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L’Orlando furioso · Ludovico Ariosto

Canto diciannovesimo

Testo originale e parafrasi

Ogni ottava affianca il testo originale alla parafrasi in italiano contemporaneo.

Testo originaleParafrasi
Ottava 1
1Alcun non può saper da chi sia amato,
quando felice in su la ruota siede:
però c’ha i veri e i finti amici a lato,
che mostran tutti una medesma fede.
5Se poi si cangia in tristo il lieto stato,
volta la turba adulatrice il piede;
e quel che di cor ama riman forte,
ed ama il suo signor dopo la morte.
Chi gode di successo non può distinguere con certezza gli amici sinceri dagli adulatori, perché entrambi gli si mostrano fedeli. Quando la fortuna cambia, i falsi sostenitori spariscono; chi ama davvero rimane leale anche dopo la morte della persona servita.
Ottava 2
Se, come il viso, si mostrasse il core,
10tal ne la corte è grande e gli altri preme,
e tal è in poca grazia al suo signore,
che la lor sorte muteriano insieme.
Questo umil diverria tosto il maggiore:
staria quel grande infra le turbe estreme.
15Ma torniamo a Medor fedele e grato,
che ’n vita e in morte ha il suo signore amato.
Se i sentimenti si potessero vedere sul volto, molti cortigiani autorevoli perderebbero il loro posto, mentre persone trascurate sarebbero apprezzate. Il narratore riprende quindi la storia di Medoro, che ha dimostrato fedeltà al suo signore tanto da morto quanto da vivo.
Ottava 3
Cercando già nel più intricato calle
il giovine infelice di salvarsi;
ma il grave peso ch’avea su le spalle,
20gli facea uscir tutti i partiti scarsi.
Non conosce il paese, e la via falle,
e torna fra le spine a invilupparsi.
Lungi da lui tratto al sicuro s’era
l’altro, ch’avea la spalla più leggiera.
Medoro cerca una via per sottrarsi agli inseguitori, ma il cadavere di Dardinello che porta sulle spalle gli impedisce di muoversi rapidamente. Non conosce il bosco, sbaglia direzione e resta preso fra i rovi; Cloridano, privo di quel peso, si è già allontanato.
Ottava 4
25Cloridan s’è ridutto ove non sente
di chi segue lo strepito e il rumore:
ma quando da Medor si vede assente,
gli pare aver lasciato a dietro il core.
– Deh, come fui (dicea) sì negligente,
30deh, come fui sì di me stesso fuore,
che senza te, Medor, qui mi ritrassi,
né sappia quando o dove io ti lasciassi! –
Quando Cloridano raggiunge un punto dove non sente più i cavalieri, si accorge che Medoro non è con lui. Si rimprovera di aver abbandonato l'amico senza sapere quando lo abbia perduto e sente di aver lasciato indietro una parte di sé.
Ottava 5
Così dicendo, ne la torta via
de l’intricata selva si ricaccia;
35ed onde era venuto si ravvia,
e torna di sua morte in su la traccia.
Ode i cavalli e i gridi tuttavia,
e la nimica voce che minaccia:
all’ ultimo ode il suo Medoro, e vede
40che tra molti a cavallo è solo a piede.
Cloridano torna indietro lungo i sentieri tortuosi, pur sapendo di andare incontro al pericolo. Ascolta nitriti, grida e minacce degli inseguitori, finché riconosce la voce di Medoro e lo vede circondato da cavalieri mentre egli è a piedi.
Ottava 6
Cento a cavallo, e gli son tutti intorno:
Zerbin commanda e grida che sia preso.
L’infelice s’aggira com’un torno,
e quanto può si tien da lor difeso,
45or dietro quercia, or olmo, or faggio, or orno,
né si discosta mai dal caro peso.
L’ha riposato al fin su l’erba, quando
regger nol puote, e gli va intorno errando:
Zerbino comanda numerosi cavalieri che tentano di catturare Medoro. Il giovane si difende girando fra gli alberi, usando i tronchi come riparo, ma non abbandona il corpo di Dardinello; quando le forze lo lasciano, depone il cadavere e continua a proteggerlo.
Ottava 7
come orsa, che l’alpestre cacciatore
50ne la pietrosa tana assalita abbia,
sta sopra i figli con incerto core,
e freme in suono di pietà e di rabbia:
ira la ’nvita e natural furore
a spiegar l’ugne e a insanguinar le labbia;
55amor la ’ntenerisce, e la ritira
a riguardare ai figli in mezzo l’ira.
Medoro somiglia a un'orsa assalita nella tana mentre difende i cuccioli: oscilla fra il desiderio di colpire i nemici e l'istinto di restare accanto a ciò che ama. La similitudine sottolinea insieme il coraggio, la paura e la tenerezza del giovane.
Ottava 8
Cloridan, che non sa come l’aiuti,
e ch’esser vuole a morir seco ancora,
ma non ch’in morte prima il viver muti,
60che via non truovi ove più d’un ne mora;
mette su l’arco un de’ suoi strali acuti,
e nascoso con quel sì ben lavora,
che fora ad uno Scotto le cervella,
e senza vita il fa cader di sella.
Cloridano non sa come liberare l'amico, ma decide che, se dovranno morire, farà almeno pagare la propria vita agli aggressori. Da una posizione nascosta scocca una freccia e colpisce mortalmente alla testa un cavaliere scozzese, facendolo cadere di sella.
Ottava 9
65Volgonsi tutti gli altri a quella banda
ond’era uscito il calamo omicida.
Intanto un altro il Saracin ne manda,
perché ’l secondo a lato al primo uccida;
che mentre in fretta a questo e a quel domanda
70chi tirato abbia l’arco, e forte grida,
lo strale arriva e gli passa la gola,
e gli taglia pel mezzo la parola.
Gli altri cavalieri si voltano verso il punto da cui è partita la freccia. Cloridano ne lancia subito un'altra: raggiunge un uomo mentre sta gridando e chiedendo chi abbia tirato, gli attraversa la gola e interrompe di colpo le sue parole.
Ottava 10
Or Zerbin, ch’era il capitano loro,
non poté a questo aver più pazienza.
75Con ira e con furor venne a Medoro,
dicendo: – Ne farai tu penitenza. –
Stese la mano in quella chioma d’oro,
e strascinollo a sé con violenza:
ma come gli occhi a quel bel volto mise,
80gli ne venne pietade, e non l’uccise.
Zerbino, irritato dalle due uccisioni, si avventa su Medoro deciso a punirlo. Lo afferra per i capelli biondi e lo trascina verso di sé, ma quando vede da vicino il bel volto del ragazzo si commuove e rinuncia a ucciderlo.
Ottava 11
Il giovinetto si rivolse a’ prieghi,
e disse: – Cavallier, per lo tuo Dio,
non esser sì crudel, che tu mi nieghi
ch’io sepelisca il corpo del re mio.
85Non vo’ ch’altra pietà per me ti pieghi,
né pensi che di vita abbi disio:
ho tanta di mia vita, e non più, cura,
quanta ch’al mio signor dia sepultura.
Medoro implora Zerbino nel nome del suo Dio: non chiede di essere risparmiato, bensì di poter seppellire Dardinello. Dichiara che della propria vita gli importa solo nella misura in cui può ancora assolvere il dovere verso il sovrano morto.
Ottava 12
E se pur pascer vòi fiere ed augelli,
90che ’n te il furor sia del teban Creonte,
fa lor convito di miei membri, e quelli
sepelir lascia del figliuol d’Almonte. –
Così dicea Medor con modi belli,
e con parole atte a voltare un monte;
95e sì commosso già Zerbino avea,
che d’amor tutto e di pietade ardea.
Medoro aggiunge che, se Zerbino vuole davvero offrirlo alle fiere come il crudele Creonte della tragedia antica, può farlo, purché lasci seppellire Dardinello. Le parole rispettose e commoventi del giovane toccano profondamente il cavaliere cristiano.
Ottava 13
In questo mezzo un cavallier villano,
avendo al suo signor poco rispetto,
ferì con una lancia sopra mano
100al supplicante il delicato petto.
Spiacque a Zerbin l’atto crudele e strano;
tanto più, che del colpo il giovinetto
vide cader sì sbigottito e smorto,
che ’n tutto giudicò che fosse morto.
Mentre Zerbino sta cedendo alla pietà, uno dei suoi cavalieri, senza rispettare il comandante, trafigge Medoro al petto con una lancia. Zerbino condanna quel gesto crudele e, vedendo il ragazzo cadere pallidissimo, crede che sia morto.
Ottava 14
105E se ne sdegnò in guisa e se ne dolse,
che disse: – Invendicato già non fia! –
e pien di mal talento si rivolse
al cavallier che fe’ l’impresa ria:
ma quel prese vantaggio, e se gli tolse
110dinanzi in un momento, e fuggì via.
Cloridan, che Medor vede per terra,
salta del bosco a discoperta guerra.
Zerbino promette di vendicare l'aggressione e si rivolge contro il proprio soldato. L'uomo però sfrutta la confusione e fugge immediatamente. Cloridano, che vede Medoro a terra, esce dal nascondiglio e si getta apertamente contro i nemici.
Ottava 15
E getta l’arco, e tutto pien di rabbia
tra gli nimici il ferro intorno gira,
115più per morir, che per pensier ch’egli abbia
di far vendetta che pareggi l’ira.
Del proprio sangue rosseggiar la sabbia
fra tante spade, e al fin venir si mira;
e tolto che si sente ogni potere,
120si lascia a canto al suo Medor cadere.
Cloridano abbandona l'arco e combatte con la spada, ormai deciso soprattutto a morire vicino all'amico. Colpito da molte lame, perde progressivamente le forze; alla fine cade insanguinato accanto a Medoro, senza poter più continuare a difendersi.
Ottava 16
Seguon gli Scotti ove la guida loro
per l’alta selva alto disdegno mena,
poi che lasciato ha l’uno e l’altro Moro,
l’un morto in tutto, e l’altro vivo a pena.
125Giacque gran pezzo il giovine Medoro,
spicciando il sangue da sì larga vena,
che di sua vita al fin saria venuto,
se non sopravenia chi gli diè aiuto.
Zerbino riprende l'inseguimento fra gli alberi, lasciando i due saraceni: Cloridano è morto, Medoro è ancora appena vivo. Il giovane resta a lungo sul terreno perdendo sangue dalla ferita e sarebbe certamente morto se non fosse sopraggiunto qualcuno ad aiutarlo.
Ottava 17
Gli sopravenne a caso una donzella,
130avolta in pastorale ed umil veste,
ma di real presenza e in viso bella,
d’alte maniere e accortamente oneste.
Tanto è ch’io non ne dissi più novella,
ch’a pena riconoscer la dovreste:
135questa, se non sapete, Angelica era,
del gran Can del Catai la figlia altiera.
Passa casualmente una fanciulla vestita da pastorella, ma con portamento nobile e straordinaria bellezza. Ariosto rivela che è Angelica, la principessa del Catai, di cui non raccontava da tempo e che i lettori potrebbero quasi non aver riconosciuto.
Ottava 18
Poi che ’l suo annello Angelica riebbe,
di che Brunel l’avea tenuta priva,
in tanto fasto, in tanto orgoglio crebbe,
140ch’esser parea di tutto ’l mondo schiva.
Se ne va sola, e non si degnerebbe
compagno aver qual più famoso viva:
si sdegna a rimembrar che già suo amante
abbia Orlando nomato, o Sacripante.
Da quando ha recuperato l'anello rubatole da Brunello, Angelica è diventata ancora più orgogliosa. Viaggia da sola, disdegna perfino i compagni più illustri e prova fastidio al ricordo dei cavalieri che l'hanno amata, come Orlando e Sacripante.
Ottava 19
145E sopra ogn’altro error via più pentita
era del ben che già a Rinaldo volse,
troppo parendole essersi avilita,
ch’a riguardar sì basso gli occhi volse.
Tant’arroganza avendo Amor sentita,
150più lungamente comportar non volse:
dove giacea Medor, si pose al varco,
e l’aspettò, posto lo strale all’arco.
Angelica si pente soprattutto di avere un tempo mostrato interesse per Rinaldo, giudicando quella scelta indegna della propria altezza. Amore decide di punire la sua arroganza: la attende vicino al luogo dove giace Medoro, pronto a colpirla con le sue frecce.
Ottava 20
Quando Angelica vide il giovinetto
languir ferito, assai vicino a morte,
155che del suo re che giacea senza tetto,
più che del proprio mal si dolea forte;
insolita pietade in mezzo al petto
si sentì entrar per disusate porte,
che le fe’ il duro cor tenero e molle,
160e più, quando il suo caso egli narrolle.
Vedendo Medoro ferito quasi a morte e più addolorato per il corpo insepolto del proprio re che per sé stesso, Angelica prova una compassione insolita. Quando ascolta la sua vicenda, quel sentimento cresce e comincia a vincere la sua abituale durezza.
Ottava 21
E rivocando alla memoria l’arte
ch’in India imparò già di chirugia
(che par che questo studio in quella parte
nobile e degno e di gran laude sia;
165e senza molto rivoltar di carte,
che ’l patre ai figli ereditario il dia),
si dispose operar con succo d’erbe,
ch’a più matura vita lo riserbe.
Angelica ricorda alcune conoscenze mediche apprese in India, dove la cura delle ferite è considerata un'arte importante trasmessa anche in famiglia. Decide di ricorrere a un rimedio vegetale per fermare il sangue e salvare il giovane.
Ottava 22
E ricordossi che passando avea
170veduta un’erba in una piaggia amena;
fosse dittamo, o fosse panacea,
o non so qual, di tal effetto piena,
che stagna il sangue, e de la piaga rea
leva ogni spasmo e perigliosa pena.
175La trovò non lontana, e quella colta,
dove lasciato avea Medor, diè volta.
La principessa rammenta di aver notato nelle vicinanze una pianta dalle proprietà cicatrizzanti. Torna a raccoglierla: si tratta di un'erba capace di arrestare l'emorragia e alleviare il dolore, benché il poeta non ne specifichi con certezza la specie.
Ottava 23
Nel ritornar s’incontra in un pastore
ch’a cavallo pel bosco ne veniva,
cercando una iuvenca, che già fuore
180duo dì di mandra e senza guardia giva.
Seco lo trasse ove perdea il vigore
Medor col sangue che del petto usciva;
e già n’avea di tanto il terren tinto,
ch’era omai presso a rimanere estinto.
Sulla strada Angelica incontra un pastore a cavallo, impegnato a cercare una giovane vacca scomparsa da due giorni. Lo conduce con sé da Medoro, che ha già perso tanto sangue da essere vicinissimo alla morte.
Ottava 24
185Del palafreno Angelica giù scese,
e scendere il pastor seco fece anche.
Pestò con sassi l’erba, indi la prese,
e succo ne cavò fra le man bianche;
ne la piaga n’infuse, e ne distese
190e pel petto e pel ventre e fin a l’anche:
e fu di tal virtù questo liquore,
che stagnò il sangue, e gli tornò il vigore;
Angelica scende da cavallo e chiede al pastore di fare altrettanto. Schiaccia la pianta fra due pietre, ne ricava il succo e lo applica sulla ferita e sul corpo di Medoro; il rimedio ferma il sangue e restituisce rapidamente vigore al giovane.
Ottava 25
e gli diè forza, che poté salire
sopra il cavallo che ’l pastor condusse.
195Non però volse indi Medor partire
prima ch’in terra il suo signor non fusse.
E Cloridan col re fe’ sepelire;
e poi dove a lei piacque si ridusse.
Ed ella per pietà ne l’umil case
200del cortese pastor seco rimase.
Medoro recupera abbastanza forze da poter montare sul cavallo del pastore, ma rifiuta di partire prima di aver seppellito Dardinello. Fa dare sepoltura anche a Cloridano e poi segue Angelica alla casa del pastore, dove lei decide di fermarsi per assisterlo.
Ottava 26
Né fin che nol tornasse in sanitade,
volea partir: così di lui fe’ stima,
tanto se intenerì de la pietade
che n’ebbe, come in terra il vide prima.
205Poi vistone i costumi e la beltade,
roder si sentì il cor d’ascosa lima;
roder si sentì il core, e a poco a poco
tutto infiammato d’amoroso fuoco.
Angelica non vuole lasciare il giovane finché non sia guarito completamente. La compassione iniziale si trasforma però in attrazione: osservandone la bellezza e la gentilezza, avverte che nel proprio cuore sta crescendo un amore difficile da nascondere.
Ottava 27
Stava il pastore in assai buona e bella
210stanza, nel bosco infra duo monti piatta,
con la moglie e coi figli; ed avea quella
tutta di nuovo e poco inanzi fatta.
Quivi a Medoro fu per la donzella
la piaga in breve a sanità ritratta:
215ma in minor tempo si sentì maggiore
piaga di questa avere ella nel core.
Il pastore abita con moglie e figli in una casa nuova e confortevole, nascosta fra due montagne. In quel luogo Angelica guarisce presto la ferita fisica di Medoro, ma si accorge di avere lei stessa una ferita d'amore sempre più dolorosa.
Ottava 28
Assai più larga piaga e più profonda
nel cor sentì da non veduto strale,
che da’ begli occhi e da la testa bionda
220di Medoro aventò l’Arcier c’ha l’ale.
Arder si sente, e sempre il fuoco abonda;
e più cura l’altrui che ’l proprio male:
di sé non cura, e non è ad altro intenta,
ch’a risanar chi lei fere e tormenta.
La principessa sente di essere stata colpita dagli occhi e dai capelli biondi di Medoro come da una freccia invisibile di Cupido. Mentre dedica ogni attenzione alla salute del ragazzo, trascura la sofferenza amorosa che cresce dentro di lei.
Ottava 29
225La sua piaga più s’apre e più incrudisce,
quanto più l’altra si ristringe e salda.
Il giovine si sana: ella languisce
di nuova febbre, or agghiacciata, or calda.
Di giorno in giorno in lui beltà fiorisce:
230la misera si strugge, come falda
strugger di nieve intempestiva suole,
ch’in loco aprico abbia scoperta il sole.
Più la ferita di Medoro si rimargina, più si aggrava quella sentimentale di Angelica. Lui riacquista salute e bellezza; lei alterna ardore e brividi, consumandosi nel desiderio come neve esposta al sole.
Ottava 30
Se di disio non vuol morir, bisogna
che senza indugio ella se stessa aiti:
235e ben le par che di quel ch’essa agogna,
non sia tempo aspettar ch’altri la ’nviti.
Dunque, rotto ogni freno di vergogna,
la lingua ebbe non men che gli occhi arditi:
e di quel colpo domandò mercede,
240che, forse non sapendo, esso le diede.
Angelica comprende che, se non vuole continuare a soffrire, deve dichiarare ciò che prova. Decide di non aspettare un'iniziativa di Medoro, supera ogni timidezza e gli chiede apertamente di ricambiare l'amore che egli, senza volerlo, ha suscitato.
Ottava 31
O conte Orlando, o re di Circassia,
vostra inclita virtù, dite, che giova?
Vostro alto onor dite in che prezzo sia,
o che mercé vostro servir ritruova.
245Mostratemi una sola cortesia
che mai costei v’usasse, o vecchia o nuova,
per ricompensa e guidardone e merto
di quanto avete già per lei sofferto.
Ariosto si rivolge ironicamente a Orlando e a Sacripante: a che cosa sono serviti il loro coraggio, le loro imprese e la loro nobiltà, se Angelica non ha mai dato loro nemmeno un piccolo segno d'affetto in cambio di tante sofferenze?
Ottava 32
Oh se potessi ritornar mai vivo,
250quanto ti parria duro, o re Agricane!
che già mostrò costei sì averti a schivo
con repulse crudeli ed inumane.
O Ferraù, o mille altri ch’io non scrivo,
ch’avete fatto mille pruove vane
255per questa ingrata, quanto aspro vi fôra,
s’a costu’ in braccio voi la vedesse ora!
Il poeta immagina lo sconforto di Agricane, respinto in vita da Angelica, e di Ferraù insieme agli innumerevoli altri pretendenti. Per tutti sarebbe intollerabile vedere la donna tanto desiderata innamorata di un semplice giovane soldato.
Ottava 33
Angelica a Medor la prima rosa
coglier lasciò, non ancor tocca inante:
né persona fu mai sì aventurosa,
260ch’in quel giardin potesse por le piante.
Per adombrar, per onestar la cosa,
si celebrò con cerimonie sante
il matrimonio, ch’auspice ebbe Amore,
e pronuba la moglie del pastore.
Angelica concede a Medoro il primo amore pienamente ricambiato della propria vita: nessuno prima di lui aveva ottenuto una simile intimità. Per rendere pubblica e legittima la loro unione, i due si sposano con una cerimonia religiosa, alla quale partecipa la moglie del pastore.
Ottava 34
265Fersi le nozze sotto all’umil tetto
le più solenni che vi potean farsi;
e più d’un mese poi stero a diletto
i duo tranquilli amanti a ricrearsi.
Più lunge non vedea del giovinetto
270la donna, né di lui potea saziarsi;
né, per mai sempre pendergli dal collo,
il suo disir sentia di lui satollo.
Le nozze vengono celebrate con tutta la solennità possibile in quella modesta abitazione. Angelica e Medoro trascorrono poi più di un mese insieme, felici e inseparabili; la principessa non riesce mai a saziarsi della vicinanza dell'amato.
Ottava 35
Se stava all’ombra o se del tetto usciva,
avea dì e notte il bel giovine a lato:
275matino e sera or questa or quella riva
cercando andava, o qualche verde prato:
nel mezzo giorno un antro li copriva,
forse non men di quel commodo e grato,
ch’ebber, fuggendo l’acque, Enea e Dido,
280de’ lor secreti testimonio fido.
Di giorno e di notte Angelica resta accanto al giovane, passeggiando con lui lungo ruscelli, prati e sentieri. Nelle ore più calde cercano riparo in una grotta, che Ariosto paragona al rifugio in cui Enea e Didone vissero il loro amore.
Ottava 36
Fra piacer tanti, ovunque un arbor dritto
vedesse ombrare o fonte o rivo puro,
v’avea spillo o coltel subito fitto;
così, se v’era alcun sasso men duro:
285ed era fuori in mille luoghi scritto,
e così in casa in altritanti il muro,
Angelica e Medoro, in vari modi
legati insieme di diversi nodi.
Gli innamorati incidono ovunque i propri nomi, intrecciandoli sugli alberi, sulle pietre e sulle pareti della casa del pastore. Quelle scritte, moltiplicate in molti luoghi, diventeranno una testimonianza duratura della loro relazione.
Ottava 37
Poi che le parve aver fatto soggiorno
290quivi più ch’a bastanza, fe’ disegno
di fare in India del Catai ritorno,
e Medor coronar del suo bel regno.
Portava al braccio un cerchio d’oro, adorno
di ricche gemme, in testimonio e segno
295del ben che ’l conte Orlando le volea;
e portato gran tempo ve l’avea.
Dopo un soggiorno che giudica sufficientemente lungo, Angelica decide di tornare nel Catai e fare di Medoro il sovrano del proprio regno. Porta ancora al braccio un prezioso bracciale d'oro e gemme ricevuto da Orlando in segno del suo amore.
Ottava 38
Quel donò già Morgana a Ziliante,
nel tempo che nel lago ascoso il tenne;
ed esso, poi ch’al padre Monodante,
300per opra e per virtù d’Orlando venne,
lo diede a Orlando: Orlando ch’era amante,
di porsi al braccio il cerchio d’or sostenne,
avendo disegnato di donarlo
alla regina sua di ch’io vi parlo.
Il bracciale era appartenuto dapprima a Ziliante, cui lo aveva donato Morgana mentre lo teneva prigioniero. Dopo essere stato liberato grazie a Orlando, Ziliante lo aveva ceduto al paladino; Orlando aveva poi pensato di offrirlo ad Angelica.
Ottava 39
305Non per amor del paladino, quanto
perch’era ricco e d’artificio egregio,
caro avuto l’avea la donna tanto,
che più non si può aver cosa di pregio.
Se lo serbò ne l’Isola del pianto,
310non so già dirvi con che privilegio,
là dove esposta al marin mostro nuda
fu da la gente inospitale e cruda.
Angelica aveva conservato il gioiello per la sua bellezza e il suo valore, non per amore di Orlando. Era riuscita a tenerlo perfino quando gli abitanti dell'isola di Ebuda l'avevano spogliata per offrirla al mostro marino.
Ottava 40
Quivi non si trovando altra mercede
ch’al buon pastor ed alla moglie dessi,
315che serviti gli avea con sì gran fede
dal dì che nel suo albergo si fur messi,
levò dal braccio il cerchio e gli lo diede,
e volse per suo amor che lo tenessi.
Indi saliron verso la montagna
320che divide la Francia da la Spagna.
Poiché non ha altro modo adeguato di ricompensare il pastore e sua moglie per l'ospitalità ricevuta, Angelica dona loro il prezioso bracciale. Poi parte con Medoro verso i monti che separano la Francia dalla Spagna, iniziando il viaggio di ritorno in Oriente.
Ottava 41
Dentro a Valenza o dentro a Barcellona
per qualche giorno avea pensato porsi,
fin che accadesse alcuna nave buona
che per Levante apparecchiasse a sciorsi.
325Videro il mar scoprir sotto a Girona
ne lo smontar giù dei montani dorsi;
e costeggiando a man sinistra il lito,
a Barcellona andar pel camin trito.
Angelica e Medoro pensano di sostare a Valencia o a Barcellona in attesa di una nave diretta verso Oriente. Scendendo i monti vedono il mare nella zona di Girona e, seguendo la costa, prendono la strada che conduce a Barcellona.
Ottava 42
Ma non vi giunser prima, ch’un uom pazzo
330giacer trovato in su l’estreme arene,
che, come porco, di loto e di guazzo
tutto era brutto e volto e petto e schene.
Costui si scagliò lor come cagnazzo
ch’assalir forestier subito viene;
335e diè lor noia, e fu per far lor scorno.
Ma di Marfisa a ricontarvi torno.
Prima di arrivare incontrano sulla spiaggia un uomo dall'aspetto selvaggio, coperto di fango, che si lancia aggressivamente contro di loro. Ariosto sospende il racconto prima di identificarlo e torna alle avventure di Marfisa e dei suoi compagni.
Ottava 43
Di Marfisa, d’Astolfo, d’ Aquilante,
di Grifone e degli altri io vi vuo’ dire,
che travagliati, e con la morte inante,
340mal si poteano incontra il mar schermire:
che sempre più superba e più arrogante
crescea fortuna le minacce e l’ire;
e già durato era tre dì lo sdegno,
né di placarsi ancor mostrava segno.
Marfisa, Astolfo, Aquilante, Grifone e gli altri sono ancora sulla nave investita da una tempesta tremenda. Da tre giorni il mare e i venti infieriscono senza dare segni di tregua e rendono sempre più probabile il naufragio.
Ottava 44
345Castello e ballador spezza e fracassa
l’onda nimica e ’l vento ognor più fiero:
se parte ritta il verno pur ne lassa,
la taglia e dona al mar tutta il nocchiero.
Chi sta col capo chino in una cassa
350su la carta appuntando il suo sentiero
a lume di lanterna piccolina,
e chi col torchio giù ne la sentina.
Le onde e il vento rompono le strutture della nave; i marinai devono tagliare ciò che resta danneggiato per evitare mali peggiori. Alcuni studiano le carte nautiche alla debole luce di una lanterna, altri lavorano sottocoperta per contenere l'acqua.
Ottava 45
Un sotto poppe, un altro sotto prora
si tiene inanzi l’oriuol da polve:
355e torna a rivedere ogni mezz’ora
quanto è già corso, ed a che via si volve:
indi ciascun con la sua carta fuora
a mezza nave il suo parer risolve,
là dove a un tempo i marinari tutti
360sono a consiglio dal padron ridutti.
Gli ufficiali di bordo controllano a intervalli regolari gli strumenti e la rotta, cercando di calcolare quanto la nave sia stata trascinata dal vento. Poi si ritrovano nella parte centrale dell'imbarcazione per confrontare le loro valutazioni e decidere che cosa fare.
Ottava 46
Chi dice: – Sopra Linmissò venuti
siamo, per quel ch’io trovo, alle seccagne; –
chi: – Di Tripoli appresso i sassi acuti,
dove il mar le più volte i legni fragne; –
365chi dice: – Siamo in Satalia perduti,
per cui più d’un nocchier sospira e piagne. –
Ciascun secondo il parer suo argomenta,
ma tutti ugual timor preme e sgomenta.
Le opinioni dei marinai divergono: qualcuno crede che siano presso le secche di Limisso, altri temono gli scogli di Tripoli o le acque di Satalia. Nessuno è sicuro della posizione, ma tutti condividono il timore di morire.
Ottava 47
Il terzo giorno con maggior dispetto
370gli assale il vento, e il mar più irato freme;
e l’un ne spezza e portane il trinchetto,
e ’l timon l’altro, e chi lo volge insieme.
Ben è di forte e di marmoreo petto
e più duro ch’acciar, ch’ora non teme.
375Marfisa, che già fu tanto sicura,
non negò che quel giorno ebbe paura.
Il terzo giorno il vento soffia con forza ancora maggiore e le onde danneggiano vele, alberi e timone. Persino i più coraggiosi tremano davanti a quella violenza: Marfisa, normalmente impavida, non riesce a nascondere la paura.
Ottava 48
Al monte Sinaì fu peregrino,
a Gallizia promesso, a Cipro, a Roma,
al Sepolcro, alla Vergine d’Ettino,
380e se celebre luogo altro si noma.
Sul mare intanto, e spesso al ciel vicino
l’afflitto e conquassato legno toma,
di cui per men travaglio avea il padrone
fatto l’arbor tagliar de l’artimone.
I naviganti promettono pellegrinaggi a numerosi santuari, dalla Terra Santa a Roma e a Santiago di Compostela, implorando la salvezza. La nave viene sbattuta dalle onde e il capitano fa tagliare parte degli alberi per alleggerire lo sforzo sulla struttura.
Ottava 49
385E colli e casse e ciò che v’è di grave
gitta da prora e da poppe e da sponde;
e fa tutte sgombrar camere e giave,
e dar le ricche merci all’avide onde.
Altri attende alle trombe, e a tor di nave
390l’acque importune, e il mar nel mar rifonde;
soccorre altri in sentina, ovunque appare
legno da legno aver sdrucito il mare.
Il comandante ordina di gettare in mare merci e oggetti pesanti, svuotando anche le cabine, per alleggerire la nave. Altri marinai pompano fuori l'acqua entrata nello scafo e cercano di chiudere le fessure aperte dalla tempesta.
Ottava 50
Stero in questo travaglio, in questa pena
ben quattro giorni, e non avean più schermo;
395e n’avria avuto il mar vittoria piena,
poco più che ’l furor tenesse fermo:
ma diede speme lor d’aria serena
la disiata luce di santo Ermo,
ch’in prua s’una cocchina a por si venne;
400che più non v’erano arbori né antenne.
Per quattro giorni la nave resiste quasi senza possibilità di difendersi dalle onde. Quando tutto sembra perduto, sulla prua appare un piccolo fuoco luminoso, interpretato come il segno beneaugurante di sant'Elmo e dell'imminente fine della tempesta.
Ottava 51
Veduto fiammeggiar la bella face,
s’inginocchiaro tutti i naviganti,
e domandaro il mar tranquillo e pace
con umidi occhi e con voci tremanti.
405La tempesta crudel, che pertinace
fu sin allora, non andò più inanti:
Maestro e Traversia più non molesta,
e sol del mar tiràn Libecchio resta.
Alla vista della luce, tutti i naviganti si inginocchiano, pregando piangendo per la salvezza. I venti più pericolosi cessano di infuriare; resta tuttavia un forte vento di libeccio che continua a sospingere la nave.
Ottava 52
Questo resta sul mar tanto possente,
410e da la negra bocca in modo esala,
ed è con lui sì il rapido corrente
de l’agitato mar ch’in fretta cala,
che porta il legno più velocemente,
che pelegrin falcon mai facesse ala,
415con timor del nocchier ch’al fin del mondo
non lo trasporti, o rompa, o cacci al fondo.
Il libeccio, unito alla corrente del mare ancora agitato, spinge l'imbarcazione a una velocità impressionante. Il capitano teme che venga trascinata chissà dove oppure che si schianti e affondi prima di riuscire a governarla.
Ottava 53
Rimedio a questo il buon nocchier ritruova,
che commanda gittar per poppa spere,
e caluma la gomona, e fa pruova
420di duo terzi del corso ritenere.
Questo consiglio, e più l’augurio giova
di chi avea acceso in proda le lumiere:
questo il legno salvò che peria forse,
e fe’ ch’in alto mar sicuro corse.
Per rallentarla, il capitano fa calare a poppa dispositivi galleggianti collegati a robuste funi, capaci di opporre resistenza nell'acqua. La manovra e il favorevole presagio del fuoco visto sulla prua permettono alla nave di superare il pericolo immediato.
Ottava 54
425Nel golfo di Laiazzo invêr Soria
sopra una gran città si trovò sorto,
e sì vicino al lito, che scopria
l’uno e l’altro castel che serra il porto.
Come il padron s’accorse de la via
430che fatto avea, ritornò in viso smorto;
che né porto pigliar quivi volea,
né stare in alto, né fuggir potea.
La nave finisce nel golfo di Laiazzo, vicino alla costa della Siria, davanti a una città munita di fortificazioni all'ingresso del porto. Quando riconosce il luogo, il comandante impallidisce: non vuole approdare, ma non può neppure allontanarsi in sicurezza.
Ottava 55
Né potea stare in alto, né fuggire,
che gli arbori e l’antenne avea perdute:
435eran tavole e travi pel ferire
del mar, sdrucite, macere e sbattute.
E ’l pigliar porto era un voler morire,
o perpetuo legarsi in servitute;
che riman serva ogni persona, o morta,
440che quivi errore o ria fortuna porta.
L'imbarcazione non è più in grado di navigare liberamente perché ha perduto alberi e attrezzature e lo scafo è danneggiato. Tuttavia entrare nel porto sembra altrettanto pericoloso: chi vi sbarca rischia la morte oppure una schiavitù perpetua.
Ottava 56
E ’l stare in dubbio era con gran periglio
che non salisser genti de la terra
con legni armati, e al suo desson di piglio,
mal atto a star sul mar, non ch’a far guerra.
445Mentre il padron non sa pigliar consiglio,
fu domandato da quel d’Inghilterra,
chi gli tenea sì l’animo suspeso,
e perché già non avea il porto preso.
Restare al largo espone la nave al rischio di essere assalita da imbarcazioni armate provenienti dalla costa, mentre lo scafo danneggiato non potrebbe sostenere uno scontro. Astolfo chiede al capitano perché esiti tanto a entrare in porto, e questi comincia a spiegare il pericolo.
Ottava 57
Il padron narrò lui che quella riva
450tutta tenean le femine omicide,
di quai l’antiqua legge ognun ch’arriva
in perpetuo tien servo, o che l’uccide;
e questa sorte solamente schiva
chi nel campo dieci uomini conquide,
455e poi la notte può assaggiar nel letto
diece donzelle con carnal diletto.
Il comandante racconta che quella costa è dominata da donne che fanno uccidere o schiavizzare gli uomini stranieri. L'unica possibilità di salvezza consiste nel presentare un campione capace di sconfiggere dieci combattenti in una volta e poi di soddisfare dieci donne durante la notte.
Ottava 58
E se la prima pruova gli vien fatta,
e non fornisca la seconda poi,
egli vien morto, e chi è con lui si tratta
460da zappatore o da guardian di buoi.
Se di far l’uno e l’altro è persona atta,
impetra libertade a tutti i suoi;
a sé non già, c’ha da restar marito
di diece donne, elette a suo appetito.
Se il campione supera lo scontro armato ma fallisce la seconda prova, viene messo a morte, mentre i compagni vengono costretti ai lavori servili. Se supera entrambe, libera tutti gli altri, ma deve restare come marito delle dieci donne che sceglierà.
Ottava 59
465Non poté udire Astolfo senza risa
de la vicina terra il rito strano.
Sopravien Sansonetto, e poi Marfisa,
indi Aquilante, e seco il suo germano.
Il padron parimente lor divisa
470la causa che dal porto il tien lontano:
– Voglio (dicea) che inanzi il mar m’affoghi,
ch’io senta mai di servitude i gioghi. –
Astolfo non riesce a trattenere il riso davanti a quelle usanze. Anche Sansonetto, Marfisa, Aquilante e Grifone ascoltano la spiegazione; il comandante ribadisce che preferirebbe affogare piuttosto che cadere in schiavitù nella città.
Ottava 60
Del parer del padrone i marinari
e tutti gli altri naviganti furo;
475ma Marfisa e’ compagni eran contrari,
che, più che l’acque, il lito avean sicuro.
Via più il vedersi intorno irati i mari,
che centomila spade, era lor duro.
Parea lor questo e ciascun altro loco
480dov’arme usar potean, da temer poco.
Marinai e passeggeri comuni condividono la paura del comandante; Marfisa e gli altri guerrieri, invece, ritengono che una costa dove possano difendersi con le armi sia meno pericolosa del mare in tempesta. Le spade li spaventano meno delle onde.
Ottava 61
Bramavano i guerrier venire a proda,
ma con maggior baldanza il duca inglese;
che sa, come del corno il rumor s’oda,
sgombrar d’intorno si farà il paese.
485Pigliare il porto l’una parte loda,
e l’altra il biasma, e sono alle contese;
ma la più forte in guisa il padron stringe,
ch’al porto, suo malgrado, il legno spinge.
Astolfo è particolarmente favorevole allo sbarco perché confida nella forza del suo corno magico, che potrebbe far fuggire gli avversari. I cavalieri insistono tanto che il capitano, contro il proprio giudizio, si decide a guidare la nave verso il porto.
Ottava 62
Già, quando prima s’erano alla vista
490de la città crudel sul mar scoperti,
veduto aveano una galea provista
di molta ciurma e di nochieri esperti
venire al dritto a ritrovar la trista
nave, confusa di consigli incerti;
495che, l’alta prora alle sua poppe basse
legando, fuor de l’empio mar la trasse.
Una galea ben equipaggiata, che aveva avvistato la nave in difficoltà, arriva a rimorchiarla. La robusta imbarcazione si lega alla poppa del vascello danneggiato e lo trascina fuori dalle acque più pericolose fino all'imboccatura del porto.
Ottava 63
Entrar nel porto remorchiando, e a forza
di remi più che per favor di vele;
però che l’alternar di poggia e d’orza
500avea levato il vento lor crudele.
Intanto ripigliar la dura scorza
i cavallieri e il brando lor fedele;
ed al padrone ed a ciascun che teme
non cessan dar con lor conforti speme.
La nave entra nel porto soprattutto grazie ai rematori della galea, poiché il vento cambia direzione e diventa difficile sfruttarlo. I cavalieri recuperano corazze e spade, poi cercano di rassicurare il capitano e i compagni ancora spaventati.
Ottava 64
505Fatto è ’l porto a sembianza d’una luna,
e gira più di quattro miglia intorno:
seicento passi è in bocca, ed in ciascuna
parte una rocca ha nel finir del corno.
Non teme alcuno assalto di fortuna,
510se non quando gli vien dal mezzogiorno.
A guisa di teatro se gli stende
la città a cerco, e verso il poggio ascende.
Il porto ha la forma di una mezzaluna ed è molto ampio. Due fortezze sorvegliano i lati dell'ingresso; la città si dispone a gradoni intorno al bacino e risale il pendio come le gradinate di un grande teatro.
Ottava 65
Non fu quivi sì tosto il legno sorto
(già l’aviso era per tutta la terra),
515che fur seimila femine sul porto,
con gli archi in mano, in abito di guerra;
e per tor de la fuga ogni conforto,
tra l’una rocca e l’altra il mar si serra:
da navi e da catene fu rinchiuso,
520che tenean sempre istrutte a cotal uso.
Non appena la nave attracca, la notizia del suo arrivo si diffonde e accorrono migliaia di donne armate di archi. Le difese chiudono l'uscita del porto usando navi e catene, così che gli stranieri non possano più ripartire.
Ottava 66
Una che d’anni alla Cumea d’Apollo
poté uguagliarsi e alla madre d’Ettorre,
fe’ chiamare il padrone, e domandollo
se si volean lasciar la vita torre,
525o se voleano pur al giogo il collo,
secondo la costuma, sottoporre.
Degli dua l’uno aveano a torre: o quivi
tutti morire, o rimaner captivi.
Una donna anzianissima si fa avanti e chiede al capitano di scegliere fra due possibilità: la morte di tutti gli arrivati oppure la schiavitù, secondo le leggi locali. Non presenta una normale accoglienza, ma un ultimatum.
Ottava 67
– Gli è ver (dicea) che s’uom si ritrovasse
530tra voi così animoso e così forte,
che contra dieci nostri uomini osasse
prender battaglia, e desse lor la morte,
e far con diece femine bastasse
per una notte ufficio di consorte;
535egli si rimarria principe nostro,
e gir voi ne potreste al camin vostro.
L'anziana aggiunge che esiste un'eccezione: se tra gli stranieri c'è un uomo tanto forte da vincere dieci combattenti e capace di unirsi con dieci donne in una notte, potrà diventare principe della città e ottenere la libertà per i compagni.
Ottava 68
E sarà in vostro arbitrio il restar anco,
vogliate o tutti o parte; ma con patto,
che chi vorrà restare, e restar franco,
540marito sia per diece femine atto.
Ma quando il guerrier vostro possa manco
dei dieci che gli fian nimici a un tratto,
o la seconda pruova non fornisca,
vogliàn voi siate schiavi, egli perisca. –
Anche gli altri stranieri potranno scegliere se partire o restare; per restare liberi, tuttavia, dovranno accettare il matrimonio con dieci donne. Se il campione fallisce una delle due prove, lui morirà e tutti gli altri saranno ridotti in schiavitù.
Ottava 69
545Dove la vecchia ritrovar timore
credea nei cavallier, trovò baldanza;
che ciascun si tenea tal feritore,
che fornir l’uno e l’altro avea speranza:
ed a Marfisa non mancava il core,
550ben che mal atta alla seconda danza;
ma dove non l’aitasse la natura,
con la spada supplir stava sicura.
L'anziana sperava di terrorizzare i cavalieri, ma li trova sicuri di sé, perché ciascuno crede di poter vincere almeno la prova delle armi. Anche Marfisa non si tira indietro: sa di non poter superare la prova amorosa nei termini previsti e conta di risolvere la questione con la spada.
Ottava 70
Al padron fu commessa la risposta,
prima conchiusa per commun consiglio:
555ch’avean chi lor potria di sé a lor posta
ne la piazza e nel letto far periglio.
Levan l’offese, ed il nocchier s’accosta,
getta la fune e le fa dar di piglio;
e fa acconciare il ponte, onde i guerrieri
560escono armati, e tranno i lor destrieri.
Dopo essersi consultati, i compagni incaricano il capitano di annunciare che accettano la sfida e dispongono di un guerriero capace di affrontare le prove. A quel punto vengono tolti gli ostacoli immediati e i cavalieri sbarcano con le armi e i cavalli.
Ottava 71
E quindi van per mezzo la cittade,
e vi ritruovan le donzelle altiere,
succinte cavalcar per le contrade,
ed in piazza armeggiar come guerriere.
565Né calciar quivi spron, né cinger spade,
né cosa d’arme puoi gli uomini avere,
se non dieci alla volta, per rispetto
de l’antiqua costuma ch’io v’ho detto.
Attraversando la città, gli stranieri vedono donne armate che cavalcano per le strade e si esercitano al combattimento nelle piazze. Agli uomini, invece, è proibito portare armi o usare speroni, tranne ai dieci combattenti autorizzati dalla legge.
Ottava 72
Tutti gli altri alla spola, all’aco, al fuso,
570al pettine ed all’aspo sono intenti,
con vesti feminil che vanno giuso
insin al piè, che gli fa molli e lenti.
Si tengono in catena alcuni ad uso
d’arar la terra o di guardar gli armenti.
575Son pochi i maschi, e non son ben, per mille
femine, cento, fra cittadi e ville.
La maggior parte degli uomini è assegnata a lavori domestici tradizionalmente riservati alle donne: filatura, cucito, tessitura e altri compiti simili. Alcuni sono tenuti in catene per lavorare nei campi o sorvegliare gli animali; inoltre gli uomini sono molto meno numerosi delle donne.
Ottava 73
Volendo tôrre i cavallieri a sorte
chi di lor debba, per commune scampo
l’una decina in piazza porre a morte,
580e poi l’altra ferir ne l’altro campo;
non disegnavan di Marfisa forte,
stimando che trovar dovesse inciampo
ne la seconda giostra de la sera,
ch’ad averne vittoria abil non era.
I cavalieri vorrebbero decidere per sorteggio chi dovrà affrontare i dieci campioni e poi la prova notturna. Inizialmente escludono Marfisa, non perché dubitino del suo valore in battaglia, ma perché ritengono impossibile per lei superare la seconda prova.
Ottava 74
585Ma con gli altri esser volse ella sortita:
or sopra lei la sorte in somma cade.
Ella dicea: – Prima v’ho a por la vita,
che v’abbiate a por voi la libertade;
ma questa spada (e lor la spada addita,
590che cinta avea) vi do per securtade
ch’io vi sciorrò tutti gl’intrichi al modo
che fe’ Alessandro il gordiano nodo.
Marfisa insiste per partecipare al sorteggio e la sorte sceglie proprio lei. Promette ai compagni che metterà a rischio la propria vita prima della loro libertà e, mostrando la spada, afferma che scioglierà ogni difficoltà con la forza, come Alessandro con il nodo gordiano.
Ottava 75
Non vuo’ mai più che forestier si lagni
di questa terra, fin che ’l mondo dura. –
595Così disse; e non potero i compagni
torle quel che le dava sua aventura.
Dunque, o ch’in tutto perda, o lor guadagni
la libertà, le lasciano la cura.
Ella di piastre già guernita e maglia,
600s’appresentò nel campo alla battaglia.
Marfisa aggiunge di voler mettere fine per sempre a quella legge ingiusta, così che nessun altro straniero debba subirla. I compagni non riescono a farle cambiare idea; lei si presenta quindi nell'arena completamente armata, pronta a vincere o morire.
Ottava 76
Gira una piazza al sommo de la terra,
di gradi a seder atti intorno chiusa;
che solamente a giostre, a simil guerra,
a cacce, a lotte, e non ad altro s’usa:
605quattro porte ha di bronzo, onde si serra.
Quivi la moltitudine confusa
de l’armigere femine si trasse;
e poi fu detto a Marfisa ch’entrasse.
La piazza destinata agli scontri si trova nella parte alta della città ed è circondata da gradinate per gli spettatori. Ha quattro porte di bronzo e viene usata per tornei, combattimenti e spettacoli. Le donne armate occupano i posti mentre Marfisa è invitata a entrare.
Ottava 77
Entrò Marfisa s’un destrier leardo,
610tutto sparso di macchie e di rotelle,
di piccol capo e d’animoso sguardo,
d’andar superbo e di fattezze belle.
Pel maggiore e più vago e più gagliardo,
di mille che n’avea con briglie e selle,
615scelse in Damasco, e realmente ornollo,
ed a Marfisa Norandin donollo.
Marfisa compare in sella a un cavallo grigio maculato, bello, vivace e di nobile portamento. Lo aveva scelto a Damasco tra moltissimi cavalli e il re Norandino glielo aveva regalato dopo averlo fatto ornare riccamente.
Ottava 78
Da mezzogiorno e da la porta d’austro
entrò Marfisa; e non vi stette guari,
ch’appropinquare e risonar pel claustro
620udì di trombe acuti suoni e chiari:
e vide poi di verso il freddo plaustro
entrar nel campo i dieci suoi contrari.
Il primo cavallier ch’apparve inante,
di valer tutto il resto avea sembiante.
Marfisa entra da una delle porte dell'arena. Poco dopo risuonano le trombe e dall'accesso opposto arrivano i dieci avversari: il primo di loro, per aspetto e atteggiamento, sembra già da solo un guerriero di grandissimo valore.
Ottava 79
625Quel venne in piazza sopra un gran destriero,
che, fuor ch’in fronte e nel piè dietro manco,
era, più che mai corbo, oscuro e nero:
nel piè e nel capo avea alcun pelo bianco.
Del color del cavallo il cavalliero
630vestito, volea dir che, come manco
del chiaro era l’oscuro, era altretanto
il riso in lui verso l’oscuro pianto.
Il primo campione monta un cavallo quasi interamente nero, con pochi segni bianchi sul muso e su una zampa. Anche il cavaliere è vestito di nero, per manifestare che nella sua vita la tristezza prevale nettamente sulla gioia.
Ottava 80
Dato che fu de la battaglia il segno,
nove guerrier l’aste chinaro a un tratto:
635ma quel dal nero ebbe il vantaggio a sdegno;
si ritirò, né di giostrar fece atto.
Vuol ch’alle leggi inanzi di quel regno,
ch’alla sua cortesia, sia contrafatto.
Si tra’ da parte e sta a veder le pruove
640ch’una sola asta farà contra a nove.
Al segnale del combattimento nove guerrieri abbassano contemporaneamente le lance e si preparano a caricare Marfisa. Il cavaliere vestito di nero considera scorretto affrontarla in dieci contro una e resta in disparte, preferendo la propria cortesia al vantaggio concesso dalle regole.
Ottava 81
Il destrier, ch’avea andar trito e soave,
portò all’incontro la donzella in fretta,
che nel corso arrestò lancia sì grave,
che quattro uomini avriano a pena retta.
645L’avea pur dianzi al dismontar di nave
per la più salda in molte antenne eletta.
Il fier sembiante con ch’ella si mosse,
mille facce imbiancò, mille cor scosse.
Marfisa lancia il cavallo all'attacco impugnando una lancia tanto pesante che più uomini avrebbero faticato a sollevarla. L'aveva scelta poco prima fra le robuste antenne di una nave; il suo atteggiamento minaccioso mette paura agli spettatori.
Ottava 82
Aperse al primo che trovò sì il petto,
650che fôra assai che fosse stato nudo:
gli passò la corazza e il soprapetto,
ma prima un ben ferrato e grosso scudo.
Dietro le spalle un braccio il ferro netto
si vide uscir: tanto fu il colpo crudo.
655Quel fitto ne la lancia a dietro lassa,
e sopra gli altri a tutta briglia passa.
Al primo avversario la guerriera trapassa scudo, corazza e petto con un solo colpo, facendo uscire la punta della lancia dalla schiena. Lascia il cavaliere trafitto sull'asta e continua la corsa senza rallentare verso gli altri.
Ottava 83
E diede d’urto a chi venìa secondo,
ed a chi terzo sì terribil botta,
che rotto ne la schiena uscir del mondo
660fe’ l’uno e l’altro, e de la sella a un’otta;
sì duro fu l’incontro e di tal pondo,
sì stretta insieme ne venìa la frotta.
Ho veduto bombarde a quella guisa
le squadre aprir, che fe’ lo stuol Marfisa.
La stessa carica investe il secondo e il terzo avversario con tale violenza da spezzare loro la schiena e farli cadere morti. Ariosto paragona l'effetto di Marfisa a quello di un colpo d'artiglieria che apre un varco in una formazione di soldati.
Ottava 84
665Sopra di lei più lance rotte furo;
ma tanto a quelli colpi ella si mosse,
quanto nel giuoco de le cacce un muro
si muova a’ colpi de le palle grosse.
L’usbergo suo di tempra era sì duro,
670che non gli potean contra le percosse;
e per incanto al fuoco de l’Inferno
cotto, e temprato all’acque fu d’Averno.
Molti avversari spezzano le lance contro l'armatura di Marfisa senza riuscire a spostarla, proprio come palloni lanciati contro un muro. La sua corazza è straordinariamente resistente perché, secondo il racconto, è stata temprata con mezzi magici tra il fuoco infernale e le acque dell'Averno.
Ottava 85
Al fin del campo il destrier tenne e volse,
e fermò alquanto: e in fretta poi lo spinse
675incontra gli altri, e sbarragliolli e sciolse,
e di lor sangue insin all’elsa tinse.
All’uno il capo, all’altro il braccio tolse;
e un altro in guisa con la spada cinse,
che ’l petto in terra andò col capo ed ambe
680le braccia, e in sella il ventre era e le gambe.
Raggiunta l'estremità dell'arena, Marfisa gira il cavallo e torna all'attacco con la spada. Colpisce i nemici con forza terribile: a uno mozza la testa, a un altro un braccio e ne recide un terzo all'altezza della vita.
Ottava 86
Lo partì, dico, per dritta misura,
de le coste e de l’anche alle confine,
e lo fe’ rimaner mezza figura,
qual dinanzi all’imagini divine,
685poste d’argento, e più di cera pura
son da genti lontane e da vicine,
ch’a ringraziarle e sciorre il voto vanno
de le domande pie ch’ottenute hanno.
Il poeta descrive con ironia macabra quel corpo tagliato a metà, paragonando la parte rimasta in sella a certi busti votivi di cera o argento che i fedeli offrono nei santuari per ringraziare di una grazia ricevuta.
Ottava 87
Ad uno che fuggia, dietro si mise,
690né fu a mezzo la piazza, che lo giunse;
e ’l capo e ’l collo in modo gli divise,
che medico mai più non lo raggiunse.
In somma tutti un dopo l’altro uccise,
o ferì sì ch’ogni vigor n’emunse;
695e fu sicura che levar di terra
mai più non si potrian per farle guerra.
Marfisa insegue un avversario che tenta di fuggire e lo uccide prima che attraversi metà della piazza. Infine abbatte tutti gli altri, uccidendoli o ferendoli così gravemente che nessuno di loro potrà rialzarsi per combattere.
Ottava 88
Stato era il cavallier sempre in un canto,
che la decina in piazza avea condutta;
però che contra un solo andar con tanto
700vantaggio opra gli parve iniqua e brutta.
Or che per una man torsi da canto
vide sì tosto la compagna tutta,
per dimostrar che la tardanza fosse
cortesia stata e non timor, si mosse.
L'unico cavaliere rimasto è quello vestito di nero, che aveva evitato di unirsi agli altri nove per non approfittare della superiorità numerica. Vedendo che Marfisa li ha sconfitti tutti, decide finalmente di affrontarla per dimostrare che il suo rifiuto iniziale era cortesia, non paura.
Ottava 89
705Con man fe’ cenno di volere, inanti
che facesse altro, alcuna cosa dire;
e non pensando in sì viril sembianti
che s’avesse una vergine a coprire,
le disse; – Cavalliero, omai di tanti
710esser déi stanco, c’hai fatto morire;
e s’io volessi, più di quel che sei,
stancarti ancor, discortesia farei.
Il cavaliere nero chiede di parlare prima dello scontro. Non sa che Marfisa è una donna e, credendola un uomo, le dice che dopo avere combattuto contro tanti avversari deve essere stanca; non vuole approfittare della sua fatica.
Ottava 90
Che ti risposi in sino al giorno nuovo,
e doman torni in campo, ti concedo.
715Non mi fia onor se teco oggi mi pruovo,
che travagliato e lasso esser ti credo. –
– Il travagliare in arme non m’è nuovo,
né per sì poco alla fatica cedo
(disse Marfisa); e spero ch’a tuo costo
720io ti farò di questo aveder tosto.
Perciò propone a Marfisa di riposare e riprendere il combattimento il giorno seguente, quando sarà in forze. Marfisa risponde che le battaglie non sono una novità per lei e che non ha alcun bisogno di interrompersi dopo così poco sforzo.
Ottava 91
De la cortese offerta ti ringrazio,
ma riposare ancor non mi bisogna;
e ci avanza del giorno tanto spazio,
ch’a porlo tutto in ozio è pur vergogna. –
725Rispose il cavallier: – Fuss’io sì sazio
d’ogn’altra cosa che ’l mio core agogna,
come t’ho in questo da saziar; ma vedi
che non ti manchi il dì più che non credi. –
Marfisa ringrazia per l'offerta, ma dichiara che sarebbe vergognoso sprecare le ore di luce rimaste. Il cavaliere accetta, pur avvertendo che potrebbe essere il sole a tramontare prima che riescano a decidere la sfida.
Ottava 92
Così disse egli, e fe’ portare in fretta
730due grosse lance, anzi due gravi antenne;
ed a Marfisa dar ne fe’ l’eletta:
tolse l’altra per sé, ch’indietro venne.
Già sono in punto, ed altro non s’aspetta
ch’un alto suon che lor la giostra accenne.
735Ecco la terra e l’aria e il mar rimbomba
nel mover loro al primo suon di tromba.
Il cavaliere fa portare due lance grandi come alberi e lascia a Marfisa la possibilità di scegliere la propria. I due si dispongono per il torneo; al suono della tromba partono l'uno contro l'altra, facendo risuonare l'arena.
Ottava 93
Trar fiato, bocca aprir, o battere occhi
non si vedea de’ riguardanti alcuno:
tanto a mirare a chi la palma tocchi
740dei duo campioni, intento era ciascuno.
Marfisa, acciò che de l’arcion trabocchi,
sì che mai non si levi, il guerrier bruno,
drizza la lancia; e il guerrier bruno forte
studia non men di por Marfisa a morte.
Gli spettatori rimangono immobili, concentrati sull'esito dell'urto fra due campioni straordinari. Marfisa punta la lancia per disarcionare definitivamente l'avversario; il cavaliere nero, con uguale determinazione, cerca di uccidere colei che sta affrontando.
Ottava 94
745Le lance ambe di secco e suttil salce,
non di cerro sembrar grosso ed acerbo,
così n’andaro in tronchi fin al calce;
e l’incontro ai destrier fu sì superbo,
che parimente parve da una falce
750de le gambe esser lor tronco ogni nerbo.
Cadero ambi ugualmente; ma i campioni
fur presti a disbrigarsi dagli arcioni.
Le due lance si spezzano fino all'impugnatura e lo scontro è tanto violento da far crollare entrambi i cavalli, come se avessero le gambe recise. Marfisa e l'avversario cadono contemporaneamente, ma si liberano subito dalle staffe.
Ottava 95
A mille cavallieri alla sua vita
al primo incontro avea la sella tolta
755Marfisa, ed ella mai non n’era uscita;
e n’uscì, come udite, a questa volta.
Del caso strano non pur sbigottita,
ma quasi fu per rimanerne stolta.
Parve anco strano al cavallier dal nero,
760che non solea cader già di leggiero.
Marfisa aveva disarcionato innumerevoli cavalieri senza mai essere caduta lei stessa, e il risultato la lascia profondamente sorpresa. Anche il guerriero nero è stupito, perché raramente gli era capitato di essere abbattuto in una giostra.
Ottava 96
Tocca avean nel cader la terra a pena,
che furo in piedi e rinovar l’assalto.
Tagli e punte a furor quivi si mena,
quivi ripara or scudo, or lama, or salto.
765Vada la botta vota o vada piena,
l’aria ne stride e ne risuona in alto.
Quelli elmi, quelli usberghi, quelli scudi
mostrar ch’erano saldi più ch’incudi.
Appena toccano terra, i due si rialzano e riprendono lo scontro a piedi. Si scambiano fendenti e affondi, parando con scudi, spade e rapidi movimenti; le armi risuonano, ma le armature di entrambi resistono ai colpi.
Ottava 97
Se de l’aspra donzella il braccio è grave,
770né quel del cavallier nimico è lieve.
Ben la misura ugual l’un da l’altro have:
quanto a punto l’un dà, tanto riceve.
Chi vol due fiere audaci anime brave,
cercar più là di queste due non deve,
775né cercar più destrezza né più possa;
che n’han tra lor quanto più aver si possa.
La forza di Marfisa non è superiore a quella del cavaliere nero, né quella dell'uomo prevale sulla sua. Ogni attacco riceve una risposta equivalente: il narratore li presenta come due guerrieri ugualmente coraggiosi, esperti e potenti.
Ottava 98
Le donne, che gran pezzo mirato hanno
continuar tante percosse orrende,
e che nei cavallier segno d’affanno
780e di stanchezza ancor non si comprende;
dei duo miglior guerrier lode lor danno,
che sien tra quanto il mar sua braccia estende.
Par lor che, se non fosser più che forti,
esser dovrian sol del travaglio morti.
Le donne sugli spalti osservano a lungo lo scontro, stupite che due persone possano sostenere tanti colpi senza apparire affaticate. Concludono di avere davanti i migliori combattenti del mondo, perché chiunque altro sarebbe già crollato.
Ottava 99
785Ragionando tra sé, dicea Marfisa:
– Buon fu per me, che costui non si mosse;
ch’andava a risco di restarne uccisa,
se dianzi stato coi compagni fosse,
quando io mi truovo a pena a questa guisa
790di potergli star contra alle percosse. –
Così dice Marfisa; e tuttavolta
non resta di menar la spada in volta.
Marfisa pensa fra sé di essere stata fortunata che il cavaliere nero non abbia combattuto insieme agli altri: perfino ora, da solo, riesce a tenerle testa e forse avrebbe potuto ucciderla. Continua comunque a colpirlo senza mostrare esitazioni.
Ottava 100
– Buon fu per me (dicea quell’altro ancora),
che riposar costui non ho lasciato.
795Difender me ne posso a fatica ora
che de la prima pugna è travagliato.
Se fin al nuovo dì facea dimora
a ripigliar vigor, che saria stato?
Ventura ebbi io, quanto più possa aversi,
800che non volesse tor quel ch’io gli offersi. –
Anche il cavaliere nero riflette segretamente sulla propria fortuna: crede che Marfisa sia stanca per lo scontro precedente e teme che, se avesse accettato di riposare fino al giorno dopo, sarebbe diventata un'avversaria ancora più pericolosa.
Ottava 101
La battaglia durò fin alla sera,
né chi avesse anco il meglio era palese;
né l’un né l’altro più senza lumiera
saputo avria come schivar l’offese.
805Giunta la notte, all’inclita guerriera
fu primo a dir il cavallier cortese:
– Che faren, poi che con ugual fortuna
n’ha sopragiunti la notte importuna?
I due combattono fino al tramonto senza che nessuno conquisti un vantaggio decisivo. Quando la luce non basta più per evitare i colpi, il cavaliere nero propone di sospendere la lotta: la notte li ha raggiunti senza un vincitore.
Ottava 102
Meglio mi par che ’l viver tuo prolunghi
810almeno insino a tanto che s’aggiorni.
Io non posso concederti che aggiunghi
fuor ch’una notte picciola ai tua giorni.
E di ciò che non gli abbi aver più lunghi,
la colpa sopra me non vuo’ che torni:
815torni pur sopra alla spietata legge
del sesso feminil che ’l loco regge.
Il cavaliere suggerisce di lasciare a Marfisa almeno un'altra notte di vita e di riprendere il duello all'alba. Aggiunge che l'eventuale morte dell'avversario sarà colpa delle leggi crudeli della città governata dalle donne, non di una sua personale volontà.
Ottava 103
Se di te duolmi e di quest’altri tuoi,
lo sa colui che nulla cosa ha oscura.
Con tuoi compagni star meco tu puoi:
820con altri non avrai stanza sicura;
perché la turba, a cu’ i mariti suoi
oggi uccisi hai, già contra te congiura.
Ciascun di questi a cui dato hai la morte,
era di diece femine consorte.
Dichiara di essere sinceramente dispiaciuto per il destino degli stranieri e offre a Marfisa e ai compagni ospitalità nella propria casa. Altrove non sarebbero al sicuro: le mogli dei nove uomini sconfitti stanno già organizzando una vendetta.
Ottava 104
825Del danno c’han da te ricevut’oggi,
disian novanta femine vendetta:
sì che se meco ad albergar non poggi,
questa notte assalito esser t’aspetta. –
Disse Marfisa: – Accetto che m’alloggi,
830con sicurtà che non sia men perfetta
in te la fede e la bontà del core,
che sia l’ardire e il corporal valore.
Poiché ciascuno dei nove combattenti uccisi aveva dieci mogli, ben novanta donne desiderano vendicarne la morte. Marfisa accetta l'ospitalità, purché il suo avversario dimostri lealtà e nobiltà d'animo pari alla forza e al coraggio mostrati nella battaglia.
Ottava 105
Ma che t’incresca che m’abbi ad uccidere,
ben ti può increscere anco del contrario.
835Fin qui non credo che l’abbi da ridere,
perch’io sia men di te duro avversario.
O la pugna seguir vogli o dividere,
o farla all’uno o all’altro luminario,
ad ogni cenno pronta tu m’avrai,
840e come ed ogni volta che vorrai. –
Marfisa fa notare al cavaliere che potrebbe essere lui, anziché lei, a morire: finora nessuno dei due ha dimostrato di essere superiore. Si dichiara pronta a proseguire la lotta subito, il giorno dopo oppure quando l'altro preferirà.
Ottava 106
Così fu differita la tenzone
fin che di Gange uscisse il nuovo albore,
e si restò senza conclusione
chi d’essi duo guerrier fosse il migliore.
845Ad Aquilante venne ed a Grifone
e così agli altri il liberal signore,
e li pregò che fin al nuovo giorno
piacesse lor di far seco soggiorno.
Il duello viene rimandato al sorgere del sole e la superiorità fra i due guerrieri rimane irrisolta. Il cavaliere nero invita anche Aquilante, Grifone e gli altri compagni di Marfisa a trascorrere la notte nella sua dimora.
Ottava 107
Tenner lo ’nvito senza alcun sospetto:
850indi, a splendor de bianchi torchi ardenti,
tutti saliro ov’era un real tetto,
distinto in molti adorni alloggiamenti.
Stupefatti al levarsi de l’elmetto,
mirandosi, restaro i combattenti;
855che ’l cavallier, per quanto apparea fuora,
non eccedeva i diciotto anni ancora.
Gli ospiti accettano fiduciosi e vengono accompagnati, alla luce delle torce, in un palazzo ricco di stanze ornate. Quando i due avversari si tolgono gli elmi, restano entrambi sorpresi: il guerriero nero appare giovanissimo, non ancora diciottenne.
Ottava 108
Si maraviglia la donzella, come
in arme tanto un giovinetto vaglia;
si maraviglia l’altro, ch’alle chiome
860s’avede con chi avea fatto battaglia:
e si domandan l’un con l’altro il nome,
e tal debito tosto si ragguaglia.
Ma come si nomasse il giovinetto,
ne l’altro canto ad ascoltar v’aspetto.
Marfisa si stupisce che un ragazzo così giovane combatta con tanto valore; lui, vedendo i capelli scoperti dell'avversaria, comprende di aver affrontato una donna. Si chiedono reciprocamente il nome, ma Ariosto rinvia al canto successivo la rivelazione dell'identità del cavaliere.