando sostiene di non essere più la persona che gli altri vedono: il vero Orlando è morto, ucciso dal tradimento della donna ingrata e infedele. Quello che continua a vagare è soltanto il suo spirito tormentato in una specie di inferno, rimasto come monito per chi ripone tutta la propria speranza nell'amore. |
| Ottava 129 1025Pel bosco errò tutta la notte il conte; e allo spuntar de la diurna fiamma lo tornò il suo destin sopra la fonte dove Medoro isculse l’epigramma. Veder l’ingiuria sua scritta nel monte 1030l’accese sì, ch’in lui non restò dramma che non fosse odio, rabbia, ira e furore; né più indugiò, che trasse il brando fuore. | Il paladino vaga per il bosco tutta la notte e all'alba il destino lo riconduce alla fonte e alla grotta dove Medoro aveva inciso i versi. Rivedere la prova della felicità dei due amanti lo riempie di odio, rabbia e furore. Non riesce più a controllarsi ed estrae la spada. |
| Ottava 130 Tagliò lo scritto e ’l sasso, e sin al cielo a volo alzar fe’ le minute schegge. 1035Infelice quell’antro, ed ogni stelo in cui Medoro e Angelica si legge! Così restar quel dì, ch’ombra né gielo a pastor mai non daran più, né a gregge: e quella fonte, già si chiara e pura, 1040da cotanta ira fu poco sicura; | Orlando colpisce con Durindana le iscrizioni, gli alberi e la roccia, facendo volare schegge dappertutto. Distrugge la grotta e tutte le piante che portano i nomi di Angelica e Medoro: quel luogo prima fresco e ombroso non offrirà più riparo né ai pastori né alle greggi. Anche la fonte sta per subire la sua furia. |
| Ottava 131 che rami e ceppi e tronchi e sassi e zolle non cessò di gittar ne le bell’onde, fin che da sommo ad imo sì turbolle che non furo mai più chiare né monde. 1045E stanco al fin, e al fin di sudor molle, poi che la lena vinta non risponde allo sdegno, al grave odio, all’ardente ira, cade sul prato, e verso il ciel sospira. | Orlando getta nell'acqua rami, tronchi, pietre e zolle di terra, finché la sorgente, un tempo limpida, diventa completamente torbida. Continua a distruggere tutto ciò che incontra, poi, esausto e coperto di sudore, quando il corpo non riesce più a sostenere la rabbia, cade sull'erba e sospira rivolto al cielo. |
| Ottava 132 Afflitto e stanco al fin cade ne l’erba, 1050e ficca gli occhi al cielo, e non fa motto. Senza cibo e dormir così si serba, che ’l sole esce tre volte e torna sotto. Di crescer non cessò la pena acerba, che fuor del senno al fin l’ebbe condotto. 1055Il quarto dì, da gran furor commosso, e maglie e piastre si stracciò di dosso. | Dopo lo sfogo Orlando rimane disteso sul prato, con lo sguardo fisso verso l'alto, senza parlare, mangiare o dormire. Trascorrono tre giorni interi e il dolore continua ad aumentare, fino a fargli perdere del tutto la ragione. Il quarto giorno si strappa furiosamente di dosso le parti dell'armatura. |
| Ottava 133 Qui riman l’elmo, e là riman lo scudo, lontan gli arnesi, e più lontan l’usbergo: l’arme sue tutte, in somma vi concludo, 1060avean pel bosco differente albergo. E poi si squarciò i panni, e mostrò ignudo l’ispido ventre e tutto ’l petto e ’l tergo; e cominciò la gran follia, sì orrenda, che de la più non sarà mai ch’intenda. | Orlando lancia in direzioni diverse l'elmo, lo scudo, le armi e la corazza, spargendoli per il bosco. Poi si lacera gli abiti e resta completamente nudo, mostrando il corpo coperto di peli. È l'inizio della sua terribile follia, che il narratore presenta come qualcosa di mai visto prima. |
| Ottava 134 1065In tanta rabbia, in tanto furor venne, che rimase offuscato in ogni senso. Di tor la spada in man non gli sovenne; che fatte avria mirabil cose, penso. Ma né quella, né scure, né bipenne 1070era bisogno al suo vigore immenso. Quivi fe’ ben de le sue prove eccelse, ch’un alto pino al primo crollo svelse: | Il furore offusca ogni capacità di ragionare: Orlando non pensa nemmeno a riprendere la spada, ma la sua forza fisica è tale che non ha bisogno di armi. Afferra un grande pino e lo sradica al primo tentativo, compiendo un'impresa prodigiosa nella sua totale perdita di controllo. |
| Ottava 135 e svelse dopo il primo altri parecchi, come fosser finocchi, ebuli o aneti; 1075e fe’ il simil di querce e d’olmi vecchi, di faggi e d’orni e d’illici e d’abeti. Quel ch’un ucellator che s’apparecchi il campo mondo, fa, per por le reti, dei giunchi e de le stoppie e de l’urtiche, 1080facea de cerri e d’altre piante antiche. | Dopo il primo pino Orlando ne sradica molti altri, come se fossero erbe deboli. Abbatte querce, olmi, faggi, frassini, lecci e abeti senza sforzo: tratta alberi giganteschi come un cacciatore tratta le sterpaglie e i giunchi quando pulisce il terreno per tendere le reti. |
| Ottava 136 I pastor che sentito hanno il fracasso, lasciando il gregge sparso alla foresta, chi di qua, chi di là, tutti a gran passo vi vengono a veder che cosa è questa. 1085Ma son giunto a quel segno il qual s’io passo vi potria la mia istoria esser molesta; ed io la vo’ più tosto diferire, che v’abbia per lunghezza a fastidire. | I pastori, sentendo il frastuono degli alberi abbattuti, abbandonano le greggi e accorrono da ogni parte per capire che cosa stia succedendo. Ariosto però si interrompe proprio qui: teme di stancare i lettori raccontando troppo a lungo e rimanda al canto successivo la continuazione della follia di Orlando. |