← Indice dell’Orlando furioso

L’Orlando furioso · Ludovico Ariosto

Canto ventesimo

Testo originale e parafrasi

Ogni ottava affianca il testo originale alla parafrasi in italiano contemporaneo.

Testo originaleParafrasi
Ottava 1
1Le donne antique hanno mirabil cose
fatto ne l’arme e ne le sacre muse;
e di lor opre belle e gloriose
Gran lume in tutto il mondo si diffuse.
5Arpalice e Camilla son famose,
perché in battaglia erano esperte ed use;
Safo e Corinna, perché furon dotte,
splendono illustri, e mai non veggon notte.
Anche nell’antichità le donne si distinsero nelle imprese militari e nella cultura. Arpalice e Camilla furono celebri come guerriere, mentre Saffo e Corinna conquistarono una fama immortale grazie alla loro poesia.
Ottava 2
Le donne son venute in eccellenza
10Di ciascun’arte ove hanno posto cura;
e qualunque all’istorie abbia avvertenza,
ne sente ancor la fama non oscura.
Se ’l mondo n’è gran tempo stato senza,
non però sempre il mal influsso dura;
15e forse ascosi han lor debiti onori
l’invidia o il non saper degli scrittori.
Le donne hanno dimostrato eccellenza in tutte le attività cui si sono dedicate. Se in alcuni periodi la loro grandezza è stata poco riconosciuta, ciò può dipendere dall’invidia o dall’ignoranza di chi ha scritto la storia, non dalla mancanza di capacità femminili.
Ottava 3
Ben mi par di veder ch’al secol nostro
tanta virtù fra belle donne emerga,
che può dare opra a carte ed ad inchiostro,
20perché nei futuri anni si disperga,
e perché, odiose lingue, il mal dir vostro
con vostra eterna infamia si sommerga:
e le lor lode appariranno in guisa,
che di gran lunga avanzeran Marfisa.
Il poeta osserva che anche il suo secolo vede donne straordinarie, degne di essere celebrate e ricordate nei libri. La loro fama smentirà chi le denigra e potrà superare perfino quella della valorosa Marfisa.
Ottava 4
25Or pur tornando a lei, questa donzella
al cavallier che l’usò cortesia,
de l’esser suo non niega dar novella,
quando esso a lei voglia contar chi sia.
Sbrigossi tosto del suo debito ella:
30tanto il nome di lui saper disia.
– Io son (disse) Marfisa: – e fu assai questo;
che si sapea per tutto ’l mondo il resto.
Tornando al racconto, Marfisa accetta di rivelare la propria identità al cavaliere che l’ha trattata con cortesia, purché egli faccia altrettanto. Dice semplicemente di chiamarsi Marfisa: la notorietà delle sue imprese rende superfluo aggiungere altro.
Ottava 5
L’altro comincia, poi che tocca a lui,
con più proemio a darle di sé conto,
35dicendo: – Io credo che ciascun di vui
abbia de la mia stirpe il nome in pronto;
che non pur Francia e Spagna e i vicin sui,
ma l’India, l’Etiopia e il freddo Ponto
han chiara cognizion di Chiaramonte,
40onde uscì il cavallier ch’uccise Almonte,
Il cavaliere inizia un racconto più lungo. Sostiene che tutti dovrebbero conoscere la stirpe dei Chiaramontesi, famosa dalla Francia fino alle regioni più lontane del mondo, da cui discende anche l’eroe che uccise Almonte.
Ottava 6
quel ch’a Chiariello e al re Mambrino
diede la morte, e il regno lor disfece.
Di questo sangue, dove ne l’Eusino
l’Istro ne vien con otto corna o diece,
45al duca Amone, il qual già peregrino
vi capitò, la madre mia mi fece:
e l’anno è ormai ch’io la lasciai dolente,
per gire in Francia a ritrovar mia gente.
Ricorda che un membro della sua famiglia uccise anche Chiariello e il re Mambrino. Sua madre lo ebbe dal duca Amone, giunto in viaggio presso la foce del Danubio nel Mar Nero; egli ha lasciato la madre circa un anno prima per cercare in Francia i suoi parenti.
Ottava 7
Ma non potei finire il mio viaggio,
50che qua mi spinse un tempestoso Noto.
Son dieci mesi o più che stanza v’aggio,
che tutti i giorni e tutte l’ore noto.
Nominato son io Guidon Selvaggio,
di poca pruova ancora e poco noto.
55Uccisi qui Argilon da Melibea
con dieci cavallier che seco avea.
Una tempesta lo ha però spinto in questa città, dove vive da oltre dieci mesi, contando con amarezza giorni e ore. Rivela di essere Guidon Selvaggio e di aver conquistato il potere uccidendo Argilone e i dieci cavalieri che lo difendevano.
Ottava 8
Feci la pruova ancor de le donzelle:
così n’ho diece a’ miei piaceri allato;
ed alla scelta mia son le più belle,
60e son le più gentil di questo stato.
E queste reggo e tutte l’altre; ch’elle
di sé m’hanno governo e scettro dato:
così daranno a qualunque altro arrida
Fortuna sì, che la decina ancida. –
Guidone racconta di aver superato anche la prova amorosa imposta dalla città: possiede dieci mogli, scelte fra le donne più belle e nobili. Per questa vittoria governa su di loro e sull’intera comunità, come accadrebbe a chiunque riuscisse a sconfiggere i dieci campioni.
Ottava 9
65I cavallier domandano a Guidone,
com’ha sì pochi maschi il tenitoro;
e s’alle moglie hanno suggezione,
come esse l’han negli altri lochi a loro.
Disse Guidon: – Più volte la cagione
70udita n’ho da poi che qui dimoro;
e vi sarà, secondo ch’io l’ho udita,
da me, poi che v’aggrada, riferita.
Gli ospiti gli chiedono perché in città vivano così pochi uomini e perché siano subordinati alle donne, contrariamente a ciò che accade normalmente altrove. Guidone si dispone a spiegare l’origine di questa singolare organizzazione, come l’ha appresa durante il soggiorno.
Ottava 10
Al tempo che tornar dopo anni venti
da Troia i Greci (che durò l’assedio
75dieci, e dieci altri da contrari venti
furo agitati in mar con troppo tedio),
trovar che le lor donne agli tormenti
di tanta assenza avean preso rimedio:
tutte s’avean gioveni amanti eletti,
80per non si raffreddar sole nei letti.
Risalendo ai tempi successivi alla guerra di Troia, Guidone racconta che i Greci tornarono a casa dopo vent’anni: dieci passati nell’assedio e altri dieci ostacolati dai venti. Trovarono che le mogli, rimaste sole così a lungo, avevano scelto giovani amanti.
Ottava 11
Le case lor trovaro i Greci piene
de l’altrui figli; e per parer commune
perdonano alle mogli, che san bene
che tanto non potean viver digiune:
85ma ai figli degli adulteri conviene
altrove procacciarsi altre fortune;
che tolerar non vogliono i mariti
che più alle spese lor sieno notriti.
I reduci scoprirono nelle loro case anche figli nati da quelle relazioni. Decisero di perdonare le mogli, considerando la lunga assenza, ma non vollero mantenere i figli degli adulteri, che furono costretti a cercare altrove una possibilità di vivere.
Ottava 12
Sono altri esposti, altri tenuti occulti
90da le lor madri e sostenuti in vita.
In vane squadre quei ch’erano adulti
feron, chi qua chi là, tutti partita.
Per altri l’arme son, per altri culti
gli studi e l’arti; altri la terra trita;
95serve altri in corte; altri è guardian di gregge,
come piace a colei che qua giù regge.
Alcuni di quei figli vennero abbandonati, altri nascosti e allevati dalle madri. Crescendo, si dispersero in diverse direzioni: qualcuno scelse la guerra, altri gli studi, i mestieri, i lavori agricoli o il servizio a corte, secondo le diverse opportunità.
Ottava 13
Partì fra gli altri un giovinetto, figlio
di Clitemnestra, la crudel regina,
di diciotto anni, fresco come un giglio,
100o rosa colta allor di su la spina.
Questi, armato un suo legno, a dar di piglio
si pose e a depredar per la marina
in compagnia di cento giovinetti
del tempo suo, per tutta Grecia eletti.
Tra loro c’era Falanto, giovane diciottenne figlio di Clitennestra, bellissimo e audace. Egli armò una nave e, con cento coetanei scelti fra i giovani greci, cominciò a navigare compiendo incursioni e saccheggi.
Ottava 14
105I Cretesi, in quel tempo che cacciato
il crudo Idomeneo del regno aveano,
e per assicurarsi il nuovo stato,
d’uomini e d’arme adunazion faceano;
fero con bon stipendio lor soldato
110Falanto (così al giovine diceano),
e lui con tutti quei che seco avea,
poser per guardia alla città Dictea.
In quel tempo i Cretesi avevano cacciato il crudele re Idomeneo e cercavano soldati per difendere il nuovo ordinamento politico. Assoldarono Falanto e i suoi cento compagni come mercenari, destinandoli alla sorveglianza della ricca città di Dictea.
Ottava 15
Fra cento alme città ch’erano in Creta,
Dictea più ricca e più piacevol era,
115di belle donne ed amorose lieta,
lieta di giochi da matino a sera:
e com’era ogni tempo consueta
d’accarezzar la gente forestiera,
fe’ a costor sì, che molto non rimase
120a fargli anco signor de le lor case.
Fra le città di Creta, Dictea era particolarmente prospera e dedita ai divertimenti, popolata da donne belle e inclini all’amore. Gli abitanti accolsero con tanta familiarità i giovani stranieri che questi divennero presto di fatto padroni delle case in cui soggiornavano.
Ottava 16
Eran gioveni tutti e belli affatto
(che ’l fior di Grecia avea Falanto eletto):
sì ch’alle belle donne, al primo tratto
che v’apparir, trassero i cor del petto.
125Poi che non men che belli, ancora in fatto
si dimostrar buoni e gagliardi al letto,
si fero ad esse in pochi dì sì grati,
che sopra ogn’altro ben n’erano amati.
Falanto aveva scelto compagni giovani e avvenenti, che conquistarono immediatamente le donne del luogo. Quando dimostrarono anche vigore e abilità nei rapporti amorosi, le donne si affezionarono a loro al punto da preferirli a ogni altra cosa.
Ottava 17
Finita che d’accordo è poi la guerra
130per cui stato Falanto era condutto,
e lo stipendio militar si serra,
sì che non v’hanno i gioveni più frutto,
e per questo lasciar voglion la terra;
fan le donne di Creta maggior lutto,
135e per ciò versan più dirotti pianti,
che se i lor padri avesson morti avanti.
Terminata la guerra per cui Falanto era stato assunto, finì anche la paga dei mercenari. I giovani decisero quindi di partire, provocando nelle donne cretesi una disperazione maggiore, dice ironicamente il poeta, di quella che avrebbero provato per la morte dei padri.
Ottava 18
Da le lor donne i gioveni assai foro,
ciascun per sé, di rimaner pregati:
né volendo restare, esse con loro
140n’andar, lasciando e padri e figli e frati,
di ricche gemme e di gran summa d’oro
avendo i lor dimestici spogliati;
che la pratica fu tanto secreta,
che non sentì la fuga uomo di Creta.
Ciascuna donna pregò il proprio amante di restare. Poiché gli uomini non volevano farlo, le donne decisero di seguirli: abbandonarono parenti e figli, portarono via gioielli e oro dalle case e organizzarono una fuga così segreta da non essere scoperta.
Ottava 19
145Sì fu propizio il vento, sì fu l’ora
commoda, che Falanto a fuggir colse,
che molte miglia erano usciti fuora,
quando del danno suo Creta si dolse.
Poi questa spiaggia, inabitata allora,
150trascorsi per fortuna li raccolse.
Qui si posaro, e qui sicuri tutti
meglio del furto lor videro i frutti.
Falanto approfittò di venti favorevoli e salpò senza essere fermato. Quando a Creta si accorsero dell’accaduto, la nave era già lontana. Una successiva deviazione del viaggio condusse il gruppo su una costa allora disabitata, dove si fermò con le ricchezze sottratte.
Ottava 20
Questa lor fu per dieci giorni stanza
di piaceri amorosi tutta piena.
155Ma come spesso avvien, che l’abondanza
seco in cor giovenil fastidio mena,
tutti d’accordo fur di restar sanza
femine, e liberarsi di tal pena;
che non è soma da portar sì grave,
160come aver donna, quando a noia s’have.
Per dieci giorni uomini e donne vissero insieme fra piaceri e divertimenti. Poi i giovani, ormai annoiati dalla convivenza, decisero di liberarsi delle compagne: il poeta osserva sarcasticamente che una relazione diventata sgradita sembra un peso insopportabile.
Ottava 21
Essi che di guadagno e di rapine
eran bramosi, e di dispendio parchi,
vider ch’a pascer tante concubine,
d’altro che d’aste avean bisogno e d’archi:
165sì che sole lasciar qui le meschine,
e se n’andar di lor ricchezze carchi
là dove in Puglia in ripa al mar poi sento
ch’edificar la terra di Tarento.
I giovani volevano continuare le rapine e accumulare ricchezze, senza spendere denaro per mantenere tante donne. Le abbandonarono sull’isola, portarono via il bottino e raggiunsero la costa pugliese, dove, secondo il racconto, fondarono Taranto.
Ottava 22
Le donne, che si videro tradite
170dai loro amanti in che più fede aveano,
restar per alcun dì sì sbigottite,
che statue immote in lito al mar pareano.
Visto poi che da gridi e da infinite
lacrime alcun profitto non traeano,
175a pensar cominciaro e ad aver cura
come aiutarsi in tanta lor sciagura.
Le donne, tradite dagli uomini nei quali avevano riposto ogni fiducia, rimasero per giorni immobili e sconvolte sulla spiaggia. Capito che pianti e grida non avrebbero riportato gli amanti, cominciarono a discutere su come sopravvivere.
Ottava 23
E proponendo in mezzo i lor pareri,
altre diceano: in Creta è da tornarsi;
e più tosto all’arbitrio de’ severi
180padri e d’offesi lor mariti darsi,
che nei deserti liti e boschi fieri,
di disagio e di fame consumarsi.
Altre dicean che lor saria più onesto
affogarsi nel mar, che mai far questo;
Alcune proponevano di tornare a Creta e sottoporsi alla punizione dei padri e dei mariti traditi: lo ritenevano preferibile a morire di fame in una terra deserta. Altre, invece, pensavano che fosse più dignitoso gettarsi in mare.
Ottava 24
185e che manco mal era meretrici
andar pel mondo, andar mendiche o schiave,
che se stesse offerire agli supplici
di ch’eran degne l’opere lor prave.
Questi e simil partiti le infelici
190si proponean, ciascun più duro e grave.
Tra loro al fine una Orontea levosse,
ch’origine traea dal re Minosse;
Altre donne ancora avrebbero preferito vivere mendicando, come schiave o prostitute, piuttosto che affrontare i familiari offesi. Mentre tutte avanzavano proposte dolorose, si alzò Orontea, una giovane discendente del re Minosse.
Ottava 25
la più gioven de l’artre e la più bella
e la più accorta, e ch’avea meno errato:
195amato avea Falanto, e a lui pulzella
datasi, e per lui il padre avea lasciato.
Costei mostrando in viso ed in favella
il magnanimo cor d’ira infiammato,
redarguendo di tutte altre il detto,
200suo parer disse, e fe’ seguirne effetto.
Orontea era la più giovane, bella e accorta del gruppo, oltre a essere quella che aveva commesso meno colpe: si era unita a Falanto ancora vergine e aveva lasciato il padre per seguirlo. Indignata, respinse le soluzioni proposte dalle altre e presentò un piano che fu poi adottato.
Ottava 26
Di questa terra a lei non parve torsi,
che conobbe feconda e d’aria sana,
e di limpidi fiumi aver discorsi,
di selve opaca, e la più parte piana;
205con porti e foci, ove dal mar ricorsi
per ria fortuna avea la gente estrana,
ch’or d’Africa portava, ora d’Egitto
cose diverse e necessarie al vitto.
Orontea suggerì di restare nell’isola, fertile, salubre e ricca di acqua e di boschi, con porti nei quali le tempeste sospingevano navi provenienti dall’Africa e dall’Egitto cariche di merci necessarie alla vita.
Ottava 27
Qui parve a lei fermarsi, e far vendetta
210del viril sesso che le avea sì offese:
vuol ch’ogni nave, che da venti astretta
a pigliar venga porto in suo paese,
a sacco, a sangue, a fuoco al fin si metta;
né de la vita a un sol si sia cortese.
215Così fu detto e così fu concluso,
e fu fatta la legge e messa in uso.
Il suo progetto era fondare lì una comunità e vendicarsi di tutti gli uomini: ogni nave costretta ad approdare avrebbe dovuto essere saccheggiata e incendiata, e nessun uomo risparmiato. Le donne approvarono e trasformarono la proposta in legge.
Ottava 28
Come turbar l’aria sentiano, armate
le femine correan su la marina,
da l’implacabile Orontea guidate,
220che diè lor legge e si fe’ lor regina:
e de le navi ai liti lor cacciate
faceano incendi orribili e rapina,
uom non lasciando vivo, che novella
dar ne potesse o in questa parte o in quella.
Quando si alzava una tempesta, le donne armate correvano alla costa sotto il comando di Orontea, divenuta regina. Assalivano le navi naufragate, le depredavano e ne uccidevano tutti gli occupanti, per impedire che qualcuno raccontasse ciò che accadeva sull’isola.
Ottava 29
225Così solinghe vissero qualch’anno
aspre nimiche del sesso virile:
ma conobbero poi, che ’l proprio danno
procaccierian, se non mutavan stile;
che se di lor propagine non fanno,
230sarà lor legge in breve irrita e vile,
e mancherà con l’infecondo regno,
dove di farla eterna era il disegno.
Per alcuni anni vissero senza uomini, animate da un odio feroce. Poi compresero che, se non avessero avuto figli, la comunità e le sue leggi sarebbero scomparse insieme a loro: per perpetuare il regno dovevano modificare il loro comportamento.
Ottava 30
Sì che, temprando il suo rigore un poco
scelsero, in spazio di quattro anni interi,
235di quanti capitaro in questo loco
dieci belli e gagliardi cavallieri,
che per durar ne l’amoroso gioco
contr’esse cento fosser buon guerrieri.
Esse in tutto eran cento; e statuito
240ad ogni lor decina fu un marito.
Nei quattro anni seguenti scelsero, fra gli uomini approdati, dieci guerrieri giovani, belli e vigorosi, in grado di soddisfare le cento donne. Stabilirono che ciascun gruppo di dieci donne avesse un unico marito.
Ottava 31
Prima ne fur decapitati molti
che riusciro al paragon mal forti.
Or questi dieci a buona pruova tolti,
del letto e del governo ebbon consorti;
245facendo lor giurar che, se più colti
altri uomini verriano in questi porti,
essi sarian che, spenta ogni pietade,
li porriano ugualmente a fil di spade.
Molti candidati erano già stati uccisi perché giudicati inadatti alla prova. I dieci prescelti ricevettero mogli e una parte del governo, ma dovettero giurare di partecipare senza pietà all’uccisione degli altri uomini che fossero arrivati sull’isola.
Ottava 32
Ad ingrossare, ed a figliar appresso
250le donne, indi a temere incominciaro
che tanti nascerian del viril sesso,
che contra lor non avrian poi riparo;
e al fine in man degli uomini rimesso
saria il governo ch’elle avean sì caro:
255sì ch’ordinar, mentre eran gli anni imbelli,
far sì, che mai non fosson lor ribelli.
In seguito, le donne temettero che i figli maschi diventassero così numerosi da sottrarre loro il potere. Per evitare che gli uomini assumessero il controllo del regno, stabilirono nuove regole ancora più crudeli per i bambini.
Ottava 33
Acciò il sesso viril non le soggioghi,
uno ogni madre vuol la legge orrenda,
che tenga seco; gli altri, o li suffoghi,
260o fuor del regno li permuti o venda.
Ne mandano per questo in vari luoghi:
e a chi gli porta dicono che prenda
femine, se a baratto aver ne puote;
se non, non torni almen con le man vote.
Ogni madre poteva conservare con sé un solo figlio maschio; gli altri dovevano essere uccisi oppure venduti o scambiati in terre straniere, preferibilmente in cambio di bambine. La legge mirava a mantenere gli uomini in minoranza.
Ottava 34
265Né uno ancora alleverian, se senza
potesson fare, e mantenere il gregge.
Questa è quanta pietà, quanta clemenza
più ai suoi ch’agli altri usa l’iniqua legge:
gli altri condannan con ugual sentenza;
270e solamente in questo si corregge,
che non vuol che, secondo il primiero uso,
le femine gli uccidano in confuso.
Le donne non avrebbero allevato alcun maschio, se avessero potuto mantenere diversamente la discendenza. La concessione di un solo figlio costituiva tutta la loro misericordia; agli uomini estranei all’isola continuava invece a essere riservata una condanna mortale.
Ottava 35
Se dieci o venti o più persone a un tratto
vi fosser giunte, in carcere eran messe:
275e d’una al giorno, e non di più, era tratto
il capo a sorte, che perir dovesse
nel tempio orrendo ch’Orontea avea fatto,
dove un altare alla Vendetta eresse;
e dato all’un de’ dieci il crudo ufficio
280per sorte era di farne sacrificio.
Quando approdavano più stranieri insieme, venivano tutti imprigionati. Ogni giorno si estraeva a sorte una sola vittima, destinata al sacrificio nel tempio della Vendetta costruito da Orontea; anche il carnefice veniva scelto fra i dieci uomini della comunità.
Ottava 36
Dopo molt’anni alle ripe omicide
a dar venne di capo un giovinetto,
la cui stirpe scendea dal buono Alcide,
di gran valor ne l’arme, Elbanio detto.
285Qui preso fu, ch’a pena se n’avide,
come quel che venìa senza sospetto;
e con gran guardia in stretta parte chiuso,
con gli altri era serbato al crudel uso.
Dopo molti anni giunse sull’isola Elbanio, giovane discendente dell’eroe Ercole e valorosissimo in battaglia. Non sospettando la pericolosità del luogo, venne facilmente catturato, rinchiuso sotto stretta guardia e destinato al sacrificio.
Ottava 37
Di viso era costui bello e giocondo,
290e di maniere e di costumi ornato,
e di parlar sì dolce e sì facondo,
ch’un aspe volentier l’avria ascoltato:
sì che, come di cosa rara al mondo,
de l’esser suo fu tosto rapportato
295ad Alessandra figlia d’Orontea,
che di molt’anni grave anco vivea.
Elbanio era bello, raffinato nei modi e così eloquente da affascinare chiunque lo ascoltasse. La sua fama si diffuse rapidamente e giunse ad Alessandra, figlia di Orontea, che era ancora viva nonostante l’età avanzata.
Ottava 38
Orontea vivea ancora; e già mancate
tutt’eran l’altre ch’abitar qui prima:
e diece tante e più n’erano nate,
300e in forza eran cresciute e in maggior stima;
né tra diece fucine che serrate
stavan pur spesso, avean più d’una lima;
e dieci cavallieri anco avean cura
di dare a chi venìa fiera aventura.
Tutte le prime fondatrici della città, tranne Orontea, erano ormai morte. La popolazione femminile era cresciuta molto, ma restava rigidamente organizzata intorno a dieci uomini, incaricati anche di infliggere agli stranieri le prove mortali previste dalla legge.
Ottava 39
305Alessandra, bramosa di vedere
il giovinetto ch’avea tante lode,
da la sua matre in singular piacere
impetra sì, ch’Elbanio vede ed ode;
e quando vuol partirne, rimanere
310si sente il core ove è chi’l punge e rode:
legar si sente e non sa far contesa,
e al fin dal suo prigion si trova presa.
Alessandra, incuriosita dai racconti sul prigioniero, ottenne dalla madre il permesso di incontrarlo. Vedendolo e ascoltandolo se ne innamorò; quando si allontanò, comprese che il proprio cuore era ormai rimasto prigioniero di Elbanio.
Ottava 40
Elbanio disse a lei: – Se di pietade
s’avesse, donna, qui notizia ancora,
315come se n’ha per tutt’altre contrade,
dovunque il vago sol luce e colora;
io vi osarei, per vostr’alma beltade
ch’ogn’animo gentil di sé inamora,
chiedervi in don la vita mia, che poi
320saria ognor presto a spenderla per voi.
Elbanio le disse che, in un paese nel quale esistesse la pietà, le avrebbe chiesto di salvargli la vita in nome della sua bellezza. In cambio sarebbe stato pronto a mettere quella stessa vita al servizio di lei.
Ottava 41
Or quando fuor d’ogni ragion qui sono
privi d’umanitade i cori umani,
non vi domanderò la vita in dono,
che i prieghi miei so ben che sarian vani;
325ma che da cavalliero, o tristo o buono
ch’io sia, possi morir con l’arme in mani,
e non come dannato per giudicio,
o come animal bruto in sacrificio. –
Poiché la città sembrava priva di umanità, Elbanio non osava chiedere direttamente il perdono. Supplicava almeno di morire combattendo con le armi da cavaliere, anziché essere immolato come un criminale o un animale.
Ottava 42
Alessandra gentil, ch’umidi avea,
330per la pietà del giovinetto, i rai,
rispose: – Ancor che più crudele e rea
sia questa terra, ch’altra fosse mai;
non concedo però che qui Medea
ogni femina sia, come tu fai:
335e quando ogn’altra così fosse ancora,
me sola di tant’altre io vo’ trar fuora.
Alessandra, già commossa fino alle lacrime, rispose che non tutte le donne del paese erano spietate come Medea. Anche se lo fossero state le altre, lei voleva distinguersi dalle loro crudeltà.
Ottava 43
E se ben per adietro io fossi stata
empia e crudel, come qui sono tante,
dir posso che suggetto ove mostrata
340per me fosse pietà, non ebbi avante.
Ma ben sarei di tigre più arrabbiata,
e più duro avre’ il cor che di diamante,
se non m’avesse tolto ogni durezza
tua beltà, tuo valor, tua gentilezza.
Alessandra spiegò che forse non aveva mai mostrato misericordia perché prima di allora non aveva incontrato una persona capace di suscitarla. La bellezza, il coraggio e la gentilezza di Elbanio avevano sciolto ogni durezza del suo cuore.
Ottava 44
345Così non fosse la legge più forte,
che contra i peregrini è statuita,
come io non schiverei con la mia morte
di ricomprar la tua più degna vita.
Ma non è grado qui di sì gran sorte,
350che ti potesse dar libera aita;
e quel che chiedi ancor, ben che sia poco,
difficile ottener fia in questo loco.
Se la legge non fosse stata così potente, Alessandra avrebbe sacrificato persino la propria vita per salvarlo. Tuttavia non aveva l’autorità necessaria per liberarlo e temeva che perfino ottenere il duello richiesto dal giovane fosse difficile.
Ottava 45
Pur io vedrò di far che tu l’ottenga,
ch’abbi inanzi al morir questo contento;
355ma mi dubito ben che te n’avenga,
tenendo il morir lungo, più tormento. –
Suggiunse Elbanio: – Quando incontra io venga
a dieci armato, di tal cor mi sento,
che la vita ho speranza di salvarme,
360e uccider lor, se tutti fosser arme. –
La giovane promise comunque di tentare di fargli accordare una morte con le armi, pur temendo che ciò prolungasse la sua sofferenza. Elbanio replicò che, contro dieci uomini, confidava non soltanto di sopravvivere, ma anche di ucciderli tutti.
Ottava 46
Alessandra a quel detto non rispose
se non un gran sospiro, e dipartisse,
e portò nel partir mille amorose
punte nel cor, mai non sanabil, fisse.
365Venne alla madre, e voluntà le pose
di non lasciar che ’l cavallier morisse,
quando si dimostrasse così forte,
che, solo, avesse posto i dieci a morte.
Alessandra si allontanò sospirando, ancora più innamorata. Chiese quindi alla madre di risparmiare Elbanio nel caso dimostrasse davvero di essere abbastanza forte da sconfiggere da solo tutti e dieci i campioni.
Ottava 47
La regina Orontea fece raccorre
370il suo consiglio, e disse: – A noi conviene
sempre il miglior che ritroviamo, porre
a guardar nostri porti e nostre arene;
e per saper chi ben lasciar, chi torre,
prova è sempre da far quando gli avviene;
375per non patir con nostro danno a torto,
che regni il vile, e chi ha valor sia morto.
Orontea convocò il consiglio e sostenne che la città avrebbe dovuto scegliere sempre i guerrieri migliori per la propria difesa. Era insensato lasciare il comando ai deboli e far uccidere i valorosi senza averne messo alla prova le capacità.
Ottava 48
A me par, se a voi par, che statuito
sia, ch’ogni cavallier per lo avvenire,
che fortuna abbia tratto al nostro lito,
380prima ch’al tempio si faccia morire,
possa egli sol, se gli piace il partito,
incontra i dieci alla battaglia uscire;
e se di tutti vincerli è possente,
guardi egli il porto, e seco abbia altra gente.
La regina propose di offrire a ogni cavaliere straniero, prima del sacrificio, la possibilità di combattere da solo contro i dieci guerrieri del paese. Chi li avesse vinti tutti avrebbe ottenuto il comando del porto e nuove compagne.
Ottava 49
385Parlo così, perché abbian qui un prigione
che par che vincer dieci s’offerisca.
Quando, sol, vaglia tante altre persone,
dignissimo è, per Dio, che s’esaudisca.
Così in contrario avrà punizione,
390quando vaneggi e temerario ardisca. –
Orontea fine al suo parlar qui pose,
a cui de le più antique una rispose:
Orontea chiarì che la sua proposta nasceva dal caso di Elbanio, convinto di potere sconfiggere tutti e dieci gli avversari. Se ci fosse riuscito, avrebbe meritato di vivere; altrimenti avrebbe pagato con la morte la propria presunzione.
Ottava 50
– La principal cagion ch’a far disegno
sul comercio degli uomini ci mosse,
395non fu perch’a difender questo regno
del loro aiuto alcun bisogno fosse;
che per far questo abbiamo ardire e ingegno
da noi medesme, e a sufficienza posse:
così senza sapessimo far anco,
400che non venisse il propagarci a manco!
Una consigliera anziana si oppose: le donne avevano accolto uomini non perché ne avessero bisogno per difendere il regno, ma soltanto per avere figli. Erano perfettamente capaci di combattere e governarsi da sole.
Ottava 51
Ma poi che senza lor questo non lece,
tolti abbiàn, ma non tanti, in compagnia,
che mai ne sia più d’uno incontra diece,
sì ch’aver di noi possa signoria.
405Per conciper di lor questo si fece,
non che di lor difesa uopo ci sia.
La lor prodezza sol ne vaglia in questo,
e sieno ignavi e inutili nel resto.
La donna ricordò che era stato stabilito un rapporto massimo di un uomo ogni dieci donne, per impedire che i maschi conquistassero il potere. La loro funzione era assicurare la discendenza, non esercitare un’autorità militare sulle cittadine.
Ottava 52
Tra noi tenere un uom che sia sì forte,
410contrario è in tutto al principal disegno.
Se può un solo a dieci uomini dar morte,
quante donne farà stare egli al segno?
Se i dieci nostri fosser di tal sorte,
il primo dì n’avrebbon tolto il regno.
415Non è la via di dominar, se vuoi
por l’arme in mano a chi può più di noi.
Ammettere al governo un guerriero capace di uccidere dieci uomini avrebbe contraddetto il progetto originario: chi fosse tanto forte avrebbe potuto sottomettere molte donne. Affidare le armi a una persona più potente delle governanti avrebbe messo in pericolo l’indipendenza femminile.
Ottava 53
Pon mente ancor, che quando così aiti
Fortuna questo tuo, che i dieci uccida,
di cento donne che de’ lor mariti
420rimarran prive, sentirai le grida.
Se vuol campar, proponga altri partiti,
ch’esser di dieci gioveni omicida.
Pur, se per far con cento donne è buono
quel che dieci fariano, abbi perdono. –
La consigliera aggiunse che uccidere dieci campioni avrebbe lasciato senza marito cento donne, suscitando proteste. Se Elbanio voleva salvarsi, avrebbe dovuto proporre una soluzione diversa; ironizzò dicendo che forse lo si sarebbe potuto perdonare soltanto se fosse riuscito a soddisfare da solo cento donne.
Ottava 54
425Fu d’Artemia crudel questo il parere
(così avea nome), e non mancò per lei
di far nel tempio Elbanio rimanere
scannato inanzi agli spietati dèi.
Ma la madre Orontea che compiacere
430volse alla figlia, replicò a colei
altre ed altre ragioni, e modo tenne
che nel senato il suo parer s’ottenne.
La consigliera si chiamava Artemia e avrebbe voluto far sacrificare Elbanio secondo l’antica legge. Orontea, però, desiderava accontentare la figlia Alessandra e insistette con nuovi argomenti finché il consiglio approvò la sua proposta.
Ottava 55
L’aver Elbanio di bellezza il vanto
sopra ogni cavallier che fosse al mondo,
435fu nei cor de le giovani di tanto,
ch’erano in quel consiglio, e di tal pondo,
che ’l parer de le vecchie andò da canto,
che con Artemia volean far secondo
l’ordine antiquo; né lontan fu molto
440ad esser per favore Elbanio assolto.
La straordinaria bellezza di Elbanio convinse soprattutto le consigliere più giovani, che votarono contro le anziane sostenitrici di Artemia. Il fascino del prigioniero fu così determinante che mancò poco che venisse perdonato senza affrontare alcuna prova.
Ottava 56
Di perdonargli in somma fu concluso,
ma poi che la decina avesse spento,
e che ne l’altro assalto fosse ad uso
di diece donne buono, e non di cento.
445Di carcer l’altro giorno fu dischiuso;
e avuto arme e cavallo a suo talento,
contra dieci guerrier, solo, si mise,
e l’uno appresso all’altro in piazza uccise.
Alla fine fu stabilito che Elbanio avrebbe ottenuto la libertà soltanto se avesse ucciso i dieci guerrieri e superato una prova amorosa con dieci donne. Liberato dalla prigione, ricevette le armi e il cavallo richiesti e uccise in combattimento tutti e dieci i campioni, uno dopo l’altro.
Ottava 57
Fu la notte seguente a prova messo
450contra diece donzelle ignudo e solo,
dove ebbe all’ardir suo sì buon successo,
che fece il saggio di tutto lo stuolo.
E questo gli acquistò tal grazia appresso
ad Orontea, che l’ebbe per figliuolo;
455e gli diede Alessandra e l’altre nove
con ch’avea fatto le notturne prove.
La notte successiva Elbanio affrontò anche la prova delle dieci donne, superandola con successo. Orontea ne fu tanto soddisfatta da adottarlo come figlio e assegnargli in matrimonio Alessandra, insieme alle altre nove donne coinvolte nella prova.
Ottava 58
E lo lasciò con Alessandra bella,
che poi diè nome a questa terra, erede,
con patto, ch’a servare egli abbia quella
460legge, ed ogn’altro che da lui succede:
che ciascun che già mai sua fiera stella
farà qui por lo sventurato piede,
elegger possa, o in sacrificio darsi,
o con dieci guerrier, solo, provarsi.
Orontea lasciò Elbanio e Alessandra eredi del regno, che avrebbe poi preso il nome dalla giovane. Impose però che loro e i successori conservassero la legge per cui ogni nuovo straniero doveva scegliere tra essere sacrificato e affrontare da solo i dieci guerrieri.
Ottava 59
465E se gli avvien che ’l dì gli uomini uccida,
la notte con le femine si provi;
e quando in questo ancor tanto gli arrida
la sorte sua, che vincitor si trovi,
sia del femineo stuol principe e guida,
470e la decina a scelta sua rinovi,
con la qual regni, fin ch’un altro arrivi,
che sia più forte, e lui di vita privi.
Se il nuovo arrivato fosse riuscito a vincere gli uomini di giorno e le donne nella prova notturna, avrebbe assunto il governo della comunità scegliendo dieci compagne. Avrebbe regnato finché un altro guerriero più forte non lo avesse sconfitto e ucciso.
Ottava 60
Appresso a duamila anni il costume empio
si è mantenuto, e si mantiene ancora;
475e sono pochi giorni che nel tempio
uno infelice peregrin non mora.
Se contra dieci alcun chiede, ad esempio
d’Elbanio, armarsi (che ve n’è talora),
spesso la vita al primo assalto lassa;
480né di mille uno all’altra prova passa.
Guidone spiega che quella consuetudine crudele dura da quasi duemila anni. Quasi ogni giorno uno straniero viene ucciso nel tempio; alcuni preferiscono tentare il combattimento contro i dieci uomini, ma quasi tutti muoiono subito e pochissimi raggiungono la seconda prova.
Ottava 61
Pur ci passano alcuni, ma sì rari,
che su le dita annoverar si ponno.
Uno di questi fu Argilon: ma guari
con la decina sua non fu qui donno;
485che cacciandomi qui venti contrari,
gli occhi gli chiusi in sempiterno sonno.
Così fossi io con lui morto quel giorno,
prima che viver servo in tanto scorno.
Guidone ricorda che Argilone fu uno dei rari vincitori, ma regnò per poco tempo: una tempesta portò Guidone sull’isola ed egli lo uccise, conquistando il potere. Ora però maledice quella vittoria, perché avrebbe preferito morire piuttosto che vivere prigioniero della città.
Ottava 62
che piaceri amorosi e riso e gioco,
490che suole amar ciascun de la mia etade,
le purpure e le gemme e l’aver loco
inanzi agli altri ne la sua cittade,
potuto hanno, per Dio, mai giovar poco
all’uom che privo sia di libertade:
495e ’l non poter mai più di qui levarmi,
servitù grave e intolerabil parmi.
Né il lusso, né le ricchezze, né i giochi, né i piaceri amorosi riescono a compensare la mancanza di libertà. Guidone trova intollerabile essere costretto a restare per sempre nel medesimo luogo, senza possibilità di riprendere il proprio viaggio.
Ottava 63
Il vedermi lograr dei miglior anni
il più bel fiore in sì vile opra e molle,
tiemmi il cor sempre in stimulo e in affanni,
500ed ogni gusto di piacer mi tolle.
La fama del mio sangue spiega i vanni
per tutto ’l mondo, e fin al ciel s’estolle;
che forse buona parte anch’io n’avrei,
s’esser potessi coi fratelli miei.
Il giovane soffre nel vedere sprecati gli anni migliori in un’esistenza che considera indegna di un cavaliere. Appartiene a una famiglia famosa in tutto il mondo e pensa che avrebbe potuto condividere la gloria dei fratelli, se fosse riuscito a raggiungerli.
Ottava 64
505Parmi ch’ingiuria il mio destin mi faccia,
avendomi a sì vil servigio eletto;
come chi ne l’armento il destrier caccia,
il qual d’occhi o di piedi abbia difetto,
o per altro accidente che dispiaccia,
510sia fatto all’arme e a miglior uso inetto:
né sperando io, se non per morte, uscire
di sì vil servitù, bramo morire. –
Per Guidone il destino lo ha degradato come un cavallo da guerra che venga mandato a pascolare perché giudicato inadatto alle battaglie. Poiché crede di non potersi liberare se non morendo, arriva a desiderare la morte.
Ottava 65
Guidon qui fine alle parole pose,
e maledì quel giorno per isdegno,
515il qual dei cavallieri e de le spose
gli diè vittoria in acquistar quel regno.
Astolfo stette a udire, e si nascose
tanto, che si fe’ certo a più d’un segno,
che, come detto avea, questo Guidone
520era figliol del suo parente Amone.
Terminato il racconto, Guidone maledice il giorno in cui vinse il combattimento e ottenne le dieci mogli. Astolfo, che lo ha ascoltato attentamente, riconosce dalla genealogia e da altri indizi che egli è davvero figlio del suo parente Amone.
Ottava 66
Poi gli rispose: – Io sono il duca inglese,
il tuo cugino Astolfo; – ed abbracciollo,
e con atto amorevole e cortese,
non senza sparger lagrime, baciollo.
525– Caro parente mio, non più palese
tua madre ti potea por segno al collo;
ch’a farne fede che tu sei de’ nostri,
basta il valor che con la spada mostri. –
Astolfo gli rivela di essere suo cugino, il duca inglese, e lo abbraccia commosso. Aggiunge che Guidone non avrebbe avuto bisogno neppure di una prova della propria nascita: il suo valore in battaglia dimostra chiaramente l’appartenenza a una stirpe così illustre.
Ottava 67
Guidon, ch’altrove avria fatto gran festa
530d’aver trovato un sì stretto parente,
quivi l’accolse con la faccia mesta,
perché fu di vedervilo dolente.
Se vive, sa ch’Astolfo schiavo resta,
né il termine è più là che ’l dì seguente;
535se fia libero Astolfo, ne more esso:
sì che ’l ben d’uno è il mal de l’altro espresso.
In un’altra circostanza Guidone sarebbe stato felice di incontrare un parente tanto stretto, ma lì ne è addolorato. Se lui sopravvive, Astolfo resterà prigioniero; se Astolfo conquisterà la libertà nella sfida del giorno seguente, Guidone dovrà morire.
Ottava 68
Gli duol che gli altri cavallieri ancora
abbia, vincendo, a far sempre captivi;
né più, quando esso in quel contrasto mora,
540potrà giovar che servitù lor schivi:
che se d’un fango ben gli porta fuora,
e poi s’inciampi come all’altro arrivi,
avrà lui senza pro vinto Marfisa;
ch’essi pur ne fien schiavi, ed ella uccisa.
Guidone teme inoltre per gli altri cavalieri: se Marfisa vincerà, tutti gli stranieri resteranno comunque schiavi del sistema. La morte di Guidone, quindi, non basterebbe a liberare i compagni; essi rischiano di passare da una prigionia all’altra.
Ottava 69
545Da l’altro canto avea l’acerba etade,
la cortesia e il valor del giovinetto
d’amore intenerito e di pietade
tanto a Marfisa ed ai compagni il petto,
che, con morte di lui lor libertade
550esser dovendo, avean quasi a dispetto:
e se Marfisa non può far con manco
ch’uccider lui, vuol essa morir anco.
Marfisa e gli altri si sono affezionati al giovane per la sua età, cortesia e straordinaria bravura. L’idea di conquistare la libertà soltanto uccidendolo ripugna loro, tanto che Marfisa preferirebbe morire piuttosto che infliggergli quella sorte.
Ottava 70
Ella disse a Guidon: – Vientene insieme
con noi, ch’a viva forza usciren quinci. –
555– Deh (rispose Guidon) lascia ogni speme
di mai più uscirne, o perdi meco o vinci. –
Ella suggiunse: – Il mio cor mai non teme
di non dar fine a cosa che cominci;
né trovar so la più sicura strada
560di quella ove mi sia guida la spada.
Marfisa propone a Guidone di fuggire tutti insieme ricorrendo alla forza. Egli le chiede di rinunciare a una speranza impossibile, ma la guerriera risponde di non avere l’abitudine di abbandonare le imprese e di considerare la spada il mezzo più sicuro per aprirsi una strada.
Ottava 71
Tal ne la piazza ho il tuo valor provato,
che, s’io son teco, ardisco ad ogn’impresa.
Quando la turba intorno allo steccato
sarà domani in sul teatro ascesa,
565io vo’ che l’uccidian per ogni lato,
o vada in fuga o cerchi far difesa,
e ch’agli lupi e agli avoltoi del loco
lasciamo i corpi, e la cittade al fuoco. –
Marfisa dichiara di avere constatato di persona il valore di Guidone e di poter tentare qualunque impresa se lui combatterà al suo fianco. Propone di attaccare le donne riunite nell’arena il giorno successivo, ucciderle o metterle in fuga e incendiare la città.
Ottava 72
Suggiunse a lei Guidon: – Tu m’avrai pronto
570a seguitarti ed a morirti a canto,
ma vivi rimaner non facciàn conto;
bastar ne può di vendicarci alquanto:
che spesso diecimila in piazza conto
del popul feminile, ed altretanto
575resta a guardare e porto e rocca e mura,
né alcuna via d’uscir trovo sicura. –
Guidone accetta di seguirla anche a costo della vita, ma teme che non ne usciranno vivi. Soltanto nell’arena si raccolgono frequentemente diecimila donne armate, mentre un numero analogo sorveglia il porto, le mura e le fortificazioni.
Ottava 73
Disse Marfisa: – E molto più sieno elle
degli uomini che Serse ebbe già intorno,
e sieno più de l’anime ribelle
580ch’uscir del ciel con lor perpetuo scorno;
se tu sei meco, o almen non sie con quelle,
tutte le voglio uccidere in un giorno. –
Guidon suggiunse: – Io non ci so via alcuna
ch’a valer n’abbia, se non val quest’una.
Marfisa replica che non si spaventerebbe neppure davanti a un esercito grande quanto quello di Serse o a tutte le schiere degli angeli ribelli. Guidone ammette il suo coraggio, ma suggerisce che forse esiste una sola via più concreta per mettersi in salvo.
Ottava 74
585Ne può sola salvar, se ne succede,
quest’una ch’io dirò, ch’or mi soviene.
Fuor ch’alle donne, uscir non si concede,
né metter piede in su le salse arene:
e per questo commettermi alla fede
590d’una de le mie donne mi conviene,
del cui perfetto amor fatta ho sovente
più pruova ancor, ch’io non farò al presente.
Il giovane spiega che il porto è normalmente vietato agli uomini, mentre le donne possono accedervi liberamente. Perciò deve affidarsi a una delle proprie mogli, di cui ha più volte verificato l’amore e la fedeltà.
Ottava 75
Non men di me tormi costei disia
di servitù, pur che ne venga meco,
595che così spera, senza compagnia
de le rivali sue, ch’io viva seco.
Ella nel porto o fuste o saettia
farà ordinar, mentre è ancor l’aer cieco,
che i marinai vostri troveranno
600acconcia a navigar, come vi vanno.
Quella donna desidera liberare Guidone quanto lui, nella speranza di poter vivere con il marito lontano dalle altre mogli rivali. Potrà far preparare di nascosto una nave nel porto, ancora prima dell’alba, perché i compagni vi si imbarchino.
Ottava 76
Dietro a me tutti in un drappel ristretti,
cavallieri, mercanti e galeotti,
ch’ad albergarvi sotto a questi tetti
meco, vostra merce, sète ridotti,
605avrete a farvi amplo sentier coi petti,
se del nostro camin siamo interrotti:
così spero, aiutandoci le spade,
ch’io vi trarrò de la crudel cittade. –
Guidone propone che tutti, cavalieri, mercanti e marinai, escano dal palazzo in un gruppo compatto, portando con sé le merci. Se qualcuno sbarrerà la strada verso il porto, potranno aprirsi un passaggio combattendo.
Ottava 77
– Tu fa come ti par (disse Marfisa),
610ch’io son per me d’uscir di qui sicura.
Più facil fia che di mia mano uccisa
la gente sia, che è dentro a queste mura,
che mi veggi fuggire, o in altra guisa
alcun possa notar ch’abbi paura.
615Vo’ uscir di giorno, e sol per forza d’arme;
che per ogn’altro modo obbrobrio parme.
Marfisa lascia a Guidone la scelta del piano, ma ribadisce che da sola preferirebbe uscire in pieno giorno con la forza delle armi. Non intende far pensare di aver paura né accettare una fuga segreta che giudica disonorevole.
Ottava 78
S’io ci fossi per donna conosciuta,
so ch’avrei da le donne onore e pregio;
e volentieri io ci sarei tenuta
620e tra le prime forse del collegio:
ma con costoro essendoci venuta,
non ci vo’ d’essi aver più privilegio.
Troppo error fôra ch’io mi stessi o andassi
libera, e gli altri in servitù lasciassi. –
Marfisa osserva che, se le abitanti avessero saputo che era una donna, avrebbero forse onorato e accolto anche lei nel loro governo. Ma è arrivata con uomini che sono diventati suoi compagni e non vuole approfittare di un privilegio lasciandoli schiavi.
Ottava 79
625Queste parole ed altre seguitando,
mostrò Marfisa che ’l rispetto solo
ch’avea al periglio de’ compagni (quando
potria loro il suo ardir tornare in duolo),
la tenea che con alto e memorando
630segno d’ardir non assalia lo stuolo:
e per questo a Guidon lascia la cura
d’usar la via che più gli par sicura.
La guerriera chiarisce che soltanto il pericolo corso dagli amici le impedisce di compiere un’azione clamorosa contro le donne della città. Per non esporli inutilmente, acconsente a lasciare che Guidone organizzi la fuga nel modo più prudente.
Ottava 80
Guidon la notte con Aleria parla
(così avea nome la più fida moglie),
635né bisogno gli fu molto pregarla,
che la trovò disposta alle sue voglie.
Ella tolse una nave e fece armarla,
e v’arrecò le sue più ricche spoglie,
fingendo di volere al nuovo albore
640con le compagne uscire in corso fuore.
Quella notte Guidone parla con Aleria, la moglie di cui si fida maggiormente. Lei accetta immediatamente: fa equipaggiare una nave, vi trasferisce le sue ricchezze e finge di prepararsi a una normale spedizione marittima con le altre donne.
Ottava 81
Ella avea fatto nel palazzo inanti
spade e lance arrecar, corazze e scudi,
onde armar si potessero i mercanti
e i galeotti ch’eran mezzo nudi.
645Altri dormiro, ed altri ster vegghianti,
compartendo tra lor gli ozi e gli studi;
spesso guardando, e pur con l’ arme indosso,
se l’oriente ancor si facea rosso.
Aleria fa portare nel palazzo scudi, armature, lance e spade, così che anche i mercanti e i marinai possano difendersi. Durante la notte alcuni riposano e altri montano di guardia, pronti a partire appena compaia la luce del mattino.
Ottava 82
Dal duro volto de la terra il sole
650non tollea ancora il velo oscuro ed atro;
a pena avea la licaonia prole
per li solchi del ciel volto l’aratro:
quando il femineo stuol, che veder vuole
il fin de la battaglia, empì il teatro,
655come ape del suo claustro empie la soglia,
che mutar regno al nuovo tempo voglia.
Prima ancora che sorga il sole, la folla delle donne riempie l’arena, desiderosa di assistere alla conclusione del combattimento. Ariosto paragona la massa che si accalca nel teatro a uno sciame d’api che esce dall’alveare.
Ottava 83
Di trombe, di tambur, di suon de corni
il popul risonar fa cielo e terra,
così citando il suo signor, che torni
660a terminar la cominciata guerra.
Aquilante e Grifon stavano adorni
de le lor arme, e il duca d’Inghilterra,
Guidon, Marfisa, Sansonetto e tutti
gli altri, chi a piedi e chi a cavallo istrutti.
Le donne fanno risuonare trombe, tamburi e corni per convocare Guidone e l’avversario. Nel frattempo Marfisa, Guidone, Astolfo, Sansonetto, Grifone, Aquilante e gli altri compagni si presentano armati, alcuni a cavallo e altri a piedi.
Ottava 84
665Per scender dal palazzo al mare e al porto,
la piazza traversar si convenia,
né v’era altro camin lungo né corto:
così Guidon disse alla compagnia.
E poi che di ben far molto conforto
670lor diede, entrò senza rumore in via;
e ne la piazza, dove il popul era,
s’appresentò con più di cento in schiera.
Per raggiungere il porto è indispensabile attraversare la piazza dell’arena, perché non esiste un percorso alternativo. Guidone incoraggia il gruppo, poi si avvia in silenzio con più di cento persone, sperando di passare senza essere fermato.
Ottava 85
Molto affrettando i suoi compagni, andava
Guidone all’altra porta per uscire:
675ma la gran moltitudine che stava
intorno armata, e sempre atta a ferire,
pensò, come lo vide che menava
seco quegli altri, che volea fuggire;
e tutta a un tratto agli archi suoi ricorse,
680e parte, onde s’uscia, venne ad opporse.
Vedendo Guidone dirigersi verso l’uscita insieme agli stranieri, le donne armate capiscono che il gruppo vuole fuggire. Impugnano gli archi e si schierano a difesa della porta, cercando di sbarrargli il passaggio.
Ottava 86
Guidone e gli altri cavallier gagliardi,
e sopra tutti lor Marfisa forte,
al menar de le man non furon tardi,
e molto fer per isforzar le porte:
685ma tanta e tanta copia era dei dardi
che, con ferite dei compagni e morte,
pioveano lor di sopra e d’ogn’intorno,
ch’al fin temean d’averne danno e scorno.
Guidone, Marfisa e gli altri cavalieri combattono con decisione per raggiungere l’uscita. Tuttavia la quantità di frecce che cade dall’alto e da ogni parte provoca morti e feriti tra i compagni, facendo temere il fallimento della fuga.
Ottava 87
D’ogni guerrier l’usbergo era perfetto;
690che se non era, avean più da temere.
Fu morto il destrier sotto a Sansonetto;
quel di Marfisa v’ebbe a rimanere.
Astolfo tra sé disse: – Ora, ch’aspetto
che mai mi possa il corno più valere?
695Io vo’ veder, poi che non giova spada,
s’io so col corno assicurar la strada. –
Le armature dei cavalieri resistono a gran parte dei colpi, ma i cavalli subiscono gravi perdite: quello di Sansonetto viene ucciso e anche la cavalcatura di Marfisa rischia di morire. Astolfo decide allora di usare il suo corno magico, più efficace delle spade nel disperdere i nemici.
Ottava 88
Come aiutar ne le fortune estreme
sempre si suol, si pone il corno a bocca.
Par che la terra e tutto ’l mondo trieme,
700quando l’orribil suon ne l’aria scocca.
Sì nel cor de la gente il timor preme,
che per disio di fuga si trabocca
giù del teatro sbigottita e smorta,
non che lasci la guardia de la porta.
Astolfo porta alla bocca il corno incantato e lo suona. Il rumore sembra scuotere tutta la terra e ispira un terrore irresistibile: le donne abbandonano immediatamente le postazioni e precipitano fuori dall’arena per scappare.
Ottava 89
705Come talor si getta e si periglia
e da finestra e da sublime loco
l’esterrefatta subito famiglia,
che vede appresso e d’ogn’intorno il fuoco,
che mentre le tenea gravi le ciglia
710il pigro sonno, crebbe a poco a poco:
così messa la vita in abandono,
ognun fuggia lo spaventoso suono.
Il poeta paragona la fuga a quella degli abitanti di una casa che, svegliandosi fra le fiamme, si gettano dalle finestre pur di sottrarsi all’incendio. Così la folla preferisce rischiare la vita piuttosto che restare ad ascoltare il corno.
Ottava 90
Di qua di là, di su di giù smarrita
surge la turba, e di fuggir procaccia.
715Son più di mille a un tempo ad ogni uscita:
cascano a monti, e l’una l’altra impaccia.
In tanta calca perde altra la vita;
da palchi e da finestre altra si schiaccia:
più d’un braccio si rompe e d’una testa,
720di ch’altra morta, altra storpiata resta.
Le donne si precipitano in ogni direzione e si accalcano alle uscite, ostacolandosi reciprocamente. Alcune vengono schiacciate dalla folla, altre cadono dai palchi o dalle finestre, altre ancora riportano ferite terribili o muoiono.
Ottava 91
Il pianto e ’l grido insino al ciel saliva,
d’alta ruina misto e di fraccasso.
Affretta, ovunque il suon del corno arriva,
la turba spaventata in fuga il passo.
725Se udite dir che d’ardimento priva
la vil plebe si mostri e di cor basso,
non vi maravigliate, che natura
è de la lepre aver sempre paura.
Le urla e il frastuono dei crolli si mescolano al suono del corno, che spinge tutti a fuggire sempre più lontano. Ariosto commenta ironicamente che la paura della folla non dovrebbe sorprendere, perché la gente comune spesso ha il coraggio di una lepre.
Ottava 92
Ma che direte del già tanto fiero
730cor di Marfisa e di Guidon Selvaggio?
dei dua giovini figli d’Oliviero,
che già tanto onoraro il lor lignaggio?
Già centomila avean stimato un zero;
e in fuga or se ne van senza coraggio,
735come conigli, o timidi colombi
a cui vicino alto rumor rimbombi.
Ma il corno non spaventa solo le persone comuni: perfino Marfisa, Guidone e i valorosi figli di Oliviero, che avevano affrontato eserciti numerosissimi, perdono il coraggio e scappano come animali impauriti da un rumore improvviso.
Ottava 93
Così noceva ai suoi come agli strani
la forza che nel corno era incantata.
Sansonetto, Guidone e i duo germani
740fuggon dietro a Marfisa spaventata;
né fuggendo ponno ir tanto lontani,
che lor non sia l’orecchia anco intronata.
Scorre Astolfo la terra in ogni lato,
dando via sempre al corno maggior fiato.
La magia agisce indiscriminatamente su amici e nemici. Anche Sansonetto, Grifone e Aquilante corrono dietro Marfisa, benché il rumore continui a rimbombare nelle loro orecchie. Astolfo percorre intanto tutta la città suonando il corno con sempre maggiore energia.
Ottava 94
745Chi scese al mare, e chi poggiò su al monte,
e chi tra i boschi ad occultar si venne:
alcuna, senza mai volger la fronte,
fuggir per dieci dì non si ritenne:
uscì in tal punto alcuna fuor del ponte,
750ch’in vita sua mai più non vi rivenne.
Sgombraro in modo e piazze e templi e case,
che quasi vota la città rimase.
Alcune donne scappano verso il mare, altre sui monti o nei boschi. C’è chi corre per giorni senza voltarsi e chi abbandona definitivamente la città. Case, piazze e templi si svuotano quasi del tutto, tanto è generale il panico.
Ottava 95
Marfisa e ’l bon Guidone e i duo fratelli
e Sansonetto, pallidi e tremanti,
755fuggiano inverso il mare, e dietro a quelli
fuggian i marinari e i mercatanti;
ove Aleria trovar, che, fra i castelli,
loro avea un legno apparecchiato inanti.
Quindi, poi ch’in gran fretta li raccolse,
760diè i remi all’acqua ed ogni vela sciolse.
Marfisa, Guidone, i due fratelli, Sansonetto, i marinai e i mercanti raggiungono il porto ancora pallidi e tremanti. Qui trovano la nave preparata da Aleria, che li fa salire rapidamente e ordina di partire a remi e a vele spiegate.
Ottava 96
Dentro e d’intorno il duca la cittade
avea scorsa dai colli insino all’onde;
fatto avea vote rimaner le strade:
ognun lo fugge, ognun se gli nasconde.
765Molte trovate fur, che per viltade
s’eran gittate in parti oscure e immonde;
e molte, non sappiendo ove s’andare,
messesi a nuoto ed affogate in mare.
Astolfo continua invece a percorrere la città dal colle alla spiaggia, facendo fuggire chiunque incontri. Alcune donne, per nascondersi, si gettano in luoghi sporchi e oscuri; altre, non sapendo dove scappare, si lanciano in mare e annegano.
Ottava 97
Per trovare i compagni il duca viene,
770che si credea di riveder sul molo.
Si volge intorno, e le deserte arene
guarda per tutto, e non v’appare un solo.
Leva più gli occhi, e in alto a vele piene
da sé lontani andar li vede a volo:
775sì che gli convien fare altro disegno
al suo camin, poi che partito è il legno.
Dopo aver svuotato la città con il corno, Astolfo torna al porto per raggiungere gli amici. Non trova più nessuno sulla riva e, guardando lontano, vede la nave già in mare a vele spiegate: deve quindi trovare un’altra strada per proseguire da solo.
Ottava 98
Lasciamolo andar pur – né vi rincresca
che tanta strada far debba soletto
per terra d’infedeli e barbaresca,
780dove mai non si va senza sospetto:
non è periglio alcuno, onde non esca
con quel suo corno, e n’ha mostrato effetto; –
e dei compagni suoi pigliamo cura,
ch’al mar fuggian tremando di paura.
Il narratore invita a non preoccuparsi troppo di Astolfo, che attraverserà terre pericolose abitate da popoli ostili: il corno magico gli permette di superare quasi ogni minaccia. Preferisce seguire gli altri cavalieri, fuggiti per mare ancora sconvolti dalla paura.
Ottava 99
785A piena vela si cacciaron lunge
da la crudele e sanguinosa spiaggia:
e poi che di gran lunga non li giunge
l’orribil suon ch’a spaventar più gli aggia,
insolita vergogna sì gli punge,
790che, com’un fuoco, a tutti il viso raggia.
L’un non ardisce a mirar l’altro, e stassi
tristo, senza parlar, con gli occhi bassi.
La nave si allontana velocemente dalla costa insanguinata. Quando il rumore del corno non giunge più fino ai passeggeri, tutti cominciano a vergognarsi della propria fuga: arrossiscono, abbassano gli occhi ed evitano persino di guardarsi tra loro.
Ottava 100
Passa il nocchiero, al suo viaggio intento,
e Cipro e Rodi, e giù per l’onda egea
795da sé vede fuggire isole cento
col periglioso capo di Malea;
e con propizio ed immutabil vento
asconder vede la greca Morea;
volta Sicilia, e per lo mar Tirreno
800costeggia de l’Italia il lito ameno:
Il navigatore procede attraverso il Mediterraneo: passa vicino a Cipro e Rodi, attraversa l’Egeo, supera il pericoloso capo Malea e costeggia la Grecia. Con vento favorevole aggira la Sicilia e risale il Tirreno lungo le coste italiane.
Ottava 101
e sopra Luna ultimamente sorse,
dove lasciato avea la sua famiglia.
Dio ringraziando che ’l pelago corse
senza più danno, il noto lito piglia.
805Quindi un nochier trovar per Francia sciorse,
il qual di venir seco li consiglia:
e nel suo legno ancor quel dì montaro,
ed a Marsilia in breve si trovaro.
La nave raggiunge infine il porto di Luni, da cui era partita. I viaggiatori ringraziano Dio per essere tornati senza nuovi incidenti, poi trovano un altro comandante disposto a condurli in Francia e, saliti sulla sua nave, arrivano presto a Marsiglia.
Ottava 102
Quivi non era Bradamante allora,
810ch’aver solea governo del paese;
che se vi fosse, a far seco dimora
gli avria sforzati con parlar cortese.
Sceser nel lito, e la medesima ora
dai quattro cavallier congedo prese
815Marfisa, e da la donna del Selvaggio;
e pigliò alla ventura il suo viaggio,
A Marsiglia non si trova Bradamante, che normalmente governa quella regione: se fosse stata presente, avrebbe probabilmente invitato i cavalieri a fermarsi. Appena sbarcati, Marfisa si congeda dai quattro compagni e da Aleria, moglie di Guidone, e riprende da sola il proprio viaggio.
Ottava 103
dicendo che lodevole non era
ch’andasser tanti cavallieri insieme:
che gli storni e i colombi vanno in schiera,
820i daini e i cervi e ogn’animal che teme;
ma l’audace falcon, l’aquila altiera,
che ne l’aiuto altrui non metton speme
orsi, tigri, leon, soli ne vanno;
che di più forza alcun timor non hanno.
Marfisa sostiene che non è onorevole viaggiare sempre in un gruppo numeroso. Gli animali timorosi, come i colombi e i cervi, si muovono insieme; leoni, tigri, orsi, aquile e falchi, invece, confidano nella propria forza e affrontano il mondo senza compagnia.
Ottava 104
825Nessun degli altri fu di quel pensiero;
sì ch’a lei sola toccò a far partita.
Per mezzo i boschi e per strano sentiero
dunque ella se n’andò sola e romita.
Grifone il bianco ed Aquilante il nero
830pigliar con gli altri duo la via più trita,
e giunsero a un castello il dì seguente,
dove albergati fur cortesemente.
Gli altri non condividono la sua scelta, così Marfisa parte da sola attraverso boschi e sentieri poco frequentati. Grifone, Aquilante, Guidone e Sansonetto seguono una strada più battuta e il giorno seguente trovano alloggio in un castello.
Ottava 105
Cortesemente dico in apparenza,
ma tosto vi sentir contrario effetto;
835che ’l signor del castel, benivolenza
fingendo e cortesia, lor dè ricetto:
e poi la notte, che sicuri senza
timor dormian, gli fe’ pigliar nel letto;
né prima li lasciò, che d’osservare
840una costuma ria li fe’ giurare.
Il castello sembra inizialmente accogliere i cavalieri con grande cortesia, ma l’ospitalità è soltanto una finzione. Il signore del luogo li fa arrestare mentre dormono e li trattiene finché non giurano di rispettare un’usanza ingiusta, che verrà spiegata più avanti.
Ottava 106
Ma vo’ seguir la bellicosa donna,
prima, Signor, che di costor più dica.
Passò Druenza, il Rodano e la Sonna,
e venne a piè d’una montagna aprica.
845Quivi lungo un torrente, in negra gonna
vide venire una femina antica,
che stanca e lassa era di lunga via,
ma via più afflitta di malenconia.
Il poeta interrompe temporaneamente la loro vicenda per seguire Marfisa. La guerriera attraversa la Durance, il Rodano e la Saona; giunta presso una montagna, incontra lungo un torrente una vecchia vestita di nero, stremata dalla marcia e profondamente triste.
Ottava 107
Questa è la vecchia che solea servire
850ai malandrin nel cavernoso monte,
là dove alta giustizia fe’ venire
e dar lor morte il paladino conte.
La vecchia, che timore ha di morire
per le cagion che poi vi saran conte,
855già molti dì va per via oscura e fosca,
fuggendo ritrovar chi la conosca.
È la vecchia che in passato serviva i briganti nella grotta dove Orlando ha poi fatto giustizia, uccidendoli. Teme di essere riconosciuta e punita per i propri delitti; per questo cammina da giorni lungo sentieri solitari e poco visibili.
Ottava 108
Quivi d’estrano cavallier sembianza
l’ebbe Marfisa all’abito e all’arnese;
e perciò non fuggì, com’avea usanza
860fuggir dagli altri ch’eran del paese;
anzi con sicurezza e con baldanza
si fermò al guado, e di lontan l’attese:
al guado del torrente, ove trovolla,
la vecchia le uscì incontra e salutolla.
La vecchia scambia Marfisa per un cavaliere straniero a causa dell’armatura e dell’abbigliamento. Non la teme come teme gli abitanti del luogo e, anziché fuggire, si ferma ad aspettarla presso il guado del torrente, salutandola con sicurezza.
Ottava 109
865Poi la pregò che seco oltr’a quell’acque
ne l’altra ripa in groppa la portasse.
Marfisa che gentil fu da che nacque,
di là dal fiumicel seco la trasse;
e portarla anch’un pezzo non le spiacque,
870fin ch’a miglior camin la ritornasse,
fuor d’un gran fango; e al fin di quel sentiero
si videro all’incontro un cavalliero.
Chiede a Marfisa di farla salire dietro di sé per attraversare il corso d’acqua. La guerriera, generosa per natura, accetta e continua a trasportarla ancora per un tratto, oltre una zona fangosa, finché lungo il sentiero compare un altro cavaliere.
Ottava 110
Il cavallier su ben guernita sella,
di lucide arme e di bei panni ornato,
875verso il fiume venìa da una donzella
e da un solo scudiero accompagnato.
La donna ch’avea seco era assai bella,
ma d’altiero sembiante e poco grato,
tutta d’orgoglio e di fastidio piena,
880del cavallier ben degna che la mena.
L’uomo che si avvicina indossa una bella armatura e vesti ricche, cavalca un destriero ben equipaggiato ed è accompagnato da uno scudiero e da una giovane molto bella. La donna, però, ha modi altezzosi e sgradevoli, in perfetta armonia con il carattere del cavaliere.
Ottava 111
Pinabello, un de’ conti maganzesi,
era quel cavallier ch’ella avea seco;
quel medesmo che dianzi a pochi mesi
Bradamante gittò nel cavo speco.
885Quei sospir, quei singulti così accesi,
quel pianto che lo fe’ già quasi cieco,
tutto fu per costei ch’or seco avea,
che ’l negromante allor gli ritenea.
Il cavaliere è Pinabello, appartenente alla famiglia maganzese, lo stesso che in precedenza aveva gettato Bradamante in una profonda caverna. La giovane che lo accompagna è proprio la donna per la quale egli allora piangeva disperatamente, credendola ancora prigioniera dell’incantesimo di Atlante.
Ottava 112
Ma poi che fu levato di sul colle
890l’incantato castel del vecchio Atlante,
e che poté ciascuno ire ove volle,
per opra e per virtù di Bradamante;
costei, ch’agli disii facile e molle
di Pinabel sempre era stata inante,
895si tornò a lui, ed in sua compagnia
da un castello ad un altro or se ne gìa.
Quando Bradamante aveva distrutto il castello incantato di Atlante, tutti i prigionieri erano tornati liberi. Anche la donna amata da Pinabello lo aveva raggiunto e da allora i due si spostavano insieme da un castello all’altro.
Ottava 113
E sì come vezzosa era e mal usa,
quando vide la vecchia di Marfisa,
non si poté tenere a bocca chiusa
900di non la motteggiar con beffe e risa.
Marfisa altiera, appresso a cui non s’usa
sentirsi oltraggio in qualsivoglia guisa,
rispose d’ira accesa alla donzella,
che di lei quella vecchia era più bella;
La giovane, viziata e arrogante, alla vista della vecchia trasportata da Marfisa comincia a deriderne l’aspetto. Marfisa, che non tollera le offese, risponde con rabbia sostenendo provocatoriamente che la vecchia è più bella di lei.
Ottava 114
905e ch’al suo cavallier volea provallo,
con patto di poi torre a lei la gonna
e il palafren ch’avea, se da cavallo
gittava il cavallier di ch’era donna.
Pinabel che faria, tacendo, fallo,
910di risponder con l’arme non assonna:
piglia lo scudo e l’asta, e il destrier gira,
poi vien Marfisa a ritrovar con ira.
Marfisa sfida Pinabello a dimostrare in combattimento che la sua dama è la più bella. Se lei riuscirà a disarcionarlo, prenderà alla giovane il cavallo, il vestito e gli ornamenti. Pinabello, per non apparire codardo, si arma e si prepara ad affrontarla.
Ottava 115
Marfisa incontra una gran lancia afferra,
e ne la vista a Pinabel l’arresta,
915e sì stordito lo riversa in terra,
che tarda un’ora a rilevar la testa.
Marfisa vincitrice de la guerra,
fe’ trarre a quella giovane la vesta,
ed ogn’altro ornamento le fe’ porre,
920e ne fe’ il tutto alla sua vecchia torre:
Marfisa impugna la lancia e colpisce Pinabello con tale forza da farlo cadere a terra tramortito; egli impiega molto tempo a riprendersi. La vincitrice obbliga la dama sconfitta a togliersi gli abiti eleganti e gli ornamenti, che consegna alla vecchia.
Ottava 116
e di quel giovenile abito volse
che si vestisse e se n’ornasse tutta;
e fe’ che ’l palafreno anco si tolse,
che la giovane avea quivi condutta.
925Indi al preso camin con lei si volse,
che quant’era più ornata, era più brutta.
Tre giorni se n’andar per lunga strada,
senza far cosa onde a parlar m’accada.
Marfisa fa indossare alla vecchia gli abiti della giovane e le assegna anche il suo cavallo. La donna anziana, secondo il giudizio ironico del narratore, appare ancora più brutta sotto quegli ornamenti. Le due ripartono e viaggiano per tre giorni senza avventure degne di nota.
Ottava 117
Il quarto giorno un cavallier trovaro,
930che venìa in fretta galoppando solo.
Se di saper chi sia forse v’è caro,
dicovi ch’è Zerbin, di re figliuolo,
di virtù esempio e di bellezza raro,
che se stesso rodea d’ira e di duolo
935di non aver potuto far vendetta
d’un che gli avea gran cortesia interdetta.
Il quarto giorno incontrano un cavaliere che galoppa da solo: è Zerbino, figlio di re, celebre per bellezza e virtù. È ancora consumato dalla rabbia e dal dolore perché non è riuscito a vendicarsi di una persona che gli ha fatto un grave torto.
Ottava 118
Zerbino indarno per la selva corse
dietro a quel suo che gli avea fatto oltraggio;
ma sì a tempo colui seppe via torse,
940sì seppe nel fuggir prender vantaggio,
sì il bosco e sì una nebbia lo soccorse,
ch’avea offuscato il matutino raggio,
che di man di Zerbin si levò netto,
fin che l’ira e il furor gli uscì del petto.
Zerbino ha inseguito a lungo il colpevole attraverso la foresta, ma questi è riuscito a fuggire grazie alla conoscenza del terreno e a una nebbia mattutina che ne ha nascosto i movimenti. Il cavaliere ha dovuto interrompere la ricerca senza ottenere vendetta.
Ottava 119
945Non poté, ancor che Zerbin fosse irato,
tener, vedendo quella vecchia, il riso;
che gli parea dal giovenile ornato
troppo diverso il brutto antiquo viso;
ed a Marfisa, che le venìa a lato,
950disse: – Guerrier, tu sei pien d’ogni aviso,
che damigella di tal sorte guidi,
che non temi trovar chi te la invidi.
Benché ancora irritato, Zerbino non riesce a trattenere il riso vedendo la vecchia con abiti tanto giovanili. Rivolgendosi a Marfisa, che continua a scambiare per un uomo, scherza dicendo che possiede una compagna così poco desiderabile da non dover temere rivali.
Ottava 120
Avea la donna (se la crespa buccia
può darne indicio) più de la Sibilla,
955e parea, così ornata, una bertuccia,
quando per muover riso alcun vestilla;
ed or più brutta par, che si coruccia,
e che dagli occhi l’ira le sfavilla:
ch’a donna non si fa maggior dispetto,
960che quando o vecchia o brutta le vien detto.
La vecchia appare a Zerbino più antica della Sibilla e, vestita in modo tanto vistoso, gli ricorda una scimmia travestita per far ridere. L’offesa la fa arrabbiare, e il narratore osserva che poche parole feriscono una donna quanto sentirsi chiamare vecchia o brutta.
Ottava 121
Mostrò turbarse l’inclita donzella,
per prenderne piacer, come si prese;
e rispose a Zerbin: – Mia donna è bella,
per Dio, via più che tu non sei cortese;
965come ch’io creda che la tua favella
da quel che sente l’animo non scese:
tu fingi non conoscer sua beltade,
per escusar la tua somma viltade.
Marfisa finge di irritarsi per divertirsi a provocare Zerbino. Gli risponde che la propria dama è assai più bella di quanto lui sia cortese e sostiene che, se il cavaliere non ne riconosce la bellezza, è soltanto perché teme di doverla conquistare combattendo.
Ottava 122
E chi saria quel cavallier, che questa
970sì giovane e sì bella ritrovasse
senza più compagnia ne la foresta,
e che di farla sua non si provasse? –
– Sì ben (disse Zerbin) teco s’assesta,
che saria mal ch’alcun te la levasse;
975ed io per me non son così indiscreto,
che te ne privi mai; stanne pur lieto.
La guerriera gli chiede retoricamente quale uomo potrebbe incontrare in un bosco una donna tanto giovane e bella senza desiderare di portarla via. Zerbino continua a scherzare e risponde che Marfisa è perfettamente adatta alla compagna e che egli non gliela sottrarrebbe mai.
Ottava 123
S’in altro conto aver vuoi a far meco,
di quel ch’io vaglio son per farti mostra;
ma per costei non mi tener sì cieco,
980che solamente far voglia una giostra.
O brutta o bella sia, restisi teco:
non vo’ partir tanta amicizia vostra.
Ben vi sète accoppiati: io giurerei,
com’ella è bella, tu gagliardo sei. –
Zerbino si dichiara pronto ad affrontare Marfisa per qualsiasi altra ragione, ma non vuole combattere per ottenere la vecchia. Le consiglia di tenerla per sé e, con una nuova ironia, afferma che i due formano una coppia ben assortita: bella lei quanto forte il cavaliere.
Ottava 124
985Suggiunse a lui Marfisa: – Al tuo dispetto
di levarmi costei provar convienti.
Non vo’ patir ch’un sì leggiadro aspetto
abbi veduto, e guadagnar nol tenti. –
Rispose a lei Zerbin – Non so a ch’effetto
990l’uom si metta a periglio e si tormenti,
per riportarne una vittoria, poi,
che giovi al vinto, e al vincitore annoi. –
Marfisa insiste che Zerbino deve cercare di conquistarle la compagna, anche controvoglia. Il giovane risponde che non ha senso rischiare la vita in un duello nel quale la vittoria sarebbe un fastidio per il vincitore e un vantaggio per lo sconfitto.
Ottava 125
– Se non ti par questo partito buono,
te ne do un altro, e ricusar nol dei
995(disse a Zerbin Marfisa): che s’io sono
vinto da te, m’abbia a restar costei;
ma s’io te vinco, a forza te la dono.
Dunque provian chi de’ star senza lei:
se perdi, converrà che tu le faccia
1000compagnia sempre, ovunque andar le piaccia. –
La guerriera formula allora una nuova condizione: se Zerbino vincerà, la vecchia rimarrà con Marfisa; se perderà, dovrà prenderla con sé e accompagnarla ovunque vorrà. In questo modo, dice provocatoriamente, si vedrà chi merita di restare senza di lei.
Ottava 126
– E così sia, – Zerbin rispose; e volse
a pigliar campo subito il cavallo.
Si levò su le staffe e si raccolse
fermo in arcione, e per non dare in fallo,
1005lo scudo in mezzo alla donzella colse;
ma parve urtasse un monte di metallo:
ed ella in guisa a lui toccò l’elmetto,
che stordito il mandò di sella netto.
Zerbino accetta e si prepara immediatamente al duello. Colpisce al centro dello scudo di Marfisa, ma è come urtare una montagna di ferro. La guerriera, invece, lo centra sull’elmo con una forza tale da farlo cadere da cavallo stordito.
Ottava 127
Troppo spiacque a Zerbin l’esser caduto,
1010ch’in altro scontro mai più non gli avvenne,
e n’avea mille e mille egli abbattuto;
ed a perpetuo scorno se lo tenne.
Stette per lungo spazio in terra muto;
e più gli dolse poi che gli sovenne
1015ch’avea promesso e che gli convenia
aver la brutta vecchia in compagnia.
Zerbino prova una vergogna enorme: innumerevoli volte ha disarcionato i nemici senza essere mai stato abbattuto. Rimane a lungo a terra, sconvolto soprattutto dal pensiero che, in base al patto, dovrà accompagnare la vecchia.
Ottava 128
Tornando a lui la vincitrice in sella,
disse ridendo: – Questa t’appresento;
e quanto più la veggio e grata e bella,
1020tanto, ch’ella sia tua, più mi contento.
Or tu in mio loco sei campion di quella;
ma la tua fé non se ne porti il vento,
che per sua guida e scorta tu non vada
(come hai promesso) ovunque andar l’aggrada. –
Marfisa torna da lui ridendo e gli affida ufficialmente la donna. Gli ricorda che ormai ne è il difensore e che, se vuole restare fedele alla parola data, dovrà scortarla in ogni luogo in cui lei desidererà andare.
Ottava 129
1025Senza aspettar risposta urta il destriero
per la foresta, e subito s’imbosca.
Zerbin, che la stimava un cavalliero,
dice alla vecchia: – Fa ch’io lo conosca. –
Ed ella non gli tiene ascoso il vero,
1030onde sa che lo ’ncende e che l’attosca:
– Il colpo fu di man d’una donzella,
che t’ha fatto votar (disse) la sella.
Marfisa si allontana subito a cavallo e scompare nel bosco. Zerbino, che ancora la crede un uomo, chiede alla vecchia di rivelargli chi sia il cavaliere che lo ha sconfitto. Lei gli risponde che è stato disarcionato da una donna.
Ottava 130
Per suo valor costei debitamente
usurpa a’ cavallieri e scudo e lancia;
1035e venuta è pur dianzi d’Oriente
per assaggiare i paladin di Francia. –
Zerbin di questo tal vergogna sente,
che non pur tinge di rossor la guancia,
ma restò poco di non farsi rosso
1040seco ogni pezzo d’arme ch’avea indosso.
La vecchia spiega che quella guerriera è Marfisa, famosa per il valore militare e da poco giunta dall’Oriente per misurarsi con i paladini di Francia. Zerbino si vergogna tanto di essere stato sconfitto da lei che gli sembra di arrossire perfino sotto l’armatura.
Ottava 131
Monta a cavallo, e se stesso rampogna
che non seppe tener strette le cosce.
Tra sé la vecchia ne sorride, e agogna
di stimularlo e di più dargli angosce.
1045Gli ricorda ch’andar seco bisogna:
e Zerbin, ch’ubligato si conosce,
l’orecchie abbassa, come vinto e stanco
destrier c’ha in bocca il fren, gli sproni al fianco.
Risalito in sella, Zerbino si rimprovera di non essersi tenuto più saldamente al cavallo. La vecchia, divertita dalla sua umiliazione, gli ricorda subito l’obbligo di accompagnarla. Egli obbedisce abbattuto, come un animale stanco costretto a muoversi con briglie e speroni.
Ottava 132
E sospirando: – Ohimè, Fortuna fella
1050(dicea), che cambio è questo che tu fai?
Colei che fu sopra le belle bella,
ch’esser meco dovea, levata m’hai.
Ti par ch’in luogo ed in ristor di quella
si debba por costei ch’ora mi dai?
1055Stare in danno del tutto era men male,
che fare un cambio tanto diseguale.
Zerbino si lamenta amaramente con la Fortuna, che gli ha tolto la donna amata, bellissima e destinata a stare con lui, e gli ha dato in cambio questa compagna insopportabile. A suo giudizio sarebbe stato meno doloroso perdere tutto senza ricevere una sostituzione così offensiva.
Ottava 133
Colei che di bellezze e di virtuti
unqua non ebbe e non avrà mai pare,
sommersa e rotta tra gli scogli acuti
1060hai data ai pesci ed agli augei del mare;
e costei che dovria già aver pasciuti
sotterra i vermi, hai tolta a perservare
dieci o venti anni più che non devevi,
per dar più peso agli mie’ affanni grevi. –
Nel suo lamento Zerbino ricorda Isabella, donna incomparabile per bellezza e virtù, che crede morta in un naufragio e divorata dagli animali marini. Accusa il destino di averle tolto la vita, mentre continua a prolungare quella della vecchia soltanto per accrescere le proprie sofferenze.
Ottava 134
1065Zerbin così parlava; né men tristo
in parole e in sembianti esser parea
di questo nuovo suo sì odioso acquisto,
che de la donna che perduta avea.
La vecchia, ancor che non avesse visto
1070mai più Zerbin, per quel ch’ora dicea,
s’avvide esser colui di che notizia
le diede già Issabella di Galizia.
Zerbino sembra soffrire per la nuova compagna quasi quanto per la perdita di Isabella. La vecchia, ascoltando il suo lamento, comprende finalmente chi ha accanto: Isabella, quando era sua prigioniera, le aveva già parlato più volte del giovane che amava.
Ottava 135
Se ’l vi ricorda quel ch’avete udito,
costei da la spelonca ne veniva,
1075dove Issabella, che d’amor ferito
Zerbino avea, fu molti dì captiva.
Più volte ella le avea già riferito
come lasciasse la paterna riva,
e come rotta in mar da la procella,
1080si salvasse alla spiaggia di Rocella.
Il narratore ricorda che la vecchia proveniva dalla caverna dei briganti, dove Isabella era rimasta prigioniera per molti giorni. La giovane le aveva raccontato la fuga dalla casa paterna, la tempesta che aveva distrutto la nave e il suo approdo presso la costa di Rocella.
Ottava 136
E sì spesso dipinto di Zerbino
le avea il bel viso e le fattezze conte,
ch’ora udendol parlare, e più vicino
gli occhi alzandogli meglio ne la fronte,
1085vide esser quel per cui sempre meschino
fu d’Issabella il cor nel cavo monte;
che di non veder lui più si lagnava,
che d’esser fatta ai malandrini schiava.
Isabella le aveva descritto così spesso il volto e i modi di Zerbino che la vecchia, osservandolo e ascoltandolo, ora lo riconosce. Sa anche quanto Isabella soffrisse nella grotta: più della prigionia le pesava il timore di non poter rivedere l’amato.
Ottava 137
La vecchia, dando alle parole udienza,
1090che con sdegno e con duol Zerbino versa,
s’avede ben ch’egli ha falsa credenza
che sia Issabella in mar rotta e sommersa:
e ben ch’ella del certo abbia scienza,
per non lo rallegrar, pur la perversa
1095quel che far lieto lo potria, gli tace,
e sol gli dice quel che gli dispiace.
La vecchia capisce che Zerbino crede erroneamente Isabella morta in mare. Pur conoscendo la verità, sceglie per cattiveria di non consolarlo: trattiene le notizie che potrebbero renderlo felice e si prepara a usare la propria conoscenza per tormentarlo.
Ottava 138
– Odi tu (gli disse ella), tu che sei
cotanto altier, che sì mi scherni e sprezzi,
se sapessi che nuova ho di costei
1100che morta piangi, mi faresti vezzi:
ma più tosto che dirtelo, torrei
che mi strozzassi o fêssi in mille pezzi;
dove, s’eri vêr me più mansueto,
forse aperto t’avrei questo secreto. –
Rivolgendosi al giovane che l’ha derisa, la vecchia gli dice che possiede notizie della donna che egli piange come morta. Tuttavia preferirebbe essere strangolata piuttosto che rivelargliele, perché Zerbino non l’ha trattata con la dovuta gentilezza.
Ottava 139
1105Come il mastin che con furor s’aventa
adosso al ladro, ad achetarsi è presto,
che quello o pane o cacio gli appresenta,
o che fa incanto appropriato a questo;
così tosto Zerbino umil diventa,
1110e vien bramoso di sapere il resto,
che la vecchia gli accenna che di quella,
che morta piange, gli sa dir novella.
Zerbino cambia improvvisamente atteggiamento, come un cane da guardia inferocito che diventi mansueto quando un ladro gli offre del cibo. Il desiderio di sapere qualcosa di Isabella lo spinge a rivolgersi alla vecchia con grande umiltà.
Ottava 140
E volto a lei con più piacevol faccia,
la supplica, la prega, la scongiura
1115per gli uomini, per Dio, che non gli taccia
quanto ne sappia, o buona o ria ventura.
– Cosa non udirai che pro ti faccia
(disse la vecchia pertinace e dura):
non è Issabella, come credi, morta;
1120ma viva sì, ch’a’ morti invidia porta.
La prega e la scongiura di raccontargli qualsiasi notizia, buona o cattiva. La vecchia risponde crudelmente che Isabella non è morta: è viva, ma sostiene in modo provocatorio che si trovi in una condizione tanto infelice da far invidia ai morti.
Ottava 141
È capitata in questi pochi giorni
che non n’udisti, in man di più di venti;
sì che, qualora anco in man tua ritorni,
ve’ se sperar di corre il fior convienti. –
1125Ah vecchia maladetta, come adorni
la tua menzogna! e tu sai pur se menti.
Se ben in man de venti ell’era stata,
non l’avea alcun però mai violata.
La donna insinua falsamente che Isabella sia passata tra le mani di più di venti uomini, invitando Zerbino a dubitare della sua purezza anche se riuscisse a ritrovarla. Zerbino protesta, accusandola di mentire: Isabella non è stata violata da nessuno, anche se è caduta in mano a diversi malfattori.
Ottava 142
Dove l’avea veduta domandolle
1130Zerbino, e quando, ma nulla n’invola;
che la vecchia ostinata più non volle
a quel c’ha detto aggiungere parola.
Prima Zerbin le fece un parlar molle,
poi minacciolle di tagliar la gola:
1135ma tutto è invan ciò che minaccia e prega;
che non può far parlar la brutta strega.
Zerbino chiede con insistenza dove e quando la vecchia abbia visto Isabella, ma lei si rifiuta di aggiungere qualsiasi dettaglio. Il giovane passa dalle suppliche alle minacce, arrivando a dirle che potrebbe ucciderla, senza riuscire a strapparle altre parole.
Ottava 143
Lasciò la lingua all’ultimo in riposo
Zerbin, poi che ’l parlar gli giovò poco;
per quel ch’udito avea, tanto geloso,
1140che non trovava il cor nel petto loco;
d’Issabella trovar sì disioso,
che saria per vederla ito nel fuoco:
ma non poteva andar più che volesse
colei, poi ch’a Marfisa lo promesse.
Alla fine Zerbino smette di interrogare la vecchia, poiché non ottiene alcun risultato. Le insinuazioni lo tormentano di gelosia e accrescono il desiderio di trovare Isabella; tuttavia non può separarsi dalla compagna, perché ha promesso a Marfisa di accompagnarla.
Ottava 144
1145E quindi per solingo e strano calle,
dove a lei piacque, fu Zerbin condotto;
né per o poggiar monte o scender valle,
mai si guardaro in faccia o si fer motto.
Ma poi ch’al mezzodì volse le spalle
1150il vago sol, fu il lor silenzio rotto
da un cavallier che nel cammin scontraro.
Quel che seguì, ne l’altro canto è chiaro.
La vecchia conduce Zerbino per sentieri isolati e impervi, facendogli superare monti e valli in un silenzio ostile. Nel pomeriggio incontrano un altro cavaliere, e il narratore interrompe qui l’episodio, rinviando al canto seguente ciò che accadrà.