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L’Orlando furioso · Ludovico Ariosto

Canto ventunesimo

Testo originale e parafrasi

Ogni ottava affianca il testo originale alla parafrasi in italiano contemporaneo.

Testo originaleParafrasi
Ottava 1
1Né fune intorto crederò che stringa
soma così, né così legno chiodo,
come la fé ch’una bella alma cinga
del suo tenace indissolubil nodo.
5Né dagli antiqui par che si dipinga
la santa Fé vestita in altro modo,
che d’un vel bianco che la cuopra tutta:
ch’un sol punto, un sol neo la può far brutta.
Non credo che una corda possa trattenere un carico, o un chiodo tenere unite due assi, con la stessa forza con cui una promessa vincola una persona nobile. Per questo gli antichi raffiguravano la Fedeltà avvolta in un velo interamente bianco: anche una sola macchia sarebbe sufficiente a comprometterne la purezza.
Ottava 2
La fede unqua non debbe esser corrotta,
10o data a un solo, o data insieme a mille;
e così in una selva, in una grotta,
lontan da le cittadi e da le ville,
come dinanzi a tribunali, in frotta
di testimon, di scritti e di postille,
15senza giurare o segno altro più espresso,
basti una volta che s’abbia promesso.
La parola data non deve essere tradita mai, tanto se la promessa riguarda una sola persona quanto se ne riguarda mille. Vale allo stesso modo in un luogo isolato e davanti a un tribunale, con testimoni e documenti. Per impegnarsi moralmente non occorrono giuramenti solenni: è sufficiente aver promesso una volta.
Ottava 3
Quella servò, come servar si debbe
in ogni impresa, il cavallier Zerbino:
e quivi dimostrò che conto n’ebbe,
20quando si tolse dal proprio camino
per andar con costei, la qual gl’increbbe,
come s’avesse il morbo sì vicino,
o pur la morte istessa; ma potea,
più che ’l disio, quel che promesso avea.
Zerbino dimostra di rispettare fino in fondo questa regola. Pur essendo disgustato dalla vecchia affidatagli da Marfisa, abbandona il proprio itinerario per accompagnarla. La sua presenza gli pesa quasi come una malattia o la morte stessa, ma l'obbligo assunto è per lui più forte di qualsiasi desiderio personale.
Ottava 4
25Dissi di lui, che di vederla sotto
la sua condotta tanto al cor gli preme,
che n’arrabbia di duol, né le fa motto,
e vanno muti e taciturni insieme:
dissi che poi fu quel silenzio rotto,
30ch’al mondo il sol mostrò le ruote estreme,
da un cavalliero aventuroso errante,
ch’in mezzo del camin lor si fe’ inante.
Come è già stato raccontato, Zerbino soffre terribilmente per dover scortare quella donna e non vuole neppure rivolgerle la parola. I due procedono in silenzio finché, verso il tramonto, la loro strada è sbarrata dall'arrivo di un cavaliere errante.
Ottava 5
La vecchia che conobbe il cavalliero,
ch’era nomato Ermonide d’Olanda,
35che per insegna ha ne lo scudo nero
attraversata una vermiglia banda,
posto l’orgoglio e quel sembiante altiero,
umilmente a Zerbin si raccomanda,
e gli ricorda quel ch’esso promise
40alla guerriera ch’in sua man la mise.
La vecchia riconosce immediatamente il nuovo arrivato: si tratta di Ermonide d'Olanda, che porta sullo scudo nero una fascia rossa trasversale. Abbandona allora la consueta arroganza, chiede umilmente protezione a Zerbino e gli ricorda la promessa fatta alla guerriera che gliel'aveva affidata.
Ottava 6
Perché di lei nimico e di sua gente
era il guerrier che contra lor venìa:
ucciso ad essa avea il padre innocente,
e un fratello che solo al mondo avia;
45e tuttavolta far del rimanente,
come degli altri, il traditor disia.
– Fin ch’alla guardia tua, donna, mi senti
(dicea Zerbin), non vo’ che tu paventi. –
Gabrina afferma che il cavaliere è un nemico della sua famiglia: sostiene che le abbia ucciso il padre e l'unico fratello e che voglia uccidere anche lei. Zerbino la rassicura: finché sarà sotto la sua protezione, non dovrà temere alcuna violenza.
Ottava 7
Come più presso il cavallier si specchia
50in quella faccia che sì in odio gli era:
– O di combatter meco t’apparecchia
(gridò con voce minacciosa e fiera),
o lascia la difesa de la vecchia,
che di mia man secondo il merto pera.
55Se combatti per lei, rimarrai morto;
che così avviene a chi s’appiglia al torto. –
Quando Ermonide riconosce la vecchia, grida a Zerbino di scegliere: deve affrontarlo oppure abbandonare la donna alla punizione che merita. Lo avverte che, se combatterà per difenderla, morirà, come accade a chi prende le parti di chi ha torto.
Ottava 8
Zerbin cortesemente a lui risponde
che gli è desir di bassa e mala sorte,
ed a cavalleria non corrisponde
60che cerchi dare ad una donna morte:
se pur combatter vuol, non si nasconde;
ma che prima consideri ch’importe
ch’un cavallier, com’era egli, gentile,
voglia por man nel sangue feminile,
Zerbino risponde con cortesia che voler uccidere una donna è un desiderio indegno di un cavaliere. Non intende sottrarsi al combattimento, ma invita Ermonide a riflettere sulla vergogna che ricadrebbe su un uomo valoroso disposto a spargere sangue femminile.
Ottava 9
65Queste gli disse e più parole invano;
e fu bisogno al fin venire a’ fatti.
Poi che preso a bastanza ebbon del piano,
tornarsi incontra a tutta briglia ratti.
Non van sì presti i razzi fuor di mano,
70ch’al tempo son de le allegrezze tratti,
come andaron veloci i duo destrieri
ad incontrare insieme i cavallieri.
Le argomentazioni di Zerbino non servono a nulla e i due si preparano allo scontro. Si allontanano per prendere la rincorsa e poi lanciano i cavalli al galoppo l'uno contro l'altro con una velocità paragonabile a quella dei fuochi d'artificio durante una festa.
Ottava 10
Ermonide d’Olanda segnò basso,
che per passare il destro fianco attese:
75ma la sua debol lancia andò in fracasso,
e poco il cavallier di Scozia offese.
Non fu già l’altro colpo vano e casso:
roppe lo scudo, e sì la spalla prese,
che la forò da l’uno all’altro lato,
80e riversar fe’ Ermonide sul prato.
Ermonide punta la lancia in basso, cercando di ferire il fianco destro dell'avversario, ma la sua arma si spezza senza provocare danni importanti. Il colpo di Zerbino è molto più efficace: infrange lo scudo di Ermonide, gli trapassa la spalla da parte a parte e lo scaraventa a terra.
Ottava 11
Zerbin che si pensò d’averlo ucciso,
di pietà vinto, scese in terra presto,
e levò l’elmo da lo smorto viso;
e quel guerrier, come dal sonno desto,
85senza parlar guardò Zerbino fiso;
e poi gli disse: – Non m’è già molesto
ch’io sia da te abbattuto, ch’ai sembianti
mostri esser fior de’ cavallier erranti;
Convinto di averlo ucciso, Zerbino scende subito da cavallo, mosso a pietà, e gli toglie l'elmo dal volto pallido. Ermonide riprende conoscenza, lo osserva a lungo e dichiara di non provare rancore per essere stato sconfitto da un combattente che appare tra i migliori cavalieri erranti.
Ottava 12
ma ben mi duol che questo per cagione
90d’una femina perfida m’avviene,
a cui non so come tu sia campione,
che troppo al tuo valor si disconviene.
E quando tu sapessi la cagione
ch’a vendicarmi di costei mi mene,
95avresti, ognor che rimembrassi, affanno
d’aver, per campar lei, fatto a me danno.
Ciò che lo addolora è essere stato ferito per colpa di una donna perfida. Ermonide non riesce a comprendere perché un cavaliere onorevole come Zerbino si faccia suo difensore. Aggiunge che, se conoscesse le ragioni della sua vendetta, Zerbino si pentirebbe di averlo colpito per salvarle la vita.
Ottava 13
E se spirto a bastanza avrò nel petto
ch’io il possa dir (ma del contrario temo),
io ti farò veder ch’in ogni effetto
100scelerata è costei più ch’in estremo.
Io ebbi già un fratel che giovinetto
d’Olanda si partì, donde noi semo,
e si fece d’Eraclio cavalliero,
ch’allor tenea de’ Greci il sommo impero.
Ermonide teme che la ferita non gli lasci abbastanza forza per parlare, ma decide ugualmente di raccontare quanto sia malvagia la donna. Comincia spiegando che un suo giovane fratello, Filandro, lasciò l'Olanda e divenne cavaliere al servizio dell'imperatore d'Oriente Eraclio.
Ottava 14
105Quivi divenne intrinseco e fratello
d’un cortese baron di quella corte,
che nei confin di Servia avea un castello
di sito ameno e di muraglia forte.
Nomossi Argeo colui di ch’io favello,
110di questa iniqua femina consorte,
la quale egli amò sì, che passò il segno
ch’a un uom si convenia, come lui, degno.
Alla corte imperiale Filandro strinse una profonda amicizia con un nobile chiamato Argeo, proprietario di un castello ben fortificato nella regione della Serbia. Argeo era il marito della vecchia che ora accompagna Zerbino e la amava in misura eccessiva, al di là di ciò che sarebbe stato prudente per un uomo saggio.
Ottava 15
Ma costei, più volubile che foglia
quando l’autunno è più priva d’umore,
115che l’ freddo vento gli arbori ne spoglia
e le soffia dinanzi al suo furore;
verso il marito cangiò tosto voglia,
che fisso qualche tempo ebbe nel core;
e volse ogni pensiero, ogni disio
120d’acquistar per amante il fratel mio.
La donna, però, cambiò presto i suoi sentimenti, come una foglia secca spinta dal vento d'autunno. Perse l'affetto che aveva mostrato al marito e rivolse ogni pensiero al tentativo di conquistare come amante Filandro, l'amico di Argeo.
Ottava 16
Ma né sì saldo all’impeto marino
l’Acrocerauno d’infamato nome,
né sta sì duro incontra borea il pino
che rinovato ha più di cento chiome,
125che quanto appar fuor de lo scoglio alpino,
tanto sotterra ha le radici; come
il mio fratello a’ prieghi di costei,
nido de tutti i vizi infandi e rei.
Filandro rimase incrollabile di fronte alle sue avances. La sua resistenza fu più salda di quella di uno scoglio battuto dal mare o di un pino secolare dalle radici profondissime. Né le preghiere né le insistenze di quella donna, descritta come concentrato di ogni vizio, riuscirono a farlo cedere.
Ottava 17
Or, come avviene a un cavallier ardito,
130che cerca briga e la ritrova spesso,
fu in una impresa il mio fratel ferito,
molto al castel del suo compagno appresso,
dove venir senza aspettare invito
solea, fosse o non fosse Argeo con esso;
135e dentro a quel per riposar fermosse
tanto che del suo mal libero fosse.
Un giorno Filandro, come spesso accadeva a un cavaliere impegnato in imprese pericolose, rimase ferito nei pressi del castello dell'amico. Poiché era abituato a entrarvi anche senza invito, vi si fermò per recuperare le forze e guarire, indipendentemente dalla presenza di Argeo.
Ottava 18
Mentre egli quivi si giacea, convenne
ch’in certa sua bisogna andasse Argeo.
Tosto questa sfacciata a tentar venne
140il mio fratello, ed a sua usanza feo;
ma quel fedel non oltre più sostenne
avere ai fianchi un stimulo sì reo:
elesse, per servar sua fede a pieno,
di molti mal quel che gli parve meno.
Durante la convalescenza di Filandro, Argeo dovette assentarsi per un affare. La moglie approfittò subito dell'occasione per tentare di sedurre ancora il giovane. Filandro, deciso a rispettare l'amicizia e la lealtà, giudicò insopportabile quella pressione e scelse il minore fra diversi mali possibili.
Ottava 19
145Tra molti mal gli parve elegger questo:
lasciar d’Argeo l’intrinsichezza antiqua;
lungi andar sì, che non sia manifesto
mai più il suo nome alla femina iniqua.
Ben che duro gli fosse, era più onesto
150che satisfare a quella voglia obliqua,
o ch’accusar la moglie al suo signore,
da cui fu amata a par del proprio core.
Decise di rompere una vecchia e preziosa amicizia e partire lontanissimo, in modo che la donna non potesse più raggiungerlo. Era una scelta dolorosa, ma gli appariva più onorevole che tradire Argeo oppure accusare la moglie davanti a un uomo che l'amava profondamente.
Ottava 20
E de le sue ferite ancora infermo
l’arme si veste, e del castel si parte;
155e con animo va costante e fermo
di non mai più tornare in quella parte.
Ma che gli val? ch’ogni difesa e schermo
gli disipa Fortuna con nuova arte;
ecco il marito che ritorna intanto,
160e trova la moglier che fa gran pianto,
Nonostante fosse ancora ferito, Filandro indossò l'armatura e lasciò il castello, deciso a non ritornare mai più. La fortuna mandò però all'aria il suo piano: proprio mentre si allontanava, Argeo rientrò e trovò la moglie in lacrime.
Ottava 21
e scapigliata e con la faccia rossa;
e le domanda di che sia turbata.
Prima ch’ella a rispondere sia mossa,
pregar si lascia più d’una fiata,
165pensando tuttavia come si possa
vendicar di colui che l’ha lasciata:
e ben convenne al suo mobile ingegno
cangiar l’amore in subitano sdegno.
La donna aveva i capelli scompigliati e il viso arrossato. Quando Argeo le chiese il motivo del turbamento, finse di non riuscire a parlare e si lasciò pregare ripetutamente. Intanto preparava la vendetta contro Filandro: il suo amore respinto si era trasformato all'improvviso in odio.
Ottava 22
– Deh (disse al fine), a che l’error nascondo
170c’ho commesso, signor, ne la tua assenza?
che quando ancora io ’l celi a tutto ’l mondo,
celar nol posso alla mia coscienza.
L’alma che sente il suo peccato immondo,
pate dentro da sé tal penitenza,
175ch’avanza ogn’altro corporal martire
che dar mi possa alcun del mio fallire;
Alla fine raccontò al marito una falsa confessione. Disse di aver commesso, durante la sua assenza, qualcosa che non poteva nascondere neppure alla propria coscienza e che la tormentava più di qualunque punizione fisica. Con questo discorso cercò di presentarsi come vittima innocente di un episodio vergognoso.
Ottava 23
quando fallir sia quel che si fa a forza:
ma sia quel che si vuol, tu sappil’anco;
poi con la spada da la immonda scorza
180scioglie lo spirto imaculato e bianco,
e le mie luci eternamente ammorza;
che dopo tanto vituperio, almanco
tenerle basse ognor non mi bisogni,
e di ciascun ch’io vegga, io mi vergogni.
Continuò sostenendo che non si può considerare colpevole ciò che si subisce con la forza. Chiese al marito di punirla perfino con la morte, così da liberarla dal disonore e dalla vergogna di dover abbassare gli occhi davanti agli altri.
Ottava 24
185Il tuo compagno ha l’onor mio distrutto:
questo corpo per forza ha violato;
e perché teme ch’io ti narri il tutto,
or si parte il villan senza commiato. –
In odio con quel dir gli ebbe ridutto
190colui che più d’ogn’altro gli fu grato.
Argeo lo crede, ed altro non aspetta;
ma piglia l’arme e corre a far vendetta.
Infine accusò esplicitamente Filandro di averla violentata e di essersi poi allontanato di nascosto per paura che lei rivelasse l'accaduto. Il racconto menzognero trasformò agli occhi di Argeo l'amico più caro in un odioso traditore. Senza cercare conferme, Argeo prese le armi e partì per vendicarsi.
Ottava 25
E come quel ch’avea il paese noto,
lo giunse che non fu troppo lontano;
195che ’l mio fratello, debole ed egroto,
senza sospetto se ne gìa pian piano:
e brevemente, in un loco remoto
pose, per vendicarsene, in lui mano.
Non trova il fratel mio scusa che vaglia;
200ch’in somma Argeo con lui vuol la battaglia.
Conoscendo bene la zona, Argeo raggiunse rapidamente Filandro, che procedeva lentamente perché ancora malato e non sospettava nulla. In un luogo appartato lo assalì per vendetta. Qualunque spiegazione il giovane cercasse di offrire risultò inutile: Argeo voleva assolutamente battersi con lui.
Ottava 26
Era l’un sano e pien di nuovo sdegno,
infermo l’altro, ed all’usanza amico:
sì ch’ebbe il fratel mio poco ritegno
contra il compagno fattogli nimico.
205Dunque Filandro di tal sorte indegno
(de l’infelice giovene ti dico:
così avea nome), non sofrendo il peso
di sì fiera battaglia, restò preso.
Argeo era sano e infuriato; Filandro, invece, era debilitato e ancora legato all'amico da un affetto sincero. Lo scontro fu perciò diseguale: Filandro, senza riuscire a reggere la forza dell'avversario, venne sconfitto e catturato.
Ottava 27
– Non piaccia a Dio che mi conduca a tale
210il mio giusto furore e il tuo demerto
(gli disse Argeo), che mai sia omicidiale
di te ch’amava; e me tu amavi certo,
ben che nel fin me l’hai mostrato male;
pur voglio a tutto il mondo fare aperto
215che, come fui nel tempo de l’amore,
così ne l’odio son di te migliore.
Argeo dichiarò che, nonostante il presunto torto ricevuto, non voleva spingersi fino a uccidere un uomo che aveva amato. Intendeva dimostrarsi superiore a Filandro persino nell'odio, dopo essergli stato amico nell'affetto, evitando di macchiarsi del suo sangue.
Ottava 28
Per altro modo punirò il tuo fallo,
che le mie man più nel tuo sangue porre. –
Così dicendo, fece sul cavallo
220di verdi rami una bara comporre,
e quasi morto in quella riportallo
dentro al castello in una chiusa torre,
dove in perpetuo per punizione
candannò l’innocente a star prigione.
Scelse quindi un'altra punizione. Fece costruire sul cavallo una specie di lettiga di rami, vi depose il prigioniero quasi privo di forze e lo riportò al castello. Qui rinchiuse Filandro in una torre isolata, condannandolo a una prigionia senza fine, benché fosse innocente.
Ottava 29
225Non però ch’altra cosa avesse manco,
che la libertà prima del partire;
perché nel resto, come sciolto e franco
vi comandava e si facea ubidire.
Ma non essendo ancor l’animo stanco
230di questa ria del suo pensier fornire,
quasi ogni giorno alla prigion veniva;
ch’avea le chiavi, e a suo piacer l’apriva:
A Filandro, nella torre, non mancavano comodità e servitori: poteva comandare quasi come se fosse libero. Gli era negata soltanto la possibilità di uscire. Ma la donna non rinunciò al suo progetto e, possedendo le chiavi, cominciò a visitarlo quasi ogni giorno.
Ottava 30
e movea sempre al mio fratello assalti,
e con maggiore audacia che di prima.
235– Questa tua fedeltà (dicea) che valti,
poi che perfidia per tutto si stima?
Oh che trionfi gloriosi ed alti!
oh che superbe spoglie e preda opima!
oh che merito al fin te ne risulta,
240se, come a traditore, ognun t’insulta!
Durante quelle visite tornò a offrirgli il proprio amore, diventando ancora più audace. Lo provocava dicendo che la sua fedeltà non gli era servita a nulla, perché tutti lo consideravano un traditore. Si prendeva gioco del presunto trionfo morale ottenuto da Filandro: invece di onori, aveva ricevuto prigionia e disprezzo.
Ottava 31
Quanto utilmente, quanto con tuo onore
m’avresti dato quel che da te volli!
Di questo sì ostinato tuo rigore
la gran mercé che tu guadagni, or tolli:
245in prigion sei, né crederne uscir fuore,
se la durezza tua prima non molli.
Ma quando mi compiacci, io farò trama
di racquistarti e libertade e fama. –
Secondo la donna, sarebbe stato più vantaggioso per lui accettare la relazione clandestina. Gli ricordava che la sua ostinazione lo aveva condotto in carcere e prometteva, in cambio della sua resa, di escogitare un sistema per restituirgli sia la libertà sia la buona reputazione.
Ottava 32
– No, no (disse Filandro) aver mai spene
250che non sia, come suol, mia vera fede,
se ben contra ogni debito mi avviene
ch’io ne riporti sì dura mercede,
e di me creda il mondo men che bene:
basta che inanti a quel che ’l tutto vede
255e mi può ristorar di grazia eterna,
chiara la mia innocenza si discerna.
Filandro rifiutò ancora. Rispose che, anche se il mondo lo giudicava ingiustamente e ricompensava la sua lealtà con il male, non avrebbe rinunciato alla propria correttezza. Gli bastava sapere che Dio conosceva la sua innocenza e avrebbe potuto premiarlo nella vita eterna.
Ottava 33
Se non basta ch’Argeo mi tenga preso,
tolgami ancor questa noiosa vita.
Forse non mi fia il premio in ciel conteso
260de la buona opra, qui poco gradita.
Forse egli, che da me si chiama offeso,
quando sarà quest’anima partita,
s’avedrà poi d’avermi fatto torto,
e piangerà il fedel compagno morto. –
Disse che Argeo era libero di lasciarlo in prigione o persino di ucciderlo. Sperava che la sua buona azione, non riconosciuta dagli uomini, fosse ricompensata in cielo e che un giorno l'amico comprendesse l'errore commesso e piangesse il compagno fedele ormai morto.
Ottava 34
265Così più volte la sfacciata donna
tenta Filandro, e torna senza frutto.
Ma il cieco suo desir, che non assonna
del scelerato amor traer costrutto,
cercando va più dentro ch’alla gonna
270suoi vizi antiqui, e ne discorre il tutto.
Mille pensier fa d’uno in altro modo,
prima che fermi in alcun d’essi il chiodo.
La donna ritornò molte volte a tentarlo, ma senza risultati. L'ossessione amorosa, che continuava a guidarla, la spinse allora a escogitare un piano ancora più malvagio. Passò in rassegna molte possibilità prima di scegliere come ottenere ciò che desiderava.
Ottava 35
Stette sei mesi che non messe piede,
come prima facea, ne la prigione;
275di che il miser Filandro e spera e crede
che costei più non gli abbia affezione.
Ecco Fortuna, al mal propizia, diede
a questa scelerata occasione
di metter fin con memorabil male
280al suo cieco appetito irrazionale.
Per circa sei mesi non si presentò più nella prigione. Filandro cominciò a sperare che avesse finalmente smesso di desiderarlo. Proprio allora, però, si creò una circostanza favorevole al suo nuovo progetto, che avrebbe prodotto conseguenze tragiche.
Ottava 36
Antiqua nimicizia avea il marito
con un baron detto Morando il bello,
che, non v’essendo Argeo, spesso era ardito
di correr solo, e sin dentro al castello;
285ma s’Argeo v’era, non tenea lo ’nvito,
né s’accostava a dieci miglia a quello.
Or, per poterlo indur che ci venisse,
d’ire in Ierusalem per voto disse.
Argeo aveva un vecchio nemico, il barone Morando il Bello. Quando Argeo era assente, Morando osava compiere incursioni perfino vicino al castello; quando sapeva che si trovava in casa, invece, non si avvicinava nemmeno. Per attirare il rivale in una trappola, Argeo annunciò di voler partire in pellegrinaggio a Gerusalemme.
Ottava 37
Disse d’andare; e partesi ch’ognuno
290lo vede, e fa di ciò sparger le grida:
né il suo pensier, fuor che la moglie, alcuno
puote saper; che sol di lei si fida.
Torna poi nel castello all’aer bruno,
né mai, se non la notte, ivi s’annida;
295e con mutate insegne al nuovo albore,
senza vederlo alcun, sempre esce fuore.
Argeo fece in modo che tutti assistessero alla sua partenza e che la notizia si diffondesse. Soltanto la moglie conosceva il vero piano. Di nascosto egli tornava al castello la sera e vi trascorreva la notte; all'alba usciva con insegne diverse, senza farsi riconoscere.
Ottava 38
Se ne va in questa e in quella parte errando,
e volteggiando al suo castello intorno,
pur per veder se credulo Morando
300volesse far, come solea, ritorno.
Stava il dì tutto alla foresta; e quando
ne la marina vedea ascoso il giorno,
venìa al castello, e per nascose porte
lo togliea dentro l’infedel consorte.
Di giorno Argeo si aggirava nei boschi e nei dintorni aspettando che Morando, credendolo lontano, tornasse a provocarlo. La sera rientrava attraverso passaggi segreti, aiutato dalla moglie. Tutti gli altri continuavano a credere che fosse lontano molte miglia.
Ottava 39
305Crede ciascun, fuor che l’iniqua moglie,
che molte miglia Argeo lontan si trove.
Dunque il tempo oportuno ella si toglie:
al fratel mio va con malizie nuove.
Ha di lagrime a tutte le sue voglie
310un nembo che dagli occhi al sen le piove.
– Dove potrò (dicea) trovare aiuto,
che in tutto l’onor mio non sia perduto?
La donna sfruttò proprio questa falsa assenza. Tornò da Filandro con un nuovo inganno e scoppiò in un pianto abbondante, fingendo di cercare disperatamente qualcuno capace di difendere il suo onore e quello del marito.
Ottava 40
E col mio quel del mio marito insieme,
il qual se fosse qui, non temerei.
315Tu conosci Morando, e sai se teme,
quando Argeo non ci sente, omini e dei.
Questi or pregando, or minacciando, estreme
prove fa tuttavia, né alcun de’ miei
lascia che non contamini, per trarmi
320a’ suoi desii, né so s’io potrò aitarmi.
Sosteneva che Morando, approfittando dell'assenza di Argeo, cercasse di costringerla a diventare sua amante. Raccontava che il barone alternava minacce e suppliche e che stava tentando ogni mezzo per raggiungere il suo scopo, mentre lei non sapeva più come difendersi.
Ottava 41
Or c’ha inteso il partir del mio consorte,
e ch’al ritorno non sarà sì presto,
ha avuto ardir d’entrar ne la mia corte
senza altra scusa e senz’altro pretesto;
325che se ci fosse il mio signor per sorte,
non sol non avria audacia di far questo,
ma non si terria ancor, per Dio, sicuro
d’appressarsi a tre miglia a questo muro.
Aggiunse che, sapendo Argeo lontano per molto tempo, Morando si era spinto fino al cortile del castello, senza cercare un pretesto per giustificare la sua presenza. Se il marito fosse stato lì, il nemico non avrebbe osato nemmeno avvicinarsi alle mura.
Ottava 42
E quel che già per messi ha ricercato,
330oggi me l’ha richiesto a fronte a fronte,
e con tai modi, che gran dubbio è stato
de lo avvenirmi disonore ed onte,
e se non che parlar dolce gli ho usato,
e finto le mie voglie alle sue pronte,
335saria a forza, di quel suto rapace,
che spera aver per mie parole in pace.
Affermò che Morando, dopo averla importunata tramite messaggeri, quel giorno le aveva chiesto di persona di cedergli. La donna raccontò di aver finto di accettare per evitare di essere violentata: così, secondo lei, aveva ottenuto momentaneamente con la promessa ciò che l'uomo avrebbe altrimenti preso con la forza.
Ottava 43
Promesso gli ho, non già per osservargli
(che fatto per timor, nullo è il contratto);
ma la mia intenzion fu per vietargli
340quel che per forza avrebbe allora fatto.
Il caso è qui: tu sol pòi rimediargli;
del mio onor altrimenti sarà tratto,
e di quel del mio Argeo, che già m’hai detto
aver o tanto, o più che ’l proprio, a petto.
Spiegò che quella promessa non la obbligava moralmente, perché le era stata estorta dalla paura. Sosteneva però che, senza un aiuto immediato, sarebbe stata disonorata lei e, indirettamente, anche Argeo, il cui onore Filandro aveva dichiarato di voler difendere a ogni costo.
Ottava 44
345E se questo mi nieghi, io dirò dunque
ch’in te non sia la fé di che ti vanti;
ma che fu sol per crudeltà, qualunque
volta hai sprezzati i miei supplici pianti;
non per rispetto alcun d’Argeo, quantunque
350m’hai questo scudo ognora opposto inanti.
Saria stato tra noi la cosa occulta;
ma di qui aperta infamia mi risulta. –
Per vincere l'ultima resistenza del giovane, lo accusò preventivamente: se avesse rifiutato di intervenire, avrebbe dimostrato che il richiamo alla lealtà verso Argeo era stato soltanto una scusa per respingere lei. Filandro avrebbe preferito, secondo quell'accusa, lasciarla pubblicamente disonorare piuttosto che aiutarla.
Ottava 45
– Non si convien (disse Filandro) tale
prologo a me, per Argeo mio disposto.
355Narrami pur quel che tu vuoi, che quale
sempre fui, di sempre essere ho proposto;
e ben ch’a torto io ne riporti male,
a lui non ho questo peccato imposto.
Per lui son pronto andare anco alla morte,
360e siami contra il mondo e la mia sorte. –
Filandro respinse l'insinuazione. Disse che era pronto a compiere qualunque azione onesta per Argeo, nonostante l'ingiustizia subita a causa sua. Chiese dunque alla donna di spiegargli ciò che doveva fare e si dichiarò disposto persino a morire per l'amico.
Ottava 46
Rispose l’empia: – Io voglio che tu spenga
colui che ’l nostro disonor procura.
Non temer ch’alcun mal di ciò t’avenga;
ch’io te ne mostrerò la via sicura.
365Debbe egli a me tornar come rivenga
su l’ora terza la notte più scura;
e fatto un segno de ch’io l’ho avvertito,
io l’ho a tor dentro, che non sia sentito.
Gabrina rispose che avrebbe dovuto uccidere Morando. Gli assicurò che si poteva fare senza rischi: il barone, a suo dire, sarebbe arrivato verso le tre di notte e, dopo un segnale convenuto, lei lo avrebbe introdotto nel castello senza farsi notare.
Ottava 47
A te non graverà prima aspettarme
370ne la camera mia dove non luca,
tanto che dispogliar gli faccia l’arme,
e quasi nudo in man te lo conduca. –
Così la moglie conducesse parme
il suo marito alla tremenda buca;
375se per dritto costei moglie s’appella,
più che furia infernal crudele e fella.
Filandro avrebbe dovuto aspettarlo nella camera della donna, completamente al buio, mentre lei gli avrebbe tolto le armi e lo avrebbe condotto quasi nudo davanti all'aggressore. Il narratore commenta con orrore questo progetto: una moglie stava preparando un agguato mortale contro il proprio marito, più crudele di una furia infernale.
Ottava 48
Poi che la notte scelerata venne,
fuor trasse il mio fratel con l’arme in mano;
e ne l’oscura camera lo tenne,
380fin che tornasse il miser castellano.
Come ordine era dato, il tutto avvenne;
che ’l consiglio del mal va raro invano.
Così Filandro il buon Argeo percosse,
che si pensò che quel Morando fosse.
Quando arrivò la notte stabilita, Gabrina fece uscire Filandro armato dalla prigione e lo nascose nella camera oscura, in attesa della presunta vittima. Tutto avvenne secondo il suo piano: credendo di colpire Morando, Filandro assalì e ferì mortalmente Argeo, il suo amico innocente.
Ottava 49
385Con esso un colpo il capo fesse e il collo;
ch’elmo non v’era, e non vi fu riparo.
Pervenne Argeo, senza pur dare un crollo,
de la misera vita al fine amaro:
e tal l’uccise, che mai non pensollo,
390né mai l’avria creduto: oh caso raro!
che cercando giovar, fece all’amico
quel di che peggio non si fa al nimico.
Con un solo colpo Filandro spaccò la testa e il collo dell'uomo disarmato, che non aveva l'elmo e non poteva difendersi. Argeo morì all'istante, ucciso proprio dall'amico che aveva cercato di proteggerne l'onore e che non avrebbe mai immaginato di potergli fare un male così terribile.
Ottava 50
Poscia ch’Argeo non conosciuto giacque,
rende a Gabrina il mio fratel la spada.
395Gabrina è il nome di costei, che nacque
sol per tradire ognun che in man le cada.
Ella, che ’l ver fin a quell’ora tacque,
vuol che Filandro a riveder ne vada
col lume in mano il morto ond’egli è reo:
400e gli dimostra il suo compagno Argeo.
Dopo aver ucciso l'uomo senza riconoscerlo, Filandro riconsegnò la spada a Gabrina: questo era il nome della donna malvagia. Lei, che fino ad allora aveva nascosto l'identità della vittima, gli ordinò di prendere una luce e tornare a guardare il morto, rivelandogli che si trattava di Argeo.
Ottava 51
E gli minaccia poi, se non consente
all’amoroso suo lungo desire,
di palesare a tutta quella gente
quel ch’egli ha fatto, e nol può contradire;
405e lo farà vituperosamente
come assassino e traditor morire:
e gli ricorda che sprezzar la fama
non de’, se ben la vita sì poco ama.
Gabrina minacciò Filandro: se avesse continuato a rifiutare il suo amore, avrebbe raccontato a tutti che era stato lui a uccidere Argeo. Nessuno avrebbe potuto negare l'omicidio, e Filandro sarebbe stato giustiziato come assassino e traditore. Gli ricordò inoltre che, anche se non temeva la morte, avrebbe dovuto temere il disonore.
Ottava 52
Pien di paura e di dolor rimase
410Filandro, poi che del suo error s’accorse.
Quasi il primo furor gli persuase
d’uccider questa, e stette un pezzo in forse:
e se non che ne le nimiche case
si ritrovò (che la ragion soccorse),
415non si trovando avere altr’arme in mano,
coi denti la stracciava a brano a brano.
Filandro fu sconvolto dalla paura e dal dolore. Per un momento pensò di uccidere Gabrina, ma si trovava in un castello ostile e non aveva armi con cui farlo. Il narratore osserva che, senza quei limiti, l'avrebbe aggredita con una furia tale da volerla dilaniare anche con i denti.
Ottava 53
Come ne l’alto mar legno talora,
che da duo venti sia percosso e vinto,
ch’ora uno inanzi l’ha mandato, ed ora
420un altro al primo termine respinto,
e l’han girato da poppa e da prora,
dal più possente al fin resta sospinto;
così Filandro, tra molte contese
de’ duo pensieri, al manco rio s’apprese.
Filandro era diviso tra sentimenti opposti, come una nave in mare spinta da due venti contrari. Da una parte provava odio per la donna e desiderava vendicarsi; dall'altra temeva le conseguenze della denuncia. Alla fine la forza della paura lo spinse a scegliere ciò che gli appariva il male minore.
Ottava 54
425Ragion gli dimostrò il pericol grande,
oltre al morir, del fine infame e sozzo,
se l’omicidio nel castel si spande;
e del pensare il termine gli è mozzo.
Voglia o non voglia, al fin convien che mande
430l’amarissimo calice nel gozzo.
Pur finalmente ne l’afflitto core
più de l’ostinazion poté il timore.
Riflettendo, capì che essere scoperto come assassino lo avrebbe condotto a una morte infamante. Non ebbe tempo per cercare un'altra via d'uscita e dovette inghiottire una decisione amarissima. La volontà di restare fedele ai propri principi fu sopraffatta dal terrore della punizione.
Ottava 55
Il timor del supplicio infame e brutto
prometter fece con mille scongiuri,
435che faria di Gabrina il voler tutto,
se di quel luogo se partian sicuri.
Così per forza colse l’empia il frutto
del suo desire, e poi lasciar quei muri.
Così Filandro a noi fece ritorno,
440di sé lasciando in Grecia infamia e scorno.
Per evitare il processo e una morte vergognosa, Filandro promise solennemente di soddisfare tutte le richieste di Gabrina, a condizione di poter uscire sano e salvo dal castello. La donna ottenne così con il ricatto ciò che non aveva ottenuto con la seduzione. Filandro fece ritorno in Olanda, lasciando in Grecia una reputazione infangata.
Ottava 56
E portò nel cor fisso il suo compagno
che così scioccamente ucciso avea,
per far con sua gran noia empio guadagno
d’una Progne crudel, d’una Medea.
445E se la fede e il giuramento, magno
e duro freno, non lo ritenea,
come al sicuro fu, morta l’avrebbe;
ma, quanto più si puote, in odio l’ebbe.
Il giovane non riuscì mai a liberarsi dal ricordo di Argeo, ucciso per favorire il piano di una donna paragonata alle crudeli Progne e Medea. Avrebbe voluto vendicarsi di Gabrina una volta al sicuro, ma si sentiva vincolato dal giuramento fatto. Rinunciò a ucciderla e cominciò a odiarla profondamente.
Ottava 57
Non fu da indi in qua rider mai visto:
450tutte le sue parole erano meste,
sempre sospir gli uscian dal petto tristo,
ed era divenuto un nuovo Oreste,
poi che la madre uccise e il sacro Egisto,
e che l’ultrice Furie ebbe moleste.
455E senza mai cessar, tanto l’afflisse
questo dolor, ch’infermo al letto il fisse.
Da quel momento Filandro non sorrise più. Parlava soltanto con tristezza e sospirava continuamente. Il rimorso lo tormentava come le Furie avevano tormentato Oreste dopo il suo delitto. Il dolore crebbe al punto da farlo ammalare gravemente e costringerlo a letto.
Ottava 58
Or questa meretrice, che si pensa
quanto a quest’altro suo poco sia grata,
muta la fiamma già d’amore intensa
460in odio, in ira ardente ed arrabbiata;
né meno è contra al mio fratello accensa,
che fosse contra Argeo la scelerata:
e dispone tra sé levar dal mondo,
come il primo marito, anco il secondo.
Gabrina si rese conto che Filandro non ricambiava il suo amore e che ormai la odiava. La passione si trasformò quindi in rabbia altrettanto violenta: dopo aver causato la morte di Argeo, decise di eliminare anche Filandro, che ormai considerava un secondo marito.
Ottava 59
465Un medico trovò d’inganni pieno,
sufficiente ed atto a simil uopo,
che sapea meglio uccider di veneno,
che risanar gl’infermi di silopo;
e gli promesse, inanzi più che meno
470di quel che domandò, donargli, dopo
ch’avesse con mortifero liquore
levatole dagli occhi il suo signore.
Trovò un medico altrettanto disonesto, più esperto nel preparare veleni che nel curare i malati. Gli promise una ricompensa superiore alla cifra richiesta se avesse somministrato a Filandro una bevanda mortale, facendolo morire sotto l'apparenza di una cura.
Ottava 60
Già in mia presenza e d’altre più persone
venìa col tosco in mano il vecchio ingiusto,
475dicendo ch’era buona pozione
da ritornare il mio fratel robusto.
Ma Gabrina con nuova intenzione,
pria che l’infermo ne turbasse il gusto,
per torsi il consapevole d’appresso,
480o per non dargli quel ch’avea promesso,
Il medico si presentò davanti a Ermonide e ad altre persone con una pozione avvelenata, spacciandola per un rimedio capace di restituire la salute a Filandro. Proprio mentre si apprestava a somministrarla, Gabrina cambiò piano: forse per non pagarlo, forse per eliminare un testimone del complotto.
Ottava 61
la man gli prese, quando a punto dava
la tazza dove il tosco era celato,
dicendo: – Ingiustamente è se ’l ti grava
ch’io tema per costui c’ho tanto amato.
485Voglio esser certa che bevanda prava
tu non gli dia, né succo avelenato;
e per questo mi par che ’l beveraggio
non gli abbi a dar, se non ne fai tu il saggio. –
Gabrina afferrò la mano del medico mentre porgeva la tazza e, fingendo un affetto premuroso per il malato, disse di voler essere certa che la bevanda non fosse dannosa. Gli impose quindi di assaggiarla per primo, come prova della sua innocuità.
Ottava 62
Come pensi, signor, che rimanesse
490il miser vecchio conturbato allora?
La brevità del tempo sì l’oppresse,
che pensar non poté che meglio fôra;
pur, per non dar maggior sospetto, elesse
il calice gustar senza dimora:
495e l’infermo, seguendo una tal fede,
tutto il resto pigliò, che si gli diede.
Il medico rimase sconvolto, ma non ebbe il tempo di trovare una scusa convincente. Per non destare sospetti, bevve un sorso del veleno. Filandro, rassicurato da quella prova apparentemente sicura, bevve il resto della pozione e subì la stessa sorte.
Ottava 63
Come sparvier che nel piede grifagno
tenga la starna e sia per trarne pasto,
dal can che si tenea fido compagno,
500ingordamente è sopragiunto e guasto;
così il medico intento al rio guadagno,
donde sperava aiuto ebbe contrasto.
Odi di summa audacia esempio raro!
e così avvenga a ciascun altro avaro.
Ermonide paragona il medico a uno sparviero che, mentre tiene stretta la preda e si prepara a mangiarla, viene aggredito proprio dal cane che credeva alleato. L'uomo sperava di guadagnare dal delitto, ma chi avrebbe dovuto proteggerlo lo costrinse a bere il veleno. È un esempio di come l'avidità possa ritorcersi contro il colpevole.
Ottava 64
505Fornito questo, il vecchio s’era messo,
per ritornare alla sua stanza, in via,
ed usar qualche medicina appresso,
che lo salvasse da la peste ria;
ma da Gabrina non gli fu concesso,
510dicendo non voler ch’andasse pria
che ’l succo ne lo stomaco digesto
il suo valor facesse manifesto.
Dopo aver fatto bere il veleno al malato, il medico cercò di andarsene in fretta per utilizzare un antidoto e salvarsi. Gabrina glielo impedì: sostenne che doveva restare finché la medicina non fosse stata digerita e non se ne vedessero chiaramente gli effetti.
Ottava 65
Pregar non val, né far di premio offerta,
che lo voglia lasciar quindi partire.
515Il disperato, poi che vede certa
la morte sua, né la poter fuggire,
ai circostanti fa la cosa aperta;
né la seppe costei troppo coprire.
E così quel che fece agli altri spesso,
520quel buon medico al fin fece a se stesso:
Il medico supplicò di poter uscire e offrì persino denaro, ma Gabrina rimase inflessibile. Quando capì di essere condannato a morire, confessò davanti ai presenti il piano dell'avvelenamento. La donna non riuscì a nascondere il suo coinvolgimento. Chi aveva provocato tante morti con le proprie pozioni finì vittima della stessa arte criminale.
Ottava 66
e sequitò con l’alma quella ch’era
già de mio frate caminata inanzi.
Noi circostanti, che la cosa vera
del vecchio udimmo, che fe’ pochi avanzi,
525pigliammo questa abominevol fera,
più crudel di qualunque in selva stanzi;
e la serrammo in tenebroso loco,
per condannarla al meritato foco. –
Il medico morì subito dopo Filandro. Ermonide e gli altri presenti, ascoltata la confessione del morente, catturarono Gabrina, giudicandola più feroce di qualunque animale selvatico. La rinchiusero in una prigione oscura, in attesa di condannarla al rogo per i delitti commessi.
Ottava 67
Questo Ermonide disse, e più voleva
530seguir, com’ella di prigion levossi;
ma il dolor de la piaga si l’aggreva,
che pallido ne l’erba riversossi.
Intanto duo scudier, che seco aveva,
fatto una bara avean di rami grossi:
535Ermonide si fece in quella porre;
ch’indi altrimente non si potea torre.
Ermonide vorrebbe continuare spiegando come Gabrina sia riuscita in seguito a uscire dal carcere. La ferita ricevuta da Zerbino, però, gli provoca un dolore insopportabile e lo fa ricadere pallido sull'erba. Due scudieri preparano una barella di rami, sulla quale il cavaliere si fa adagiare perché non è in grado di viaggiare altrimenti.
Ottava 68
Zerbin col cavallier fece sua scusa,
che gl’increscea d’averli fatto offesa;
ma, come pur tra cavallieri s’usa,
540colei che venìa seco avea difesa:
ch’altrimente sua fé saria confusa;
perché, quando in sua guardia l’avea presa,
promesse a sua possanza di salvarla
contra ognun che venisse a disturbarla.
Zerbino si scusa sinceramente con Ermonide per averlo ferito. Spiega che, secondo le regole della cavalleria, era obbligato a difendere la donna che accompagnava: al momento di prenderla sotto la propria protezione aveva promesso di salvarla da chiunque intendesse farle del male.
Ottava 69
545E s’in altro potea gratificargli,
prontissimo offeriase alla sua voglia.
Rispose il cavallier, che ricordargli
sol vuol, che da Gabrina si discioglia
prima ch’ella abbia cosa a machinargli,
550di ch’esso indarno poi si penta e doglia.
Gabrina tenne sempre gli occhi bassi,
perché non ben risposta al vero dassi.
Zerbino si offre di rendere a Ermonide qualunque altro servizio sia possibile. Il ferito gli chiede soltanto di liberarsi di Gabrina prima che possa architettare anche contro di lui qualche inganno irreparabile. La donna tiene gli occhi abbassati e tace, incapace di smentire in modo credibile la storia raccontata.
Ottava 70
Con la vecchia Zerbin quindi partisse
al già promesso debito viaggio;
555e tra sé tutto il dì la maledisse,
che far gli fece a quel barone oltraggio.
Ed or che pel gran mal che gli ne disse
chi lo sapea, di lei fu istrutto e saggio,
se prima l’avea a noia e a dispiacere,
560or l’odia sì che non la può vedere.
Nonostante tutto, Zerbino riprende il viaggio con Gabrina, rispettando l'impegno assunto. Durante il cammino la maledice interiormente, perché difendendola ha ferito un cavaliere innocente. Prima la trovava soltanto molesta; ora, dopo averne conosciuto i delitti, arriva a odiarla e non sopporta più nemmeno di guardarla.
Ottava 71
Ella che di Zerbin sa l’odio a pieno,
né in mala voluntà vuole esser vinta,
un’oncia a lui non ne riporta meno:
la tien di quarta, e la rifà di quinta.
565Nel cor era gonfiata di veneno,
e nel viso altrimente era dipinta.
Dunque ne la concordia ch’io vi dico,
tenean lor via per mezzo il bosco antico.
Gabrina si accorge perfettamente dell'odio di Zerbino e lo ricambia con intensità almeno uguale, anzi maggiore. Dentro di sé è piena di rancore, anche se cerca di non mostrarlo apertamente. I due continuano così, uniti soltanto dalla promessa, attraverso una grande foresta: la loro apparente concordia nasconde una reciproca ostilità.
Ottava 72
Ecco, volgendo il sol verso la sera,
570udiron gridi e strepiti e percosse,
che facean segno di battaglia fiera
che, quanto era il rumor, vicina fosse.
Zerbino, per veder la cosa ch’era,
verso il rumore in gran fretta si mosse:
575non fu Gabrina lenta a seguitarlo.
Di quel ch’avvenne, all’altro canto io parlo.
Verso sera Zerbino e Gabrina odono grida, colpi e rumori di armi che fanno pensare a uno scontro violento nelle vicinanze. Zerbino si affretta verso i suoni per capire che cosa stia accadendo; Gabrina lo segue. Il narratore interrompe qui la vicenda e rimanda al canto successivo il racconto di ciò che troveranno.